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mercoledì 17 novembre 2010

Strage di piazza Loggia: dopo il verdetto, tra verità e testimonianza

Manlio Milani al processo (guarda la fotogallery su la Stampa.it)
Confesso: non mi aspettavo grandi cose ieri nell'aula della Corte d'Assise di Brescia chiamata a pronunciarsi sulla Strage di Piazza della Loggia. Ho iniziato a scrivere di cronache giudiziarie più o meno in concomitanza con l'assoluzione degli imputati della seconda inchiesta (la pista milanese di Cesare Ferri e compagni) e le indagini sulla Strage mi hanno accompagnato (talvolta esaltato per i risultati inattesi, talvolta depresso per i silenzi, per i muri di gomma e per i palesi e insultanti depistaggi) nella mia vita professionale quasi colmando, in termini di partecipazione al fatto, quell'insormontabile gap anagrafico in virtù del quale io nel '74 avevo 11 anni. Insomma, ne sapevo abbastanza per non farmi illusioni, ero pronto a salvare il salvabile a dire che forse non tutto era perduto, a sottolineare i successi di questi anni frutto dell'impegno di tanti: magistrati, famigliari, politici e amministratori. Ero pronto ad un pezzo consolatorio, a raccontare per Bresciaoggi quanto di buono questa inchiesta  aveva lasciato, a parlare di una speranza sempre viva. Non ce l'ho fatta, consapevole che avrei raccontato qualcosa fuori dal tempo. Quando in aula il giudice Enrico Fischetti ha pronunciato la parola assolto, quando ho incrociato il volto attonito di Manlio Milani, le lacrime della sorella, gli occhi lucidi degli amici della Casa della Memoria, i famigliari delle vittime abbandonati su una sedia sotto il peso di uno sforzo che non aveva dato risultati, ho capito che l'unico modo per parlare di speranza, era dire che la speranza era morta, sepolta sotto il peso di anni bui dai quali non ci si vuole affrancare, di silenzi dai quali nessuno ha voluto svincolarsi, nonostante siano trascorsi 36 anni e dopo tanto tempo sia giusto e doveroso voltare pagina.
Non ho potuto non condividere lo sgomento di quanti, presenze assidue in quell'aula per due anni, avevano, in fondo in fondo, ipotizzato un esito diverso di quel processo, magari con uno sforzo supplementare di interpretazione e di approfondimento da parte della Corte che, invece, ha scelto la soluzione più naturale in un caso mai giunto così vicino alla verità come in questa terza inchiesta: l'assoluzione dettata da una prova non piena e inequivocabile.
Non ho potuto non stringere la mano con un sentimento di sincera vicinanza a Manlio Milani, di cui in questi anni ho imparato a conoscere la tenacia, la mite perseveranza negli obiettivi, la costanza con la quale ha tenuto viva la memoria della moglie e delle altre vittime della Strage nelle scuole, come nei pubblici dibattiti, allargando il campo all'approfondimento su quegli anni di sangue, alla testimonianza delle altre vittime del terrorismo (e ieri a condividere lo sgomento c'era anche, e non a caso, Benedetta Tobagi, la figlia di Walter Tobagi).
Che fare? Verrebbe voglia di scrivere alla lavagna, come fanno Fazio e Saviano il lunedì sera in tv, le ragioni per cui restare e le ragioni per cui migrare. Ma poi sfogli il giornale e qualcuno ti ricorda un paio di proverbi: "La verità può languire ma non perire" e "La verità si può seppellire, ma non può morire". Rifletti e capisci che se non puoi contare su altri per affermare finalmente la verità, allora ti tocca il dovere della testimonianza. L'unico modo per renderle onore.



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