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martedì 6 settembre 2011

I funerali di Mino Martinazzoli e le due facce della Repubblica


Profumavano di Prima Repubblica oggi pomeriggio i funerali di Mino Martinazzoli  a Brescia. Vedere sul sagrato del Duomo cittadino, mentre il feretro dell'ex ministro democristiano lasciava il cuore della città verso il cimitero di Caionvico, a due passi dalla sua casa, l'incedere stanco di Gerardo Bianco, lo sguardo smarrito di qualche parlamentare bresciano coetaneo dello "Strano democristiano" di Orzinuovi, la faccia smunta di Guido Bodrato, il volto segnato dalla vecchiaia di Virginio Rognoni o dei cantori della politica di quei tempi come Nuccio Fava, storico direttore e commentatore del Tg1, o Giovanni Minoli che proprio nelle ore dell'addio ha riproposto un contributo televisivo sul politico bresciano faceva un po' tv in bianco e nero, come se Jader Jacobelli dovesse improvvisare proprio lì l'ultima tribuna politica.
Mischiati a quei volti canuti, i politici di oggi, Pierluigi Bersani, Marco Follini, Rosy Bindi, Pierferdinando Casini, quelli che in un modo o nell'altro ne hanno raccolto l'eredità difficile in una politica tanto cambiata da apparire diversa, nella forma e nella sostanza. Certo su quel sagrato c'erano i reduci di una Prima Repubblica spazzata via da Tangentopoli, ingrigita dagli avvisi di garanzia e dalle lotte di corrente, quella che si trova compatta giusto dietro la bara di uno che di quelle lotte intestine ne avrebbe fatto volentieri a meno, che i provvedimenti giudiziari li ha visti invadere il salotto buono della politica italiana rimanendo attonito come si guarda un'esondazione prendere possesso, violenta e inarrestabile, della propria casa.
Certo su quel sagrato c'era la prima vituperata Repubblica, c'era mezza piazza del Gesù (quella ancora vivente vigile e collaborante perchè il tempo passa per tutti), ma sembrava che mancassero gli eredi (ad eccezione di qualche leader dell'opposizione in parlamento e qualche politico locale di maggioranza), gli eredi di una classe dirigente che, sia pur con tanti limiti, sapeva essere lungimirante, sapeva guardare oltre. Oltre se stessa, oltre il proprio consenso elettorale, sapeva costruire, come fecero i padri costituenti, qualcosa di duraturo. Mancava, lo hanno notato in molti, un rappresentante del Governo, oggi troppo impegnato, forse, nella politica del fare e del disfare, del mulinare senza costrutto, del seminare il nulla e raccogliere il niente. Se non fosse stato per l'imponenza dei corazzieri a fianco della corona della Presidenza della Repubblica (quasi commovente poco più in la  il piccolo cuscino di fiori con la scritta Giorgio Napolitano) sembrava quasi che mancasse lo Stato, quello tanto distratto da scialacquare la parte buona di un'eredità e tanto supponente da ritenere di non meritare maestri. Quello che pochi mesi fa fece dire ad un uomo di buon senso come Mino Martinazzoli "Vedo il declino, non la via d'uscita". Così mentre il suo feretro lasciava la piazza, guardavi quegli scampoli di Prima Repubblica affollare il sagrato del Duomo e ti assaliva un atroce pensiero: stavamo meglio quando stava peggio?

Omelia Ai Funerali Di Mino Martinazzoli

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