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martedì 1 febbraio 2011

Moschee: ma siamo sicuri che è solo questione di ordine pubblico?

Oggi il vicesindaco di Brescia Fabio Rolfi torna a parlare di centri culturali islamici (leggi moschee) spiegando come siano troppe per Brescia quattro realtà islamiche (due già esistenti e altrettante in procinto di diventare realtà). «Ma Brescia ha già due centri islamici - ricorda Rolfi a Bresciaoggi - e una città di 190 mila abitanti non può permettersene quattro! Brescia non può non porsi il problema di cosa avviene nei centri islamici e nelle moschee e non può non chiedersi quali finalità abbiano gli Imam che arrivano dall'estero in occasione delle festività». Al di là dei proclami, l'amministratore leghista pone un problema serio: quello che un tema che coinvolge principi costituzionali come la libertà religiosa non può essere lasciato alla discrezione dei comuni che, utilizzando i mezzi che hanno (normalmente di tipo urbanistico) finiscono per essere quasi regolarmente censurati dai giudici amministrativi e ordinari. Non è peregrina, dunque la richiesta, che sia lo Stato a dettare le regole per l'apertura di nuovi centri di culto e le norme che devono regolarne la vita. Detto questo Fabio Rolfi spiega che siamo davanti ad: «una silenziosa conquista del territorio, di fronte alla quale non si può far finta di niente o restare inerti, per doversene magari pentire fra 4-5 anni, quando sarà ormai troppo tardi».
Fabio Rolfi
Una considerazione che fa sorridere pensando alla notizia riportata oggi dal Corriere della sera in prima pagina di cento predicatori che hanno invaso il metrò di Milano per far proseliti. Così va il mondo, con buona pace di Fabio Rolfi, e il tema religioso va di pari passo con una società che diventa multirazziale. Perchè allora continuare a considerare la religione un tema di ordine pubblico (facendo peraltro di tutto l'Islam un fascio, fingendo di ignorare che c'è Islam e Islam)? Non sarebbe meglio cambiare passo governando il fenomeno invece di contrastarlo? Forse capiremmo, ad esempio, che alcuni centri islamici contrastati da certe amministrazioni locali sono attivamente impegnati in un percorso di dialogo interreligioso in organismi che da tempo, lontano dai riflettori, cercano di far "parlare" le religioni e di integrarle nella società. E' il modo migliore per evitare le derive integraliste. Continuare a considerare i centri islamici come il terreno di coltura di terrorismo vuol dire far finta di non sapere che la prevenzione migliore non è favorire la clandestinità delle proposte, ma regolamentarle in modo che si possa meglio controllarle (non dimentichiamo che le inchieste di terrorismo - destinate peraltro ad alterne fortune giudiziarie - sono spesso nate da controlli e intercettazioni all'interno delle moschee regolari).
Tempo fa mi è capitato di moderare un dibattito organizzato da una parrocchia tra un sacerdote e uno degli esponenti più discussi dell'Islamismo italiano Hazma Roberto Piccardo. Contrariamente ai timori della vigilia, ne è nato un dibattito molto proficuo, carico di contenuti nel quale traspariva la voglia di dialogo da entrambe le parti. Una voglia di dialogo con il mondo occidentale che - particolare che mi ha molto colpito - è arrivato dalle nuove generazioni, da ragazze con il velo che hanno chiesto fiducia e hanno dato la loro disponibilità a costruire insieme una nuova società multireligiosa. E proprio corretto, dunque, considerare l'Islam e le sue manifestazioni un problema di ordine pubblico costringendo chi vuole integrarsi di fatto alla clandestinità delle idee?

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