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lunedì 1 agosto 2011

D'Avanzo e la lezione del giornalismo di strada

Un direttore che mi ha insegnato molto, Piero Agostini, tanto da diventare un'icona di questo blog (scrolla la colonna qui a destra), diceva sempre a noi giovani giornalisti di provincia, quando il fatto di cronaca locale diventava evento nazionale e in redazione si materializzavano i Gianantonio Stella (Corriere), i Piero Colaprico (Repubblica), i Pino Corrias e i Pierangelo Sapegno (Stampa), i Renato Pezzini (Messaggero): "guardate come lavorano e imparate".
Così metabolizzavamo le grandi attese, le grandi scarpinate dal tribunale alla questura, dalla scena del crimine alla caserma, dalla procura allo studio dell'avvocato. Pigliavamo qualche insulto, ma imparavamo a non mollare mai, senza orari ma con tanto entusiasmo. E quando capitava di dare qualche "buco" al giornale nazionale (noi che a Brescia lavoravamo tutti i giorni e avevamo fonti talvolta insospettabili) arrivava la stretta di mano calorosa del competitor agguerrito ma onesto, il tributo del compagno di strada "famoso", concorrente leale, maestro quanto basta ma senza tirarsela troppo.
Ho ripensato a quegli anni leggendo i ricordi di Giuseppe D'Avanzo, giornalista di Repubblica, uomo di inchieste severe e scottanti, professionista di strada, nonostante qualifiche da editorialista e vice direttore. D'Avanzo, morto sabato per un infarto, era considerato uno dei maggiori giornalisti d'inchiesta italiani. "Mancherà a tutti" ha twittato sabato il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, che ha affidato il ricordo del giornalista napoletano (con un passato professionale anche al Corriere) ad un altro mostro sacro del giornalismo italiano d'indagine, Giovanni Bianconi. E' leggendo il suo affettuoso tributo ad un amico ho ritrovato l'essenza di un giornalismo che è fatica, che è giudizio critico, che - per colpa anche nostra - si insegna sempre meno.
"Una sera d' autunno di tanti anni fa - ricorda Bianconi, citando un caso che qualche notte in bianco è costata anche a me - ci ritrovammo insieme al palazzo del Viminale, ministero dell' Interno, il corridoio dove si affacciano gli uffici dei vertici della polizia. Era in corso il sequestro dell' industriale Giuseppe Soffiantini (imprenditore tessile di Manerbio, ndr), e gli investigatori pensavano di aver localizzato nei boschi della Toscana dov' era tenuto l' ostaggio. Era tardi, avevamo già consegnato l' articolo di giornata, ma bisognava saperne di più per quelli dell' indomani. A mezzanotte passata la nostra «fonte», prima di spegnere le luci e andare a casa, ci confidò che nelle ore successive avrebbero tentato un blitz. Io e Peppe ci guardammo in faccia. «Andiamo?», disse lui. «Ma lo vedi che ora è?», provai a dire. «Embè?». Poco dopo eravamo sull' autostrada, dove incrociammo le colonne di macchine della polizia che si avvicinavano al luogo dell' operazione. Arrivammo prima dell' alba, ma non servì a nulla. Il tentativo di liberare il sequestrato andò a vuoto, e aver passato la notte in bianco per giungere che era ancora buio in un posto dove non vedemmo accadere niente, fu perfettamente inutile. «Però abbiamo fatto bene», disse lui con un sorrisetto, quando ormai era giorno pieno, allungandosi sul sedile della macchina con un giornale sul viso, per dormire qualche quarto d' ora. Aveva ragione. Quel tentativo notturno, fatto sulle forze, fu inutile. Ma poteva non esserlo, e dunque bisognava provarci. È una delle regole di questo lavoro: non lasciare nulla di intentato - nemmeno le iniziative più astruse - per inseguire un fatto, raccogliere qualche dettaglio in più. E in questo Giuseppe D' Avanzo è stato davvero un maestro".
Un maestro umile ma mai appagato, come deve essere un giornalista con i gradi conquistati sulla strada. Ne parlavo ieri in redazione: avrei voluto ritargliare il pezzo di Bianconi e affiggerlo in bacheca, fra i turni di chiusura e i comunicati sindacali, affinchè lo leggessimo tutti, noi "vecchi" un po' sfiancati dalla routine, un po' distratti dalla banalità del quotidiano, come i giovani che pensano al giornalismo come a un lavoro con i suoi ritmi e i suoi orari e non ad una professione con i suoi talenti da far fruttare e una vocazione da coltivare.
Ha ragione forse Piero Colaprico quando su Repubblica ha scritto che: "I più giovani, quelli che credono di apprendere le notizie soprattutto da Internet, forse collegano D'Avanzo all'ultima stagione dello scandalo-Berlusconi. Alle sue "Dieci domande" sulla relazione tra il premier e la minorenne napoletana Noemi Letizia, che hanno fatto il giro del mondo, riprodotte da migliaia di media. E poi alle sue "Dieci bugie", scaturite dalle indagini, anche in strada, sui rapporti tra Berlusconi, Ruby Rubacuori e le altre ragazze che frequentavano le feste di Arcore. Ma D'Avanzo era uno che, come si dice, "non guardava in faccia nessuno" e dagli anni Ottanta, tra scoop da prima pagina e inchieste, ha modificato - e sul serio - uno stile giornalistico. Era l'unico a potere e sapere mescolare la cronaca, costruita e impreziosita da notizie esclusive, con i suoi commenti, le analisi, le "visioni". Eppure, decennio dopo decennio di fatiche e di strade - il tempo del giornalista che ama la cronaca è sempre intenso - D'Avanzo era rimasto esigente con se stesso, con le notizie, con la qualità nella scrittura degli articoli. "Quando funzionano, devono fiorire", diceva Giuseppe D'Avanzo, 58 anni da compiere, una quercia di giornalista, e di persona".
Fatiche e strade, gesti e condotte che dovremmo riscoprire e far riscoprire con umiltà per far rinascere la passione. La passione per un giornalismo vero, genuino, onesto e mai sottomesso, che non dimentica i fondamentali che tutti dovremmo avere nel dna. Come li aveva Giuseppe D'Avanzo.
Uno che "da opinionista affermato - conclude Bianconi sul Corriere - continuava a battere questure, tribunali e studi di avvocati alla ricerca di dettagli che potessero dare un senso alla storia che voleva raccontare, o alla tesi che intendeva sostenere. Come un cronista alle prime armi. Fino a scherzarci su, per esempio quando ci ritrovammo nella sala d' attesa di una stazione dei carabinieri dell'hinterland napoletano, per rincorrere le orme di chi aveva ammazzato e bruciato il cadavere di un ragazzino di nove anni. Si stava facendo tardi e noi stavamo ancora aspettando, stanchi e un po' sfiduciati. «E pensare che io ho un contratto da editorialista», disse prendendosi in giro. Ma bisognava stare lì. Poteva servire. E servì".



I LINK

LEGGI IL RICORDO DI GIOVANNI BIANCONI SUL CORRIERE

QUELLO DI PIERO COLAPRICO SU REPUBBLICA

IL RACCONTO DI ROBERTO SAVIANO

IL TRIBUTO DI GIANLUCA DI FEO (L'ESPRESSO)

L'EDITORIALE DI EZIO MAURO

FEDERICO GEREMICCA SU LA STAMPA

DONATELLA STASIO SUL "SOLE 24 ORE"

martedì 21 giugno 2011

Giornalismo: le parole che non si dicono più

Lamberto Sechi
"Fatti separati dalle opinioni". Una massima che vale oro per un giornalismo rigoroso, al servizio del lettore e non del'editore o del politico di turno (che, talvolta, in quest'Italia zeppa di conflitti d'interesse sono la stessa cosa). Una massima che nell'era dei blog e della stampa schierata pro e contro qualcosa sembra sbiadita dal tempo, cancellata da una pratica deviata di un giornalismo militante.
«La fatica dobbiamo farla noi per non farla fare al lettore. Ciascuno di noi ha i suoi amici ma il giornale non deve avere amici. Se scrivi una cazzata oggi non sarai più credibile domani. Se da un articolo non escono le persone, non ci sarà persona interessata a leggerlo». Un concetto che nel giornalismo di oggi pare stemperato nell'incapacità di raccontare un mondo e le sue storie, presi come siamo da una realtà virtuale che ama cercare il suo profilo migliore con la complicità degli uffici stampa.
«Non si capisce, non si capisce niente, non è chiaro, hai dato troppe cose per scontate, se uno non ha letto tutte le puntate precedenti qui si perde, credi che ogni lettore conosca a memoria la tua opera omnia?». Piccole regole di un giornalismo che ha le idee chiare concetti chiave che abbiamo dimenticato troppo presto e siamo poco capaci di tramandare a chi si affaccia a questa professione spesso con la convinzione di esser nato "imparato", anche se la scuola è quella fatta sui banchi e non sperimentata per strada.
Perchè ho citato queste frasi (prese in prestito dal blog di Alessandro Gilioli "Piovono rane" su l'Espresso.it)? Perchè appartengono al ricordo di un giornalista rigoroso scomparso ieri, lunedì 20 giugno, a 89 anni. Quel giornalista si chiamava Lamberto Sechi fu il padre professionale di tante firme prestigiose del giornalismo italiano, fu l'anima di uno dei grandi settimanali italiani, "Panorama" che con quella frase "i fatti separati dalle opinioni" tracciò una linea che voleva dire rigore e serietà di una professione sempre in tempesta.
Una frase che oggi, in un mondo dove i buoni maestri sono sempre più una rarità, andrebbe stampata sul tesserino dell'Ordine, a memoria di uno stile che spesso abbiamo perso nelle frenesie quotidiane, fra le barricate di una militanza che nessuno ci ha chiesto e che spesso si trasforma in servitù.
Ci vorrebbero ancora spiriti liberi, maestri veri come Lamberto Sechi a ricordarci con quelle frasi quale sia la nostra rotta professionale. Peccato che ce ne siano sempre meno. Una razza in via d'estinzione di cui sentiremo la mancanza in questa professione in cui certe parole e certi concetti non si dicono più.

giovedì 14 aprile 2011

Editoria: la stampa in crisi, soprattutto di entusiasmo

La Fieg, la federazione che raccoglie gli editori italiani (una sorta di confindustria dei giornali) ha presentato il consueto rapporto sullo stato di salute della stampa italiana relativo al biennio 2008-2010. Un check-up economico che dopo un 2009 di crisi nera induce a un po' di ottimismo, i numeri dopo le pesanti opere di ristrutturazione dei costi, i prepensionamenti e una cintura arrivata all'ultimo buco, fanno sperare che il peggio sia passato per il comparto, ma spiegano gli editori: "Ci sono segni di ripresa che vanno sostenuti". Perchè, teorizza Carlo Malinconico presidente della Fieg: "L’editoria subisce le conseguenze di condizioni generali problematiche e incerte e sono particolarmente esposte (alla congiuntura sfavorevole, ndr) le due fonti principali di finanziamento della carta stampata: le vendite e la pubblicità. L’ambiente in cui le imprese operano non è favorevole al loro sviluppo. Specie in settori dominati dalla modernità. Non ha senso una regolazione che è molto minuziosa in termini di adempimenti e di responsabilità nei confronti della carta stampata e che invece ne prescinde per i nuovi canali comunicativi".
Anomalie, quelle denunciate da Malinconico che vanno a sommarsi a peculiarità tutte italiane che riguardano i giornali (guardate le tabelle, soprattutto quelle nelle quali si fanno i confronti con gli altri paesi, allegate a questo post e capirete): dalla loro penetrazione nella società, ai metodi di diffusione tra abbonamenti ed edicola, alla grande anomalia italiana del mercato pubblicitario, sbilanciato sulla televisione (un tema in cui dal presidente del consiglio, in chiaro conflitto di interessi, non è lecito aspettarsi grandi aiuti, al di là della "massima attenzione" di cortesia manifestata dal sottosegretario Gianni Letta).
E mentre gli editori tornano a chiedere un sostegno che sia anche un equilibrio delle fonti di sostentamento fra i vari media, non mancano di sottolineare i dati positivi: "Positive - osserva la Fieg in una nota - sono inoltre la tenuta degli indici di lettura, con un numero di lettori stabilmente sopra i 24 milioni (che restano pochi rispetto all'Europa, ndr), e la capillare presenza delle testate giornalistiche nell’area della multimedialità, con siti web che hanno conseguito risultati di assoluto rilievo in termini di contatti: a fine 2010 circa il 50% degli utenti nel giorno medio lo sono di siti gestiti da giornali, con un incremento del 37% nell’ultimo anno".
Una frontiera, che ha il sapore della terra vergine per l'esploratore e sulla quale il presidente Malinconico sostiene che: ”la valorizzazione dei contenuti editoriali sulle reti di comunicazione elettronica è la strada da percorrere se si vuole garantire una tutela efficace di tali contenuti e non penalizzare la modernizzazione del sistema”.
Insomma una nuova frontiera che va esplorata senza indugi con l'autorevolezza di sempre, una nuova frontiera davanti alla quale, però, molti appaiono (forse memori di passate esperienze poco felici) titubanti. Insomma, la stampa, che ha passato gli ultimi mesi ad arrovellarsi sui costi e che non è escluso rappresentino il fulcro anche degli interventi per l'immediato futuro, sembra in crisi soprattutto di entusiasmo, di voglia di scoprire nuovi strumenti che siano anche anche fonte di profitto. Ha la qualità e gli uomini per farlo in scioltezza. E davanti alle migliaia di persone che in questi giorni affollano gli incontri del Festival del Giornalismo di Perugia ha ancora molto da insegnare in termini di buona professione e affidabilità.

L'EDITORIA ITALIANA (NUMERI E TABELLE)

La Stampa in Italia 2008-2010

martedì 12 aprile 2011

Giornalismo in festa, tra idee e reporting civile

Torna oggi con un prologo dedicato a Roberto Saviano, il festival internazionale del Giornalismo in programma a Perugia fino a domenica. Con la performance di questa sera dello scrittore di Gomorra si riapre una vetrina sul giornalismo del presente e SU quello del futuro. Il programma è fitto di incontri, momenti di confronto, grandi ospiti, spettacoli. A Perugia negli anni scorsi sono intervenuti Al Gore e Julian Assange e anche quest'anno (peccato non esserci) si alterneranno grandi giornalisti del presente e giovani promesse, si studieranno fenomeni mediatici (dal processo alla stampa sull'omicidio Scazzi alle regole di ingaggio per i giornalisti di guerra) e si discuterà di un futuro fatto di giornalismo diffuso.
Seguire, sia pur a distanza, gli approfondimenti del Festival è come salire su un traghetto che ti aiuta ad intravedere l'altra sponda: quella di un giornalismo 2.0 (definizione di Alessandro Gilioli su L'Espresso) che riesca a garantire libertà e sopravvivenza ad una professione che, nei suoi linguaggi tradizionali e nella sua autorevolezza complessiva, è in affanno. Positivo è che un Festival così sia stato creato e voluto da appassionati di giornalismo e non da giornalisti, in modo che il confronto sia più schietto, aperto e trasparente.
Spesso siamo una categoria un po' troppo autoreferenziale per cogliere i cambiamenti, per capire quello che ci sta passando attorno, per intercettare le novità, forse un po' faticose da capire, ma ricche di talenti.
Ben vengano dunque esperienze come quelle di Perugia che obbligano il giornalismo paludato e pieno di sè a scendere nell'arena e a mettersi in discussione. E' divertente, aiuta a pensare con ottimismo al futuro e mantiene giovani.

QUESTO BLOG SEGUE IL FESTIVAL CON UNA SEZIONE FATTA DI NOTIZIE E VIDEO CHE TROVATE NELLA COLONNA QUI A DESTRA



lunedì 31 gennaio 2011

Da Tettamanzi al Guardian: lezioni di giornalismo

Dionigi Tettamanzi da www.chiesamilano.it
In questi giorni in cui chi condivide con me una professione non sempre facile sta guadando il fango di un'Italia che meriterebbe ben altri scenari, viene da chiedersi se siamo ancora capaci di raccontare il mondo che ci sta accanto. Ne parlavo giusto una settimana fa con alcuni colleghi prendendo ad esempio la crisi economica che ancora ci agita: siamo stati capaci di raccontarla in modo efficace? Puntuali sì nel registrare i bollettini sindacali fatti di vertenze e, spesso, di chiusure e le messe cantate istituzionali in cui si promettevano grandi interventi che si sono rivelati bruscolini, ma non sempre efficaci nel riferire il disagio delle famiglie, le lotte dei lavoratori, le storie spesso minoritarie di chi stava ai margini dei grandi giochi, ma che non per questo non dovevano essere raccontate.
Siamo stati dei mediatori credibili e completi della realtà? E' un tema sul quale vedo un giornalismo sempre più distratto, sempre più impaurito, sempre più stanco. Un giornalismo che tende ad identificarsi con le tesi piuttosto che con i fatti. Così raccontiamo spesso una realtà dalle parole dei politici, abbeverandoci ai comunicati stampa, alle conferenze piene di flash e di microfoni, perdendo il senso dei fatti, o meglio, raccontando solo una realtà parziale, spesso gratificante per chi la racconta, ma palesemente incompleta per chi la legge sui giornali, al bar come sulla panchina del parco. L'esempio classico (giusto per non parlare di politica, ma andandoci vicino) è il tema emergenza criminalità che affiora nelle cronache come le fasi lunari nel calendario: con regolarità. Ma non perchè vi siano improvvise recrudescenze o perchè il problema sia definitivamente risolto, ma semplicemente perchè l'allarme o la quiete apparente sono funzionali ad una tesi e non ad un fatto. Basta poco per capirlo: basta sentire la gente, raccontare di interi quartieri visitati dai ladri per comprendere che gli incontestabili sforzi non hanno risolto il problema; basta uscire da una conferenza stampa delle forze dell'ordine e chiedere agli agenti che controllano il territorio come è andato il turno per sentirsi dire, come è capitato a me, rimasto vittima di un tentativo di furto: "questa notte i ladri ci hanno fatto impazzire".
Ma dovremmo raccontare la realtà, anche quella scomoda ai potenti, senza tentazioni da notizia spettacolo, senza costruirla ad uso e consumo dei lettori.
Lo hanno spiegato sabato a Milano due giornalisti autorevoli come Enrico Mentana e Mario Calabresi e un cardinale illuminato come Dionigi Tettamanzi. Insieme celebravano San Francesco di Sales, patrono dei comunicatori, in un confronto ricco di spunti.
«Nel caso Ruby, per esempio, cos’è il fatto? - ha spiegato Mentana - Il caso giudiziario o il quadro dei “valori” di una generazione che emerge dalla vicenda? Dovremmo piuttosto chiederci se comportamenti come questi sono poi così distanti dalla società. O quanto questi valori non verranno assorbiti dai tanti laureati di belle speranze, delusi perché costretti a lavorare in un call center».
Ma dove stanno le notizie vere? «Un Paese che sembra preda di un litigio isterico permanente. Personalizzazione, esasperazione, drammatizzazione, contrapposizione sono il “sale” con il quale si tenta di dare sapore a una realtà che, altrimenti, si ritiene destinata all’inevidenza - ha osservato il cardinal Tettamanzi -.È importante che i media svolgano anche questa funzione di denuncia, ma occorre porgere queste notizie con responsabilità, così che non appaia che nulla funziona, che tutto è corrotto, che la situazione è irreparabile. Dai mezzi di comunicazione emerge una classe politica che tende a mettere al centro della propria azione le vicende personali dei suoi più diversi protagonisti. Certo, nessuno chiede di tacere episodi, fatti, denunce, indagini che riguardano quanti sono chiamati ad animare e guidare il Paese e dai quali tutti attendono esemplarità, nel pubblico e nel privato. Ma giornali e tv contribuiscono davvero a costruire e a promuovere la pubblica opinione, quando si lasciano contagiare dal clima avvelenato e violento causato da una politica che dimentica o sottovaluta i bisogni reali e concreti delle persone?. Quindi non si tacciano gli scandali (veri o presunti), ma l’informazione non può, non deve esaurirsi al racconto di scandali».
Così il cardinale ha chiesto più attenzione al sociale, ai problemi della gente, ai temi veri, anche se, giornalisticamente parlando, miti.
"Forse dobbiamo metterci d’accordo su cosa è sociale - risponde Calabresi-. La scuola è sociale? Gli asili nido che mancano sono sociale? La discarica è sociale? Anni fa la politica era l’asse portante di un giornale. Ma allora la politica incrociava di più la vita delle persone, oggi è più che altro scontro polarizzato. Il segreto è rendere sociale anche la politica. Come ha detto il cardinale Tettamanzi nel suo intervento, i lettori sono persone reali con bisogni reali. Bisogna partire da questi bisogni, leggendo gli effetti che le scelte della politica possono avere sulla vita di tutti i giorni, quindi sulla società».
Quale sarà il futuro del giornalismo? Riusciremo a raccontare la realtà?
«Ci sono modelli alternativi di vita da raccontare - ha concluso Tettamanzi -. Ci sono persone e comunità che attendono di essere narrate perché hanno intuizioni, progettano, studiano, lavorano, conseguono successi... Mostriamo il Paese che “ce la fa”, l’azione di quanti operano per uscire dalla crisi morale, sociale, politica, economica... Non serve creare ingenue rubriche di buone notizie, ma recuperare passione per la vita reale della gente, aiutarla a ripartire, sostenerla nel suo darsi da fare... Torniamo a guardare alla possibilità di un futuro migliore... Non rassegniamoci!».
E non si rassegnano nemmeno Mentana e Calabresi: «Quello che stiamo vivendo non è il periodo più nero della storia del giornalismo in Italia. Ci saranno pure le pressioni degli editori e della pubblicità, ma ciascun giornalista è responsabile delle sue azioni. E io credo che ci siano ancora professionisti che hanno la schiena e lo stomaco per sopportare qualche pressione».
Insomma il cammino è in salita, ma la fatica non è alla portata di soli iron-man. Intanto vi propongo qui sotto (tratti dal sito dell'Ucsi, i cronisti cattolici italiani) i 25 comandamenti del giornalismo redatti da Tim Radfort, free-lance dell'inglese Guardian, per un buon giornalismo. Radfort li ha usati per le sue lezioni di giornalismo, noi li leggiamo perchè non si finisce mai di imparare.

Tim Radfort
MY 25 COMMANDAMENTS FOR JOURNALISTS
di Tim Radford
1.Quando ti siedi a scrivere c' è una sola persona veramente importante nella tua vita. E' qualcuno che tu non incontrerai mai ed è chiamato lettore.
2. Non scrivi per far colpo sullo scienziato che hai appena intervistato, né per il professore che ti ha seguito all' università, o per il direttore che ti ha bocciato o per quella tipa sexy che hai appena incontrato a una festa e a cui hai detto che sei uno scrittore. Oppure per tua madre. Stai scrivendo per colpire qualcuno appeso a una maniglia della metro fra Parson's Green e Putney, che forse smetterà di leggere in un quinto di secondo.
3. Quindi, la prima frase che scriverai sarà la frase più importante della tua vita, e così la seconda, e così la terza. E questo perché, se tu puoi sentirti obbligato a scrivere, nessuno si potrà mai sentire obbligato a leggere.
4. Il Giornalismo è importante. Ma non deve, mai, sentirsi e mostrarsi importante. Niente spinge un lettore a rifugiarsi alla pagina delle parole crociate o a quella dei risultati dell' ippica più della pomposità. Quindi parole semplici, idee chiare e frasi brevi sono vitali nella narrazione giornalistica.
5. C' è una frase da incidere sul cartello che appenderai sulla tua macchina da scrivere: ‘'Nessuno mai protesterà se renderai un fatto più semplice da capire''.
6. Ed ecco un' altra cosa che dovrai ricordare ogni volta che ti siedi davanti alla tastiera: ‘'Nessuno ha il dovere di leggere questa merda''.
7. Se hai dei dubbi, parti dal fatto che il lettore non sa nulla. Ma non fare mai la sciocchezza di giudicarlo stupido. Un errore classico nel giornalismo è di sopravvalutare quello che il lettore sa e di sottovalutare invece la sua intelligenza.
8. La vita è complicata, ma il giornalismo non può essere complicato. E' proprio perché i problemi - medicina, politica, finanza - sono complicati che i lettori si rivolgono al Guardian, o alla Bbc, a Lancet, o alle vecchie pagine di giornale con cui si avvolge il pesce nelle pescherie e gli acquisti ai self service, sperando che li renderanno più semplici.
9. Quindi, se una questione è aggrovigliata come un piatto di spaghetti, tratta il tuo articolo come se fosse uno degli spaghetti, estratto dal groviglio. Rispettando la ricetta, con olio, aglio e salsa di pomodoro. Il lettore ti sarà grato perché gli hai dato la semplicità di una parte e non la complessità del tutto. Questo perché: a) il lettore sa bene che la vita è complicata, ma è contento di avere per lo meno un aspetto che è stato spiegato chiaramente e b) perché nessuno leggerebbe mai un servizio che annuncia: ‘'E' una vicenda inspiegabilmente complicata...''.
10. Una regola. Un articolo deve raccontare solo una cosa. Se hai di fronte quattro aspetti di una vicenda, intrecciali attorno alla cosa principale che devi raccontare. Puoi utilizzarne dei frammenti nel tuo articolo, ma solo se puoi farlo senza doverti staccare troppo dal racconto che hai scelto di seguire.
11. Una osservazione. Non cominciare a scrivere fino a quando non hai deciso qual è il senso della storia e cerca di formularlo con te stesso in una frase. Quindi chiediti se tua madre riuscirebbe ad ascoltare questa frase per più di un microsecondo senza riprendere a stirare. Quando dovrai vendere al direttore di un giornale una idea per un articolo, avrai lo stesso livello di attenzione, e quindi fai attenzione a quella frase. Spesso, non sempre, sarà la prima frase del tuo articolo.
12. C' è sempre un attacco ideale per qualsiasi articolo. Esso aiuta veramente a pensare a quello che viene dopo, perché scoprirai che le frasi successive si scrivono quasi da sole, molto velocemente. Non significa che tu sei semplicistico o superficiale. Oppure di gran talento. Significa solo che hai scritto la frase giusta.
13. Definizioni come queste non sono degli insulti per un giornalista. Il punto essenziale per chi paga per un giornale è avere delle informazioni che scivolano via facilmente e velocemente, senza troppe note, riferimenti oscuri e note alle note.
14. Parole come ‘'sensazionale'' o ‘'futile'' non devono far storcere il muso a un giornalista. Leggi quello che leggi - teatro elisabettiano, romanzi russi, fumetti satirici francesi, thriller americani - perché qualcosa nelle loro pagine stimola sentimenti di eccitazione, o di humour, il romanticismo o l' ironia. Il buon giornalismo dovrebbe darti appunto la sensazione di humour, di eccitazione, di intensità o di sapore piccante. Superficiale è uno degli insulti preferiti dai professoroni. Ma anche loro si appassionano delle loro materie prima di tutto perché vengono attratti da qualcosa di luccicante, appariscente e, è vero, di futile.
15. Le parole hanno un significato. Rispettalo. Guarda sul dizionario, scopri come vengono usate. E usale con proprietà. Non pavoneggiarti dietro la tua ignoranza. Non infilarti d'impulso in un sentiero impervio senza prima chiederti in che modo sarai capace di aprirti una strada.
16. I cliché, nell' istruzione classica del mondo dei quotidiani, devono essere evitati come la peste. Tranne quando sono il cliché adatto. E' sorprendente scoprire quanto sia utile un cliché, quando viene usato giudiziosamente. Perché il giornalismo non è tanto essere bravo quanto essere veloce.
17. Le metafore sono grandi cose. Ma non scegliere metafore astruse e mai, mai, mischiarle. La ciurma del Guardian aveva un Premio speciale , una sorta di Oscar dell' incompetenza, assegnato a un cronista di relazioni industriali che aveva spiegato al mondo che ‘'alcuni gatti selvaggi al Congresso delle Trade Unions erano appostati nel sottobosco, pronti a balzare come dei pirana, nonostante avessero la museruola''. E George Orwell raccontava di un poliziotto militare secondo cui ‘'la piovra dell' oppressione fascista aveva intonato il suo canto del cigno''.
18. Attenzione alle pose. Quando Mosé ordinò ai suoi comandanti di uccidere i Madianiti non lo fece per dimostrare che lui era un vero duro. (...). Il linguaggio del pub o del bar ha i suoi ritmi, il suo codice corporeo, i suoi sistemi di segnalamento. Il linguaggio della pagina non ha accentuazioni, non ha le tonalità che possono indicare scherzo o commedia o autoironia. Deve essere diretto, chiaro e vivido. E per essere diretto e vivo, deve seguire la propria grammatica.
19. Attenzione alle parole lunghe e incomprensibili. Attenzione al gergo. Se scrivi cose scientifiche questo è doppiamente importante. Devi bandire le parole che gli esseri umani normali non userebbero mai, come fenotipo, mitocondrio, inflazione cosmica, distribuzione di Gauss o isostasia. Non cercare di sembrare ‘'sfavillante'' o ‘'al settimo cielo'', basta essere brillante e felice.
20. L' inglese è meglio del latino. Tu non stermini, tu uccidi. Tu non ‘'sbavi'', tu sei innamorato. Tu non deflagri, bruci. Mosè non disse al Faraone:''La conseguenza della mancata liberazione della popolazione di un particolare soggetto etnico potrebbe determinare alla fine qualche particolare affezione alle colonie di alghe nel bacino centrale del fiume, con delle conseguenze impreviste per la flora e la fauna, e anche per i servizi ai consumatori''. Disse invece: ‘'le acque del fiume...si trasformeranno in sangue, e i pesci del fiume moriranno, e il fiume puzzerà''.
21. Ricorda che le persone vengono colpite da quello che è più vicino a loro. I cittadini della zona sud di Londra potrebbero preoccuparsi di più per la riforma economica in Surinam che per il risultato della squadra del Millwall il sabato, ma la maggior parte di loro non lo farà. Devi accettarlo. Il 24 novembre 1963, l' Hull Daily Mail (un giornale locale della zona di Hull, nello Yorkshire, ndr) mi mandò alla ricerca di un punto di vista locale sull' assassinio del presidente Kennedy. Una volta trovato l' attacco del pezzo, che faceva ‘'Gli abitanti di Hull erano in lutto stamani per...'', potevo andare avanti tranquillamente col racconto di quello che era accaduto a Dallas.
22. Leggi. Leggi un sacco di cose diverse. Leggi la Bibbia di Re Giacomo e Dickens, le poesie di Shelley e i fumetti della Marvel e i thriller di Chester Himes e Dashiel Hammet. Guarda le cose strabilianti che si possono fare con le parole. Osserva come possono evocare per incanto interi mondi nello spazio di mezza pagina.
23. Attenzione alle cose troppo definitive. L' ultimo cavallo di Godalming (cittadina del Surrey, ndr) non sarà certamente l' ultimo cavallo del Surrey. Ci sarà sempre più o meno qualcuno più grande, veloce, vecchio, giovane, ricco o nauseante del candidato a cui hai appena affibbiato l' ultimo superlative. Salvati sempre dai seccatori: ‘'Uno dei primi...'' ti salverà. Altrimenti, per lo meno qualificalo così: ‘'Secondo il Guinness dei primati...'', ‘'L' elenco dei ricchi del Sunday Times...''. E così via.
24. Ci sono cose che il buon gusto e la legge ti impediscono semplicemente di dire per iscritto. Le mie preferite sono: ‘'Assassino assolto'' e (in un articolo sulle funzioni religiose di Pasqua), ‘'Paul Meyers, che faceva Gesù Cristo, è emerso come la star dello show''.
25. Chi scrive ha delle responsabilità, non solo di tipo legale. Puntare alla verità. Se quest' ultima è sfuggente, e spesso lo è, per lo meno puntare alla correttezza, coscienti che c' è sempre un' altra faccia della vicenda. Attenzione a chi predica l' obbiettività. Costoro sono i più elusivi di tutti. Puoi scrivere che la Royal Society sostiene che l' ingegneria genetica è una buona cosa e che l' uranio impoverito è assolutamente innocuo. Ma devi ricordarti che l' ingegneria genetica è stata inventata da persone che sono state immediatamente accolte nella Royal Society, per la loro intelligenza, da altre persone che sono già membri della società perché hanno scoperto come arricchire il combustibile delle barre di uranio e come impoverire il resto. Dunque, parafrasando Miss Mandy Rice-Davies, (una delle protagoniste dello scandalo Profumo, ndr), "Che altro potrebbero dire, non vi sembra?'
L'INTERVENTO INTEGRALE DEL CARDINAL TETTAMANZI

Tettamanzi: la scelta della responsabilità

venerdì 21 gennaio 2011

Giornalisti: pagine e storie che non ci sono più

Oggi è morto a 76 anni Giulio Obici, ex inviato di Paese sera, un giornalista che si era occupato nella sua carriera dei mille misteri italiani. Un professionista che aveva scelto il lago di Garda come buen retiro. Cercando notizie su di lui mi sono imbattuto in alcune pagine di Marco Nozza, storico inviato de Il Giorno, che tratteggiava una categoria giornalistica che, vista oggi, sembra tanto lontana: quella del "pistarolo", del giornalista che attraversava gli anni della strategia della tensione con il gusto per l'inchiesta, il fiuto per l'indagine. Un giornalismo fatto di scarpe consumate e chilometri macinati: senza veline, senza uffici stampa, senza timori reverenziali verso nessuno, ma con tanta autorevolezza e tanto mestiere.
Ho letto quelle pagine con un po' di nostalgia, con un po' di invidia per loro (alcuni li ho conosciuti all'inizio della mia carriera con il loro fascino e il loro carisma). Vorrei condividere alcuni stralci di quelle pagine con voi, anche se non siete giornalisti. In questi anni nei quali anche sui giornali spesso si consumano le guerre tra bande, spesso si smarrisce il principio di obiettività e di ricerca della verità mi sembra una buona lettura. Senza nostalgia, ma con la voglia di riscoprire la genuinità di un mestiere non sempre facile.

I PISTAROLI
"Eravamo una compagnia di giro, una brigata di pronto intervento, abbiamo tenuto duro per un decennio, i più testardi anche di più, poi ciascuno è tornato nel suo brodo, non siamo mai diventati una lobby, nessuno di noi ha mai indossato l'eskimo, nessuno di noi ha fatto carriera, mentre molti di quelli che indossavano l'eskimo sono diventati direttori, direttori editoriali, editorialisti, commentatori con fotina, savonarola televisivi, vignettisti buoni per tutti i giornali e tutte le stagioni, da Lotta continua al Corriere della Sera, da Repubblica a Cuore, moralisti osannati a destra, a sinistra e al centro, professionisti dell'antidietrologia, in verità fustigatori di tutte le dietrologie degli altri ed esaltatori di una, la propria.
In principio ci chiamavano, alla francese, pistards noirs (1969-1972). Fu Giorgio Pisanò a battezzarci così sul suo settimanale, il Candido, che pubblicava una rubrica dal titolo «Stupidario Stampa», con ordine d'arrivo settimanale e classifica generale. Nella classifica individuale il primo ero sempre io. Secondo: Giulio Obici, di Paese Sera. Terzo: Marco Sassano, dell'Avanti!, poi passato al Giorno. Quarto: Guido Nozzoli, anche lui del Giorno. Quinto: Giuliano Marchesini, della Stampa (lo chiamavamo Garibaldi per via della criniera). Sesto: Umberto Zanatta, di Stampa Sera. Settimo: Italo Del Vecchio, della Gazzetta del Mezzogiorno (detto Bronson per la somiglianzà con l'attore). Ottavo: Gian Pietro Testa, del Giorno. Nono: Giorgio Sgherri, dell'Unità. Decimi (a pari merito): Fabio Isman, del Messaggero, Filippo Abbiati, del Giorno e Mario Cicellyn, del Mattino di Napoli (il decano della compagnia, e l'animatore). Seguivano Marco Fini, Ibio Paolucci, Nando Pensa, Adolfo Fiorani, la Marcella Andreoli, e poi Corrado Stajano, Giorgio Bocca, Walter Tobagi, la Camilla Cederna e altri ancora che però si sentivano pistards noirs a mezzo servizio. Nello «Stupidario Stampa» avrebbe meritato un posto Gianni Flamini (futuro autore del Partito del golpe, una specie di enciclopedia di tutte le piste, in sei tomi, oltre duemila pagine), ma Pisanò non prendeva in considerazione i giornali dei vescovi, e Flamini era l'inviato dell'Avvenire, quotidiano cattolico. (...)
Passavamo per cronisti d'assalto, gente un po' matta che si divertiva a fare le pulci ai mattinali della questura, a mettere nei guai gli inquirenti incolpando i neri e chiudendo un occhio sui rossi. Non era vero. Resta il fatto che quando è scoppiata la bomba nella Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, nel dicembre 1969, abbiamo difeso Valpreda fin dal primo momento non per ragioni ideologiche, ma come cronisti, facendo quelle normali indagini che sono Tabe di una cronaca (e di un mattinale) e che gli inquirenti invece non facevano. La cosa in principio ci incuriosì. Poi ci attrasse. Infine ci indignò.
Secondo noi, Pietro Valpreda non era il «mostro di piazza Fontana» come pretendevano la questura di Milano, il governo di Roma, la tivù di Stato (tramite l'esordiente Bruno Vespa) e il Corriere della Sera di Spadolini (tramite Giorgio Zicari, anche lui esordiente). Valpreda era una specie di fornaretto di «porta Cica», porta Ticinese, coinvolto in una macchinazione diabolica, e questa macchinazione, pensavamo, era stata organizzata dai servizi segreti d'accordo con chi voleva che in Italia le cose non cambiassero mai. Noi volevamo invece che le cose cambiassero, a cominciare dal modo di fare la cronaca nei giornali. Odiavamo le veline, cioè le notizie prefabbricate, l'informazione fatta piovere dall'alto. Certo che eravamo sospettosi. Presuntuosi, anche. Cocciuti. Testardi. Arroganti, mai. O quasi mai. Anche tra di noi, certo, allignava sempre qualche tipo intransigente, intollerante, fazioso, che proclamava «con i fascisti non si parla!» e si vantava di non guardarli nemmeno in faccia, i fascisti. Ma questo drappello era minuto, saranno stati tre o quattro, capitanati dalla Tiziana Maiolo, allora rabbiosa giornalista del manifesto. La maggior parte di noi si preoccupava di sentire anche le ragioni di quelli che erano schierati dalla parte contraria alla nostra: ci vantavamo di essere, e di mostrarci, giornalisti «democratici».
La televisione, allora, non era così importante, e così arrogante, come sarebbe poi diventata. Chi scriveva sui giornali aveva diritto alla credibilità indipendentemente dalla faccia che aveva, comparisse o meno sugli schermi televisivi. La gente era abituata a leggere, almeno quella che aveva la curiosità di sapere ciò che stava succedendo dietro l'angolo di casa, e perché stava succedendo, e dove ci avrebbe portati. È stato con l'affermazione della tivù privata, commerciale, che si è venuto formando il fenomeno nuovo del giornalista/conduttore/opinionista, interprete, persuasore occulto (o non occulto), predicatore, portatore di verità, giudice. Da allora in poi fu sufficiente comparire tre volte di seguito in televisione (comportandosi come si deve, televisivamente parlando, cioè secondo le regole del gradimento) per essere automaticamente considerati evangelisti da parte dei telespettatori (non più lettori) indipendentemente dalle cose sensate o meno sensate pronunciate, e per essere quindi catturati come firme da sbandierare in prima pagina, con annessa fotina, da parte di quei direttori della carta stampata che erano sempre più preoccupati di vendere il prodotto per fare contento il padrone, e sempre più spaventati da quel coso, da quell'apparecchio, che gli bruciava le notizie sotto il naso. Spaventati e, nello stesso tempo, irresistibilmente attratti. Fu così che le opinioni di quelli che non comparivano in televisione finirono con il contare sempre meno. Finché non contarono più niente del tutto".
da Il Pistarolo - Saggiatore 




venerdì 14 gennaio 2011

Giornalisti "invisibili"


Copio e incollo qui una nota della Federazione nazionale della stampa che dà conto della ricerca effettuata da Lsdi (Libertà di stampa diritto all'informazione)sul mondo dei giornalisti. Emerge un mondo spesso senza garanzie, sottopagato e come tale facilmente ricattabile, con buona pace dell'indipendenza professionale e del diritto all'informazione. La ricerca è stata presentata al Congresso della Fnsi in corso a Bergamo.

Metà degli iscritti all'Ordine senza una posizione contributiva, un esercito di free-lance che dichiara meno di 5000 euro lordi l'anno, un impoverimento delle più numerose fasce di reddito intermedie a vantaggio di quelle medio-alte, un progressivo invecchiamento della popolazione giornalistica e infine una progressiva avanzata delle donne, con la persistenza di un gap di carattere economico. Sono le condizioni della professione giornalistica fotografate in una ricerca di Lsdi (Libertà di stampa diritto all'informazione) compiuta sui dati forniti da Inpgi, Ordine e Fnsi relativi al 2009. Lo studio è stato più volte citato nel corso del Congresso della Federazione della Stampa in corso a Bergamo.
GLI INVISIBILI
Su due giornalisti iscritti all'Ordine solo uno risulta attivo nella professione. O almeno è 'visibile', nel senso che è titolare di una posizione contributiva all'Inpgi, in quanto lavoratore dipendente o autonomo. Al 31 dicembre 2009, su 108.437 giornalisti ufficiali, gli 'attivi' erano 49.239: il 50,17% degli iscritti se si escludono albo speciale e stranieri, e il 45,4% se si considerano anche questi ultimi. Il lavoro dipendente è ancora maggioritario, almeno formalmente: conta infatti 26.026 giornalisti (il 52,86%), contro i 23.213 autonomi. Gli 'invisibili' sono, nella grandissima maggioranza pubblicisti: dei 62.155 pubblicisti presenti nell'Ordine solo 4.086 risultano all'Inpgi come lavoratori dipendenti e 19.626 come lavoratori autonomi.
I FREE LANCE
La ricerca evidenzia ''una vistosa spaccatura fra lavoro dipendente e lavoro autonomo, che si intreccia col
precariato dai 2,50 euro lordi a notizia e con tutto quel variegato mondo del lavoro sommerso che ruota all'esterno delle redazioni o è addirittura la base produttiva nei nuovi media''.
Nel 2009, mentre solo un lavoratore subordinato su 3 aveva un reddito annuo inferiore ai 30.000 euro lordi, più della metà degli autonomi dichiaravano un reddito annuo inferiore ai 5.000 euro.
I REDDITI
Fra il 2000 e il 2009 i redditi fra 50 a 60.000 euro sono scesi dal 10,13% al 7,77%, quelli fra 60 e 70.000 sono calati da 9,6% a 6,8% e quelli fra 70 e 80.000 euro da 7,39% a 6,24%. Mentre sono cresciuti in percentuale gli
stipendi più 'ricchi': dal 9,54% al 12,5% nella fascia da 90 a 130.000 euro e da 2,8% a 6,22% per i guadagni superiori ai 130.000 euro. Nel campo del lavoro autonomo, il 55,25% dei giornalisti iscritti dichiara complessivamente entrate sotto il 5.000 euro lordi annui, la stessa percentuale del 2000.
UNA PROFESSIONE CHE INVECCHIA
Fra i giornalisti subordinati, le posizioni relative a redattori con meno di 40 anni, che nel 2000 erano oltre la metà (il 50,67%), sono scese al 40%, mentre quelle relative a redattori con oltre 50 anni sono passate dal 17,3% del 2000 al 25,77% del 2009. Per quanto riguarda l'Inpgi2 si registra una netta diminuzione percentuale,fra il 1997 e il 2009, degli iscritti con meno di 30 anni (dal 20,2 al 12,18%) e di quelli fra i 30 e i 40 anni (dal 42,37 al 35,19%), accompagnata invece da un aumento degli iscritti fra i 40 e i 50 anni (dal 22,9 al 29,9%), di quelli fra i 50 e i 60 anni (dal 12,3 al 16,34%) e di quelli con 61 anni e oltre (dal 2,4 al 6,39%).
AVANZANO LE DONNE
Sul piano del lavoro subordinato, nel 2009 le donne erano il 40,71% - contro il 9,3% del 1975 -, ma rappresentavano il 43,02% dei rapporti di lavoro nelle fasce di reddito più basse (entro i 30.000 euro annui) e soltanto il 15,08% dei salari nelle fasce di reddito alte, sopra gli 80.000 euro annui.


Chi volesse leggere l'intera ricerca può scaricarla cliccando qui. Oppure leggerla qui sotto.

Giornalismo: il lato emerso della professione

mercoledì 12 gennaio 2011

Giornalismi: tra promesse e sacrifici

«I giornali non moriranno, ma non stanno certo bene. Questo deve essere chiaro a tutti. I giovani li abbandonano a favore di internet, nel 2009 la diffusione è scesa ai livelli del 1939, la pubblicità è calata del 16% e nel 2009 i ricavi dei quotidiani sono calati del 20% al netto dell'inflazione. Oggi i giornalisti devono dare prova di flessibilità per lavorare anche con strumenti differenti. L'innovazione si fa con chi conosce bene il mestiere. Gli editori si salveranno solo se sapranno mettere in campo la qualità». Ho copiato qui alcune frasi dell'intervento di ieri di Carlo De Benedetti, editore del Gruppo Repubblica-Espresso, al congresso nazionale della Federazione nazionale della stampa italiana (il sindacato dei giornalisti)in corso in questi giorni a Bergamo.
Prima di addentrarsi nelle discussioni in sindacalese stretto, in questo con liturgie non troppo dissimili da quelle di un sindacato classico, il congresso ha lasciato spazio ad interventi esterni e così al contributo di De Benedetti hanno fatto seguito quelli di Fedele Confalonieri (Mediaset) e Piegaetano Marchetti (Rcs). Tutti a parlare di innovazione, cambiamento, qualità, multimedialità, di un giornalismo che potrebbe essere immortale solo se si rinnovasse.
A me sinceramente sembra di stare (con tutti i distinguo del caso, è ovvio) davanti a tanti novelli Marchionne che dicono bisogna lavorare di più (discorso corretto soprattutto nelle grandi strutture editoriali), dare più qualità (richiesta che dovrebbe essere ovvia), dare maggiori servizi e aprirsi alla multimedialità (prospettiva sensata visto che è là che il lettore si sta dirigendo). Bene, ma cosa abbiamo visto fino ad ora? Abbiamo visto tagli occupazionali (approfittando della legge sull'editoria in crisi, sono stati prepensionati centinaia di colleghi  e molte "grandi firme"), risparmi sui costi generali, persino ridimensionamento dei formati e della foliazione (migliaia di euro di carta in meno) per far fronte ad un crollo verticale della raccolta pubblicitaria. Cosa non abbiamo visto o visto poco? La salvaguardia di un patrimonio di qualità del giornalismo italiano (fior di inviati mandati in pensione a 57 anni, esperti di giornalismo di inchiesta collocati a riposo, nel nome della riduzione dei costi e non certo con un occhio al peso specifico del prodotto), gli investimenti sulle strutture multimediali tutto sommato ridotti, soprattutto sulle piccole testate, a partire da quello che dovrebbe essere la benzina per il motore (la pubblicità, che sul web continua ad essere spesso trattata da molti gruppo come la cenerentola, anche in termini di innovazione, di scoperta di nuovi mercati e di conoscenza approfondita dei nuovi linguaggi imposti dal web). Questo è lo scenario (tagli sprint di uomini e di mezzi, con calma e per piacere quando si tratta di fare investimenti), con buona pace delle dichairazioni di conquista delle nuove frontiere del giornalismo, snello, di qualità, multimediale. Insomma in questi scenari non troppo confortanti fatti di sacrifici richiesti e subiti e di tante promesse che faticano a decollare resta determinante un'opera di chiarezza sulle responsabilità di ognuno, giornalisti ed editori. Un passo determinante per capire - facendo sintesi di ogni discorso e prendendo in prestito un'esperssione utilizzata in tv l'altra sera dal vicedirettore del Corriere Massimo Mucchetti parlando del caso Fiat (vedi il post precedente) -: "chi fa il maschio e chi fa la femmina". Per evitare che a qualcuno rimangano i benefici e ad altri solo i sacrifici.

venerdì 26 novembre 2010

Chiedere è lecito?

"Ogni domanda alla quale si possa dare una risposta ragionevole è lecita".
Konrad Lorenz
(da Il cosidetto male)
Stamane mi sono imbattuto in un programma tv (Agorà di Andrea Vianello) in cui ci si poneva una domanda semplice: "Chiedere è lecito?". Il riferimento era alla telefonata del premier all'ultima puntata di Ballarò nella quale, dopo un monologo e dopo aver dato del mistificatore al conduttore, troncava la comunicazione prima di rispondere alle domande da studio. A me sono venuti in mente due recenti servizi tv in cui altrettanti politici, Mara Carfagna e Roberto Cota, facevano altrettanto. Nel primo caso la giornalista del TG3, approfittando della presenza del ministro ad una manifestazione contro la violenza alle donne, aveva chiesto delle tensioni all'interno del Pdl, sentendosì zittire da un solerte portavoce. Nel secondo servizio si sentiva un Roberto Cota, governatore del Piemonte, spiegare che aver detto no ai rifiuti della Campania era un atto di responsabilizzazione nei confronti degli amministratori del Sud. Alla domanda successiva, però, su come conciliasse il fatto che il suo partito (la Lega Nord) a Roma diceva che bisognava accogliere i rifiuti di Napoli e in Piemonte lo stesso partito faceva le barricate, il coerente Cota preferiva alzare i tacchi e andarsene.
Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, ma mi sembra si stia esagerando: nella politica come nelle istituzioni (provate a lavorare su notizie scomode, magari di quelle che per ragioni di opportunità non passano dalla grancassa e dalle "messe cantate" delle conferenze stampa e poi ditemi quello che succede, quali pressioni incontrate). Certo, sono preferibili microfoni e taccuini allo stato brado che domande puntigliose che potrebbero mettere a nudo incapacità operative o, peggio, incompetenza. Meglio classificare i giornalisti in amici e nemici che pensare che entrambi stanno semplicemente facendo il loro lavoro: fare domande e avere delle risposte.
Nel corso del programma di Vianello qualcuno ha spiegato che all'estero un politico che non risponde alle domande verrebbe prima massacrato dai media e poi dai suoi stessi elettori. In Italia, strano paese, viene spesso dipinto come un eroe. Peccato che, in Italia come altrove, sia campione solo di una cosa: di arroganza.



lunedì 18 ottobre 2010

Gabanelli, censure e giornalismo alla deriva

Premessa: ieri sera lavoravo e non ho visto report di Milena Gabanelli. Ma le polemiche che hanno accompagnato la puntata ci danno lo spessore del giornalismo, di come è inteso e dell'autorevolezza che si è conquistato in Italia.
Mi chiedo cosa sarebbe successo se ci fosse stato fra "gli uomini del presidente" un avvocato Ghedini anche ai tempi dello scandalo Watergate, ma forse oltre oceano, una figura del genere non sarebbe nemmeno concepita. Perchè solo in Italia l'opacità vera  (non diversa da quella evocata per la genesi delle ville ad Antigua del presidente del Consiglio) è quella tra politica e giornalismo, imprenditoria e media. Di chi è la colpa? Dei giornalisti innanzitutto, una categoria che in questi anni, complice la congiuntura, si sta costruendo un declino sicuro sul fronte della credibilità, della trasparenza, dell'indipendenza (un esempio: sapete su quali argomenti vertono maggiormente le sanzioni dell'ordine dei giornalisti? Sul rapporto non sempre trasparente tra giornalisti e pubblicità). Di avvocati Ghedini è pieno il mondo, magari non laureati in legge, ma semplicemente in scienze della comunicazione, che spesso è la scienza di fare lobbing attraverso i giornali. Basta poco, spesso solo un buon ufficio stampa ed il gioco e fatto. E da giornalisti possiamo solo rimproverare noi stessi per aver perso una bussola che ora è difficile da recuperare.
Ci hanno vestito con delle casacche colorate e messo in squadra: a destra o a sinistra. Così è più facile, a torto o a ragione, bollarci come dei servi, minare il lavoro che molti continuano a fare con scrupolo. E spesso, è accaduto anche in questo caso, invece di difendere, a prescindere da come la si pensi, il lavoro d'inchiesta dei colleghi ecco la censura, l'insinuazione, l'accusa delle accuse: il falso moralismo.
Spiega Sallusti, il direttore del Giornale: "La procura di Roma avrebbe acquisito la perizia sul reale valore della casa di Monte­carlo venduta da An via off­shore e finita al cognato di Fi­ni. Sarebbe tre volte tanto il prezzo pagato. La questione si arricchisce così di un nuo­vo tassello che per quanto ovvio ha la sua importanza. E dimostra come il presiden­te della Camera abbia m­enti­to sulla dinamica e sul conte­nuto della vicenda. Siamo ri­masti soli a chiedere che si faccia luce. Poco male, fin dall'inizio le grandi firme del giornalismo d'inchiesta e i campioni di moralismo, quelli che alla casta gli spez­zerebbero le reni, si sono af­fannati a ce­rcare smentite in­vece che investigare per tro­vare conferme. Non ce l'han­no fatta ma non si danno pa­ce. A dare loro manforte è scesa in campo ieri sera an­che Milena Gabanelli, la se­gugia di Report , in prima se­rata su Raitre. La Gabanelli è una brava giornalista, non c'è dubbio. Ma ha un difetto: i suoi dos­sier ( pardon, i giornalisti de­mocratici fanno solo inchie­ste) sono a senso unico. Ha fatto le pulci a mezzo centro­destra, è stata alla larga da qualsiasi cosa possa portare dalle parti della sinistra. Quindi anche da Gianfran­co Fini. Peccato, con il suo in­tuito avre­bbe dato una gros­sa mano alla ricerca della ve­rità. A parte quella, però, le case le interessano. Anzi, è attratta da una in particola­re, che guarda caso è di Sil­vio Berlusconi. Altro che i settanta metri quadrati di Montecarlo, parliamo di una reggia costruita ad Anti­gua".
L'esito di tutto ciò è che sia il lavoro della "comunista" Gabanelli come quello del "berlusconiano" Sallusti finiscano per essere bollati come inchieste di parte al di là di quella ricerca di trasparenza che aveva ispirato entrambe. Faziosità e giornalismo non vanno d'accordo, aprono le strade ai tanti Ghedini che popolano l'Italia, dai piccoli comuni (con tanti sindaci di destra e sinistra che confondono il consenso popolare con il salvacondotto per dire e fare cazzate) alle grande città. Così si giustificano silenzi (quanti no comment hanno raccolto i collaboratori di Report da amministratori e politici, compresi quelli bresciani?), si fanno melina, si eludono, con l'arroganza di chi passa con il rosso e fa pure il gestaccio al vigile, quelle richieste di trasparenza e spiegazioni che non dovrebbe essere esigenze del giornalista, ma dell'opinione pubblica. Qualcuno mi dirà: sei il solito moralista (i nuovi liberi pensatori dell'era moderna, si sa, hanno messo al bando parole come morale, etica, coerenza e guai a contraddirli). Qualcunn altro mi vaticinerà che mi estinguerò presto. Poco male. Intanto sfoglio il giornale e leggo della lista dei regali ricevuti da Toni Blair durante la permanenza a Downing Street e riscattati (pagando di tasca propria) dall'ex premier a fine mandato. Quella banale lista di orologi e altre amenità è stata chiesta al Cabinet Office dalla Commissione per la libertà d'informazione. Perchè in Gran Bretagna, la libertà di informazione è una questione di stato....
God save the queen.

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GIUSTO PER RINFRESCARCI LA MEMORIA....

mercoledì 13 ottobre 2010

Ciao Renato, cane sciolto del giornalismo bresciano

Si è sempre più poveri in questo mondo in bilico tra il silenzio e il conformismo. Si è sempre più poveri quando se ne vanno persone come Renato Rovetta, 68 anni, ex maestro elementare, giornalista per passione, fuori dal coro per vocazione, spirito libero per scelta. A Brescia era stato uno che amava andare contro corrente con i suoi scritti, sulle riviste alle quali aveva collaborato, nell'ultima invenzione che aveva curato e coccolato e che, al solito, precorreva i tempi. Era un blog negli anni in cui non esistevano le vezzosità di widget policromatici e altre diavolerie del genere. Era un blog un po' ruspante nella grafica, ma graffiante nella sostanza, caustico nello stile, divertente nella forma, intrigante nel gossip. Si chiamava Bresciablob e si è progressivamente spento con l'avanzare della malattia, sempre più invalidante, che stava piegando anche se non domando il suo autore (tanto che a lei Renato dedicò l'ultimo commovente scritto "Diario di un ischemizzato creativo"). Creativo lo è stato sempre Renato, così come critico e consigliere con noi che muovevamo i primi passi nel mondo del giornalismo.
Oggi, cercando di recuperare frammenti di Bresciablob in qualche recondito angolo della rete, mi sono imbattuto in una serie di giudizi su di lui e su uno dei suoi scritti clandestini: "Tangentopoli a Brescia - Novanta", una delle tante storie scovate in questa Brescia dei misteri e dei poteri.
Scriveva Mino Martinazzoli: "...non tema, Rovetta, di risultare straniero in questa città, perchè, tutto sommato, c'è scritto anche nella Bibbia che Dio protegge gli stranieri...sono pagine che colgono nel segno un notevole risultato di satira politica, qualche cosa di divertente davvero e mi sono divertito molto, come ormai raramente mi accade...sarà un libertino, ma è una persona libera, direi: c'è ormai così poca dimistichezza con la libertà che uno rischia di essere definito libertino non appena ne usa un poco...non è che Rovetta contesta: questo l'ha fatto in gioventù pagando, credo, costi atroci...lui è contro tutti: non si sa poi dove vada a dormire la sera e chi gli dia ospitalità perchè proprio non c'è redenzione...una dimostrazione di una capacità di analisi satirica assai intelligente e insieme 'pietosa'...pagine che sono, almeno per me, una notevole boccata d'ossigeno".
Ciao Renato, cane sciolto del giornalismo bresciano, esemplare di una razza in via di estinzione. Grazie per le boccate di ossigeno che ci hai dato, per i sorrisi, per i consigli e, soprattutto, per la stima sincera che ci hai regalato e che ancora ci onora.


UNA CANZONE D'ADDIO PER RENATO...

martedì 5 ottobre 2010

La "bomba" di De Bortoli e il giornalismo che cambia

Ferruccio De Bortoli è il direttore del Corriere della Sera. Chi giornalista non è avrà scoperto andando in edicola che la scorsa settimana uno fra i più autorevoli quotidiani d'Italia non è uscito per un paio di giorni, chi frequenta il web avrà trovato il suo sito non presidiato per 48 ore. Colpa della "bomba" (in senso metaforico, ovviamente) lanciata da Ferruccio De Bortoli (nella foto sotto) in redazione.

Una bomba-carta visto che si trattava di una lettera. Una lettera senza se e senza ma che è entrata a gamba tesa nella vita del quotidiano di via Solferino, scombinandone schemi, equilibri, rapporti, consuetudini e liturgie. Il Corriere per i giornalisti è come la Fiat per i metalmeccanici, un po' un mondo a parte, ma anche un punto di riferimento. Ecco dunque che la lettera di De Bortoli non può non far riflettere la categoria. Sorvolerei sull'opportunità o meno, dal punto di vista sindacale, di una presa di posizione simile, che sa molto di pistola puntata alla tempia, di mossa per innescare scontri generazionali e minare conquiste (qualcuno li chiama privilegi, ma non mi sembra corretto nei confronti di chi ha lavorato per ottenerli) maturate negli anni. Voglio andare alla sostanza, agli interrogativi che muove alla nostra professione.
"L'industria alla quale apparteniamo - scrive - e la nostra professione stanno cambiando con velocità impressionante. In profondità. Di fronte a rivolgimenti epocali di questa natura, l'insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso. Questo ormai anacronistico impianto di regole, pensato nell'era del piombo e nella preistoria della prima repubblica, prima o poi cadrà. Con fragore e conseguenze imprevedibili sulle nostre ignare teste.

Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. (...) Non è più accettabile l'atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l'affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l'edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell'edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell'impresa e del lavoro". Boom...
Insomma il compassato direttore del Corriere sembra aver perso la pazienza, dicendo però una cosa che è davanti agli occhi di tutti: "L'editoria deve cambiare". Già qualcuno, come Giuliano Cazzola (parlamentare Pdl ed economista), si frega le mani perchè la crisi sta abbattendo i privilegi della Casta dei giornalisti (mentre quella dei politici, ahinoi, sembra al riparo delle intemperie), ma il tema non è sindacale (questa è materia per Comitati di redazione), ma culturale.
Il giornalismo deve cambiare non perchè De Bortoli vuole fare il bello e cattivo tempo con i giornalisti del Corriere, ma perchè chi fa il giornalista oggi deve saper essere multimediale, capace, cioè di veicolare la stessa notizia su media diversi, che richiedono tecniche, approcci, contenuti diversificati. Un cambiamento che è il ticket da pagare alla sopravvivenza, ma che fatica a farsi largo in molti colleghi, più proiettati verso il "tiriamo a campare" fino alla pensione che verso l'idea di essere interpreti e protagonisti fino in fondo del cambiamento. Sembra di assistere alle difficoltà che vent'anni fa ebbero molti quando dalla tecnologia a caldo, dalle linotype e dalle macchine da scrivere, si passò al computer e alla tecnologia a freddo per produrre i giornali. Passaggi epocali, ma inevitabili. Che si affrontano con entusiasmo e voglia di essere protagonisti o si subiscono con il fatalismo del condannato a morte. E non serve essere smanettoni, basta essere un po' realisti, basta fare fino in fondo il nostro mestiere: quello di interpretare, capire e conoscere la realtà. De Bortoli lo ha detto ai giornalisti del Corriere, ma la lettera è stata recapitata a ciascuno di noi e al tavolo di confronto auspicato dal direttore del quotidiano di via Solferino dovrebbero sedersi tutti quanti amano questo mestiere. Dovrebbero sedersi anche gli editori, che questo mestiere lo coordinano e lo plasmano in impresa, spogliandosi, magari, del peccato originale di amministrare un gruppo editoriale come una normale fabbrica di saponette, facendo finta che sia la stessa cosa, tagliando solo i costi e non trovando il coraggio di scommetere nel futuro con investimenti innovativi e mortificando le professionalità solo perchè in età di prepensionamento. Insomma, facendo gli editori come - si diceva un tempo - i "padroni delle ferriere". Ma questa, purtroppo, è un'altra storia.

giovedì 29 luglio 2010

Giornalisti, politici, conferenze stampa e rispetto

«I giornalisti fanno i giornalisti: pongono domande alle quali è possibile non rispondere». Lo ha detto oggi Enzo Icopino, il presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti dopo la tribolata conferenza stampa del coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini e gli attacchi e gli insulti ad una giornalista dell'Unità, Claudia Fusani. Uno spettacolo triste, al quale, come spesso succede ha partecipato anche qualche collega (in questo caso il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, amico di Verdini).
Entrerà mai nel dna dei politici italiani di ogni colore e posizione politica il tema del rispetto per i giornalisti e, di riflesso, per il cittadino elettore. Mi chiedo cosa succederebbe in Italia davanti ad inchieste come quelle proposte recentemente dal Washington post sulla rete top secret americana costituita dopo gli attentati dell'11 settembre o sulla pubblicazione di centinaia di documenti riservati del Pentagono dal sito Wikileaks.com.
Certo, il rispetto tanti giornalisti italiani forse lo hanno perso da tempo e non fanno molto per riconquistarselo, ma i politici, forse, ne hanno avuto sempre troppo poco per il giornalisti e per la gente. Con buona pace del popolo elettore.

La conferenza stampa

mercoledì 28 luglio 2010

Wikileaks, la potenza della rete e l'assicurazione sulla vita del giornalismo

Giornalismo-scientifico e info-vandalismo. I commentatori si dividono  su wikileaks.org e sul suo fondatore il 39enne Julian Assange (nella foto), australiano di nascita apolide per necessità di sopravvivenza, rappresentante del giornalismo senza fissa dimora come impone l'idea di una rete libera da condizionamenti e divieti. Wikileaks, sito specializzato nel raccogliere e pubblicare documenti segreti di ogni parte del mondo ha pubblicato il suo Kabul war diary un saccheggio di documenti riservati del Pentagono che raccontano di una guerra in Afghanistan dai tanti punti oscuri, una guerra mai detta, tra massacri di civili, missioni segrete, squadre di pronto intervento sotto copertura "cattura o uccidi". Ha messo insomma in una scatola di vetro le cose inconfessabili di una guerra sporca, come lo sono tutte le guerre.
I più cinici spiegano che Wikileaks ha scoperto l'acqua calda documentando che la guerra è un inferno, altri minimizzano spiegando che si tratta di cose note. Certo è che gli Usa sono preoccupati e il Pentagono ha fatto aprire un'inchiesta penale sulla più grande fuga di notizie degli ultimi anni.
La vicenda, però, ci da conto, se ancora ve ne fosse bisogno, della potenza della rete, della potenza di uno strumento che, nonostante i tentativi di limitarne l'impatto (dalle varie leggi bavaglio ai bizzantinismi autorizzativi che molti stati impongono), continua ad essere una prateria di libertà perchè ci sarà sempre un'Islanda (a quanto sembra l'ultima dimora dei server di Wikileaks e del suo fondatore) tollerante al punto di non porre limiti alla denuncia civile, alla libertà di informazione, che, è il caso del sito di Julian Assange, trova anche benefattori che con una serie di donazioni lo mantengono in vita.
La rete insomma appare come la grande coscienza critica del mondo, spiegandoci, ad esempio, gli orrori di una guerra che va male e sulla quale si fatica trovare una exit strategy onorevole. Ma è vero giornalismo di inchiesta quello di Wikileaks? Secondo me no, trattandosi di un puro e semplice collettore di documenti (sulla guerra in Afghanistan, ci spiega il sito, ve ne sono oltre 75 mila) ai quali manca la mediazione giornalistica che ne sappia interpretare e decifrare i codici, che sappia ricostruire in una sintesi  credibile e approfondita una storia, che sappia masticare i file top-secret per trasformarli in un'inchiesta accessibile anche a chi non ha conoscenze e competenze, ovvero il lettore medio.
Questo, secondo me è fare giornalismo (è anche l'assicurazione sulla vita della nostra professione), questo rimane un ruolo che nessuna rete e nessun reporter diffuso può sostituire. Certo è che la competenza e la preparazione di un giornalista e la spregiudicatezza di un hacker anarchico come Assange possono far paura a chiunque. Ma del resto, diceva, Bogart: "E' la stampa, bellezza".

Ecco come The guardian ha elaborato i documenti di Wikileaks

giovedì 10 giugno 2010

Intercettazioni: resistere, resistere, resistere

Avremo tante colpe noi giornalisti, sempre più impiegati e sempre meno battitori di strade, più o meno impervie, ma quello che si sta consumando stamane in Parlamento è l'ultimo colpo di vanga di una fossa nella quale cadremo dentro noi, la giustizia e, in fondo in fondo, un'Italia distratta nell'anno dei mondiali.
Mi sono riletto il testo sulle intercettazioni che, a colpi di fiducia, oggi potrebbe rompere gli ormeggi e navigare verso il mare legislativo. Nonostante le presunte mitigazioni resta un testo destinato a segnare la fine, o quasi, delle indagini contro la criminalità organizzata (resteranno i poveri pusher presi con la droga nelle mutante a pagare per tutti), contro il malaffare (addio cricche, rimarranno i mariuoli alla Mario Chiesa pizziacati con le banconote segnate nascoste nel cesso dell'ufficio). Resterà un'etica ferita dal silenzio: orecchio non sente, cuore non duole e l'Italia tornerà ad essere sfavillante come una vetrina di via Montenapoleone, con i conti in rosso ma con le gnocche che fanno dimenticare anche di essere dei brutti ciospi.
Resterà un giornalismo bolso, senza gli strumenti per far veramente capire cosa succede in Italia. Resterà un giornalismo povero (sfogliate la Repubblica che segna con un post it gli articoli destinati a sparire con la nuova legge e vedrete di quante notizie saremo privati), un giornalismo velinaro senza gli strumenti per costruirsi un futuro (e non ditemi che tanto la rete salverà il mondo con i suoi reporter diffusi perchè il buon giornalismo di inchiesta non si improvvisa, è una professione e non un hobby). Un giornalismo destinato a perdere smalto e lettori, perchè un giornalismo con il bavaglio non è giornalismo.
Che fare? Resistere, resistere, resistere, disse una volta il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli. Al limite dell'obiezione di coscienza e della disobbedienza civile, perchè il tema è etico prima che professionale, perchè la libertà di informare è un diritto per i cittadini e un dovere per chi la pratica. Magari togliendosi pure qualche sfizio, come buttare nel cestino la selva di comunicati stampa dei politici che affollano le redazioni di dichiarazioni ovvie e di analisi senza cervello: quelle si sono spesso macellerie, non mediatiche, ma della grammatica e della sintassi. Buttare, buttare, buttare... non perderemmo nulla (anzi i lettori avrebbero più notizia, vere, da leggere) e ne guadagneremmo tutti in autonomia.

mercoledì 5 maggio 2010

Quando ci vogliono giornalisti impiegati... il caso Scajola

Ieri discutevamo di giornalisti-giornalisti e di giornalisti-impiegati, oggi sul Corriere della sera mi ha colpito una foto a scavalco tra pagina due e pagina tre. E' la foto di una sedia vuota e di un grappolo di microfoni orfani dell'interlocutore: il ministro Scajola che dopo aver annunciato le sue dimissioni non ha voluto rispondere alle domande dei cronisti.
Insomma: ci vogliono giornalisti - impiegati, magari di quelli che hanno anche un filo di compassione per quel ministro che, a suo dire, è finito vittima di una macchinazione. Insomma ci vogliono giornalisti flautati come Bruno Vespa al quale l'ormai ex ministro ha affidato le sue considerazioni senza riuscire a convincerci fino in fondo della sua buona fede, tenendo conto che un politico del suo calibro dovrebbe attivare una serie di "procedure di sicurezza" per non prestare il fianco a comportamenti che un domani potrebbero rivelarsi fonte di potenziali ricatti, o, quanto meno, di attacchi politico-giudiziari.
I giornalisti-giornalisti, invece, ci hanno raccontato di un gruppo d'affaristi senza scrupoli che tra massaggi, regali e altro ancora cercavano di tenere in scacco una classe politica con l'asticella dell'etica un po' troppo bassa per una paese come l'Italia dove il senso della correttezza è come l'aria condizionata sulle auto di un tempo: un optional.
E i giornalisti-giornalisti come Luigi Ferrarella sul Corriere suonano già un campanello d'allarme su come vogliono impiegatizzare (scusate il neologismo) la stampa italiana. "Con la nuova legge neppure una riga sul caso Scajola" avverte Ferrarella nel suo commento che mette in luce come sarebbe stata vietata ogni indiscrezione sul caso anche se gli atti, depositati per un'udienza davanti al tribunale del riesame e quindi noti alle parti, sono coperti da un segreto quasi unanimamente ritenuto più blando.
"Eppure - scrive Ferrarella -, se fosse già in vigore la legge proposta dal ministro Alfano sulle intercettazioni, gli italiani nulla saprebbero ancora della casa di Scajola. E nulla gli italiani ancora saprebbero perché nulla i giornali avrebbero potuto scriverne in questi 12 giorni, e ancora fino a chissà quanti altri mesi. Al contrario di quello che i promotori della legge raccontano, e cioè che con essa intendono impedire la pubblicazione selvaggia di intercettazioni segrete, l’attuale testo in discussione alla Commissione Giustizia del Senato vieta, con la scusa delle intercettazioni, la pubblicazione — non solo integrale ma neanche parziale, neanche soltanto nel contenuto, neanche soltanto per riassunto — degli atti d’indagine anche se non più coperti dal segreto, e questo fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza. In più, aggancia la violazione di questo divieto a un’altra legge già esistente (la 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle imprese per reati commessi dai dipendenti nell’interesse aziendale), e per ogni pubblicazione arbitraria fa così scattare non solo ammende maggiorate per i cronisti (da 2 a 10 mila euro, dunque con oblazione a 5 mila euro), ma soprattutto maxi-sanzioni a carico delle aziende editoriali fino a 465 mila euro a notizia".
Mettere le mezze maniche da impiegati ai giornalisti, con questa legge, è un gioco da ragazzi. Ma del resto, lo dice lo stesso Premier Silvio Berlusconi, "in Italia abbiamo sin troppa libertà di stampa". Anche se un recente studio dell'osservatorio "Freedom House" colloca l'Italia fra i "Partly Free", i paesi parzialmenti liberi unico stato in zona euro in queste condizioni.
E' la destra che ci vuole giornalisti-impiegati? Non direi che sia una sua esclusiva, piuttosto di una politica bipartisan che, come gli allenatori delle squadre di calcio, ha sempre avuto rapporti difficili con i giornalisti che non siano giornalisti impiegati. Il "vada a farsi fottere" pronunciato ieri da Massimo D'Alema nei confronti di Alessandro Sallusti del Giornale è li a dimostrarlo: se ci riempiamo la bocca per difendere i giornalisti- giornalisti dovremmo anche avere il coraggio di ribattere, senza insultare, a chi ricorda (magari provocando ad arte, ma pur sempre facendo il suo mestiere) al politico di turno un suo comportamento (come quello uscito da affittopoli) certo non lo aveva fatto brillare per rigore etico e coerenza. Già, la coerenza. Un modus vivendi in via di estinzione. Enzo Biagi - lo ha ricordato la figlia Bice ieri presentando il libro "In viaggio con mio padre" (Bompiani) - chiamava la coerenza "un atto di coraggio". Ma Enzo Biagi non c'è più e noi giornalisti in cerca di un futuro - lo dicevamo ieri - piangiamo la mancanza di nuovi maestri. Di nuovi giornalisti-giornalisti.



E' LA STAMPA BELLEZZA...



LA MAPPA DELLE LIBERTA' DI STAMPA