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venerdì 29 ottobre 2010

Caso Scazzi: i giornalisti e le vergini

Sarah Scazzi
I giornalisti si riscoprono vergini. Noi giornalisti, candidi come gigli? "Ma mi faccia il piacere" direbbe Totò all'onorevole Cosimo Trombetta. Ed è la stessa esclamazione che mi è venuta leggendo le notizie pubblicate sui giornali che davano conto del mercato della notizia sulla piazza di Avetrana, dove, sulla tragica fine di Sarah Scazzi e le indagini si è sviluppato un businees a colpi di centinaia di euro. Una vera e propria caccia allo scoop prezzolato: 4 mila euro per un video di Sarah in vacanza a Roma, 8 mila per tre foto del garage nel quale è stata uccisa.
Ma chi ha denunciato lo squallido traffico? I parenti di vittima e carnefici? I magistrati e gli inquirenti, oggetto di indebite pressioni? No, i giornalisti. Ho sorriso guardando in tv la denuncia indignata del Tg2 che documentava la richiesta da parte di un consulente legale di 8 mila euro all'inviato in Puglia per le foto del garage dove si sarebbe consumato l'omicidio.  Ho sorriso perchè da sempre, soprattutto in ambito televisivo, dove sui grandi temi di cronaca nera si combatte la guerra dell'audience a colpi di scoop e di esclusive, da sempre si paga per avere certi contributi in trasmissione, così come pagano i settimanali per certi dossier e testimonianze a patto che non transitino prima sui quotidiani. E' la dura legge del mercato dell'informazione e dell' info-tainment, il programma di intrattenimento che fa appello alla cronaca e che trasforma la notizia in spettacolo così che il personaggio diventa soubrette, la trama del fatto copione. Su una storia nella quale abbiamo visto di tutto, dagli interrogatori trasformati in fiction alle registrazioni dei colloqui con i magistrati postati sui siti internet di testate tv, asistere all'indignazione di qualche giornalista sul mercato dell'indiscrezione fatto ad Avetrana mi fa solo sorridere,
L'indignazione e la denuncia sa molto di coda di paglia, profuma di falso moralismo, magari semplicemente perchè scelte editoriali della testata, spesso più improntate al budget che all'etica, hanno deciso di chiudere i cordoni della borsa. Che senso ha filmare di nascosto il consulente della difesa che propone foto a pagamento, sapendo benissimo che quello diventa il più meschino degli uomini solo perchè ci ha chiesto dei soldi che non vogliamo o possiamo dargli e non perchè viola il segreto di un indagine? Se quelle immagini fossero state concesse gratis avremmo sbandierato lo scoop ai quattro venti con buona pace del rispetto per vittime e carnefici. Per cortesia, colleghi giornalisti, non facciamo le vergini. Il mercato esiste perchè c'è qualcuno che lo alimenta e la piccola Sarah Scazzi forse non merita anche questo ulteriore festival dell'ipocrisia.

L'INCHIESTA DI REPUBBLICA TV SUL CASO

giovedì 28 ottobre 2010

Nebbia.... e lieti eventi



Stamattina ho scattato queste foto. Nebbia, sole, campagna. Dissolvenze di una mattina di quasi inverno in cui, come l'avvicendarsi delle stagioni, c'è voglia di cambiamento. Così oggi è nato http://www.marcotoresini.it/, il nuovo indirizzo di un blog che vuol diventare grande. "L'armadio delle parole" qualche idea la sta maturando. Cercando di diraradare la nebbia e facendo spazio ai contenuti.

martedì 26 ottobre 2010

Storie, il signor dottore

Quando ho letto la notizia, poche righe ieri su un giornale nazionale, qualcosa mi diceva che era una grande storia. La storia del "signor dottore", di quelli che così ne "fabbricano" sempre meno: senza orari, disponibili "h24", senza domeniche e fine settimana, sempre in auto e in bici tra una visita e un ambulatorio.
Un tempo li chiamavano "medici condotti" ed erano autorità al pari del parroco, del sindaco, del conte. Oggi li chiamano "medici di base", scrivono le ricette col computer e non con quella calligrafia graffiata che solo il farmacista del paese sapeva decifrare, ma alcuni di loro hanno conservato lo spirito degli "antenati", il dna della dedizione, della professione no limits,  il senso della vocazione. "Sono un medico di campagna" diceva di sè Claudio Carosino, 59 anni, ucciso da un paziente domenica sera a Roncole di Busseto. Ammazzato da quel paziente, il Gianni Scaglioni, 78 anni,  malato e depresso, che il medico voleva visitare per un controllo dopo i malanni conseguenti al vaccino antinfluenzale. Era domenica, ma il dottor Claudio aveva detto alla moglie (disabile sin da prima del matrimonio, ma nonostante tutto era sempre stato un grande amore) che sarebbe uscito per una visita, poi sarebbero andati insieme a messa. Invece in quella campagna piovosa di Padania, il Gianni, che adorava il suo medico condotto, lo attendeva con un fucile in mano. La malattia gli aveva offuscato la mente e il dottor Claudio, medico di campagna tutto casa e pazienti, domenica sera è andato incontro alla morte, lui che aveva studiato tanto per aiutare la vita.
A Busseto in questi giorni è lutto cittadino, on line sul sito della Gazzetta di Parma sono raccolti commenti accorati e lacrime sincere, alla porta dell'ambulatorio del medico di campagna hanno appeso una  rosa rossa e in paese lo piangono come si piange un parente stretto, un benefattore, uno di casa. "Non ne troveremo più uno così" dicono nel paese di Verdi pensando alle telefonate nel cuore della notte e a lui che si alzava e andava al capezzale del paziente col pigiama sotto il vestito. Avrebbe potuto invocare la guardia medica, il 118, ma lui era un medico vecchio stile, di quelli fatti con uno stampo sempre più raro, così come è sempre più rara l'umanità in questo mondo che ci circonda, fatto di progressi e grandi balzi scientifici, ma in affanno quando si parla di rapporti umani, comprensione e disponibilità verso l'altro.
Il dottor Carosino, dunque, era dispensatore di una merce rara, di una medicina che non compri in farmacia, che forse manco ti insegnano all'università. Una medicina che ha il cuore di un uomo e il volto che si specchia in un altro volto: quello del prossimo. Onore al dottor Claudio...

lunedì 25 ottobre 2010

Troppo comoda dottor Marchionne

Sergio Marchionne ha lasciato la 500 e ha preso la ruspa per fare dell'Italia industriale un bel cumulo di macerie. Davanti a Fabio Fazio il manager della Fiat ha spiegato che senza l'Italia la sua azienda farebbe di più e meglio, dimenticandosi forse che senza l'Italia la sua azienda, le migliaia di braccia che hanno attraversato la penisola per approdare a Torino, senza lo stato che l'ha soccorsa nei momenti di difficoltà, non ci sarebbe stata.
Ha detto cose suffragate dalla verità dei numeri (la scarsa competitività del nostro paese è cosa nota) e dei fatti (che lavorare alla Fiat sia come lavorare in un ministero con tutti i difetti, le storture e i lassismi del caso non è un mistero per nessuno), ma dire che la Fiat in Polonia e in Brasile sta facendo meglio è una ovvietà. Provi, dottor Marchionne (si ricorda? Da questo blog le avevamo lanciato una lettera aperta in proposito)  ad esportare gli stessi diritti, salari e garanzie in Polonia e Brasile e poi ne riparliamo: sappiamo benissimo che esistono molti suoi colleghi che giocano a risiko con le aziende delocalizzando di volta in volta dove è più conveniente (oggi è la Repubblica di Moldova con salari da 300 euro al mese e zero tasse, domani sarà un'altra terrà di nessuno affamata di industrie e pronta ad offrire salari al limite dello sfruttamento fin quando fa comodo).
Certo in Italia esistono dei problemi: una politica industriale che latita, un problema di costi che, fa notare qualche suo collega, non è solo salariale, ma di energia, di fisco, di infrastrutture. Problemi che vanno risolti insieme ognuno per le proprie competenze. Se per i lavoratori sono finiti (se mai ce ne siano stati a 1.200 euro al mese) i tempi delle vacche grasse, mi sembra che il medesimo concetto fatichi ad essere recipito da molti suoi sodali che hanno affrontato la crisi chiudendo qui e aprendo altrove, facendo pagare all'industria i peccati commessi con la finanza., ottimizzando le perdite del guadagno facile a spese di una vera, lungimirante ristrutturazione industriale.
Così, caro dottor Marchione, lei avrà anche dato una salutare scrollata all'azienda Italia, ma per cortesia, non eluda le domande che Massimo Mucchetti oggi le rivolge in un commento sul Corriere.
"Tutti parlano - spiega Mucchetti - e non si capisce dove vada il Paese, lamenta Marchionne. Una frustata al radicalismo sindacale e al governo, che a parole sostiene l'azienda, ma poi non fa politica industriale. E tuttavia il capo della Fiat esercita anche lui un potere del quale dovrebbe rendere conto non solo agli analisti finanziari. Le domande s'affollano. Che cosa ha inventato di grande in quest'ultimo lustro la Fiat? Come lavora l'ufficio progetti? Quanto incidono i 10 minuti di pausa in meno o il sabato lavorativo in più sui margini di contribuzione dei diversi modelli? Come intende cambiare stabilimento per stabilimento, e con quale spesa, l'obsoleta struttura produttiva italiana? I mitici 20 miliardi in 5 anni vanno bene per introdurre, ma poi bisogna spiegarsi. Anche perché la Fiat non sta investendo al ritmo promesso. I molti, che hanno visto in Marchionne l'eroe della rinascita italiana, vorrebbero capirne di più. Il capo della Fiat dovrebbe rispondere in particolare ai sindacati moderati che gli hanno firmato una cambiale in bianco rischiando la propria reputazione. Promettere di avvicinare i salari Fiat a quelli francesi o tedeschi pare troppo bello per essere vero. Citare le percentuali del tesseramento per delegittimare il sindacato non è un pò superficiale? La Francia, assai meno sindacalizzata dell'Italia, sta mettendo in croce Sarkozy".
Insomma anche lei, dottor Marchionne, se vuole che gli sia riconosciuto il diritto di dire quello che ha detto, faccia la sua parte e non dimentichi di essere in Europa. Quell'Europa che sullo sviluppo industriale ha costruito il suo benessere, il suo progresso, il suo stato sociale che non sia solo sfruttamento. A me meno che non si voglia parlare di un'Europa che, con la scusa della crisi, vorremmo un po' più vicina al Terzo Mondo.





venerdì 22 ottobre 2010

Strage di Brescia: comunque vada sarà un successo

L'avvocato di parte civile, Renzo Nardin, non ha dubbi: "Adesso basta con le certezze morali, abbiamo bisogno di un gesto giudiziario, abbiamo bisogno di un riconoscimento ufficiale delle vittime, perchè non restino soltanto dei nomi incisi su una lapide".
Brescia attende il gesto giudiziario sulla Strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, 36 anni fa, rivissuti con tanti, troppi, non ricordo in 150 udienze e due anni di lavoro dalla Corte d'Assise di Brescia, davanti alla quale i pubblici ministeri Roberto Di Martino e Francesco Piantoni hanno chiesto quattro ergastoli per i neofascisti veneti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino e Maurizio Tramonte, e una assoluzione per Pino Rauti, ex parlamentare, negli anni '70 ispiratore della destra più dura. Che succederà ora? Arriveranno le condanne dopo tre lunghe istruttorie, una pioggia di processi e una raffica di assoluzioni? Se lo chiede una città (almeno quella che è rimasta vigile, nonostante tutto) e dovrebbe chiederselo anche lo Stato che da questo processo esce, comunque vada, con le ossa rotte, massacrato da servizi deviati e funzionari infedeli, da servitori dello Stato che sono approdati in aula senza che li sfiorasse il dubbio che forse fosse arrivato il momento di un franco confronto con la storia, di dire tutto perchè era attraverso quel tutto passa una sorta di riconciliazione nazionale, perchè attraverso quel tutto si possono finalmente seppellire le vittime di quegli anni bui. Invece un servitore dello Stato come l'ex generale dei Carabinieri Francesco Delfino, l'investigatore brillante che fece carriera per meriti conquistati sul campo, non ha sentito nemmeno il dovere di difendersi da quelle accuse che lo hanno portato alla richiesta di ergastolo.
Ma sarà ergastolo?  Sarà, finalmente, condanna? Saremo finalmente approdati a quella verità giudiziaria che, lo ricordiamo, deve punire gli esecutori materiali della Strage, non il contesto, che pare ormai acclarato, entro il quale si è sviluppata la strategia della tensione di quegli anni?
Sperare è umano, illudersi non è realistico. Soprattutto davanti ai tanti vuoti di memoria, veri o presunti, sbandierati in questi due anni di udienze, ai limiti oggettivi di una istruttoria realizzata con zelo e dedizione, ma arrivata a troppi anni di distanza dal fatto, con troppi morti  fra i potenziali indagati, con troppi muri di omertà ancora da abbattere, soprattutto all'interno delle istituzioni e, infine, con troppi depistaggi. Un'istruttoria che, nonostante lo sforzo di costruire una serie di riscontri oggettivi, poggia su fondamenta che, in passato e davanti ad altri tribunali, hanno conosciuto alterne fortune: la testimonianza di Carlo Digilio, lo zio Otto, l'ex informatore che sapeva molte cose, ma che forse ha parlato troppo tardi, quando era troppo facile mettere in dubbio la sua credibilità, minare la sua attendibilità, picconata anche dai giudici che ha Milano si sono occupati della Strage di Piazza Fontana.
Valutazioni, inutile nasconderlo, destinate a pesare in camera di consiglio anche a Brescia. Come andrà a finire, allora? Comunque vada, penso, sarà un successo. Sì, avete letto bene, un successo. Il successo della Brescia che non dimentica, della Brescia che tiene viva la memoria, della magistratura che non si rassegna. La rivincita, anche se non piena, verso quanti (anche noi, talvolta) pensano che una tragedia accaduta 36 anni fa possa, alla fine, non interessare più a nessuno se non solo ai reduci di quegli anni, ai testimoni, sempre di meno, di quelle macerie. Ma quelle 150 udienze solo li ha dirci che non è così.

L'ultima udienza sulla Strage



La richiesta delle pene

giovedì 21 ottobre 2010

Cattolici bresciani: un dibattito tra vangelo e potere

"Chi usa il cavallo finisce col pensare come chi possiede il cavallo"
Fra Pietro Angelerio Morrone, Papa Celestino V
(da Ignazio Silone "Avventura di un povero cristiano") 
"Credo che l'Occidente sia colpevole di sette grandi peccati: benessere senza lavoro, educazione senza morale, affari senza etica, piacere senza coscienza, politica senza principi, scienza senza responsabilità, società senza famiglia. E ne aggiungerei un altro: fede senza sacrificio. Quale è la soluzione? Sostituire i senza con altrettanti con"
Mustafà Ceric (Muftì della Bosnia) da un'intervista al Sole24ore
Chi conosce questo blog sa quanto sia alta l'attenzione al dibattito che coinvolge i cattolici in genere e i cattolici bresciani in particolare (basta inserire la parola "cattolici" nel motore di ricerca di questa "home" per avere un ampio campionario di tutto ciò). Mi sentivo quindi un po' in colpa nel non avere ancora dato conto della riflessione lanciata dal periodico "Città e dintorni" (pubblicazione edita dalla cooperativa Luigi Bazoli, voce di quella che nella Prima Repubblica veniva definita Sinistra Dc, che oggi può essere identificata come l'interprete del cattolicesimo democratico bresciano in politica e che, con il gusto della sintesi ardita, potremmo chiamare anche "Martinazzoli e dintorni" ). Un dibattito sui cattolici che ospitava nel numero maggio-agosto 2010 l'intervento di mons. Gabriele Filippini, ex direttore del settimanale diocesano La Voce del Popolo e oggi parroco, e di don Mario Neva, prete di frontiera (animò i primi gruppi che tentavano di togliere dalla strada le prostitute-schiave che arrivavano dall'Est Europa), uomo di cultura (fu assistente spirituale alla Cattolica). Non ne ho parlato prima e forse ho fatto bene, perchè da una felice intuizione del collega Massimo Tedeschi, che ha fatto sintesi di quegli interventi su Bresciaoggi, ne è nato un dibattito che ancora anima le pagine del quotidiano bresciano.

Cosa dicono i due sacerdoti di tanto dirompente? Don Gabriele Filippini (nella foto), di cui è stato pubblicato l'intervento fatto in occasione della presentazione del libro di Rosy Bindi "Quel che è di Cesare", parla del rapporto dei Cristiani con la politica, delle tentazioni temporali e della relazione con il potere. "Occorre che i cattolici in politica - scrive Filippini - siano il più possibile voci libere, coscienti della distinzione di ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare. Consapevoli che a Dio va il primato di tutto, a cominciare dalla coerenza nella vita privata. E a Cesare, a cui pure va un dovuto, va chiesto di esercitare un potere nella giustizia, nella equità e nella temperanza. (...) I cristiani in politica devono smascherare il potere quando chiama valori non negoziabili, quelli che sono soltanto interessi di parti della società. (...) Il rischio (per i cattolici, ndr) è quello di barattare la libertà del vangelo per un pugno di noccioline".

Parole forti, riflessioni stimolanti. Pacate valutazioni, però, se messe in relazione ai concetti espressi da don Mario Neva (foto) che ha spinto la sua riflessione sul terreno accidentato dei rapporti tra cattolici e Lega e sullo sdoganamento di fatto operato da Monsignor Antonio Fisichella in una intervista al Corriere della Sera all'indomani delle elezioni regionali. In quell'intervento diceva della Lega: "Anzitutto credo che dobbiamo prendere atto dell' affermarsi della Lega, della sua presenza ormai più che ventennale in Parlamento, di un radicamento nel territorio che le permette di sentire più direttamente alcuni problemi presenti nel tessuto sociale. Quanto ai problemi etici, mi pare che manifesti una piena condivisione con il pensiero della Chiesa".
Neva attacca Fisichella e spiega: "Monsignore... per favore, evangelica la Lega, con i suoi riti celtici, le sue bordate contro la Chiesa, il suo spirito anticonciliare, il suo provincialismo, il suo cristianesimo strumentale, il suo sottosviluppo culturale, il suo clientelismo montante, il nepotismo inaugurato dal leader ...? Venga qui tra noi, tra la gente, a sentire respirare questo grande spirito evangelico leghista (...) parlare di spirito anti-evangelico della Lega e della gestione del potere in Italia e in Lombardia è diventato un dovere della coscienza. Il suo intervento, monsignore, fa sì che rimarremo in pochi a protestare, tra qualche anno saremo profeti. (...) Ricordo solo che da cinquant'anni, nel concilio, in tutte le sue attività pedagogiche, la Chiesa predica contro il potere del denaro, dell'apparire, del consumismo, dell'uso strumentale della donna, dei media. Mi chiedo se la vostra è sintonia o convenienza".
Propugnatore di una terza via dei credenti in politica, in cui i cattolici non si compattino sul potere (come, osserva don Neva, sembra ispirare il cammino di Cl) ma sul Vangelo, il "prete scomodo" conclude: "Sarebbe ora che i credenti si coalizzassero in Italia per una terza via e si ponessero a servizio dell'Unità d'Italia, della giustizia sociale, della potezione della vita e della maternità, dell'investimento a favore dei giovani, del lavoro e della famiglia, della realizzazione di una società multiculturale e multietnica, con respiro europeo e mondialista. Una terza via degna della storia furura, ispirata da un vangelo dell'amore e non del potere".


Parole dure, quasi un manifesto che su Bresciaoggi, così come sulla Voce del Popolo, hanno scatenato il dibattito. Ad iniziare dall'intervento di Graziano Tarantini (foto), elemento di spicco a Brescia di Cl, vicepresidente della Banca Popolare di Milano, presidente del consiglio di sorveglianza della multiutilty A2A, che il 13 ottobre non ha lesinato critiche ai due sacerdoti, bollando come ideologica la loro analisi della realtà, permeata da troppo moralismo, arrivando a chiedersi se a Brescia vi sia spazio e libertà per i sacerdoti di esprimere opinioni diverse. E la lettera di Tarantini ha suscitato ora la replica di Mario Neva su Bresciaoggi, ora l'intervento critico di un uomo di curia come don Mario Benedini, dell'ufficio pastorale sociale, su La Voce del Popolo. Oggi, infine, la controreplica di Graziano Tarantini sempre su Bresciaoggi che  bolla come offensiva e cattiva l'autodifesa di don Neva, mentre, a far da corollario, in questi giorni, ci sono stati interventi sparsi di esponenti della Lega e del Pd.
Insomma un bel turbine di opinioni che ha il pregio di portare un po' di aria nuova in stanze che sono rimaste chiuse per troppo tempo, forse per paura, probabilmente per convenienza. Un salutare scrollone per un cattolicesimo bresciano che tiene le posizione senza accorgersi che la rupe sulla quale si è arroccato (spesso a tutela dei propri interessi) forse si sta sgretolando, per un mondo che non coglie i disorientamenti di tanti fedeli, di tanti preti, di tante realtà educative che operano nel sociale e tra la gente. Ben venga il dibattito se questo aiuta discernere tra ciò che è di Cesare e ciò che appartiene a Dio. Senza drammi e senza lutti, perchè la fede è sacrificio, perchè interpretare il mondo è speranza e perchè la coerenza evengelica e sociale è una conquista quotidiana.
Come la penso, io, ammesso che, se avete avuto la pazienza di arrivare fino a questo punto, abbia un qualche interesse saperlo? Vi posso solo dire che le due frasi con le quali è stata aperta questa riflessione non sono state scelte a caso.

martedì 19 ottobre 2010

Adro: Cadei, il preside rock. Firmato Celentano




Gianluigi Cadei e Adriano Celentano. L'ex insegnante di ginnastica prestato alla dirigenza scolastica e l'ex molleggiato prestato alla società civile con i suoi sermoni. Il preside della scuola di Adro, colui che ha rimosso i simboli, l'uomo solo al comando di una pattuglia di ciclisti in cui nessuno, alla fine aveva voglia di affrontare la salita e l'ultimo strappo fino al traguardo, e il cantante-predicatore che ogni tanto lascia il suo rifugio ed esterna sull'Italia e gli italiani.
Così come ha fatto oggi sul Corriere della Sera in un intervento lungo una pagina che Ferruccio De Bortoli, il direttore, pubblica prendendo le distanze da qualche opinione forte, ma rispettando la sua libera espressione. Rock e slow, ecco dunque l'Italia di Adriano, un'Italia che come molti in queste settimane non può non fare tappa anche ad Adro, alla scuola dei simboli leghisti. Così se Bossi è slow, Gianluigi Cadei è rock, molto rock.
"Il Bossi-lento - scrive Adriano Celentano - se ne è guardato bene dal togliere quella miriade di falsi simboli con i quali il Sindaco leghista ha tappezzato la scuola di Adro. Ha dovuto pensarci il Preside. Bravo Preside! Tu sì che sei Rock! Con quei falsi simboli, c'era il rischio che gli abitanti del simpatico paesino si domandassero un giorno chi sono e da dove vengono"...
 Buona fortuna, preside Rock.

lunedì 18 ottobre 2010

Gabanelli, censure e giornalismo alla deriva

Premessa: ieri sera lavoravo e non ho visto report di Milena Gabanelli. Ma le polemiche che hanno accompagnato la puntata ci danno lo spessore del giornalismo, di come è inteso e dell'autorevolezza che si è conquistato in Italia.
Mi chiedo cosa sarebbe successo se ci fosse stato fra "gli uomini del presidente" un avvocato Ghedini anche ai tempi dello scandalo Watergate, ma forse oltre oceano, una figura del genere non sarebbe nemmeno concepita. Perchè solo in Italia l'opacità vera  (non diversa da quella evocata per la genesi delle ville ad Antigua del presidente del Consiglio) è quella tra politica e giornalismo, imprenditoria e media. Di chi è la colpa? Dei giornalisti innanzitutto, una categoria che in questi anni, complice la congiuntura, si sta costruendo un declino sicuro sul fronte della credibilità, della trasparenza, dell'indipendenza (un esempio: sapete su quali argomenti vertono maggiormente le sanzioni dell'ordine dei giornalisti? Sul rapporto non sempre trasparente tra giornalisti e pubblicità). Di avvocati Ghedini è pieno il mondo, magari non laureati in legge, ma semplicemente in scienze della comunicazione, che spesso è la scienza di fare lobbing attraverso i giornali. Basta poco, spesso solo un buon ufficio stampa ed il gioco e fatto. E da giornalisti possiamo solo rimproverare noi stessi per aver perso una bussola che ora è difficile da recuperare.
Ci hanno vestito con delle casacche colorate e messo in squadra: a destra o a sinistra. Così è più facile, a torto o a ragione, bollarci come dei servi, minare il lavoro che molti continuano a fare con scrupolo. E spesso, è accaduto anche in questo caso, invece di difendere, a prescindere da come la si pensi, il lavoro d'inchiesta dei colleghi ecco la censura, l'insinuazione, l'accusa delle accuse: il falso moralismo.
Spiega Sallusti, il direttore del Giornale: "La procura di Roma avrebbe acquisito la perizia sul reale valore della casa di Monte­carlo venduta da An via off­shore e finita al cognato di Fi­ni. Sarebbe tre volte tanto il prezzo pagato. La questione si arricchisce così di un nuo­vo tassello che per quanto ovvio ha la sua importanza. E dimostra come il presiden­te della Camera abbia m­enti­to sulla dinamica e sul conte­nuto della vicenda. Siamo ri­masti soli a chiedere che si faccia luce. Poco male, fin dall'inizio le grandi firme del giornalismo d'inchiesta e i campioni di moralismo, quelli che alla casta gli spez­zerebbero le reni, si sono af­fannati a ce­rcare smentite in­vece che investigare per tro­vare conferme. Non ce l'han­no fatta ma non si danno pa­ce. A dare loro manforte è scesa in campo ieri sera an­che Milena Gabanelli, la se­gugia di Report , in prima se­rata su Raitre. La Gabanelli è una brava giornalista, non c'è dubbio. Ma ha un difetto: i suoi dos­sier ( pardon, i giornalisti de­mocratici fanno solo inchie­ste) sono a senso unico. Ha fatto le pulci a mezzo centro­destra, è stata alla larga da qualsiasi cosa possa portare dalle parti della sinistra. Quindi anche da Gianfran­co Fini. Peccato, con il suo in­tuito avre­bbe dato una gros­sa mano alla ricerca della ve­rità. A parte quella, però, le case le interessano. Anzi, è attratta da una in particola­re, che guarda caso è di Sil­vio Berlusconi. Altro che i settanta metri quadrati di Montecarlo, parliamo di una reggia costruita ad Anti­gua".
L'esito di tutto ciò è che sia il lavoro della "comunista" Gabanelli come quello del "berlusconiano" Sallusti finiscano per essere bollati come inchieste di parte al di là di quella ricerca di trasparenza che aveva ispirato entrambe. Faziosità e giornalismo non vanno d'accordo, aprono le strade ai tanti Ghedini che popolano l'Italia, dai piccoli comuni (con tanti sindaci di destra e sinistra che confondono il consenso popolare con il salvacondotto per dire e fare cazzate) alle grande città. Così si giustificano silenzi (quanti no comment hanno raccolto i collaboratori di Report da amministratori e politici, compresi quelli bresciani?), si fanno melina, si eludono, con l'arroganza di chi passa con il rosso e fa pure il gestaccio al vigile, quelle richieste di trasparenza e spiegazioni che non dovrebbe essere esigenze del giornalista, ma dell'opinione pubblica. Qualcuno mi dirà: sei il solito moralista (i nuovi liberi pensatori dell'era moderna, si sa, hanno messo al bando parole come morale, etica, coerenza e guai a contraddirli). Qualcunn altro mi vaticinerà che mi estinguerò presto. Poco male. Intanto sfoglio il giornale e leggo della lista dei regali ricevuti da Toni Blair durante la permanenza a Downing Street e riscattati (pagando di tasca propria) dall'ex premier a fine mandato. Quella banale lista di orologi e altre amenità è stata chiesta al Cabinet Office dalla Commissione per la libertà d'informazione. Perchè in Gran Bretagna, la libertà di informazione è una questione di stato....
God save the queen.

CLICCA QUI E GUARDA LA PUNTATA DI REPORT

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GIUSTO PER RINFRESCARCI LA MEMORIA....

giovedì 14 ottobre 2010

Il minatore Sepùlveda e i dannati di Marcinelle

"La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla".
(Luis Sepùlveda)
Si chiama Sepùlveda, come Luis, lo scrittore, ma lui ama defininirsi solo "Mario Antonio Sepulveda, lavoratore, minatore". E' diventato un eroe "Mario Antonio Sepulveda, lavoratore, minatore", come Carlos Barrios o Florencio Avalos, Mario Gòmez o Dario Segovia, i 33 minatori liberati dalle viscere della terra nella miniera di San Josè (Cile) dopo oltre due mesi fa di prigionia forzata. Una miniera di oro e rame una miniera nella quale, sotto l'occhio delle telecamere, si è celebrata la festa di un popolo, il riscatto di un lavoro duro, la vittoria della determinazione e dell'ingegno. Mario Sepùlveda, che le cronache ormai chiamano SuperMario, all'uscita ha distribuito souvenir, frammenti di quella roccia che li aveva sepolti. Forse avrebbe anche voluto distillare gocce di sudore, di quel duro lavoro, forse avrebbe voluto distribuire lacrime che hanno fatto passare una intero popolo dalla disperazione alla gioia transitando per la speranza. Ha distribuito invece pillole di saggezza: "Noi non intendiamo essere trattati come personaggi. Io sono e resto Mario Antonio Sepùlveda, lavoratore minatore"; "Laggiù stavo con Dio e con il demonio. Entrambi hanno lottato per avermi, ma ha prevalso Dio. In nessun momento ho dubitato che lui mi avrebbe tirato fuori"; "Noi minatori non siamo più i derelitti di cento o duecento anni fa, siamo persone istruite e competenti, con le quali ci si può sedere a chiacchierare in qualunque tavola del Cile". Ha ragione Mario il minatore: ieri a San Josè si è celebrato il riscatto di un lavoro maledetto, fatto spesso di freddo e paura. I 262 lavoratori sepolti a Marcinelle da lassù hanno forse trepidato per i 33 inghiottiti dal fato a San Josè. E loro, uomini di un Cile il cui riscatto inizia dalle viscere della terra, gli hanno tributato il più alto degli omaggi: mai più un'altra Marcinelle, mai più un minatore solo e maledetto, mai più i dannati di Germinale.
Grazie Mario Antonio Sepùlveda, minatore. Minatore e un po' sognatore. Come l'altro Sepulveda. Luis, lo scrittore.







mercoledì 13 ottobre 2010

Ciao Renato, cane sciolto del giornalismo bresciano

Si è sempre più poveri in questo mondo in bilico tra il silenzio e il conformismo. Si è sempre più poveri quando se ne vanno persone come Renato Rovetta, 68 anni, ex maestro elementare, giornalista per passione, fuori dal coro per vocazione, spirito libero per scelta. A Brescia era stato uno che amava andare contro corrente con i suoi scritti, sulle riviste alle quali aveva collaborato, nell'ultima invenzione che aveva curato e coccolato e che, al solito, precorreva i tempi. Era un blog negli anni in cui non esistevano le vezzosità di widget policromatici e altre diavolerie del genere. Era un blog un po' ruspante nella grafica, ma graffiante nella sostanza, caustico nello stile, divertente nella forma, intrigante nel gossip. Si chiamava Bresciablob e si è progressivamente spento con l'avanzare della malattia, sempre più invalidante, che stava piegando anche se non domando il suo autore (tanto che a lei Renato dedicò l'ultimo commovente scritto "Diario di un ischemizzato creativo"). Creativo lo è stato sempre Renato, così come critico e consigliere con noi che muovevamo i primi passi nel mondo del giornalismo.
Oggi, cercando di recuperare frammenti di Bresciablob in qualche recondito angolo della rete, mi sono imbattuto in una serie di giudizi su di lui e su uno dei suoi scritti clandestini: "Tangentopoli a Brescia - Novanta", una delle tante storie scovate in questa Brescia dei misteri e dei poteri.
Scriveva Mino Martinazzoli: "...non tema, Rovetta, di risultare straniero in questa città, perchè, tutto sommato, c'è scritto anche nella Bibbia che Dio protegge gli stranieri...sono pagine che colgono nel segno un notevole risultato di satira politica, qualche cosa di divertente davvero e mi sono divertito molto, come ormai raramente mi accade...sarà un libertino, ma è una persona libera, direi: c'è ormai così poca dimistichezza con la libertà che uno rischia di essere definito libertino non appena ne usa un poco...non è che Rovetta contesta: questo l'ha fatto in gioventù pagando, credo, costi atroci...lui è contro tutti: non si sa poi dove vada a dormire la sera e chi gli dia ospitalità perchè proprio non c'è redenzione...una dimostrazione di una capacità di analisi satirica assai intelligente e insieme 'pietosa'...pagine che sono, almeno per me, una notevole boccata d'ossigeno".
Ciao Renato, cane sciolto del giornalismo bresciano, esemplare di una razza in via di estinzione. Grazie per le boccate di ossigeno che ci hai dato, per i sorrisi, per i consigli e, soprattutto, per la stima sincera che ci hai regalato e che ancora ci onora.


UNA CANZONE D'ADDIO PER RENATO...

sabato 9 ottobre 2010

Afghanistan, se questa non è guerra


Altri quattro soldati italiani sono morti in Afghanistan in un agguato talebano. Forse ci diranno che è il prezzo da pagare per l'interposizione pacifica, per restituire il paese asiatico alla democrazia. Il 26 agosto Bresciaoggi pubblicò un reportage di Davide Cordua  tra le truppe italiane in quelle zone ed un soldato bresciano spiegava senza problemi di quanto fosse rischioso scavare trincee in quelle terre aride, di quanto fosse rischioso schivare le pallottole dei talebani, di quanto fosse indispensabile rispondere al fuoco per non soccombere. Vi propongo qui sotto un reportage ospitato da Globalpost, sito giornalistico americano che raccoglie, come piattaforma multimediale servizi e articoli di qualità dal mondo. Dopo averlo visto si può fare solo una condiderazione: per favore chiamiamo queste cose con il loro nome, non facciamo troppi giri di parole. Per favore, chiamiamola guerra. Per onesta con le nostre coscienze e per correttezza nei confronti dei ragazzi morti nell'ennesimo agguato talebano.



venerdì 8 ottobre 2010

Giornalisti: facciamoci un dossier

Lo confesso: anche io ho un armadio pieno di dossier fatti di sentenze, atti giudiziaria documenti, visure camerali, articoli di giornali. Roba un po' datata ma innocua. Vedere oggi giornalisti quotati e capaci finire sotto indagine col sospetto di aver utilizzato attività di dossieraggio per fare "violenza privata", non fa certo onore alla categoria. Così come non fa onore alla categoria, quel mix di giornalismo e potere, quel retroscena spurio che emerge oggi leggendo, ad esempio, le carte sintetizzate da Fiorenza Sarzanini sul Corriere, tra editori, portavocedi uomini pubblici e politici, uffici stampa, notizie stoppate e condizionamenti. Una brutta pagina di giornalismo, insomma.


Una brutta pagina che finisce per oscurare chi il giornalismo lo fa per davvero e con passione, magari in terre ad alta densità criminale come la Calabria, senza scorte e con un'unica arma: la penna. Ieri sera ad Annozero ne abbiamo visto dei bei esempi: volti giovani, volti entusiasti anche se impauriti. E la nuova speranza della professione. Che non ha bisogno di cattivi maestri.

Sarah Scazzi: la diretta tv che sconvolge (seconda parte). Da Grasso a Gramellini

Rieccoci a parlare della povera Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana (Taranto) uccisa e violata dallo zio, rieccoci a riflettere sulla tv verità, su questo epilogo raccontato in diretta dalla trasmissione "Chi l'ha visto?" che trasmetteva proprio a casa dello zio carneficie alla presenza della madre della ragazzina. Alcuni di voi sono intervenuti nel dibattito lasciando un commento al posto precedente e oggi voglio arricchire il tema segnalandovi due commenti sicuramenti più autorevoli del mio: quello di Aldo Grasso critico televisvo sul Corriere della Sera e quello di Massimo Gramellini su la Stampa.
Aldo Grasso spiega che (clicca qui per leggere il testo integrale) ci troviamo davanti ad un "delitto perfetto", a quella congiuntura astrale che, a livello mediatico, ogni programma tv vorrebbe avere, a quella notizia che ogni professionista avrebbe voluto dare in diretta. E in un mondo fatto di immagini, forse mercoledì sera non poteva succedere qualcosa di diverso da quello che è accaduto. "Con le telecamere ormai accese 24 ore su 24 - spiega Grasso -, in una società organizzata attorno ai media, nella piena consapevolezza che ormai gli strumenti multimediali rappresentano il nuovo ambiente in cui viviamo, è inutile chiedersi se questo strazio collettivo in diretta andasse fermato o no. Da tempo viviamo nel post-Vermicino. Quando la Sciarelli si premura di dire alla mamma di Sarah, Concetta Serrano, se desidera interrompere il collegamento compie un gesto di estrema delicatezza, ma manda, contemporaneamente, un’indicazione linguistica: questo non è un reality, questa è tv verità. Il fatto è che la verità non sembra mai vera, si vorrebbe dire di no alla verità dell’apparenza, spegnendo le telecamere, nella speranza che ci sia una verità diversa dell’essere".

Massimo Gramellini, invece, (clicca qui per leggere il suo "Buongiorno") spiega che siamo vittime di una macchina del dolore che "si nutre di casi umani e in cambio macina numeri dell’Auditel, quelli che fanno la gioia e il fatturato dei pubblicitari. Loro, i burattinai. Gli altri - giornalisti, pubblico, ospiti - i burattini. Colpevoli, naturalmente, ma solo di non avere la forza di strappare il filo".
In un mondo così anche noi giornalisti, per Gramellini, abbiamo però qualche colpa: "Federica Sciarelli è una giornalista in gamba -scrive - e una persona perbene, ma forse ha mancato di freddezza. Avuto sentore della notiziaccia, avrebbe dovuto mandare la pubblicità e soltanto dopo, lontano dalle luci della diretta, rivolgersi alla madre in pena, invitandola ad allontanarsi dal video e a chiamare i carabinieri. Una questione di rispetto, ma in questa società di ego arroventati chi ha ancora la forza e la voglia di mettersi nei panni del prossimo, guardando le situazioni dal suo punto di vista? Noi giornalisti siamo colpevoli di abitare il mondo senza provare a cambiarlo ed è una colpa grave, lo riconosco. La consapevolezza del potere dei media accresce le nostre responsabilità, ma non può annullare completamente quelle degli altri. Mi riferisco anzitutto agli ospiti dei programmi. Il presenzialismo televisivo della mamma di Sarah ha l’attenuante della buona fede. Ma fino a qualche anno fa i parenti delle persone scomparse andavano in tv per il tempo minimo necessario a leggere un comunicato o pronunciare un appello. Poi si ritiravano nel loro sgomento. Adesso non trovano di meglio che bivaccare per giorni e giorni in tv: non davanti al video ma dentro. Spalancando alla prima telecamera di passaggio la stanza della figlia scomparsa e accettando di partecipare a una trasmissione come «Chi l’ha visto?» dalla casa del cognato, sul quale in quel momento già gravavano forti sospetti".
Ma questa signora, continua Gramellini, cresciuta a pane e tv è rimasta stregata da questa macchina del dolore che forse la cullava nella speranza di poter riavere la figli. Ma il vero scandalo stava altrove.
"Giornalisti emotivi, tronisti del dolore - conclude l'acuto giornalista della Stampa -. Il ritratto di famiglia è quasi completo. Manca l’ultimo tassello, forse il più importante. I telespettatori. Le tante prefiche guardone che sputano sentenze dal salotto di casa. Ah, quanta sacrosanta indignazione! Peccato che durante il melodramma il pubblico di «Chi l’ha visto?» sia più che raddoppiato. Erano talmente occupati a indignarsi che si sono dimenticati di compiere l’unico gesto che potrebbe davvero cambiare questo sistema fondato sul pigro consenso del popolo: spegnere il televisore".

giovedì 7 ottobre 2010

Sarah Scazzi: la diretta tv che sconvolge


La chiamano tv verità, ma forse è solo il dolore messo in piazza. Federica Sciarelli, come accadde per i fratellini di Gravina di Puglia nel 2008, gongola per aver potututo ospitare in diretta tv la svolto di un'indagine che rappresenta da sempre il core business di una trasmissione come "Chi l'ha visto?", ma le immagini di ieri sera sul caso di Sarah Scazzi, la ragazza 15enne scomparsa da Avetrana in provincia di Taranto a fine agosto  e, si è appreso mercoledì sera, uccisa dallo zio (nella foto sopra con la nipote) dopo essere stata violentata, lasciano un po' interdetti. Vedere la madre di Sarah ammutolita, travolta dagli eventi, dai lanci d'agenzia che parlavano prima del ritrovamento di un cadavere e poi delle ricerche del corpo, vederla seduta al tavolo della casa dell'uomo che era sotto interrogatorio da ore e che, di lì a poco, sarebbe diventato indagato per l'omicidio della figlia, spiazza chiunque e l'interrogativo è sempre quello: è giusto non contravvenire mai alla regola aurea del "show must go on", lo spettacolo deve continuare, sempre e comunque?
Di mestiere faccio il giornalista, probabilmente se fossi stato al posto della Sciarelli avrei fatto altrettanto, i dati dell'auditel sicuramente confermeranno la bontà di questa scelta, una scelta di spettacolo, spettacolo del dolore, cronaca vera dei bassi istinti, che con l'informazione ha poco a che fare (per fare informazione bastava togliere dal video la madre, permetterle di capire lontano dalle telecamere il dramma che si stava consumando e continuare ad informare in diretta sugli sviluppi della vicenda). Non sono in grado quindi dare una chiave di lettura di quello che è accaduto ieri a "Chi l'ha visto?", aiutatemi voi. Urge dibattito, come ai cineforum...





RICORDI DI SARAH PRIMA DEL RITROVAMENTO DEL CORPO

mercoledì 6 ottobre 2010

Adro, i cimeli.

Chissà, forse fra mezzo secolo saranno pezzi da collezione. Come i volantini (nella foto sotto) che Gabriele d'Annunzio il 9 agosto del 1918 e la sua pattuglia alata sparsero su Vienna spiegando che, dicono le cronache: «Il volo avrà carattere strettamente politico e dimostrativo; è quindi vietato di recare qualsiasi offesa alla città ... Con questo raid l'ala d'Italia affermerà la sua potenza incontrastata sul cielo della capitale nemica. Sarà vostro Duce il Poeta, animatore di tutte le fortune della Patria, simbolo della potenza eternamente rinnovatrice della nostra razza. Questo annunzio sarà il fausto presagio della Vittoria».


Chissà, forse fra mezzo secolo quei "Soli delle Alpi" che decorano banchi e zerbini, cestini e cartelli della scuola Gianfranco Miglio di Adro, voluti dal Vate della Padania il sindaco Oscar Lancini, saranno quotati come pezzi di storia, come prove tecniche di federalismo come frutto del "carattere strettamente politico e dimostrativo" di questa telenovela che ha fatto discutere l'Italia intera. Sembra di stare in volo su Vienna come 92 anni fa, ma si sta solo sorvolando l'Italia che scalpita a Nord come se fosse ancora austro-ungarica. In queste ore si decide se e come rimuovere quei Soli, come farli tramontare dalla scuola. 

Ma, inconsapevolmente, li si sta destinando all'immortalità. All'immortalità dei cimeli, alla sacralità dei simboli e delle liturgie. Come gli ex voto e le ampolle del dio Po riempite al Monviso e usate a Venezia, come l'acqua del Giordano nella Bibbia, per battezzare i novelli messia della Padania. 
Li vedremo, quei simboli, sfilare in processioni di verde vestite, elevati in ostensori tra fedeli cantanti "Noi vogliam Bossi che è nostro padre, noi vogliam Bossi che è nostro re"? Li vedremo portati sui prati di Pontida, come i fili spinati delle trincee della grande guerra diventati corone di spine per i Gesù crocifissi di alta quota? Li vedremo racchiusi in teche d'oro in qualche rito di tradizione celtica?
Chissà... Certo è che i Soli delle Alpi destinati a lasciare la scuola di Adro rischiano di diventare delle reliquie (anche dei feticci dall'oscuro destino, visto che qualcuno non certo leghista ha già lanciato su Facebook il gruppo "Lo zerbino di Adro lo prendiamo noi gratis"). Rischiano di essere santificati alla battaglia del Federalismo, consacrati al motto del "padroni in casa nostra". A questo punto perchè non metterli all'asta e magari ricavare un po' di ossigeno per le casse asfittiche del comune della Franciacorta? C'è solo l'imbarazzo della scelta sul negozio virtuale: dall'interclassista eBay all'aristocratica  Sotheby's. Paga la Padania, ovviamente.




martedì 5 ottobre 2010

La "bomba" di De Bortoli e il giornalismo che cambia

Ferruccio De Bortoli è il direttore del Corriere della Sera. Chi giornalista non è avrà scoperto andando in edicola che la scorsa settimana uno fra i più autorevoli quotidiani d'Italia non è uscito per un paio di giorni, chi frequenta il web avrà trovato il suo sito non presidiato per 48 ore. Colpa della "bomba" (in senso metaforico, ovviamente) lanciata da Ferruccio De Bortoli (nella foto sotto) in redazione.

Una bomba-carta visto che si trattava di una lettera. Una lettera senza se e senza ma che è entrata a gamba tesa nella vita del quotidiano di via Solferino, scombinandone schemi, equilibri, rapporti, consuetudini e liturgie. Il Corriere per i giornalisti è come la Fiat per i metalmeccanici, un po' un mondo a parte, ma anche un punto di riferimento. Ecco dunque che la lettera di De Bortoli non può non far riflettere la categoria. Sorvolerei sull'opportunità o meno, dal punto di vista sindacale, di una presa di posizione simile, che sa molto di pistola puntata alla tempia, di mossa per innescare scontri generazionali e minare conquiste (qualcuno li chiama privilegi, ma non mi sembra corretto nei confronti di chi ha lavorato per ottenerli) maturate negli anni. Voglio andare alla sostanza, agli interrogativi che muove alla nostra professione.
"L'industria alla quale apparteniamo - scrive - e la nostra professione stanno cambiando con velocità impressionante. In profondità. Di fronte a rivolgimenti epocali di questa natura, l'insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso. Questo ormai anacronistico impianto di regole, pensato nell'era del piombo e nella preistoria della prima repubblica, prima o poi cadrà. Con fragore e conseguenze imprevedibili sulle nostre ignare teste.

Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. (...) Non è più accettabile l'atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l'affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l'edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell'edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell'impresa e del lavoro". Boom...
Insomma il compassato direttore del Corriere sembra aver perso la pazienza, dicendo però una cosa che è davanti agli occhi di tutti: "L'editoria deve cambiare". Già qualcuno, come Giuliano Cazzola (parlamentare Pdl ed economista), si frega le mani perchè la crisi sta abbattendo i privilegi della Casta dei giornalisti (mentre quella dei politici, ahinoi, sembra al riparo delle intemperie), ma il tema non è sindacale (questa è materia per Comitati di redazione), ma culturale.
Il giornalismo deve cambiare non perchè De Bortoli vuole fare il bello e cattivo tempo con i giornalisti del Corriere, ma perchè chi fa il giornalista oggi deve saper essere multimediale, capace, cioè di veicolare la stessa notizia su media diversi, che richiedono tecniche, approcci, contenuti diversificati. Un cambiamento che è il ticket da pagare alla sopravvivenza, ma che fatica a farsi largo in molti colleghi, più proiettati verso il "tiriamo a campare" fino alla pensione che verso l'idea di essere interpreti e protagonisti fino in fondo del cambiamento. Sembra di assistere alle difficoltà che vent'anni fa ebbero molti quando dalla tecnologia a caldo, dalle linotype e dalle macchine da scrivere, si passò al computer e alla tecnologia a freddo per produrre i giornali. Passaggi epocali, ma inevitabili. Che si affrontano con entusiasmo e voglia di essere protagonisti o si subiscono con il fatalismo del condannato a morte. E non serve essere smanettoni, basta essere un po' realisti, basta fare fino in fondo il nostro mestiere: quello di interpretare, capire e conoscere la realtà. De Bortoli lo ha detto ai giornalisti del Corriere, ma la lettera è stata recapitata a ciascuno di noi e al tavolo di confronto auspicato dal direttore del quotidiano di via Solferino dovrebbero sedersi tutti quanti amano questo mestiere. Dovrebbero sedersi anche gli editori, che questo mestiere lo coordinano e lo plasmano in impresa, spogliandosi, magari, del peccato originale di amministrare un gruppo editoriale come una normale fabbrica di saponette, facendo finta che sia la stessa cosa, tagliando solo i costi e non trovando il coraggio di scommetere nel futuro con investimenti innovativi e mortificando le professionalità solo perchè in età di prepensionamento. Insomma, facendo gli editori come - si diceva un tempo - i "padroni delle ferriere". Ma questa, purtroppo, è un'altra storia.