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mercoledì 13 aprile 2011

Processo breve e politica dallo sguardo corto


Risolvere il problema della giustizia in Italia con il processo breve (anzi, sarebbe meglio dire brevissimo visto che la prescrizione breve l'abbiamo già introdotta con la cosidetta legge ex Cirielli, norma sconfessata dallo stesso promotore) è come risolvere il problema delle strade ridotte ad un gruviera imponendo il limite di velocità dei 30 orari. In entrambi i casi è una soluzione che non risolve il problema: non velocizzerà la giustizia, non garantirà strade più sicure.
Del resto basta vedere cosa dice il disegno di legge per capire come la giustizia, a corto di risorse e senza uno snellimento delle procedure e una organica armonizzazione delle norme sedimentate negli anni, difficilmente reggerà degnamente l'impatto di questa ulteriore granellino di sabbia in un ingranaggio già provato. Quello che si sta registrando in questi giorni nei palazzi della politica non è tanto l'ennesimo tentativo di introdurre una legge ad personam, ma è la totale mancanza di un progetto in un settore importante come quello della giustizia. Sentire il ministro Angelino Alfano spiegare che «l'impatto di questa norma è legato a due circostanze: riguarderebbe solo i processi in primo grado che sono stati 125mila nel 2009 e solo gli incensurati che sono il 55% sul totale dei condannati. Quindi i processi penali a rischio diventano circa lo 0,2% mentre ogni anno si prescrivono in media il 5% dei procedimenti penali aperti» mi indigna. Non tanto perchè l'ulteriore 0,2% dei processi che resterà impunito, ma perchè un ministro della Giustizia non spende una parola per impedire che il 5% dei processi italiani anche senza prescrizione breve finisca al macero.
Il compito di un politico è dare efficienza e funzionalità al sistema con grandi riforme "epocali", queste sì, che diano credibilità al comparto con pene certe e processi spediti. Invece assistiamo ad una battaglia parlamentare, ad uno zelo senza precedenti, a spettacoli turpi da decadenza dell'Impero romano per una norma che rischia di cancellare 60 mila processi compresi quelli, ma a questo punto è un dettaglio, del presidente del Consiglio. Di un'Italia politica così, senza prospettive, senza uno sguardo verso il futuro, ne faremmo volentieri a meno.
Ieri a Ballarò (che ha proposto servizi interessanti su come i tg stranieri di mezza Europa parlano di noi e dei nostri leader) Alessandro Sallusti, il direttore del Giornale, ha spiegato che nel '92 quando c'era tangentopoli (e il quotidiano, allora diretto da Feltri, sparava cannonate su tutto e tutti senza troppi garantismi) si perseguivano i politici-ladri che rubavano al Paese, ora si va contro un uomo solo ed è persecuzione politica. I magistrati, però, erano praticamente gli stessi: un tempo paladini della giustizia, oggi accecati dall'odio berlusconiano? Sarà, certo è che Pierferdinando Casini ha ribattuto a questa tesi con prontezza: "Se mi si dice se politicamente preferisco Fanfani alla Brambilla non ho dubbi. Mi tengo Fanfani". Non ho particolari simpatie per l'ex leader Dc, ma come dargli torto?

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CROZZA IERI A BALLARO'

giovedì 13 gennaio 2011

La politica che non accetta lezioni


Luca Sofri autore di uno dei blog più letti in Italia, Wittgenstein, è rimasto colpito da una frase espressa l'altra sera a Ballaro' da Maristella Gelmini nei confronti di Stefano Rodotà, docente universitario, ex parlamentare di sinistra, ex garante della privacy, universalmente riconosciutà come persona preparata al di là delle idee politiche.
«Non accettiamo lezioni, non accettiamo lezioni, non accettiamo lezioni» ha detto ad un certo punto Maristella Gelmini a Rodotà che sottolineava la maleducazione degli antagonisti  (Gelmini e Cota) che avevano interrotto il suo discorso sul legittimo impedimento accusando il docente di falsità. Rodotà spiegava semplicemente che la strada maestra per risparmiare al premier i processi era quella delle riforma dell'immunità parlamentare, argomentando con valutazioni più tecniche che politiche e leggendo sentenze della Consulta.
In risposta, invece di vedere le proprie argomentazioni smontate con uguale perizia giuridica, si è sentito dare del comunista, del fazioso e del propalatore di falsità dagli interlocutori che, alla fine, hanno concluso con la classica frase "ma tanto alla gente di questo argomento non importa nulla, il governo fa cose concrete".
Riguardando i video della puntata (che posto qui sotto) ho capito una cosa: che questa politica talmente arrogante (in questo ci metto anche una certa sinistra poco incline alle critiche) da non accettare lezioni da nessuno, da non aver l'umiltà intellettuale nemmeno di ascoltare, come se il consenso popolare legittimasse tutto, ha perso l'ennesima occasione di dare al telespettatore-elettore l'occasione per capire, ascoltare in traquillità tesi contrapposte, farsi un'idea in autonomia anche su un argomento oggettivamente complesso come quello del legittimo impedimento. Invece ha vinto la banalizzazione della rissa, al dibatto. Ma, purtroppo, questo è la politica che vogliamo in un Paese che crede di essere "nato imparato" e che non è molto diverso da chi lo rappresenta.

ECCO IL DIBATTITO (lo scontro più accesso al sesto minuto)



L'ANALISI DI AGORA'



L'INTERVENTO DI CROZZA: RIDIAMOCI SU...

venerdì 26 novembre 2010

Chiedere è lecito?

"Ogni domanda alla quale si possa dare una risposta ragionevole è lecita".
Konrad Lorenz
(da Il cosidetto male)
Stamane mi sono imbattuto in un programma tv (Agorà di Andrea Vianello) in cui ci si poneva una domanda semplice: "Chiedere è lecito?". Il riferimento era alla telefonata del premier all'ultima puntata di Ballarò nella quale, dopo un monologo e dopo aver dato del mistificatore al conduttore, troncava la comunicazione prima di rispondere alle domande da studio. A me sono venuti in mente due recenti servizi tv in cui altrettanti politici, Mara Carfagna e Roberto Cota, facevano altrettanto. Nel primo caso la giornalista del TG3, approfittando della presenza del ministro ad una manifestazione contro la violenza alle donne, aveva chiesto delle tensioni all'interno del Pdl, sentendosì zittire da un solerte portavoce. Nel secondo servizio si sentiva un Roberto Cota, governatore del Piemonte, spiegare che aver detto no ai rifiuti della Campania era un atto di responsabilizzazione nei confronti degli amministratori del Sud. Alla domanda successiva, però, su come conciliasse il fatto che il suo partito (la Lega Nord) a Roma diceva che bisognava accogliere i rifiuti di Napoli e in Piemonte lo stesso partito faceva le barricate, il coerente Cota preferiva alzare i tacchi e andarsene.
Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, ma mi sembra si stia esagerando: nella politica come nelle istituzioni (provate a lavorare su notizie scomode, magari di quelle che per ragioni di opportunità non passano dalla grancassa e dalle "messe cantate" delle conferenze stampa e poi ditemi quello che succede, quali pressioni incontrate). Certo, sono preferibili microfoni e taccuini allo stato brado che domande puntigliose che potrebbero mettere a nudo incapacità operative o, peggio, incompetenza. Meglio classificare i giornalisti in amici e nemici che pensare che entrambi stanno semplicemente facendo il loro lavoro: fare domande e avere delle risposte.
Nel corso del programma di Vianello qualcuno ha spiegato che all'estero un politico che non risponde alle domande verrebbe prima massacrato dai media e poi dai suoi stessi elettori. In Italia, strano paese, viene spesso dipinto come un eroe. Peccato che, in Italia come altrove, sia campione solo di una cosa: di arroganza.