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lunedì 18 aprile 2011

Settimana santa, giorni del paradosso


Settimana santa, settimana di passione, "giorni del paradosso" come ha spiegato il cardinal Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano. "Giorni strani" nei quali pare che il velo del tempio debba squarciarsi per la seconda volta sotto gli strali di chi si crede un nuovo messia, ma è solo un vecchio, senza se e senza ma.
Settimana santa in cui un cardinale arriva a chiedersi dal pulpito: «Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?». L'anno chiamata una predica ad personam, ma ci interessa un po' tutto quando arriva a parlare di uomini che combattono «ma non vogliono che loro decisioni vengono definite “guerra”». Quando giunge a domandarsi: «perché tanti vivono arricchendosi sulle spalle dei Paesi poveri, ma poi si rifiutano di accogliere coloro che fuggono dalla miseria?». O a constatare come «nella società, nella politica, nelle famiglie e anche nella Chiesa, consideriamo stoltezza mettere gli altri al di sopra di noi e crediamo piuttosto nella forza del denaro, del potere, del successo ad ogni costo. Alzare la voce, cercare giusta vendetta, mostrare la nostra forza sono diventati i criteri per regnare». Giorni strani in questa settimana santa che di santo, guardandosi in giro, sembra aver conservato assai poco. Giorni del paradosso, dell'invettiva, della menzogna, dove alla forza dei cavalli non sarebbe male riscoprire la "mansuetudine dell'asino".
Che fare? La risposta è forse quella di un altro uomo di chiesa, Luciano Monari, vescovo di Brescia, che sabato sera ha parlato ai giovani durante la veglia delle Palme: "Abituatevi, educate voi stessi a fare tutto ciò che fate perfettamente, con cura e precisione; che il vostro agire non abbia niente d'impreciso, non fate niente senza provarvi gusto, in modo grossolano. Ricordatevi che nell'approssimazione si può perdere tutta la vita, mentre al contrario, nel compiere con precisione e al ritmo giusto anche le cose e le questioni di minore importanza, si possono scoprire molti aspetti che in seguito potranno essere per voi fonte… di un nuovo atto creativo… non permettete a voi stessi di pensare il maniera grossolana. Il pensiero è un dono di Dio ed esige che si abbia cura di sé. Insomma, abbiate fede in Dio e abbiate cura di voi stessi: siate umani e ogni giorno cercate di diventare più umani: più attenti, più intelligenti, più razionali, più responsabili, più giusti, più buoni. Facendo così salverete la vostra anima e renderete più umano il mondo".
E forse così anche un nano come Zaccheo (e con lui tutti i nani della terra) può diventare un gigante. Buona settimana.

lunedì 31 gennaio 2011

Da Tettamanzi al Guardian: lezioni di giornalismo

Dionigi Tettamanzi da www.chiesamilano.it
In questi giorni in cui chi condivide con me una professione non sempre facile sta guadando il fango di un'Italia che meriterebbe ben altri scenari, viene da chiedersi se siamo ancora capaci di raccontare il mondo che ci sta accanto. Ne parlavo giusto una settimana fa con alcuni colleghi prendendo ad esempio la crisi economica che ancora ci agita: siamo stati capaci di raccontarla in modo efficace? Puntuali sì nel registrare i bollettini sindacali fatti di vertenze e, spesso, di chiusure e le messe cantate istituzionali in cui si promettevano grandi interventi che si sono rivelati bruscolini, ma non sempre efficaci nel riferire il disagio delle famiglie, le lotte dei lavoratori, le storie spesso minoritarie di chi stava ai margini dei grandi giochi, ma che non per questo non dovevano essere raccontate.
Siamo stati dei mediatori credibili e completi della realtà? E' un tema sul quale vedo un giornalismo sempre più distratto, sempre più impaurito, sempre più stanco. Un giornalismo che tende ad identificarsi con le tesi piuttosto che con i fatti. Così raccontiamo spesso una realtà dalle parole dei politici, abbeverandoci ai comunicati stampa, alle conferenze piene di flash e di microfoni, perdendo il senso dei fatti, o meglio, raccontando solo una realtà parziale, spesso gratificante per chi la racconta, ma palesemente incompleta per chi la legge sui giornali, al bar come sulla panchina del parco. L'esempio classico (giusto per non parlare di politica, ma andandoci vicino) è il tema emergenza criminalità che affiora nelle cronache come le fasi lunari nel calendario: con regolarità. Ma non perchè vi siano improvvise recrudescenze o perchè il problema sia definitivamente risolto, ma semplicemente perchè l'allarme o la quiete apparente sono funzionali ad una tesi e non ad un fatto. Basta poco per capirlo: basta sentire la gente, raccontare di interi quartieri visitati dai ladri per comprendere che gli incontestabili sforzi non hanno risolto il problema; basta uscire da una conferenza stampa delle forze dell'ordine e chiedere agli agenti che controllano il territorio come è andato il turno per sentirsi dire, come è capitato a me, rimasto vittima di un tentativo di furto: "questa notte i ladri ci hanno fatto impazzire".
Ma dovremmo raccontare la realtà, anche quella scomoda ai potenti, senza tentazioni da notizia spettacolo, senza costruirla ad uso e consumo dei lettori.
Lo hanno spiegato sabato a Milano due giornalisti autorevoli come Enrico Mentana e Mario Calabresi e un cardinale illuminato come Dionigi Tettamanzi. Insieme celebravano San Francesco di Sales, patrono dei comunicatori, in un confronto ricco di spunti.
«Nel caso Ruby, per esempio, cos’è il fatto? - ha spiegato Mentana - Il caso giudiziario o il quadro dei “valori” di una generazione che emerge dalla vicenda? Dovremmo piuttosto chiederci se comportamenti come questi sono poi così distanti dalla società. O quanto questi valori non verranno assorbiti dai tanti laureati di belle speranze, delusi perché costretti a lavorare in un call center».
Ma dove stanno le notizie vere? «Un Paese che sembra preda di un litigio isterico permanente. Personalizzazione, esasperazione, drammatizzazione, contrapposizione sono il “sale” con il quale si tenta di dare sapore a una realtà che, altrimenti, si ritiene destinata all’inevidenza - ha osservato il cardinal Tettamanzi -.È importante che i media svolgano anche questa funzione di denuncia, ma occorre porgere queste notizie con responsabilità, così che non appaia che nulla funziona, che tutto è corrotto, che la situazione è irreparabile. Dai mezzi di comunicazione emerge una classe politica che tende a mettere al centro della propria azione le vicende personali dei suoi più diversi protagonisti. Certo, nessuno chiede di tacere episodi, fatti, denunce, indagini che riguardano quanti sono chiamati ad animare e guidare il Paese e dai quali tutti attendono esemplarità, nel pubblico e nel privato. Ma giornali e tv contribuiscono davvero a costruire e a promuovere la pubblica opinione, quando si lasciano contagiare dal clima avvelenato e violento causato da una politica che dimentica o sottovaluta i bisogni reali e concreti delle persone?. Quindi non si tacciano gli scandali (veri o presunti), ma l’informazione non può, non deve esaurirsi al racconto di scandali».
Così il cardinale ha chiesto più attenzione al sociale, ai problemi della gente, ai temi veri, anche se, giornalisticamente parlando, miti.
"Forse dobbiamo metterci d’accordo su cosa è sociale - risponde Calabresi-. La scuola è sociale? Gli asili nido che mancano sono sociale? La discarica è sociale? Anni fa la politica era l’asse portante di un giornale. Ma allora la politica incrociava di più la vita delle persone, oggi è più che altro scontro polarizzato. Il segreto è rendere sociale anche la politica. Come ha detto il cardinale Tettamanzi nel suo intervento, i lettori sono persone reali con bisogni reali. Bisogna partire da questi bisogni, leggendo gli effetti che le scelte della politica possono avere sulla vita di tutti i giorni, quindi sulla società».
Quale sarà il futuro del giornalismo? Riusciremo a raccontare la realtà?
«Ci sono modelli alternativi di vita da raccontare - ha concluso Tettamanzi -. Ci sono persone e comunità che attendono di essere narrate perché hanno intuizioni, progettano, studiano, lavorano, conseguono successi... Mostriamo il Paese che “ce la fa”, l’azione di quanti operano per uscire dalla crisi morale, sociale, politica, economica... Non serve creare ingenue rubriche di buone notizie, ma recuperare passione per la vita reale della gente, aiutarla a ripartire, sostenerla nel suo darsi da fare... Torniamo a guardare alla possibilità di un futuro migliore... Non rassegniamoci!».
E non si rassegnano nemmeno Mentana e Calabresi: «Quello che stiamo vivendo non è il periodo più nero della storia del giornalismo in Italia. Ci saranno pure le pressioni degli editori e della pubblicità, ma ciascun giornalista è responsabile delle sue azioni. E io credo che ci siano ancora professionisti che hanno la schiena e lo stomaco per sopportare qualche pressione».
Insomma il cammino è in salita, ma la fatica non è alla portata di soli iron-man. Intanto vi propongo qui sotto (tratti dal sito dell'Ucsi, i cronisti cattolici italiani) i 25 comandamenti del giornalismo redatti da Tim Radfort, free-lance dell'inglese Guardian, per un buon giornalismo. Radfort li ha usati per le sue lezioni di giornalismo, noi li leggiamo perchè non si finisce mai di imparare.

Tim Radfort
MY 25 COMMANDAMENTS FOR JOURNALISTS
di Tim Radford
1.Quando ti siedi a scrivere c' è una sola persona veramente importante nella tua vita. E' qualcuno che tu non incontrerai mai ed è chiamato lettore.
2. Non scrivi per far colpo sullo scienziato che hai appena intervistato, né per il professore che ti ha seguito all' università, o per il direttore che ti ha bocciato o per quella tipa sexy che hai appena incontrato a una festa e a cui hai detto che sei uno scrittore. Oppure per tua madre. Stai scrivendo per colpire qualcuno appeso a una maniglia della metro fra Parson's Green e Putney, che forse smetterà di leggere in un quinto di secondo.
3. Quindi, la prima frase che scriverai sarà la frase più importante della tua vita, e così la seconda, e così la terza. E questo perché, se tu puoi sentirti obbligato a scrivere, nessuno si potrà mai sentire obbligato a leggere.
4. Il Giornalismo è importante. Ma non deve, mai, sentirsi e mostrarsi importante. Niente spinge un lettore a rifugiarsi alla pagina delle parole crociate o a quella dei risultati dell' ippica più della pomposità. Quindi parole semplici, idee chiare e frasi brevi sono vitali nella narrazione giornalistica.
5. C' è una frase da incidere sul cartello che appenderai sulla tua macchina da scrivere: ‘'Nessuno mai protesterà se renderai un fatto più semplice da capire''.
6. Ed ecco un' altra cosa che dovrai ricordare ogni volta che ti siedi davanti alla tastiera: ‘'Nessuno ha il dovere di leggere questa merda''.
7. Se hai dei dubbi, parti dal fatto che il lettore non sa nulla. Ma non fare mai la sciocchezza di giudicarlo stupido. Un errore classico nel giornalismo è di sopravvalutare quello che il lettore sa e di sottovalutare invece la sua intelligenza.
8. La vita è complicata, ma il giornalismo non può essere complicato. E' proprio perché i problemi - medicina, politica, finanza - sono complicati che i lettori si rivolgono al Guardian, o alla Bbc, a Lancet, o alle vecchie pagine di giornale con cui si avvolge il pesce nelle pescherie e gli acquisti ai self service, sperando che li renderanno più semplici.
9. Quindi, se una questione è aggrovigliata come un piatto di spaghetti, tratta il tuo articolo come se fosse uno degli spaghetti, estratto dal groviglio. Rispettando la ricetta, con olio, aglio e salsa di pomodoro. Il lettore ti sarà grato perché gli hai dato la semplicità di una parte e non la complessità del tutto. Questo perché: a) il lettore sa bene che la vita è complicata, ma è contento di avere per lo meno un aspetto che è stato spiegato chiaramente e b) perché nessuno leggerebbe mai un servizio che annuncia: ‘'E' una vicenda inspiegabilmente complicata...''.
10. Una regola. Un articolo deve raccontare solo una cosa. Se hai di fronte quattro aspetti di una vicenda, intrecciali attorno alla cosa principale che devi raccontare. Puoi utilizzarne dei frammenti nel tuo articolo, ma solo se puoi farlo senza doverti staccare troppo dal racconto che hai scelto di seguire.
11. Una osservazione. Non cominciare a scrivere fino a quando non hai deciso qual è il senso della storia e cerca di formularlo con te stesso in una frase. Quindi chiediti se tua madre riuscirebbe ad ascoltare questa frase per più di un microsecondo senza riprendere a stirare. Quando dovrai vendere al direttore di un giornale una idea per un articolo, avrai lo stesso livello di attenzione, e quindi fai attenzione a quella frase. Spesso, non sempre, sarà la prima frase del tuo articolo.
12. C' è sempre un attacco ideale per qualsiasi articolo. Esso aiuta veramente a pensare a quello che viene dopo, perché scoprirai che le frasi successive si scrivono quasi da sole, molto velocemente. Non significa che tu sei semplicistico o superficiale. Oppure di gran talento. Significa solo che hai scritto la frase giusta.
13. Definizioni come queste non sono degli insulti per un giornalista. Il punto essenziale per chi paga per un giornale è avere delle informazioni che scivolano via facilmente e velocemente, senza troppe note, riferimenti oscuri e note alle note.
14. Parole come ‘'sensazionale'' o ‘'futile'' non devono far storcere il muso a un giornalista. Leggi quello che leggi - teatro elisabettiano, romanzi russi, fumetti satirici francesi, thriller americani - perché qualcosa nelle loro pagine stimola sentimenti di eccitazione, o di humour, il romanticismo o l' ironia. Il buon giornalismo dovrebbe darti appunto la sensazione di humour, di eccitazione, di intensità o di sapore piccante. Superficiale è uno degli insulti preferiti dai professoroni. Ma anche loro si appassionano delle loro materie prima di tutto perché vengono attratti da qualcosa di luccicante, appariscente e, è vero, di futile.
15. Le parole hanno un significato. Rispettalo. Guarda sul dizionario, scopri come vengono usate. E usale con proprietà. Non pavoneggiarti dietro la tua ignoranza. Non infilarti d'impulso in un sentiero impervio senza prima chiederti in che modo sarai capace di aprirti una strada.
16. I cliché, nell' istruzione classica del mondo dei quotidiani, devono essere evitati come la peste. Tranne quando sono il cliché adatto. E' sorprendente scoprire quanto sia utile un cliché, quando viene usato giudiziosamente. Perché il giornalismo non è tanto essere bravo quanto essere veloce.
17. Le metafore sono grandi cose. Ma non scegliere metafore astruse e mai, mai, mischiarle. La ciurma del Guardian aveva un Premio speciale , una sorta di Oscar dell' incompetenza, assegnato a un cronista di relazioni industriali che aveva spiegato al mondo che ‘'alcuni gatti selvaggi al Congresso delle Trade Unions erano appostati nel sottobosco, pronti a balzare come dei pirana, nonostante avessero la museruola''. E George Orwell raccontava di un poliziotto militare secondo cui ‘'la piovra dell' oppressione fascista aveva intonato il suo canto del cigno''.
18. Attenzione alle pose. Quando Mosé ordinò ai suoi comandanti di uccidere i Madianiti non lo fece per dimostrare che lui era un vero duro. (...). Il linguaggio del pub o del bar ha i suoi ritmi, il suo codice corporeo, i suoi sistemi di segnalamento. Il linguaggio della pagina non ha accentuazioni, non ha le tonalità che possono indicare scherzo o commedia o autoironia. Deve essere diretto, chiaro e vivido. E per essere diretto e vivo, deve seguire la propria grammatica.
19. Attenzione alle parole lunghe e incomprensibili. Attenzione al gergo. Se scrivi cose scientifiche questo è doppiamente importante. Devi bandire le parole che gli esseri umani normali non userebbero mai, come fenotipo, mitocondrio, inflazione cosmica, distribuzione di Gauss o isostasia. Non cercare di sembrare ‘'sfavillante'' o ‘'al settimo cielo'', basta essere brillante e felice.
20. L' inglese è meglio del latino. Tu non stermini, tu uccidi. Tu non ‘'sbavi'', tu sei innamorato. Tu non deflagri, bruci. Mosè non disse al Faraone:''La conseguenza della mancata liberazione della popolazione di un particolare soggetto etnico potrebbe determinare alla fine qualche particolare affezione alle colonie di alghe nel bacino centrale del fiume, con delle conseguenze impreviste per la flora e la fauna, e anche per i servizi ai consumatori''. Disse invece: ‘'le acque del fiume...si trasformeranno in sangue, e i pesci del fiume moriranno, e il fiume puzzerà''.
21. Ricorda che le persone vengono colpite da quello che è più vicino a loro. I cittadini della zona sud di Londra potrebbero preoccuparsi di più per la riforma economica in Surinam che per il risultato della squadra del Millwall il sabato, ma la maggior parte di loro non lo farà. Devi accettarlo. Il 24 novembre 1963, l' Hull Daily Mail (un giornale locale della zona di Hull, nello Yorkshire, ndr) mi mandò alla ricerca di un punto di vista locale sull' assassinio del presidente Kennedy. Una volta trovato l' attacco del pezzo, che faceva ‘'Gli abitanti di Hull erano in lutto stamani per...'', potevo andare avanti tranquillamente col racconto di quello che era accaduto a Dallas.
22. Leggi. Leggi un sacco di cose diverse. Leggi la Bibbia di Re Giacomo e Dickens, le poesie di Shelley e i fumetti della Marvel e i thriller di Chester Himes e Dashiel Hammet. Guarda le cose strabilianti che si possono fare con le parole. Osserva come possono evocare per incanto interi mondi nello spazio di mezza pagina.
23. Attenzione alle cose troppo definitive. L' ultimo cavallo di Godalming (cittadina del Surrey, ndr) non sarà certamente l' ultimo cavallo del Surrey. Ci sarà sempre più o meno qualcuno più grande, veloce, vecchio, giovane, ricco o nauseante del candidato a cui hai appena affibbiato l' ultimo superlative. Salvati sempre dai seccatori: ‘'Uno dei primi...'' ti salverà. Altrimenti, per lo meno qualificalo così: ‘'Secondo il Guinness dei primati...'', ‘'L' elenco dei ricchi del Sunday Times...''. E così via.
24. Ci sono cose che il buon gusto e la legge ti impediscono semplicemente di dire per iscritto. Le mie preferite sono: ‘'Assassino assolto'' e (in un articolo sulle funzioni religiose di Pasqua), ‘'Paul Meyers, che faceva Gesù Cristo, è emerso come la star dello show''.
25. Chi scrive ha delle responsabilità, non solo di tipo legale. Puntare alla verità. Se quest' ultima è sfuggente, e spesso lo è, per lo meno puntare alla correttezza, coscienti che c' è sempre un' altra faccia della vicenda. Attenzione a chi predica l' obbiettività. Costoro sono i più elusivi di tutti. Puoi scrivere che la Royal Society sostiene che l' ingegneria genetica è una buona cosa e che l' uranio impoverito è assolutamente innocuo. Ma devi ricordarti che l' ingegneria genetica è stata inventata da persone che sono state immediatamente accolte nella Royal Society, per la loro intelligenza, da altre persone che sono già membri della società perché hanno scoperto come arricchire il combustibile delle barre di uranio e come impoverire il resto. Dunque, parafrasando Miss Mandy Rice-Davies, (una delle protagoniste dello scandalo Profumo, ndr), "Che altro potrebbero dire, non vi sembra?'
L'INTERVENTO INTEGRALE DEL CARDINAL TETTAMANZI

Tettamanzi: la scelta della responsabilità

venerdì 8 gennaio 2010

Tettamanzi, Monari, la chiesa, l'immigrazione, le polemiche


Monsignor Dionigi Tettamanzi non fa troppi giri di parole e in una ricorrenza come l'Epifania, tradizionalmente nota nella Chiesa come la festa delle genti, il segno dell'Universalità della Chiesa, è andato dritto al tema dell'integrazione, mettendo il dito su una ferita aperta e scatenando una serie di polemiche.
"Le famiglie dei migranti - ha spiegato nella sua omelia, molto dedicata ai bambini - diventano oggetto di proposte dal sapore nascostamente discriminatorio, fatte passare, invece, come forme di saggezza culturale e di necessità politica. A pagarne le conseguenze sono per lo più i giovani. Così come accade quando, con gesti sociali e politici gravemente diseducativi, si negano diritti propri dei ragazzi e dei giovani. Senza il rispetto per i diritti umani elementari non ci può essere “bene comune".

Carissimi genitori migranti: abbiamo bisogno di una maggiore unità tra noi e di una volontà più decisa ed energica nel portare avanti progetti educativi nuovi per questa nuova società in cui avete scelto di vivere. In questa società italiana sempre più composta a buon diritto da cittadini di altre nazionalità, abbiamo bisogno di far emergere il meglio che è in ciascuno di noi. Abbiamo bisogno di una riflessione profonda e condivisa sui valori della persona, della cittadinanza e dell’appartenenza religiosa.
In questo nostro Paese, in questa nuova Milano - formata da tutti noi, milanesi di vecchia e di nuova data -, abbiamo bisogno di un miracolo".
Invece di seguire il sogno di un miracolo, la sollecitazione ad un cambio di mentalità difficile ma necessario, si è preferito al solito buttarla in politica con qualche critica articolata ("L'integrazione è nei numeri, a Milano risiedono quasi 200 mila stranieri. Persone che in città hanno trovato casa, lavoro e accoglienza" Riccardo De Corato, vicesindaco Pdl) e con qualche valutazione un po' meno pertitente ("Noi non cacciamo nessuno, vogliamo solo che si rispettino le regole, e sull'altare con i Rom avrei voluto vedere qualche operaio in cassa integrazione . Ci sono anche i problemi italiani..." Davide Boni, assessore regionale della Lega, che sembra dimenticare come la diocesi di milano in un anno abbia raccolto nel fondo "Famiglia-Lavoro" oltre 6 milioni e mezzo di euro che hanno già aiutato 2333 famiglie in difficoltà).
E a Brescia cosa è accaduto? Il vescovo Luciano Monari si è affidato a frasi forse meno polemiche, ma non per questo meno risolute: "Voi venite dal mondo intero; siete stati portati a Brescia dalle necessità concrete delle vostre famiglie. Bene, a Brescia siete a casa vostra, qui trovate la stessa chiesa che vi ha generato alla fede, trovate lo stesso Cristo che vi è stato annunciato, lo stesso Spirito che vi ha santificato. (...) La Chiesa bresciana farà quello che le è possibile. Ma al di là di questo vorremmo che sentiste, qui a Brescia il calore della Chiesa in cui siete nati e dalla quale avete ricevuto il vangelo. Quando frequentate le parrocchie, non sentitevi come estranei accolti provvisoriamente ma come persone che vivono nel loro ambiente, in quello spazio che Dio ha creato per loro". Un bello stimolo per tutti, a meno di non fare come sempre: buttarla in politica dando un colore anche ai paramenti dei prete e polemizzando così su tutto per non risolvere niente.

L'omelia dell'Epifania del Vescovo di Brescia Luciano Monari

L'omelia dell'Epifania dell'Arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi

sabato 26 dicembre 2009

Pensierini e riflessioni natalizie

Pensierini di Natale. In questi giorni di festa ci sono alcune riflessioni che ho colto qua e là eccole:

Editoriali
24/12/2009 -
Il futuro colorato di speranza
di ENZO BIANCHI
Priore della Comunità di Bose

Il bilancio che ciascuno di noi fa sui dodici mesi trascorsi è sempre condizionato dalle aspettative che aveva nutrito nell'anno precedente e, specularmente, orienta le speranze per l'anno a venire, soprattutto quando ci veniamo a trovare alla fine di un decennio: allora attese e disillusioni si fanno più forti, quasi che il misurare il tempo in cifre tonde e simboliche - gli anni «zero» del terzo millennio - sia percepito con maggiore intensità e che le svolte impresse al corso della storia debbano assumere un carattere più marcato. Così, il dover constatare anche alla chiusura di quest'anno che ben poco è stato fatto per sanare situazioni negative nella convivenza umana, in ambito nazionale come a livello planetario, risulta fonte di particolare amarezza.

Non solo, sembra quasi che il protrarsi indefinito di profonde ferite inferte all'umanità e al creato finiscano per trasformarsi in ineluttabili calamità, cui si è fatta l'abitudine e che si derubricano a problemi cronici, non più degni di attenzione e di impegno. È il caso delle guerre e delle patenti violazioni dei diritti umani in certe aree del globo: i conflitti vengono dimenticati, le vittime ignorate, le sofferenze banalizzate, come se si trattasse di ciclici eventi naturali, analoghi all'alternarsi delle stagioni.

La crisi economica, per esempio, ha solo superficialmente scalfito la fiducia nell'autoregolamentazione del mercato globale, suggerendo al massimo alcuni accorgimenti per una maggiore vigilanza, mentre le ingiustizie di fondo che pervadono i rapporti produttivi e commerciali non sono state considerate degne di seria attenzione. Anche la mancanza di legalità o l'irrisione dello stato di diritto, il non rispetto delle minoranze e dei più deboli e indifesi, il diradarsi delle strutture di solidarietà e di integrazione sociale paiono ormai atteggiamenti passivamente acquisiti, la cui disumanità non interpella più le coscienze. A poco a poco ci si assuefa alla barbarie quotidiana, si rinuncia alla sana indignazione contro gli attentati portati alla dignità di ogni essere umano, si considera scontata l'impossibilità del dialogo civile, ci si rassegna a una sorda lotta di tutti contro tutti.

Eppure l'animo umano fatica a rinunciare alle aspettative di miglioramento, è portato a «sperare contro ogni speranza», soprattutto là dove percepisce che non è in gioco solo il mero interesse personale, ma il futuro delle generazioni che si affacciano oggi all'esistenza e di fronte alle quali saremo considerati responsabili: il desiderio di riconsegnare la società civile in condizioni migliori di quelle nelle quali ci è stata affidata da quanti ci hanno preceduto anima il cuore e l'intelligenza di ogni essere umano degno di tal nome. Per i cristiani, in particolare, cittadini come gli altri e solidali con loro nelle vicende quotidiane, questo desiderio assume anche i tratti dell'annuncio di verità in cui si crede: non dogmi astratti, ma convinzioni che muovono il pensare e l'operare. Allora non è utopia sperare che l'annuncio evangelico delle beatitudini, il disarmo di ogni inimicizia, il prendersi cura di chi è nel bisogno, il perdono per le offese ricevute possano trovare fecondo terreno di crescita non solo nei cuori dei singoli, ma nel tessuto stesso dalla convivenza civile: queste speranze non sono il non-luogo dei nostri sogni, ma l'anelito insopprimibile che rende sopportabile anche un presente intristito nel suo ripiegarsi su se stesso.

Cesserà l'imbarbarimento dei rapporti quotidiani? Rinascerà la solidarietà tra le generazioni e le popolazioni della terra? Si concretizzerà la cura e la custodia per un creato affidato alla mano sapiente dell'uomo? I più deboli troveranno nei più forti sostegno e non oppressione? Le carestie, le guerre e le pandemie finiranno di essere considerate ineluttabili e verranno contrastate nelle loro cause e nei loro effetti? La pace ritroverà nel concreto della storia il suo significato di vita piena e ricca di senso? E ancora, crescerà il dialogo franco e autentico all'interno della chiesa e tra le chiese? Ci si aprirà all'ascolto dell'altro, al rispetto delle sue convinzioni, al discernimento delle sue attese, indipendentemente dal suo credere o meno? A questo dovremmo pensare quando ci scambiamo gli auguri: non a un gesto formale e scaramantico, ma a una promessa di impegno e a un'assunzione di responsabilità. Perché lo sguardo critico e sereno sul grigiore del passato è già apertura a un futuro colorato di speranza.
da La Stampa




Buongiorno
24/12/2009 -
Vite spostate
di Massimo Gramellini
Ma perché non restano a casa loro? Penserà qualcuno, osservando la foto delle moltitudini che danno l'assalto ai treni ghiacciati delle Feste: migliaia di persone disposte, pur di mettersi in viaggio, a sopportare o a compiere qualsiasi sopruso. La risposta è abbastanza spiazzante: perché casa loro non è il luogo da cui partono, ma quello in cui cercano di arrivare. Distratti dall'epica moderna delle metropoli e dei social forum, ci eravamo dimenticati che l'Italia rimane un Paese di emigranti che per sopravvivere hanno dovuto crescere lontano dalle radici, di mammoni che sentono la mamma dieci volte al giorno ma la vedono una volta l'anno: a Natale.

Il ritorno a casa dell'eroe, coacervo di sensazioni malinconiche che oscillano fra il ricordo dell'antica appartenenza e il sospetto di una sopraggiunta estraneità, è un meccanismo della natura. E come tale, anche quando sembra illogico, si perpetua inesorabile. Non esiste animale capace di sottrarsi al richiamo della tana. Non esiste pericolo o disagio che possa fermare questa corsa al contrario verso l'utero da cui si è usciti. E' un bisogno dell'anima. Certo, se Natale cadesse d'estate come in Australia, tutto suonerebbe meno poetico ma maledettamente più comodo.
da La Stampa



Milano. Messa di Mezzanotte
dall'omelia del Cardinal Dionigi Tettamanzi
... La solidarietà infatti mira ad un orizzonte senza limiti: tanti e diversi sono i bisogni che attendono risposta. Quanti “fondi” si dovrebbero istituire per rispondere a tutte le urgenze! Quanta giustizia e carità, quanta solidarietà e fraternità sono necessarie per le innumerevoli situazioni di povertà, solitudine, malattia, dolore! Penso in particolare ai sofferenti cosiddetti invisibili: una categoria destinata allargarsi drammaticamente se venisse a mancare lo sguardo aperto e penetrante della carità che si fa prossimità e condivisione! Mi riferisco alle tante persone che soffrono per i più differenti disagi psichici, alle sofferenze dei loro familiari.
Come non pensare poi ai carcerati? L’altro ieri ho voluto passare a visitare e benedire le celle di numerosi detenuti a san Vittore. Ho provato tanta pena, anzi un vero e proprio sconcerto per quanto ho visto con i miei occhi. Non posso dimenticare la parola di un detenuto: “Sì, la giustizia deve fare il suo sacrosanto percorso e al colpevole la pena è dovuta, ma le condizioni abitative, nelle loro più elementari esigenze, non possono essere ingiustamente offensive della dignità personale di chiunque”. E concludeva: “In questo modo ci strappano via la nostra dignità umana!”. Mi dicevo, tornando a casa: dovremmo tutti ricordarci della parola del Signore: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Matteo 25,36) e soprattutto viverla con gesti di solidarietà per rimediare - come e sin dove è possibile - a situazioni di squallore intollerabile.

E sulla terra pace agli uomini che egli ama

Come migliore augurio, in questa Santa Notte, vorrei risuonasse in ciascuno di voi il canto gioioso della moltitudine degli angeli sulla grotta di Betlemme: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Luca 2,14). Il bambino che giace nella mangiatoia lui stesso è la pace, la pace fatta carne umana, la pace assicurata agli amati da Dio, ossia a tutti gli uomini e a ciascuno di essi. Cristo è il “Principe della pace”, scrive il profeta Isaia (9,5); è “la nostra pace”, lo definisce l’apostolo Paolo (Efesini 2,4); lui stesso, Cristo Signore, nelle beatitudini chiede ai suoi discepoli di essere “operatori di pace” (Matteo 5,9).
Quanto è necessaria oggi questa pace! Non solo per tanti popoli tuttora sconvolti dalla guerra, ma anche per il nostro Paese provato da continue tensioni e scontri verbali, forzature bugiarde e ipocrite, strumentalizzazioni inaccettabili e violenze morali e fisiche. Ma quanto è necessaria la pace anche nell’intimo delle nostre famiglie; nelle comunità cristiane, nelle relazioni quotidiane con gli altri: in casa, sul lavoro, nella scuola, in ogni ambito di vita!...

martedì 16 giugno 2009

Giornalismo e qualità della comunicazione. La ricetta del cardinal Tettamanzi



"La qualità vera della comunicazione dipende sempre dalle persone" (Dionigi
Tettamanzi, cardinale, arcivescovo di Milano)




Ci dicono che il vero giornalismo è finito, ci dicono, insomma che dobbiamo morire, schiacciati dalle nuove tecnologie e dai vecchi vizi del mestiere, dalla morte prematura del giornalismo d'inchiesta e dal teorema ancora tutto da provare del "siamo tutti giornalisti". E' di conforto, dunque, l'intervento che Dionigi Tettamanzi (sì l'arcivescovo di Milano e scusate se in questo blog se ne parla quasi di più che su Avvenire) ha affidato a Desk, rivista dell' Unione nazionale dei cronisti cattolici, una pubblicazione che da tempo indaga a fondo e con profitto sul futuro della professione giornalistica.
Cosa dice il cardinale? Parla della nostra fatica di riconoscersi nel modo di vivere la professione così come si sta delineando, con il giornalista sempre meno in strada, sempre più adagiato su un letto di comunicati stampa e veline, sempre più assegnato dai condizionamenti che non sono solo politici, ma anche istituzionali e lobbistici. Parla di una professione che sarebbe meglio definire mestiere perchè, spiega, "essere giornalista oggi è un mestiere, un ministerium: un servizio alle persone, per informarle, per diffondere comunicazione, per servire la verità".
Già, la verità: più che servizio, vedo tanto servilismo, tanta manipolazione "pro domus" che certo non ci fa onore e che alla lunga piega la nostra credibilità. "Parlando della vostro come di un mestiere - continua Tettamanzi - mi viene in mente la figura dell'artigiano, di colui che è capace di fare di sé uno strumento prezioso di lavoro. Voi infatti operate con la vostra mente, le vostre mani, le vostre parole, con le idee, le emozioni. Avete il potere e il compito di ordinare la realtà, quasi per ricrearla modellarla: non per falsarla, ma per fornirne un'interpretazione. (...) La qualità vera della comunicazione dipende sempre dalle persone".
Che lezione di giornalismo da un cardinale, uno stimolo che è anche un conforto: "Abbiamo ancora bisogno del giornalista testimone. Non c'è virtualità che tenga. Abbiamo bisogno di una pluralità di punti di vista di narrazioni. Abbiamo bisogno che i fatti non siano semplicemente mostrati, ma anche interpretati, compresi, ordinati (...) Non finirà mai il vostro mestiere: ce n'è troppo bisogno. C'è bisogno della vostra passione, della vostra fatica, della vostra lungimiranza".
Vorrei che qualcuno mi ricordasse queste parole ad ogni riunione di redazione. Mi sentirei sicuramente meglio e avrei un marcia in più.

giovedì 21 maggio 2009

Le città tra solidarietà e apartheid

1) «Ebbene, signori Consiglieri, io ve lo dichiaro con fermezza fraterna ma decisa: voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia! Ma non avete il diritto di dirmi: signor Sindaco non si interessi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini, ecc.). È il mio dovere fondamentale questo: dovere che non ammette discriminazioni e che mi deriva prima che dalla mia posizione di capo della città -e quindi capo della unica e solidale famiglia cittadina- dalla mia coscienza di cristiano: c'è qui in giuoco la sostanza stessa della grazia e dell 'Evangelo! Se c'è uno che soffre io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi con tutti gli accorgimenti che l'amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita.Altra norma di condotta per un Sindaco in genere e per un Sindaco cristiano in ispecie non c'è! »
2) «Diecimila disoccupati, 3000 sfrattati, 17000 libretti di povertà. Poi le considerazioni: ..cosa deve fare il sindaco? Può lavarsi le mani dicendo a tutti: "scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono statalista ma
interclassista?" » (Giorgio La Pira, 1904 - 1977)



Dopo le parole di ieri del Cardinal Dionigi Tettamanzi al Corriere della Sera si apre il dibattito sul futuro della città (Milano) un futuro che accomuna tante città, piccole o grandi,d'Italia. Un dibattito che, di questi tempi, in questa campagna elettorale non puo'non essere uno stimolo per salvare queste comunità che per dirla con Salvatore Veca - sono malate, sono spesso "non luoghi che secernano solitudini". E mentre il Cardinal Tettamanzi esorta a costruire comunità solidali, la Cei mette in guardia sul rischio apartheid dopo alcune uscite elettoralistiche che vorrebbero posti riservati sui mezzi pubblici agli italiani. Alla Cei replica Matteo Salvini, parlamentare leghista e autore della proposta: "Girando per la campagna elettorale - spiega - ho incontrato un paio di frati a Milano e alcuni preti in un comune del Bergamasco. In entrambi i casi si sono avvicinati ai nostri gazebo chiedendoci di tenere duro. Evidentemente la Chiesa reale, quella che sta sul territorio, soffre i problemi della gente molto più che il Vaticano. Dove di clandestini, si sa, ce ne sono pochini. A Milano e a Bergamo, invece, ce ne sono tanti, troppi". Chissà come la metteranno questi preti con il passo del Levitico citato proprio dal Cardinal Tettamanzi nell'intervista al Corriere: "Tratterete lo stranie­ro, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stra­nieri"?
In attesa che le urne dicano quali città vogliamo per i prossimi cinque anni consoliamoci con le parole di una sindaco, Giorgio La Pira, citate in apertura e con una provocazione che resta immutata: "Tettamanzi sindaco".

mercoledì 20 maggio 2009

C'è una speranza nelle città?


Il cardinal Dionigi Tettamanzi distilla sempre riflessioni interessanti. L'ultima è quella affidata oggi a Giangiacomo Schiavi sul Corriere della Sera sul ruolo della città di Milano alla vigilia di tante scommesse per il futuro, prima fra tutte quella dell'Expo. Il cardinale meneghino parla di Milano, ma potrebbe parlare di Roma o di Brescia, di Venezia o di Genova, perchè parla di una città che potrebbe essere la nostra città, una città smarrita, frantumata, incattività. Una città impaurita, una città non luogo fatta di tante città impenetrabili. "Ci sono tante città impenetrabili - osserva il cardinale parlando di Milano - la città della fiera e quella dell'Expo, della finanza, di un gruppo etnico, quella della periferia e del centro storico. Ma solo una città che ritrova l'ambizione della propria identità civica - pensata come sintesi viva di tutte le sue originalità - può tornare a fare appassionare al bene comune e a suscitare il desiderio di una partecipazione responsabile. Una città così ritiene dovere fondamentale garantire un'abitazione decorosa ai suoi abitanti, si preoccupa di tutelare tutti e in particolare i più deboli. Se in­vece si alimentano le contrapposizioni questa identità non si realizza, l’atteggiamento della cor­responsabilità decresce e scompare, ad alcune ca­tegorie di persone non vengono riconosciuti tutti i diritti". Parla di Milano, ma forse siamo un po' tutti milanesi in queste città dove il divieto diventa discriminazione, dove la paura e i timori diventano propaganda e le angosce si curano con la divisione e la contrapposizione invece che con la condivisione, la conoscenza dell'altro, la costruzione di una comunità che la storia ci ha dato contadina, che il futuro ci restituisce, giocoforza, multietnica e che qualcuno, forse, ci dovrebbe insegnare a gestire con meno pregiudizi e con meno paure.
Il cardinal Tettamanzi esorta a liberare le potenzialità di una città che un tempo fu capitale morale d'Italia. Quante rovine di capitali sparse per il paese ci toccherà ricostruire in questi anni? C'è un cardinale che ci dice che si può e mentre soffia la campagna elettorale con le sue esagerazioni, i suoi slogan spesso fuori misura, ci verrebbe voglia di sintetizzare anche noi un spot. Un messaggio che è allo stesso tempo, provocazione, riflessione e speranza: "Tettamanzi sindaco".