Subscribe Twitter FaceBook

venerdì 18 settembre 2009

Kabul: 17 settembre 2009. No comment (2) - Lasciamo parlare gli altri


Sulla tragedia di Kabul... lascio parlare gli altri


La strage dei para'a kabul
Gli eroi di una guerra lontana
Il diritto dei morti, il dolore del Paese
Forse non si troverà mai un anonimo poeta in grado di cucire addosso ai ragazzi italiani morti di Kabul una canzone di quelle di una volta. Canzoni di lutto e dolore che fermavano il fiato. Come «Sul ponte di Perati», con quella strofa che dice «sull’ultimo vagone c’è l’amor mio / Col fazzoletto in mano mi dà l’addio. / Col fazzoletto in mano mi salutava / E con la bocca i baci lui mi mandava». La disperazione della perdita, lo strazio delle mogli, le lacrime dei bambini e lo sguardo impietrito dei padri e delle madri, però, sono sempre gli stessi. Anche la bandiera stesa sulle bare dei caduti, quella bandiera che un pezzo del mondo politico non perde occasione per coprire di disprezzo, è sempre la stessa. Quella che coprì, quando fu possibile e i corpi non furono abbandonati ai lupi, i soldatini mandati a morire sui monti della Grecia dove «c’è la Vojussa, col sangue degli alpini s’è fatta rossa» e sulle rive del Don descritte da Mario Rigoni Stern o sugli altopiani etiopi dov’erano arrivati cantando allegri: «Il treno parte: ad ogni finestrin / ripete allegramente il soldatin. / Io ti saluto: vado in Abissinia / cara Virginia, ma tornerò...».

Dentro i loro blindati Lince fatti saltare in aria dai talebani, Antonio e Roberto, Giando­menico e Matteo, Massimiliano e Davide e gli altri rimasti feriti, avevano forse sparato a tut­to volume prima di partire, come era giusto che fosse per ragazzi della loro età, un po’ di rock duro. Oppure quella samba che a un pa­io di pattuglie che laggiù in Afghanistan si fa­cevano coraggio cercando un po’ di normali­tà quotidiana nella musica carioca aveva fatto guadagnare appunto quel soprannome: Pattu­glie Samba. Quella che più è cambiata, però, è la guerra. Meglio: il modo in cui gli italiani vivono quelle guerre lontane. Guerre insensate e balorde. Più infide, sot­to molti aspetti, di tutte le altre guerre. Dove i nostri soldati vanno rischiando la pelle co­me la rischiavano i loro nonni sull’Ortigara o ad Adua ma con regole diverse: gli altri spara­no e mitragliano e scaricano i bazooka per­ché sono in guerra, i nostri possono sparare solo se proprio non c’è nessunissima altra scelta perché in guerra non sono. Meglio: lo sono, ma devono cercare il più possibile di restarne fuori. Scrive in un articolo su Limes intitolato «Il soldato preso a calci» il generale Piero Lapor­ta, un ufficiale furente con quella politica (non solo di sinistra, anzi) che pretende di te­nere insieme la guerra e il pacifismo, gli im­pegni militari internazionali e i continui tagli finanziari alle Forze Armate, che è tutta colpa di un equivoco. Quello che spinse anni fa un insegnante, che sventolava un opuscolo stam­pato con fondi pubblici, a illustrare la Costitu­zione ai suoi studenti spiegando che è «mol­to significativa l’immagine dell’Italia che, con la sua punta di stivale, dà un calcio al soldato: è l’articolo 11, in cui si dice che l’Italia ripudia la guerra». Sia chiaro: fecero bene a scriverlo, quell’ar­ticolo, i padri costituenti. Il nostro Paese, nel­la sua non lunghissima storia, ne aveva già fat­te troppe, di guerre. Alcune delle quali parti­colarmente aggressive. Ed è stato giusto tene­re sempre a mente quel principio. Anche quando abbiamo mandato i nostri soldati in missioni spesso difficilissime a ridosso di guerre spaventose.

È tuttavia difficile dare tor­to a Laporta quando lamenta una serie di am­biguità che non c’entrano neppure col sogno di tanti di sventolare la bandiera arcobaleno cantando «We shall over come» e facendo la «ola» con gli accendini accesi. «Una pattuglia di soldati italiani ha colpito a morte una bambina in Afghanistan. Il fatto è finito sotto la lente della magistratura. Altre pattuglie hanno avuto scontri a fuoco; vi so­no stati feriti italiani e morti nelle file avver­se. Altre inchieste. Dicono si tratti di fatti im­prescrittibili. Suggerirei altrettanta solerzia per Caporetto, Nikolajevka e anche dalle parti di El Alamein, dove le cose non sono state molto chiare», ironizza Laporta. «Perché si at­tiva la magistratura per fatti di guerra, quan­tunque non dichiarata?» Insomma: «La politi­ca militare italiana non comprende che è in­sufficiente eliminare la leva o ridisegnare i co­mandi per stare fra eserciti moderni, mentre sono in circolo vecchie tossine politiche e cul­turali ben peggiori della lettura ideologica dell’articolo 11 della Costituzione». Questo è il punto: la consapevolezza di esse­re fino in fondo «dentro» una guerra vera e che dentro una guerra vera, come ha scritto due mesi fa Guido Rampoldi, puoi starci solo combattendo, aiuterebbe a vivere anche i lutti come quello che ci ha colpiti ieri. Cosa siano l’Iraq e l’Afghanistan, dove abbiamo perduto fino ad oggi alcune decine di persone, lo dice uno studio della rivista statunitense The New England Journal of Medicine ripreso dal libro «Soldati» del generale Fabio Mini: il 30% dei soldati regolari e della riserva che rientrano a casa dopo un periodo passato sui due fronti mediorientali manifesta «sindrome da stress post-traumatico con depressione, violenza fa­miliare, abuso di alcol e droga e disagio socia­le ». Per non dire dei tentati suicidi e degli atti di auto-lesionismo di chi a un certo punto non riesce più a vedere vie d’uscita: nel 2002, dice uno studio di Reuters Health erano stati 350, nel 2007 addirittura 2.100.

I nostri milita­ri lo sanno, «dove» stanno. Sanno che la mis­sione internazionale nella quale sono impe­gnati deve portare cibo a chi ha fame, costrui­re ospedali e scuole, garantire il diritto di voto a chi vuol votare impedendo agli integralisti islamici di mozzare il naso e le orecchie agli elettori come hanno fatto il mese scorso con Lal Mohammad, le cui amputazioni sono fini­te sui giornali di tutto il mondo. Sanno che, come ha scritto tra gli altri Ahmed Rashid, l’in­tellettuale pachistano autore del best seller Ta­lebani , «le pattuglie ISAF a Kabul sono enor­memente popolari tra la popolazione locale. Hanno fatto crollare il tasso di criminalità, protetto le donne e i bambini che vanno a scuola, mostrato alla polizia locale un esem­pio di servizio alla comunità...». Ma sanno anche che c’è chi li odia. E, co­me ha detto il comandante del contingente italiano Generale Rosario Castellano a Gianluca Di Feo, il problema è capire «chi» è il nemico. «Prima fanno i contadini, poi si arruolano con i talebani e poi ritornano con­tadini. Ma gli abiti e le case sono sempre le stesse». Sapevamo che poteva costarci caris­simo, mandare i nostri laggiù in Afghani­stan. Molto più caro di quanto ipotizzasse po­che settimane fa, subito corretto dagli allea­ti, Umberto Bossi, quando disse «io li porte­rei a casa tutti» spiegando che «la missione costa un sacco di soldi e visti i risultati e i costi bisognerebbe pensarci su». Ecco, in questi giorni i familiari di Antonio e Rober­to, Giandomenico e Matteo, Massimiliano e Davide, così come i loro compagni d’arme ri­masti laggiù, a ciglio asciutto, a pattugliare altre strade su altri blindati Lince, hanno di­ritto almeno a una cosa. Di sentirsi alle spalle un Paese unito dal dolore.

Gianantonio Stella
dal Corriere della Seraù
18 settembre 2009

----------------

I cuori, le menti e le follie
dal Blog di Vittorio Zucconi
post del 17 settembre
Avvertiva il generale Colin Powell, due volte volontario in Vietnam come giovane ufficiale combattente, che “gli eserciti non sono fatti per accompagnare i bambini a scuola e aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Gli eserciti sono fatti per uccidere nemici e per distruggere cose”. L’uso di reparti militari in funzione di polizia e di occupazione, in territori ai quali, a differenza delle forze di pubblica sicurezza che li’ sono radicate, ha senso soltanto se la popolazione nella sua maggioranza li accetta e li accoglie come temporanei strumenti e aiuti per arrivare all’auitogoverno. Tutti i falsi paralleli storici con l’Italia, la Germania e il Giappone del 1945 liberati dalle Nazioni Unite, come si facevano chiamare gli alleati, dopo guerre senza quartiere e senza condizioni, rispolverati a suo tempo per giustificare l’Iraq e l’Afghanistan dimostrano oggi, davanti alla montagna di bare purtroppo anche italiane, la loro assurdita’ culturale e la implicita’ arroganza della cultura occidentale convinta che tutta l’umanita’, se fosse lasciata libera di scegliere, sceglierebbe di diventare “come noi”. Eserciti nemici possono essere sconfitti e se in Afghanistan siamo andati per fare la guerra, facciamola, indviduiamo le forze nemiche, affrontiamole e distruggiamole, se ne siamo capaci. I regimi possono essere rovesciati con la forza. Le loro armate possono essere annientate. Ma le democrazia non puo’ essere esportata come un’automobile o una cassa di magliette che comunque non saranno vendute se non troveranno i clienti disposti ad acquistarle. Dove non esistono possibili classi dirigenti alternative al regime rovesciato, come aveva l’Italia fascista nelle organizzazioni clandestine di cattolici, comunisti, socialisti, liberali, monarchici affiancati nel Cln che assunsero la responsabilita’ di governare la nazione, se non esistono tradizioni e precedenti di democrazia, come in Germania o almeno di buona e disciplinata amministrazione civile come in Giappone che possano essere riprese dopo la caduta del tiranno o del regime, l’idea che organizzare un’elezione possa da sola far sbocciare la civilta’ politica e’ letteratura da think tank autorefernziale o da ideologo accecato dalle proprie dottrine. Mi sono venuti i brividi ad ascoltare il grigio ministro Frattini dire al TG1 che “dobbiamo conquistare le menti e i cuori degli Afghani”. E’ esattamente quello che 500 mila soldati americani cercarono di fare per quasi 15 anni, lasciando sul campo, insieme con l’onore dell’America, quasi 60 mila americani e milioni di vietnamiti uccisi. Naturalmente dobbiamo essere grati e rispettosi del lavoro che i nostri soldati stanno facendo perche’ noi, il loro governo, la loro nazione, glielo abbiamo chiesto, ma la commozione e il cordoglio non possono nascondere la futilita’ di un progetto politico-strategico, condannato a fallire se, e fino a quando, non saranno le nazioni coinvolte a scegliere - se lo vorranno - diverse forme di governo e ad espellere le tossine del fanatismo e del dispotismo. La piu tenace tirannide del XX secolo, il cosiddetto Socialismo Reale non fu abbattuto dai cannoni di altre nazioni, ma dal peso del proprio fallimento. Cosi’ come la Cina rossa sta, per propria scelta, evolvendo verso forme diverse di sviluppo e di governo. La democrazia non si esposta, si autoproduce. E se il terreno non e’ favorevole, e’ vano credere di poter coltivare noci di cocco nelle valli Alpine o grano in Antartide.


Io, se vi interessa, la penso così...

0 commenti: