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lunedì 7 marzo 2011

Riforma della Giustizia: c'è qualcosa che mi inquieta nel poliziotto con la toga

Sarà anche una riforma epocale quella annunciata da Berlusconi sulla giustizia ma, in attesa dei dettagli, mi inquieta una cosa: un pubblico ministero sempre meno giudice e sempre più funzionario di polizia. La completa divisione delle carriere tra giudice e pubblico ministero e la sostanziale figura della pubblica accusa destinata a diventare, nel nome della parità con la difesa, una figura a metà tra un avvocato dello stato e un alto funzionario di polizia, un po' mi turba.
Perchè? Perche mi chiedo se sopravviveranno in tutta la loro pienezza due articoli importanti del codice di procedura penale: il 326 che spiega come "il pubblico ministero e la polizia giudiziaria svolgono, nell'ambito delle rispettive attribuzioni, le indagini necessarie per le determinazioni inerenti all'esercizio dell'azione penale" e, soprattutto, il 358 secondo il quale "il pubblico ministero compie ogni attività necessaria ai fini indicati nell'articolo 326 e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini".
Insomma, fino ad ora, nel nostro sistema giudiziario, che per molti sembra la diretta derivazione della santa inquisizione ma che rappresenta ancora un modello a livello europeo, il pubblico ministero è il primo giudice di ogni cittadino indagato, la prima persona tenuta a chiedersi se l'uomo o la donna che si trova davanti è colpevole o innocente. Un principio che al di là dei tecnicismi giuridici ha un significato non marginale e basta una domanda semplice per capire dove stia la differenza: immaginandovi imputati in un processo, preferireste che sulla poltrona  della pubblica accusa sedesse una persona più simile ad un funzionario di polizia, ad un ufficiale del carabinieri o ad un giudice? Insomma vorreste un pm mezzo "sbirro" (con rispetto parlando) o "mezzo giudice"?
L'obbligo del pm di raccogliere prove a discarico per verificare se esistano i presupposti per l'esercizio dell'azione penale rappresenta un filtro importante, senza il quale avremmo solo, in pratica, un poliziotto con la toga invece che con le stellette e non so se questo sia un bene per il giusto processo. L'efficienza della polizia e dei carabinieri e le carriere di funzionari e ufficiali si misura da sempre dal numero di arresti e denunce; quella di un pubblico ministero, come quella di un magistrato giudicante, dal numero di processi portati a termine, indipendentemente dalle condanne e dalle assoluzioni, dalle richieste di rinvio a giudizio e dalle archiviazioni per mancanze di elementi per l'esercizio dell'azione penale. E questa non è una differenza da poco. Anni fa un pubblico ministero mi confidava che preferiva non influire troppo nelle indagini di polizia, entrando in gioco alla prima relazione di servizio con l'occhio più da giudice che da inquirente, con quel distacco necessario per garantire all'inquisito un minimo di obiettività anche nella fase preliminare dell'inchiesta. Basta seguire del resto un turno di reperibilità di un pubblico ministero per capire quanti fermi operati dalle forze dell'ordine non vedano l'alba per mancanza di indizi (con relativi nervosismi di chi su quelle operazioni basano encomi e avanzamenti di carriera), quante segnalazioni finiscano direttamente in archivio "senza passare dal via". Sarà sempre così anche quando arresti e processi potrebbero finire tra i criteri di efficienza del pm-poliziotto, reclutato con criteri diversi rispetto ad un giudice?
Lo stesso Berlusconi, del resto, raccontando delle sue odissee giudiziarie, spiega che molte di quelle inchieste sono finite con delle archiviazioni. E chi ha chiesto quelle archiviazioni? Un pm che si è sentito un po' giudice e che ha ritenuto che non vi fossero i presupporti non tanto per una condanna, ma nemmeno per un processo. Un pm ora chiamato a resistere a mille attacchi... almeno fino alla prossima riforma "epocale".

venerdì 4 febbraio 2011

Stranezze di una repubblica (con la erre minuscola)


I grandi della politica e i giuristi hanno sempre sostenuto che una legge più è epocale e più va condivisa, più è epocale e più deve essere lungimirante, costruita per i posteri, in grado di saper interpretare le mutazioni future: deve guardare al futuro e non alle contingenze del presente. I grandi della politica e i giuristi hanno anche sempre sostenuto che un politico, se non viene perseguito per le sue opinioni, ma per reati comuni, non deve sfuggire ai giudici, la sua innocenza deve dimostrarla davanti a loro e non autoassolversi in parlamento.
Stranezze di una repubblica. La nostra.
1) Ieri la commissione bicamerale sulle riforme è finita in pari sul progetto di federalismo fiscale. Fine poco gloriosa di una riforma epocale, vittima di qualche calcolo politico, ma anche di quale perplessità di sostanza (vedi i dubbi dei comuni e i tentativi di mediazione del ministro Calderoli)? No, il governo va avanti e promulga il decreto contro il Parlamento: addio condivisione di una riforma epocale, addio lungimiranza, visto che l'unico motivo del blitz è staccare un bonus a favore della Lega in un governo traballante.
2)La Camera dice no alla perquisizione nell'ufficio del commercialista di Silvio Berlusconi, che il presidente del consiglio ha indicato come sua pertinenza. La perquisizione è un chiaro gesto di intimidazione? No, la procura sta lavorando, fino a prova contraria, su reati comuni come concussione e prostituzione minorile. Il no dei deputati ha il sapore della difesa di una casta.
3)Il Senato si prepara a convertire in legge italiana la Convenzione di Lanzarote dell'Unione Europea. Una convenzione che fa fronte comune contro reati come pedopornografia, prostituzione minorile, riduzione in schiavitù. Per rendere più incisiva l'offensiva giudiziaria contro questi reati la Convenzione prevede (come già per i reati di mafia) che siano le meglio attrezzate procure delle città sedi di Corte d'appello (i capoluoghi di regione più Brescia e Catania, per intenderci) ad occuparsi della materia. Già ad ottobre, però, la Camera dei deputati aveva tentato senza successo di modificare la norma restituendo ai pm dei tribunali (le cosidette procure circondariali) la competenza per questi reati. Ora il Senato torna alla carica riproponendo quell'emendamento. Il dubbio sorge spontaneo: non sarà perchè, se fosse accolta la modifica, ad indagare sul premier per prostituzione minorile non sarebbe più legittimata la procura distrettuale di Milano, ma quella circondariale di Monza? Chi propone l'emendamento sostiene che è solo per rendere più incisive le indagini su questi reati odiosi che rischiano di perdersi nei meandri degli uffici delle grandi procure. Il dubbio, però, resta.
Stranezze di una repubblica. Con la erre rigorosamente minuscola

martedì 25 gennaio 2011

Modelli formato Arcore

Nei giorni in cui Silvio Berlusconi non si difende davanti ai giudici, ma in tv (l'ultimo show, ieri a mezzanotte su La7) coprendo di insulti i conduttori e invitando i parlamentari Pdl a lasciare la trasmissione (Iva Zanicchi ieri all'Infedele gli ha risposto picche), vorrei condividere con voi un appello di Tullio Gregory . Il filosofo si chiede con una semplicità disarmante se, indipendentemente dalle responsabilità penali, siano questi i modelli sui quali costruire un Paese. Da leggere.

I modelli sociali e quell' esempio delle feste di Arcore
Non mi interessano i risvolti giudiziari di tutto il tormentone suscitato dalle interviste e dalle intercettazioni relative alla vita notturna nella villa di Arcore. Mi interessa invece chiedere al Presidente del Consiglio e ai suoi difensori politici, non agli avvocati d' ufficio, se quelle feste - la cui realtà è ridicolo negare, basterebbe a provarla l' autorevole testimonianza di un prefetto registrata e pubblicata - possano essere proposte come modello di vita civile: se cioè gli italiani debbano guardare ad Arcore come un' icona non solo del potere politico ed economico, ma del buon gusto; se tutti debbano praticare il noto gioco del medico-paziente, ove medico sia una bella ragazza in camice vestita solo di calze bianche autoreggenti; se la giusta ricompensa per un ardito spogliarello sia un reddito esentasse consigliabile a tutte le belle ragazze; se le famiglie italiane debbano prendere come esempio la famiglia allargata del Presidente del Consiglio con i suoi stili di vita. Forse i sondaggi daranno risposta negativa a questi interrogativi singolarmente presi, salvo rivalutare in sede di giudizio politico il primato dell' uomo ricco e potente nella cui immagine ogni italiano medio vorrebbe identificarsi. La villa di Arcore verrebbe così a incarnare un modello di vita civile che il voto popolare dovrà garantire, perché nulla cambi e la campagna contro il premier venga sconfitta.

Tullio Gregory


L'ULTIMO INSULTO

lunedì 17 gennaio 2011

Ruby & Berlusconi: occhio all'onda

Silvio Berlusconi


Karima El Mahroug detta Ruby


Piovono intercettazioni e indiscrezioni sul caso Ruby-Berlusconi. I siti internet si scatenano ed è - è il caso di dirlo - un bel carnaio. Come ne uscirà il Cavaliere? Non lo so e non mi interessa molto. Come ne usciremo noi italiani? Forse sopravviveremo anche a questa: l'importante è saper camminare sulla punta dei piedi, tenere la testa alta e sperare che non ci siano le onde.
Per ora, in questa pioggia di atti giudiziari, ecco qui la richiesta di autorizzazione alla perquisizione domiciliare nei confronti delle pertinenze di Silvio berlusconi  depositata dalla Procura di Milano alla Camera dei deputati.

 Caso Ruby: la richiesta di perquisione per Berlusconi



venerdì 14 gennaio 2011

Kalispera tra crociere, cashmere e qualche bufala


Alfonso Signorini è un simpatico giornalista esperto di gossip, dirige due giornali (il mitico Tv Sorrisi e canzoni e Chi) dicono sia un influente consigliere del premier Silvio Berlusconi ed è approdato in tv (dove è spesso ospite e commentatore) con una una trasmissione tutta sua su Canale 5: Kalispera. Buon esordio di ascolti (qualcuno l'ha definita la risposta gay friendly al "Porta a Porta" di Vespa), ma con un paio di infortuni che fanno sorridere se non fossero all'interno di un progetto di comunicazione politica ben preciso. Alfonso Signorini, che sull'ultimo numero di Chi ha pubblicato le foto del pranzo di Natale della famiglia Berlusconi, ha preso di mira, con l'ammiccante soavità del gossipparo, Massimo D'Alema (pizzicato in gita a St Moritz) e Fausto Bertinotti in crociera in mari lontani. Ne è nato un così un dibattito sulla sciarpa di cashmere indossata dall'ex presidente del consiglio e sul viaggio alle Bahamas dell'ex presidente della Camera con un unico liet-motiv: fanno i comunisti ma amano il lusso. Sul caso a Kalispera è intervenuto anche Berlusconi spiegando che anche in cashemere restano i comunisti di sempre, secondo il vecchio adagio che si perde il pelo ma non il vizio.
Peccato che gli scoop di Alfonso siano stati smontati in poche ore: la sciarpa di D'Alema non era di cashmere e anche le scarpe le aveva acquistate al Decathlon (a St Moritz poi era in gita di un giorno, alloggiando in un paese meno nobile e più economico), mentre Bertinotti e signora erano in una delle più classiche crociere ai caraibi e non alle più lussuose Bahamas. Una crociera a prezzi scontatissimi da poco più di duemila euro in due con l'aereo pagato con i punti della tessera Millemiglia di Alitalia.
Bertinotti con i giornalisti si è anche lamentato di una cosa: "Pensavo mi chiamaste per parlare di Fiat e invece devo parlare di queste cose". Non si meravigli, signor Fausto: questa è la politica italiana, lei la conosce bene. Quella politica che (vedi il mio post di ieri) non accetta mai lezioni...

venerdì 10 dicembre 2010

Cara Santa Lucia... al mercato della politica

"Cara Santa Lucia, portami un deputato che voti la fiducia. Costi quel che costi..."

Se fossi un marziano catapultato davanti ad un'edicola del Belpaese e sfogliassi i quotidiani di questa mattina, che idea mi farei della politica italiana? Di una politica che cerca nei mercatini di Natale il parlamentare fedele, che prega davanti alla tomba di Santa Lucia affinchè la notte del 13 dicembre arrivi un deputato in grado di votare la fiducia al governo Berlusconi. Una fiducia a tariffa, spiega oggi Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, "voltafaccia plateali nelle forme e oscuri nei contenuti". E' così in questi giorni la politica italiana mostra le fragili fondamenta sulle quali è basata, lo spettacolo indegno di tanti signor nessuno che fondano gruppi, cambiano casacche si alzano in punta di piedi per non ingoiare il fango che, a poco a poco, sta sommergendo tutti.
Potremmo star qui a parlare su chi e cosa rappresentano i vari signori Cesario, Scilipoti, Calearo, Razzi ma fatichiamo a pensare che rappresentino il decoro di un parlamento, forse mai arrivato così in basso, o quella responsabilità nazionale invocata a paravento di un disegno politico che si fatica a intraverdere. Che tristezza, che  pena questi politici designati dai partiti,  questi miracolati della politica che marcano la fossa che c'è ormai profonda tra il palazzo e il mondo reale. Una società  che certo non si identifica nel triste spettacolo di questi giorni in cui, per dirla sempre con Pierluigi Battista, "un confine di elementare pudore è stato violato", magari con la vaga promessa della rielezione (per non dare troppo credito alle insistenti voci di compravendite).
Il marziano che è in noi sfoglia il giornale è pensa che si sta meglio in qualche stella lontana, dove non ci siano il mercato delle vacche, ma nemmeno (pagina 8 del Corriere) un Lamberto Dini, 74 anni, ex governatore di Bankitalia, ex presidente del Consiglio, che assicura alla radio di avere una vita sessuale intensa senza aiutini. Che dire...:"Cara Santa Lucia, portameli tutti via..."



venerdì 26 novembre 2010

Chiedere è lecito?

"Ogni domanda alla quale si possa dare una risposta ragionevole è lecita".
Konrad Lorenz
(da Il cosidetto male)
Stamane mi sono imbattuto in un programma tv (Agorà di Andrea Vianello) in cui ci si poneva una domanda semplice: "Chiedere è lecito?". Il riferimento era alla telefonata del premier all'ultima puntata di Ballarò nella quale, dopo un monologo e dopo aver dato del mistificatore al conduttore, troncava la comunicazione prima di rispondere alle domande da studio. A me sono venuti in mente due recenti servizi tv in cui altrettanti politici, Mara Carfagna e Roberto Cota, facevano altrettanto. Nel primo caso la giornalista del TG3, approfittando della presenza del ministro ad una manifestazione contro la violenza alle donne, aveva chiesto delle tensioni all'interno del Pdl, sentendosì zittire da un solerte portavoce. Nel secondo servizio si sentiva un Roberto Cota, governatore del Piemonte, spiegare che aver detto no ai rifiuti della Campania era un atto di responsabilizzazione nei confronti degli amministratori del Sud. Alla domanda successiva, però, su come conciliasse il fatto che il suo partito (la Lega Nord) a Roma diceva che bisognava accogliere i rifiuti di Napoli e in Piemonte lo stesso partito faceva le barricate, il coerente Cota preferiva alzare i tacchi e andarsene.
Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, ma mi sembra si stia esagerando: nella politica come nelle istituzioni (provate a lavorare su notizie scomode, magari di quelle che per ragioni di opportunità non passano dalla grancassa e dalle "messe cantate" delle conferenze stampa e poi ditemi quello che succede, quali pressioni incontrate). Certo, sono preferibili microfoni e taccuini allo stato brado che domande puntigliose che potrebbero mettere a nudo incapacità operative o, peggio, incompetenza. Meglio classificare i giornalisti in amici e nemici che pensare che entrambi stanno semplicemente facendo il loro lavoro: fare domande e avere delle risposte.
Nel corso del programma di Vianello qualcuno ha spiegato che all'estero un politico che non risponde alle domande verrebbe prima massacrato dai media e poi dai suoi stessi elettori. In Italia, strano paese, viene spesso dipinto come un eroe. Peccato che, in Italia come altrove, sia campione solo di una cosa: di arroganza.



mercoledì 3 novembre 2010

"Siamo tutti culattoni"

Io sono nato in un anno, il 1963, in cui un presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, davanti al muro che divideva in due Berlino, la Germania e l'Europa, disse (era il 26 giugno): "Duemila anni fa l'orgoglio più grande era poter dire "Civis Romanus sum" (son un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l'orgoglio più grande è dire "Ich bin ein Berliner".Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole "Ich bin ein Berliner".
Siamo tutti Berlinesi, dunque, se amiamo la libertà, così come siamo stati tutti americani l'11 settembre del 2001 quando gli attentati alle torri gemelle minarono le fondamenta della tolleranza e della libertà di tutti noi. Così oggi, dopo le ultime infelici battute del nostro Presidente del Consiglio, per il quale è «meglio appassionato di belle ragazze che gay», viene da dire, a noi che non contiamo nulla, ma ci sforziamo ogni giorno di non prevaricare gli altri: "Siamo tutti gay". O meglio, secondo uno slang che più si attaglia al tenore volgare di quel pensiero: "Siamo tutti culattoni".

Sì, signor presidente del Consiglio, perchè se questo vuol dire lottare ogni giorno per far accettare il nostro orientamento sessuale, la nostra idea di società rispettosa di tutti e che manda in soffitta le discriminazioni allora "siamo tutti culattoni". Se questo vuol dire educare i nostri figli a capire gli altri e a comprendere che "gay" non è un insulto, un moto di derisione, ma un orientamento sessuale che va rispettato in un mondo che sul rispetto dovrebbe basare la propria convinenza civile, allora: "siamo tutti culattoni".
Spiace vedere che il presidente del Consiglio mettere in imbarazzo il nostro Paese in Europa per una battuta che una persona che riveste quel ruolo non avrebbe mai dovuto fare, spiace vedere quell'anziano signore mettere in imbarazzo i suoi stessi consiglieri come Alfonso Signorini che della sua omosessualità non ha fatto mai mistero. Spiace cogliere l'autocompiacimento del Premier in quell'occasione, gli applausi e i risolini che hanno accompagnato la frase quasi a sottolineare che forse sono in tanti a pensarla come lui.
Da ragazzo conoscevo un signore, amico di famiglia, che della sua omosessualità non aveva mai fatto mistero. Era una vita difficile la sua, fatta di scherno e battutine, tanto difficile che nel mio paese il suo nome di battesimo era diventato sinonimo di omosessualità. Ecco, signor Presidente del Consiglio, in quell'uomo ho sempre trovato una disponibilità all'ascolto, all'aiuto degli altri che molte persone cosiddette "normali" non avevano.
Era talmente sensibile e consapevole di essere un amico ingombrante che quando ti incontrava per strada e tu eri in compagnia degli amici non ti salutava per non crearti imbarazzo, per non farti diventare oggetto di scherno. In quegli anni ormai lontani ho imparato a salutarlo sempre e comunque, orgoglioso di averlo come amico, e lui rispondeva con un sorriso che mi insegnava tante cose. Ora che lui se n'è andato, portato via, ormai vecchio e malato, da un incidente d'auto; ora che, nonostante siano passati decenni, ancora qualcuno fa battute come quelle sentite ieri; ora più che mai mi vien voglia di dire: "Siamo tutti culattoni". Un ultimo moto d'orgoglio per non morire barbaro.



martedì 2 novembre 2010

Se sul Titanic suona il bunga-bunga

Fabrizio Corona e Ruby
(da www.gossipitaliano .it)

E' questa l'Italia dei principi e delle attenzioni che abbiamo saputo costruire? E' questa l'Italia che vogliamo e per la quale fatichiamo? E' questo il futuro che sappiamo costruire? Non è una questione di colore politico: è una questione di testa.Sarà questa aria piovosa, saranno i fiumi gonfi che fanno atmosfera da giudizio universale, ma quel bunga bunga che rieccheggia in ogni angolo non è il waka-waka per qualche nuovo sport nazionale, il segno di un riscatto di un popolo come per il Sud Africa ai mondiali, ma sembra l'ultimo ballo di un Titanic nella bufera, di un'Italia nel gorgo. E non è per le sorti di quel piccolo vecchio satiro che annega nei vizi le poche ma indiscutibili virtù, ma per un'Italia che sembra aver smarrito il senso, la logica del proprio essere. Viene da chiedersi: che fine ha fatto il "family day"? Che fine hanno fatto i difensori della famiglia, della morale, i nemici dei gay e delle perversioni. In questo mondo dove conta più l'apparire che l'essere rischiano di diventare i difensori dei Corona e dei Mora, di mamma-Minetti che raccoglie una ragazzina fuori dalla questura di Milano e, dicono le cronache, se ne libera poco dopo affidandola ad una brasiliana non certo specchio di virtù . Che fine ha fatto l'attenzione per i minori? Se questa ragazza sbandata , alla quale i giornali, con una punta di cinismo hanno regalato, ieri per il suo 18esimo compleanno, una foto a tutta pagina senza più veli telematici a nasconderne il viso, cresce come un agnello tra i leoni (o sarebbe meglio dire tra i lenoni?) sognando una carriera da cubista, da velina, inconsapevole, forse che il suo destino sarà di qualche comparsata in tv, giusto per battere il  ferro fin quando è caldo, e poi di un declino inesorabile e rapido come è stata rapida l'ascesa.
E se la testa è vuota il ritmo del bunga - bunga diventa più assordante. Diventa il ritmo sfrenato di una deriva segnata. Che, però, facciamo finta di non vedere.

MENO MALE CHE SILVIO C'E'? (IL PUNTO DI DOMANDA E' D'OBBLIGO)

 

CONTRADDITTORIO ZERO

mercoledì 29 settembre 2010

I politici? In ferriera

Quando da giovane giornalista guardavo fuori dalla finestra della redazione vedevo il lungo serpentone di una colata continua. Del resto, nella città del tondino, in una redazione ricavata dalla vecchia palazzina degli uffici di un ex azienda siderurgica cosa potevi pretendere se non vedere il cortile della Bisider della famiglia Lucchini? Oggi guardo fuori dalla finestra e vedo un centro commerciale: la ferriera non c'è più e tutto intorno le fabbriche sono state smantellate per far posto, nelle intenzioni oggi provate dalla crisi, a ufffici, negozi e abitazioni.
Mi sono ricordato di quella colata continua leggendo oggi sul Corriere il ritorno di Silvia Avallone, scrittice rivelazione dell'estate, a Piombino, alla Lucchini-Severstal dove ha ambientato il suo fortunato libro: Acciaio.
L'occasione era quella di un sopralluogo per il film destinato a tradurre in immagini le avventure di quei giovani di Piombino stretti tra fabbrica, sogni e voglia di fuggire altrove, magari solo all'Elba. Tra treni rotaia, altiforni e cokerie, Silvia Avallone ritrova i volti duri descritti nel libro. Volti spiegazzati dalla fatica, quella vera, per 900/1500 euro al mese. Volti sui quali è passata la crisi che ha costretto, fatto raro, a spegnere i forni altrimenti attivi 24 ore su 24. Silvia Avallone chiude il suo pezzo con una convinzione: "Tornare nella giungla della fabbrica ha rafforzato in me una convinzione. Che questa è l'Italia che vale la pena raccontare".
L'autrice di Acciaio ha raccontato questa storia a pagina 25 del Corriere che oggi dedica cinque pagine (al netto della pubblicità) al discorso che stamane Berlusconi terrà alla Camera, ai giochetti di potere, alla campagna acquisti del Pdl, ai fatidici 316 deputati per ottenere la fiducia. Poi leggi i racconti dalla fabbrica dell'Avallone, scopri che i temi veri sono altri e ti monta il populismo: "I politici - hai voglia di urlare -? In ferriera". Non tanto, almeno una settimana, poi ne riparliamo.



mercoledì 1 settembre 2010

Gheddafi: la Libia più italiana o l'Italia più libica?

Che desolazione. Dopo il Gheddafi show mi chiedo se sia la Libia diventata più occidentale, grazie all'ospitalità interessata (per via degli affari) dell'Italia, o se sia l'Italia che stia diventando un po' Libia. Del resto mi chiedo quale sia la differenza tra le hostess invitate alle lezioni coraniche del leader libico e le frequentatrici di Palazzo Grazioli di cui raccontano giornali e inchieste giudiziarie; tra le amazzoni del colonnello e le giovani, vallette, igieniste dentali e via discorrendo, che amano scortare il presidente del Consiglio.
Comunque sia mi pare che l'Italia abbia fatto la figura di chi non invita alla moderazione l'ospite che mette i piedi sul tavolo del salotto, che mangia con le mani e magari fa pure le puzzette. Abbiamo fatto la figura dei subalterni, davanti al dilagare di un leader i cui eccessi sono noti e prevedibili. Ma del resto, che pretendere da un paese come l'Italia in cui il proprio leader è noto al mondo per fare le corna nelle foto ufficiali, per fare "cucu" alle colleghe dell'Unione europea, che dice abbronzato al primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Insomma: lo stile non si improvvisa.



mercoledì 25 agosto 2010

Il mondo cattolico e la politica: tempesta di fine estate

Alla vigilia del Meeting di Rimini di Cl Aldo Cazzullo sul Corriere analizzava il disagio dei Cattolici spiegando che, persa l'unità rappresentata dalla vecchia Dc, gli ultimi sviluppi della politica italiana rischiavano di disorientare un mondo cattolico sempre più alla ricerca di uno sbocco politico che fatica a trovare tra idiosincrasia per la sinistra, scarsa affidabilità di un premier, comunque ispirato da sempre al partito azienda, scarso appeal per un federalismo che rischia di lasciare indietro chi non sa camminare con le sue gambe e una politica spesso trasformata in una sodoma e gomorra.
Qualche giorno dopo ci ha pensato Maristella Gelmini a spiegare in una lettera come sia il Pdl il partito più sensibile ai  valori cattolici e come Berlusconi sia sempre stato attento alle istanze della Chiesa e garante dei suoi valori (tesi alla quale mi verrebbe voglia di rispondere come fa mia madre che, da ascoltatrice di "Radio Mater" - una simil Radio Maria - non può essere certo tacciata di comunismo: "parlano tanto di famiglia, ma ce ne fosse uno non divorziato, senza l'amante o sposato in Chiesa"). Quella lettera nonostante fosse ispirata all'adulazione per il capo finiva con un auspicio interessante: "per concludere, qual è il compito dei cattolici in politica? Non dunque una antistorica unità politica o di partito, non certo la costituzione di un terzo polo anch' esso retaggio di vecchie logiche, ma un confronto e uno sforzo comune che superi le logiche degli schieramenti nell' interesse del Paese. Auspico che in Parlamento i cattolici presenti nelle diverse formazioni politiche sappiano ritrovarsi e, con l' equilibrio e la moderazione che sono proprie di questo mondo, proporre azioni forti e coraggiose".
Il dibattito comunque prosegue ed è di ieri la bufera sull' editoriale di Famiglia Cristiana, l'ennesimo contro il Berlusconismo.  Dicendo cose tutto sommato condivisibili (sintetizzo: Berlusconi vuol fare carta straccia della Costituzione se questa si frappone alla sua volontà di andare alle elezioni) lancia un'analisi sulla divisione dei cattolici: "Uno dei temi trattati in queste settimane dagli opinionisti - scrive l'editorialista storico del settimanale, Beppe Del Colle - è che cosa ci si aspetta dal mondo cattolico, invitato da Gian Enrico Rusconi su La Stampa a fare autocritica. Su che cosa, in particolare? La discesa in campo di Berlusconi ha avuto come risultato quello che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: di spaccare in due il voto cattolico (o, per meglio dire, il voto democristiano). Quale delle due metà deve fare “autocritica”: quella che ha scelto il Cavaliere, o quella che si è divisa fra il Centro e la Sinistra, piena di magoni sui temi “non negoziabili” sui quali la Chiesa insiste in questi anni? A proposito. Ivan Illich, famoso sacerdote, teologo e sociologo critico della modernità, distingueva fra la vie substantive (cioè quella che riassume il concetto di “vita” mettendo insieme, come è giusto, e come risponde all’etica cristiana, tutti i momenti di un’esistenza umana, dalla fase embrionale a quella della morte naturale) e ogni altro aspetto della vita personale o comunitaria, a cui un sistema sociale e politico deve provvedere.
Il berlusconismo sembra averne fatto una regola: se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il “metodo Boffo” (chi dissente va distrutto) è fatto apposta".
Apriti cielo sul settimanale dei Paolini si è scaricato l'ira di Dio. Così mentre gli eleganti commenti sul sito internet del Giornale invitavano Feltri e Sallusti ad un bel "trattamento Boffo" per stanare gli scheletri dagli armadi di questi moralisti, la politica parlava di "pornografia mediatica" contro il Cavaliere.
E il mondo cattolico? Lupi, parlamentare Cl-targato, ci spiega come ormai Famiglia Cristiana è peggio dell'Unità. Altri auspicano l'intervento normalizzatore del Vaticano e Monsignor Fisichella si affrettava a dire che Famiglia Cristiana non rappresenta il mondo cattolico (i Paolini - permettetemi la battuta - sono notoriamente dei pericolosi anglicani).
Nessuno però mi spiega una cosa debba volere un cattolico impegnato in politica dal movimento che lo rappresenta, se basta essere laici-devoti per ragioni elettorali o è meglio essere cattolici-adulti con autonomia di pensiero, coerenza di comportamenti, liberi di schierarsi in autonomia, quando si predica bene, ma si razzola male e si calpesta l'etica dei comportamenti.
Ma è forse pretendere troppo da chi spesso bolla come comunista un cardinale illuminato qual è Dionigi Tettamanzi, solo perchè invoca accoglienza e solidarietà, sensibilità verso l'altro: cioè quei valori umani, prima che cristiani, che ci dovrebbero rappresentare tutti a destra come a sinistra.

mercoledì 26 maggio 2010

Intercettazioni e memoria corta: la storia di una telefonata del 2005

La notizia è di ieri: un uomo, Fabrizio Favata, è finito i carcere con l'accusa di estorsioni ai danni di un manager di una società (Roberto Raffaelli, pure indagato) che si occupa di curare le intercettazioni telefoniche per alcune Procure italiane, per averlo minacciato di rivelare la storia vera di una telefonata intercettatta nel 2005 tra Giovanni Consorte, ex numero uno di Unipol, e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, e finita sulle colonne del Giornale della famiglia Berlusconi. In quella telefonata Fassino fu messo al corrente da Consorte dell'iniziativa di Unipol di lanciare un'Opa su Bnl e il segretario Ds se ne uscì con la famosa frase: "Allora, abbiamo una banca?".
Nulla di penalmente rilevante in quella conversazione, che al momento in cui venne diffusa non solo non era stata depositata negli atti del procedimento contro Consorte, ma non era ancora nemmeno stata trascritta per essere utilizzata dai magistrati. Era però, secondo le accuse, già finita su una pen-drive in un file audio fatto ascoltare dal manager ora ricattato alla famiglia Berlusconi (ecco la ricostruzione che ne fa Repubblica) per ottenere favori per un affare in Romania (allora governo amico di Berlusconi).
La magistratura ci dirà come siano andate le cose, certo è che quella telefonata dagli effetti politici di un certo peso, è finita, usata come una clava sulle colonne del quotidiano della famiglia Berlusconi, che l'ha ricevuta in forma anonima.
Insomma, coloro che oggi sono tra i più accesi sostenitori di una legge che chiude i rubinetti sullo strumento investigativo delle intercettazioni telefoniche e imbavaglia la stampa, decretando la fine della cronaca giudiziaria, non hanno esitato ad utilizzare una intercettazione, peraltro in quel momento non contenuta in alcun atto processuale (come invece le intercettazioni della cricca di Anemone), per semplice strumentalizzazione politica. Ciò che si vuole bloccare ora, insomma, era pienamente lecito e disinvoltamente utilizzabile meno di cinque anni fa. Se questa è la politica in Italia e il rispetto che si ha per gli italiani, forse ha ragione Elio Germano.

lunedì 19 ottobre 2009

Calzini turchesi e giornalismo in mutande (turchesi?)




Mi sono distratto un attimo (nel senso che per una settimana non ho messo post in questo armadio delle parole) e mi ritrovo con in mano un paio di calzini turchesi. Il segno non della stravaganza di un giudice, ma di un giornalismo ormai in mutande (turchesi pure quelle?) e - è il caso di dirlo - fatto un po' con i piedi. Ho visto e rivisto quel servizio di "intelligence" sul giudice Mesiano, reo di una stravaganza mortale come quella di portare i calzini turchesi, e sono arrivato alla conclusione che il giornalismo italiano forse ha bisogno di una "rifondazione", forse ha bisogno di tornare a parlare di notizie lasciando stare i calzini turchesi. La vera stravaganza, in realtà, in questa triste ennesima storia di delitto mediatico su commissione è un'altra: nella medesima puntata di Mattino 5, Alessandro Sallusti, vice direttore del Giornale, spiega che più grave che portare calzini turchesi è per il giudice Mesiano aver rinviato di un anno una causa civile per una lite condominiale. Sallusti non sa, o forse fa finta di non sapere, che non è Mesiano il fannullone scansafatiche che lavora solo quando si tratta di condannare la Fininvest, ma quelli sono i tempi della giustizia (civile e penale) in Italia. Sallusti non sa, o fa finta di non sapere, che i processi vanno a rilento perchè non ci sono soldi per pagare gli straordinari ai dipendenti e le trascrizioni alle società che si occupano di verbalizzare le udienze penali. Sallusti sa, ma fa finta di non sapere, che, invece, grazie a queste storture buona parte dei processi penali si concludono con la prescrizione e questo accadrà anche per quelli del Premier, resuscitati dal no al Lodo Alfano della Consulta. Sallusti sa anche, ma fa finta di non sapere, che fino ad ora per risolvere i problemi della giustizia si è intervenuto solo sui problemi di una persona e non su quelli degli italiani che, appunto, devono attendere anni per una lite condominiale.
E il giornalismo italiano? Troppo abbagliato da un paio di calzini turchesi.


giovedì 8 ottobre 2009

"La legge è uguale per tutti". Una bella lezione di democrazia


"Scrivere una Costituzione è come costruire una casa, la casa comune degli italiani. E una casa non la si costruisce se non dalle sue fondamenta. Dobbiamo dire quali sono le fondamenta della convivenza degli italiani" (Aldo Moro, discorso alla Costituente)


"La legge è uguale per tutti". E' un principio quello ribadito ieri dalla Corte Costituzionale che si è pronunciata sul Lodo Alfano che riconcilia con questa Italia che spesso si fatica a capire. Con questi italiani (alcuni ovviamente) che nel '92, ai tempi di mani pulite, applaudivano ai titoli di Vittorio Feltri "Hanno preso il cinghialone" (il riferimento era ai primi guai giudiziari di Bettino Craxi) e ora parlano di giustizia ad orologeria, dipingendo di rosso persino le toghe dei giudici costituzionali.
"La legge è uguale per tutti" e "La Costituzione si riforma con leggi costituzionali". Mi sembrano principi di buon senso e avrei faticato a pensare un organo garante come la Consulta che annacqua gli enunciati di una delle Costituzioni migliori del mondo per legittimare una legge malfatta perchè animata da un solo obiettivo: salvare il primo ministro da alcuni processi in corso (che, comunque vadano, saranno prescritti presto).
Povera l'Italia che davanti ad una sentenza di cui dovremmo andare orgogliosi per i principi che difende deraglia attaccando tutto e tutti, mettendo di mezzo un popolo che ha sì deciso e legittimamente in un certo modo ma non per questo bisogna usarlo come una clava per demolire i principi dello Stato. Qui forse ha ragione Mino Martinazzoli nel suo ultimo libro ("Uno strano democristiano" - Rizzoli) quando citando Aldo Moro spiega "la maggioranza governa non perchè ha ragione, ma ha ragione di governare perchè è maggioranza. E soprattutto, è importante ricordare che nessuna maggioranza parlamentare, per quanto grande che sia, potrebbe violare quei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana". Pillole di democrazia che dovrebbero preservare il nostro instabile cuore di italiani dalle fibrillazioni. Saggezza democratica che ieri sera ha distillato anche Rosy Bindi a "Porta a Porta" a fianco di Pierferdinando Casini. Il ragionamento di entrambi ha messo all'angolo le obiezioni di Angelo Alfano e Roberto Castelli, Ministri della giustizia, attuale ed ex, di Centro destra, ancora una volta ancorate all'assioma giudici-comunisti. "Fate una riforma della giustizia che garantisca processi rapidi e imparziali e se sarà sensata la voteremo" hanno spiegato gli esponenti dell'opposizione. La risposta l'ho letta oggi sui giornali: Berlusconi ha detto che andrà a Milano e si difenderà nei processi che lo vedono imputato; a Roma intanto qualcuno sta già pensando ad un decreto che blocchi di fatto i procedimenti.
Povera Italia senza statisti, povera costituzione e poveri custodi stritolati in una nazione che sembra aver perso il senso della vita democratica.


venerdì 8 maggio 2009

Meno male che la Bonino c'è....

"Bisogna vivere come si pensa, altrimenti si finirà per pensare come si è vissuto" (Paul Bourget)

Il tema di "papi Silvio" e della richiesta di divorzio di Veronica Lario a Silvio Berlusconi non mi sembra particolarmente appassionante, ma nell'ultima puntata di Annozero l'argomento è stato lo spunto per far uscire la Emma Bonino dei tempi migliori, invitando i paladini della morale, i difensori (autonominatisi) della cattolicità ad un piccolo, grande impegno: quello della coerenza.
Ecco in questo video una Emma Bonino che dice le cose che molti pensano e che forse è ora che qualcuno le dica senza troppi timori.