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mercoledì 30 marzo 2011

Mediatrade e conflitto di interessi: forse non tutti sanno che...

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l'altro giorno è tornato in un'aula di tribunale dopo otto anni. Prima di farlo ha spiegato ai microfoni dell'emittente ammiraglia del suo gruppo televisivo (Canale 5) che si tratta di accuse assurre quelle mosse nei suoi confronti dalla procura di Milano nel cosidetto processo Mediatrade, che ipotizza irregolarità nella compravendita di diritti televisivi. "Sono un perseguitato, mai trattato diritti televisivi" ha spiegato il premier scaricando le eventuali responsabilità su dirigenti del gruppo di cui è stato presidente, ma all'apertura dell'udienza preliminare è balzato all'occhio degli esperti un particolare non secondario: che fine ha fatto la costituzione di parte civile del ministero del Tesoro?
E' normale, infatti, che in processi di questo genere, di natura tributaria e fiscale (è accaduto anche nel procedimento che ha portato in tribunale gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana) l'avvocatura dello Stato sieda fra le parti civili per tutelare gli interessi del ministero del Tesoro, danneggiato dalla presunta frode fiscale. Così - ha spiegato oggi sul Corriere della Sera Luigi Ferrarella - è accaduto per il processo Mediatrade: espletata una verifica preliminare sull'esistenza di un eventuale danno, il ministero del Tesoro ha autorizzato l'avvocatura dello Stato a costituirsi parte civile, la costituzione, però, è stata bloccata indovinate da chi? Direttamente dalla presidenza del Consiglio.
Insomma: per lo Stato è vietato chiedere i danni  alle società del presidente del Consiglio. Berlusconi sarà anche perseguitato dalla giustizia, ma mostra di utilizzare bene tutte le armi in suo possesso (a proposito, sulla stesso Corriere di oggi, due pagine dopo la notizia di Mediatrade, ampio spazio al triste scempio del diritto che si sta consumando in parlamento sul processo breve "ad usum Berlusconi"), con buona pace del conflitto di interessi.

lunedì 7 marzo 2011

Riforma della Giustizia: c'è qualcosa che mi inquieta nel poliziotto con la toga

Sarà anche una riforma epocale quella annunciata da Berlusconi sulla giustizia ma, in attesa dei dettagli, mi inquieta una cosa: un pubblico ministero sempre meno giudice e sempre più funzionario di polizia. La completa divisione delle carriere tra giudice e pubblico ministero e la sostanziale figura della pubblica accusa destinata a diventare, nel nome della parità con la difesa, una figura a metà tra un avvocato dello stato e un alto funzionario di polizia, un po' mi turba.
Perchè? Perche mi chiedo se sopravviveranno in tutta la loro pienezza due articoli importanti del codice di procedura penale: il 326 che spiega come "il pubblico ministero e la polizia giudiziaria svolgono, nell'ambito delle rispettive attribuzioni, le indagini necessarie per le determinazioni inerenti all'esercizio dell'azione penale" e, soprattutto, il 358 secondo il quale "il pubblico ministero compie ogni attività necessaria ai fini indicati nell'articolo 326 e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini".
Insomma, fino ad ora, nel nostro sistema giudiziario, che per molti sembra la diretta derivazione della santa inquisizione ma che rappresenta ancora un modello a livello europeo, il pubblico ministero è il primo giudice di ogni cittadino indagato, la prima persona tenuta a chiedersi se l'uomo o la donna che si trova davanti è colpevole o innocente. Un principio che al di là dei tecnicismi giuridici ha un significato non marginale e basta una domanda semplice per capire dove stia la differenza: immaginandovi imputati in un processo, preferireste che sulla poltrona  della pubblica accusa sedesse una persona più simile ad un funzionario di polizia, ad un ufficiale del carabinieri o ad un giudice? Insomma vorreste un pm mezzo "sbirro" (con rispetto parlando) o "mezzo giudice"?
L'obbligo del pm di raccogliere prove a discarico per verificare se esistano i presupposti per l'esercizio dell'azione penale rappresenta un filtro importante, senza il quale avremmo solo, in pratica, un poliziotto con la toga invece che con le stellette e non so se questo sia un bene per il giusto processo. L'efficienza della polizia e dei carabinieri e le carriere di funzionari e ufficiali si misura da sempre dal numero di arresti e denunce; quella di un pubblico ministero, come quella di un magistrato giudicante, dal numero di processi portati a termine, indipendentemente dalle condanne e dalle assoluzioni, dalle richieste di rinvio a giudizio e dalle archiviazioni per mancanze di elementi per l'esercizio dell'azione penale. E questa non è una differenza da poco. Anni fa un pubblico ministero mi confidava che preferiva non influire troppo nelle indagini di polizia, entrando in gioco alla prima relazione di servizio con l'occhio più da giudice che da inquirente, con quel distacco necessario per garantire all'inquisito un minimo di obiettività anche nella fase preliminare dell'inchiesta. Basta seguire del resto un turno di reperibilità di un pubblico ministero per capire quanti fermi operati dalle forze dell'ordine non vedano l'alba per mancanza di indizi (con relativi nervosismi di chi su quelle operazioni basano encomi e avanzamenti di carriera), quante segnalazioni finiscano direttamente in archivio "senza passare dal via". Sarà sempre così anche quando arresti e processi potrebbero finire tra i criteri di efficienza del pm-poliziotto, reclutato con criteri diversi rispetto ad un giudice?
Lo stesso Berlusconi, del resto, raccontando delle sue odissee giudiziarie, spiega che molte di quelle inchieste sono finite con delle archiviazioni. E chi ha chiesto quelle archiviazioni? Un pm che si è sentito un po' giudice e che ha ritenuto che non vi fossero i presupporti non tanto per una condanna, ma nemmeno per un processo. Un pm ora chiamato a resistere a mille attacchi... almeno fino alla prossima riforma "epocale".

venerdì 4 febbraio 2011

Stranezze di una repubblica (con la erre minuscola)


I grandi della politica e i giuristi hanno sempre sostenuto che una legge più è epocale e più va condivisa, più è epocale e più deve essere lungimirante, costruita per i posteri, in grado di saper interpretare le mutazioni future: deve guardare al futuro e non alle contingenze del presente. I grandi della politica e i giuristi hanno anche sempre sostenuto che un politico, se non viene perseguito per le sue opinioni, ma per reati comuni, non deve sfuggire ai giudici, la sua innocenza deve dimostrarla davanti a loro e non autoassolversi in parlamento.
Stranezze di una repubblica. La nostra.
1) Ieri la commissione bicamerale sulle riforme è finita in pari sul progetto di federalismo fiscale. Fine poco gloriosa di una riforma epocale, vittima di qualche calcolo politico, ma anche di quale perplessità di sostanza (vedi i dubbi dei comuni e i tentativi di mediazione del ministro Calderoli)? No, il governo va avanti e promulga il decreto contro il Parlamento: addio condivisione di una riforma epocale, addio lungimiranza, visto che l'unico motivo del blitz è staccare un bonus a favore della Lega in un governo traballante.
2)La Camera dice no alla perquisizione nell'ufficio del commercialista di Silvio Berlusconi, che il presidente del consiglio ha indicato come sua pertinenza. La perquisizione è un chiaro gesto di intimidazione? No, la procura sta lavorando, fino a prova contraria, su reati comuni come concussione e prostituzione minorile. Il no dei deputati ha il sapore della difesa di una casta.
3)Il Senato si prepara a convertire in legge italiana la Convenzione di Lanzarote dell'Unione Europea. Una convenzione che fa fronte comune contro reati come pedopornografia, prostituzione minorile, riduzione in schiavitù. Per rendere più incisiva l'offensiva giudiziaria contro questi reati la Convenzione prevede (come già per i reati di mafia) che siano le meglio attrezzate procure delle città sedi di Corte d'appello (i capoluoghi di regione più Brescia e Catania, per intenderci) ad occuparsi della materia. Già ad ottobre, però, la Camera dei deputati aveva tentato senza successo di modificare la norma restituendo ai pm dei tribunali (le cosidette procure circondariali) la competenza per questi reati. Ora il Senato torna alla carica riproponendo quell'emendamento. Il dubbio sorge spontaneo: non sarà perchè, se fosse accolta la modifica, ad indagare sul premier per prostituzione minorile non sarebbe più legittimata la procura distrettuale di Milano, ma quella circondariale di Monza? Chi propone l'emendamento sostiene che è solo per rendere più incisive le indagini su questi reati odiosi che rischiano di perdersi nei meandri degli uffici delle grandi procure. Il dubbio, però, resta.
Stranezze di una repubblica. Con la erre rigorosamente minuscola

martedì 1 febbraio 2011

Cosa serve alla Giustizia?


Cosa serve alla Giustizia italiana? E' la domanda che si sono fatti in molti all'indomani dell'inaugurazione dell'anno giudiziario e dopo l'ennesimo lamento sui mali di Corti e tribunali italiani. Un lamento ormai replicato all'infinito, tanto da apparire stucchevole per quanto si perpetua negli anni senza che nessuno, seriamente e al di là dei proclami, metta mano ad un comparto in cui oltre il 70 per cento dei reati finisce con l'impunità, vuoi per la mancanza di un sospettato, vuoi per l'inesorabile prescrizione evento tutt'altro che raro.
Viene da chiedersi quale sia la ricetta per fare uscire la giustizia italiana dal pantano per incarnare quelle parole di Cesare Beccaria che qualcuno ha invocato per discorrere delle vere priorità della giustizia: "Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi".
Serve inannzitutto una giustizia che abbia le risorse necessarie per riacquistare efficienza (difficile recuperare efficienza se non si hanno soldi per pagare le straordinarie al personale, per la carta delle fotocopiatrici per un sistema informatico che sia finalmente moderno), che possa avere più magistrati e più personale di cancelleria, che possa finalmente superare alcuni vincoli corporativi e campanilistici che continuano a garantire sopravvivenza a uffici giudiziari periferici che andrebbero chiusi per recuperare risorse da tributare, a chi per mole di lavoro e numeri di pendenze, è sull'orlo del collasso.
L'efficienza della giustizia poi si recupera anche con una oculata politica delle norme che snelliscano procedure troppo ferragginose (in sede civile come in campo penale) e che finalmente portino a compimento un percorso di depenalizzazione che renda le norme più efficaci (talvolta è meglio una multa salata che un processo penale che non arriverà mai a compimento) e il sistema più snello (invece la produzione di norme penali e in continuo e ingiustificato aumento).
"E’ necessario intervenire sul meccanismo della giustizia, divenuto farraginoso a causa di una mole spropositata di procedimenti giudiziari. Questa gargantuesca crescita della domanda giudiziaria non è stata causata da un’innata litigiosità del popolo italiano (per quanto la cosa sia nazional-popolare), ma perché il processo è divenuto una vera e propria corsa ad ostacoli verso la prescrizione, dove vince l’atleta con avvocati (ridotti ad azzeccagarbugli manzoniani) più abili. Il Dum Pendet, Rendet è complice della degenerazione del sistema. Tale status quo deve essere sovvertito radicalmente, promuovendo misure capaci di semplificare e accelerare il processo penale, sfrondando la giungla di Riti del processo civile, incentivando il dibattito stragiudiziale tra le parti; in altre parole, bisogna dedicarsi alla politica della ragionevole durata del processo, senza steccati ideologici" si legge, ad esempio, ad opera di Michele Dubini su Libertiamo.it, voce dei finiani che fanno capo a Benedetto della Vedova.
E le riforme in che senso vanno? In senso contrario, ovviamente, non intervenendo sugli ingranaggi della giustizia, rimuovendo le incrostazioni, snellendo le procedure, investendo su tecnologia e modernità, ma cercando di incidere sull'assetto ordinamentale sull'equilibrio dei poteri. Una riforma che di questi tempi sembra più punitiva che innovativa, dato che il primo presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, ha spiegato all'apertura dell'anno giudiziario: «L' inefficienza del sistema giustizia - ha chiarito - non dipende dall' assetto ordinamentale e dall' equilibrio dei poteri delineato dalla Costituzione, concretamente realizzato a partire dell' istituzione della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura. Questi organi hanno costituito e costituiscono componenti fondamentali per la connotazione della Repubblica come stato costituzionale di diritto. Il modello italiano costituisce un punto di riferimento nel mondo».
La proposta del governo sintetizza Giovanni Bianconi sul Corriere sembra voler tornare ad un modello gerarchico piramidale in stile napoleonico invece del modello, spiega ancora Lupo: «orizzontale, caratterizzato dalla pari dignità di tutte le funzioni, dal governo autonomo della iurisdizione, dall' indipendenza del pubblico ministero dall' influenza del potere esecutivo, principio di cui è garante il Csm. Il principio di legalità - continua l'alto magistrato -, in un sistema fondato sul principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, non può essere salvaguardato se non attraverso l' obbligatorietà dell' azione penale, principio che costituisce "il punto di convergenza di un complesso di principi basilari del sistema costituzionale"».
Insomma sì alla riforma ma su un piano che metta in campo risorse nuove, che lavori sulle procedure e sulla razionalizzazione delle norme e non su quella sete di impunità che sembra trasparire da ogni passo del Governo (dal depauperamento del ruolo del pm, ridotto quasi a semplice funzionario come fosse un prefetto, e i prefetti di questi tempi non brillano certo per autorevolezza e indipendenza, alle pseudoriforme come quelle sulle intercettazioni telefoniche e sul processo breve).

martedì 21 dicembre 2010

Giustizia, repressione e corto circuito

La questione può apparire molto tecnica, ma in realtà è di sostanza, tanto da occupare le colonne di un quotidiano nazionale come il Corriere della Sera per due giorni. Di cosa si tratta? Lunedì Luigi Ferrarella, giudiziarista e commentatore del Corriere aveva parlato di Corto circuito istituzionale tra potere esecutivo (il Governo) e potere giudiziario (la magistratura) citando tre recenti esempi: le improvvide esternazioni di Maurizo Gasparri sugli arresti preventivi prima dei cortei studenteschi; l'ipotesi del Viminale di allargare i Daspo (provvedimenti emessi dal Questore per interdire i tifosi violenti dagli stadi) alle manifestazioni politiche; l'invio degli ispettori dal parte del Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, al tribunale di Roma dopo la scarcerazione dei giovani arrestati in occasione degli scontri a Roma della scorsa settimana. Perchè corto circuito? Perchè il giornalista del Corriere vi vedeva, a mio avviso correttamente, uno tentativo di sconfinamento del Governo in campi di competenza di altri poteri dello Stato: allargare i Daspo alle manifestazioni, ad esempio, vuol dire dare potere al questore di limitare diritti costituzionali come la libertà di movimento e la libertà di espressione delle proprie idee; mandare gli ispettori dopo alcune scarcerazioni vuol dire usare il potere ispettivo per censurare un atto di un magistrato prevaricando ciò che esiste già, ovvero lo strumento del ricorso da parte della Procura contro la decisione del giudice per le indagini preliminari.

Angelino Alfano
Proprio su questo punto, oggi il Corriere pubblica una lettera del ministro Alfano nella quale, auspicando, con una strana idea della dialettica, che il giornalista Ferrarella non controreplicasse alle sue ragioni, rivendica il suo diritto alle ispezioni come strumento non per sostituirsi ai giudici ma per esercitare "con correttezza e puntualità il potere disciplinare che la Costituzione mi attribuisce per il cui consapevole espletamento è necessaria la conoscenza dei fatti". "Nessun corto circuito - continua il Ministro - ma soltanto il doveroso accertamento della conformità alla Legge dei provvedimenti che tanto scalpore hanno suscitato nei cittadini, diffondendo un'allarmante ed evidente sensazione di mancata tutela".
Alla lettera del Ministro Luigi Ferrarella non contro-replica, ma fa di più: cita un passo del documento emesso ieri dalla Camera penale di Milano (l'organismo che raccoglie gli avvocati che si occupano di diritto penale) intitolato "La catena della repressione". "Stupisce - scrivono gli avvocati milanesi - che proprio il Ministro della Giustizia si riferisca alle persone arrestate indicandole come responsabili di gravi episodi di guerriglia urbana così confondendo pericolosamente il piano della repressione con quello della giustizia ed oggettivamente anticipando un giudizio di colpevolezza, maggiormente inopportuno se solo si pensi che viene espresso senza alcuna conoscenza degli atti processuali. La giurisdizione non è l'ultimo anello della catena della repressione né tanto meno ne è il lucchetto. Essa, esercitata in piena libertà e senza indebiti condizionamenti, costituisce l'irrinunciabile e unico presupposto per l'accertamento della responsabilità penale dei cittadini e, quindi, per un giustizia condivisa ed accettata dalla intera collettività. Iniziative come quella del Ministro della Giustizia tendono a minare tale presupposto e reagendo in modo scomposto alla delusione nei confronti di un provvedimento non gradito, rischiano di far perdere serenità ed equilibrio a chi è chiamato ad esercitare la funzione giurisdizionale".
Ma i legali meneghini vanno oltre, bocciando su tutta la linea l'atteggiamento del governo. Scrivono infatti: "Non stupiscono certo le critiche degli esponenti del Governo o del sindaco di Roma ai provvedimenti con i quali i giudici romani hanno definito le udienze di convalida nei confronti degli arrestati per i gravi episodi di violenza seguiti alla manifestazione pacifica del 14 dicembre scorso, critiche che auspicavano una decisione tendente all'applicazione generalizzata della custodia cautelare in carcere.I provvedimenti giudiziari, anche quelli giurisdizionali, devono essere oggetto di critica. L'esercizio del diritto di critica, infatti, costituisce uno dei meccanismi fondamentali del funzionamento della democrazia e come tale è irrinunciabile e non tollera affievolimenti né compressioni. Per cui è fisiologico che il sindaco di una città che è stata teatro di scontri violenti riponga molte aspettative ( anche se molte delle quali sono qualitativamente mal riposte) sull'esito di un giudizio di responsabilità a carico di coloro che le forze di polizia additano come i responsabili di quegli scontri.Meno fisiologico, forse, è che lo faccia il Ministro dell'Interno allorché il controllo giurisdizionale, il cui risultato è oggetto di critica, si risolve dal suo punto di vista nella conferma o nella smentita dell'operato delle forze di polizia che da lui dipendono".
Sull'ipotesi di estensione del Daspo, poi, gli avvocati sono determinati nel giudizio: "L'estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza costituirebbe una sicura violazione delle libertà costituzionali, del diritto di manifestare le proprie idee, di riunirsi in luogo pubblico e violerebbe la riserva di giurisdizione prevista dall'art. 13 Cost.Si affievolirebbe in modo significativo e costituzionalmente illegittimo quel diritto di critica del cui esercizio, come abbiamo visto, ha goduto anche il sindaco di Roma e che dobbiamo considerare irrinunciabile".

Leggi o scarica:
Il Documento della Camera Penale di Milano sugli scontri a Roma

giovedì 23 settembre 2010

Cosentino: se la politica si auto assolve... Viva la monarchia

Sfoglio i giornali e rabbrividisco: la maggioranza si è contata e la politica si è autoassolta. La tenuta del Governo Berlusconi ieri si è misurata sul responso che il Parlamento avrebbe dovuto dare sull'utilizzo delle intercettazioni telefoniche indirettamente operate nei confronti dell'ex sottosegretario Nicola Cosentino, finito sotto inchiesta per concorso esterno in associazione camorristica e si è esibita in una autoassoluzione di casta che la dice lunga sullo spessore etico della politica Italia.
Le tenute delle maggioranze di Governo dovrebbero misurarsi sui programmi, invece in questa Italia che pare abbia perso la bussola va alla conta su un fatto che dovrebbe essere pacifico: un politico, come ogni comune cittadino, se finisce indagato va a processo con tutte le prove a carico o a discolpa raccolte durante le indagini, senza che "gli amici della casta" sfilino dal fascicolo processuale i documenti più compromettenti, anche se c'è chi, come fosse un giudice, già si affretta a dire che si tratta di materiale "irrilevante".
E in questo triste spettacolo giornali e giornalisti sembrano più preoccupati di discuisire sulla tenuta della maggioranza che sull'ennesimo scempio etico che si è consumato in Parlamento. Scorro i quotidiani, navigo in internet e vedo come gli approfondimenti sul caso che non siano di taglio geopolitico-gossipparo si contano sulla punta delle dita. E questo non è un buon segno. Un vecchio adagio delle mie parti diceva: "quello è talmente potente che anche quando fa pipì a letto può dire di aver sudato". Ora mi pare che siamo talmente assuefatti a queste storture che, spesso, anche noi giornalisti, davanti ad una classe politica che non perde occasione per fare pipì fuori dal vaso ci chiediamo, spesso autoconvincendoci, che forse... ha solo sudato.
Qualche voce fuori dal coro comunque c'è e segnalo in proposito il "solito" Vittorio Grevi sul Corriere della Sera in un commento dal titolo "Quando la Camera si fa Magistratura". Cito una frase su tutte per far capire il clima: "Ancora una volta, purtroppo, le istanze della autotutela politica hanno avuto la meglio sulle esigenze della legalità". E Grevi è ancora più dettagliato spiegando come il Parlamento non si sia limitato a dire che quelle intercettazioni appartenevano ad un progetto persecutorio nei confronti del politico (elemento su cui si fonda la ratio della norma che porta casi come questi all'esame di Motecitorio), ma è entrato nel merito dell'inchiesta parlando addirittura di "fragilità dell'impianto accusatorio". Addio legalità se i politici si ergono a giudici dei propri sodali. "La Camera si è sostituita all'autorità giudiziaria" spiega in sintesi Vittorio Grevi e basta sfoglia il giornale di qualche pagina per imbattersi nell'ennesimo terremoto giudiziario, in una nuova tangentopoli, in nuovi parlamentari inquisiti. Nel '92 Milano e la Lombardia, oggi Teramo e l'Abruzzo come se il tempo che forgia l'esperienza fosse trascorso invano e se i politici ora fanno anche i giudici, dove andremo a finire? Insomma quasi quasi viene da simpatizzre per la monarchia: proprio Ieri Vittorio Emanuele di Savoia, in passato arrestato e indagato, è stato assolto. Dal giudice per l'udienza preliminare e non certo dal consiglio della corona.




venerdì 30 aprile 2010

Giustizia, quando un film diventa realtà

«Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi. Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere». ("La giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo").
Eneo Domizio Ulpiano
Giurista latino
La frase compare sulla facciata del Palazzo di Giustizia di Milano

Nei giorni scorsi ho rivisto su un canale satellitare "In nome del popolo italiano" film del 1971 diretto da Dino Risi con Ugo Tognazzi nella parte del giudice istruttore Mariano Bonifazi e  Vittorio Gassman in quella dell'imprenditore edile Lorenzo Santenocito. Mi ha colpito una cosa di quel film di cui ricordavo poco: la sceneggiatura, se non fosse per la figura del giudice istruttore  abrogata nel 1989 dal nuovo codice di procedura penale, sembrava scritta ieri. Colpiva l'analogia dei dialoghi con quelli che oggi caratterizzano il dibattito sulla giustizia, colpivano le accuse ai giudici politicizzati, colpiva l'impunità di cui alcuni imprenditori si credono vestiti (e non sto parlando solo del presidente del Consiglio).
Ai titoli di coda ho spento la tv e mi sono chiesto: ma noi italiani non cambieremo proprio mai il nostro atteggiamento nei confronti della giustizia?

Pescando dalla rete mi sono divertito ad abbianare ieri e oggi, finzione e realtà: ecco cosa ne è uscito.

 





lunedì 1 febbraio 2010

Giustizia: la lezione di Zanardelli, il ricordo di Giuseppe Frigo

«La libertà civile e la libertà politica sono ugualmente bandite da un paese in cui le leggi non sono applicate da un corpo giudiziario indipendente».
Giuseppe Zanardelli
(Brescia 1826 - Maderno 1903)



Sabato nelle Corti d'appello d'Italia è stato inaugurato il nuovo anno giudiziario. Cerimonie da decenni simili a se stesse, da qualche tempo anche nelle proteste della magistratura; liturgie cariche da un lato di preoccupazioni e consigli per il futuro, puntualmente inascoltati, e dall'altra parte di rassicurazioni e buoni propositi, altrettanto regolarmente non mantenuti.
Ma quello del 2010 verrà ricordato a Brescia per l'intitolazione del nuovo palazzo di Giustizia a Giuseppe Zanardelli, ex ministro Guardasigilli, politico bresciano vissuto tra il 1826 e il 1903. Ora la statua che lo raffigura (un tempo nel cortile del palazzo signorile che ospitava la Corte d'appello bresciana prima del trasloco nella nuova struttura) campeggia davanti all'ingresso della cittadella giudiziaria e non so proprio cosa penserebbe oggi Zanardelli della giustizia italiana, dei suoi problemi, delle sue tensioni, della sua cronica inefficenza. E sabato a scoprire quella statua nella sua nuova collocazione era presente un altro ex ministro di Grazia e Giustizia bresciano, Mino Martinazzoli.

Cosa accomuna i due politici bresciani? Sicuramente il fatto di poter legare la loro esperienza ministeriale a strumenti indispensabili per l'amministrazione della Giustizia: a due codici. In un paese dove le riforme sono più annunciate che attuate, Giuseppe Zanardelli tenne a battesimo il primo codice penale dell'Italia unita, promulgato il 1 giugno 1889 ed entrato in vigore il primo gennaio dell'anno successivo. In un paese dove si parla spesso a sproposito di giusto processo Martinazzoli diede un impulso determinante al nuovo codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989 con alcuni importanti passi avanti sul fronte della parità tra accusa e difesa (la sparizione del giudice istruttore, l'istituzione della procura presso le preture, la riforma del dibattimento, la creazione del giudice per le indagini preliminari chiamato a vegliare sulle misure di custodia cautelare). Strumenti legislativi  importanti, frutto di un lavoro colleggiale, di contributi culturali e specialistici autorevoli, di una sintesi meditata che oggi, con una politica che è battaglia e scontro frontale più che dialogo sul bene comune, sembrano impensabili.
Eppure si può. A spiegarcelo, sabato è stato anche l'intervento di Giuseppe Frigo, avvocato, docente universitario, primo bresciano ad essere eletto dal parlamento giudice della Corte costituzionale. Con Zanardelli e la sua opera Giuseppe Frigo ha una lunga frequentazione di studi e un'antica passione, così come è appassionato il suo ritratto dello statista bresciano che proponiamo qui sotto. Una lettura consigliata a chi ha la memoria corta, a chi guarda avanti con superbia scordandosi di voltarsi indietro, a chi assordato dalle urla non riesce a cogliere nella storia quei principi innovativi che aiutano a capire il presente.

Giuseppe Frigo ricorda Giuseppe Zanardelli

sabato 23 gennaio 2010

Processo breve, quando è l'inizio di una lunga agonia


Mettereste un motore Ferrari alla vostra auto senza adottare una serie di accorgimenti per evitare di uscire di strada alla prima curva?
Comprereste un diamante da migliaia di euro Se a malapena arrivate alla fine del mese?
Certo che no, che domande.
Eppure in Italia si fa anche questo. C'è un settore della pubblica amministrazione, quello della giustizia, che è arrivato al punto da non avere la carta igienica per i bagni, i soldi per le ore straordinarie dei dipendenti, i denari per pagare chi trascrive ciò che succede nelle udienze dei processi. Eppure a questa Cinquecento male in arnese gli si impone di andare come una Ferrari, di celebrare i processi in termini rapidi e precostituiti, pena l'estinzione dei reati. Eppure quella Ferrari imposta per legge dovrà continuare anche a percorrere le vecchie e tortuose strade di sempre, fatte di procedure farragginose, curve continue e stop inattesi come un errore di notifica, manna per gli avvocati sempre in cerca di un rinvio.
Ma perchè davanti ad una riforma tanto importante come quella di una giustizia dai tempi certi, non si è arrivati dopo una complessiva opera di rivitalizzazione dell'intero sistema (più risorse, più personale, procedure più snelle e meno farragginose, riforma dei comportamenti penalmente rilevanti - in Italia si processa anche chi abbandona un frigorifero per strada senza pensare che, forse, sarebbe meglio una salatissima sanzione amministrativa)?
La domanda andrebbe rivolta ai senatori della repubblica che hanno approvato la proposta del governo sul Processo breve, che eccezionalmente avrà anche efficacia retroattiva (giusto per comprendere alcuni processi a carico del premier) e rappresenterà, così, un bel colpo di spugna per tante indagini, anche importanti, non ancora arrivate in Cassazione.
Cosa accadrà con il processo breve?
Ecco il quadro catastrofico dipinto da Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera.
"FRETTA ERRORI E CONSEGUENZE: MANCA UNA RIFORMA DI SISTEMA"

Anche Carlo Federico Grosso su "La Stampa" traccia un panorama non edificante sul tema:
"LA SFIDA DELLA POLITICA"

QUI SOTTO; INFINE, LUCIANA LITIZZETTO PARLA DEL PROCESSO BREVE A MODO SUO.

mercoledì 11 novembre 2009

Processi brevi e giustizia lunga



Notizia di ieri: si fa strada l'ipotesi di dare un tempo alla giustizia. Una proposta che suona più o meno così: 6 anni per i tre gradi di giudizio, contingentamento che varrà solo per gli incensurati.
Notizia di ieri: la Cassazione ha chiuso in via definitiva il processo a carico di Milena Bertani, ex assessore al bilancio della Regione Lombardia, invischiata in una storia di appalti del dopo alluvione in Valtellina. La Cassazione ha reso definitiva l'assoluzione dell'ex assessore dopo 9 anni.
Detto così non si può che essere solidali con Milena Bertani quando dice "Ho perso nove anni della mia vita per accuse infondate". Detto così non si può non guardare con favore l'esigenza di contingentare per legge la durata dei processi. Ma...
C'è sempre un ma in quest'Italia che si è scordata un briciolo di coerenza: come conciliare l'esigenza di processi rapidi con una macchina giudiziaria abbandonata a se stessa da troppo tempo? Come si fa ad intensificare i dibattimenti - tanto per andare al sodo - se non possono essere celebrati il pomeriggio perchè non ci sono soldi per gli straordinari dei dipendenti, ne è pensabile di organizzare turni di lavoro come in fabbrica? Come si fa a rendere rapidi i processi se non ci sono risorse per pagare le cooperative che si occupano della trascrizione dei verbali di udienza? Come si fa a fare inchieste rapide se molte procure hanno posti coperti solo a metà?
Domande alle quale qualcuno dovrebbe rispondere in maniera credibile prima che si pensi che la proposta sia l'ennesimo tentativo di introdurre una legge ad personam, spacciandola per una grande illuminazione politica (a cui mancano però le basi operative).
Sul tema illuminante questo intervento su La Stampa dell'avvocato Carlo Federico Grosso.

Editoriali
11/11/2009 -
Tutto inutile se i tribunali non funzionano
CARLO FEDERICO GROSSO
Gianfranco Fini avrebbe confermato, ieri, il suo no alla prescrizione breve dei reati. Avrebbe tuttavia avallato la «prescrizione processuale», in forza della quale i processi penali, anche quelli in corso fino alla fase del primo grado, dovranno concludersi entro sei anni (due anni per il primo grado, due per il secondo, due per la Cassazione). Se tali termini non saranno rispettati, scatterà la loro estinzione per decorso del tempo, con la, conseguente, assoluzione degli imputati.

Se questa dovesse essere la nuova disciplina, ho l’impressione che l’obiettivo da tempo perseguito da Berlusconi sarebbe in ogni caso assicurato: nei suoi processi pendenti egli riuscirebbe, ancora una volta, a sfuggire al giudizio dei suoi giudici. Insieme a Berlusconi, sarebbero d’altronde graziati centinaia di altri imputati. Caduto il lodo Alfano per violazione manifesta del principio di eguaglianza, per salvaguardare il premier, e nel contempo l’eguaglianza, si rischierebbe un’impunità generalizzata, con buona pace delle vittime dei reati.

Precisando che una valutazione definitiva su ciò che ci attende potrà essere formulata soltanto quando saranno chiari gli accordi di maggioranza ed esplicitati i testi dei disegni di legge, cerchiamo comunque di capire che cosa significhi, allo stato, prevedere, nel modo indicato, la prescrizione dei processi, compresi quelli in corso fino al giudizio di primo grado.

In astratto stabilire che i processi devono concludersi entro sei anni, con scadenze prefissate per ciascuna fase, sarebbe soluzione splendida. Se si riuscisse nell’intento, il male più rilevante della giustizia si dissolverebbe e, quantomeno con riferimento al tema della durata dei processi, essa diventerebbe giustizia accettabile. Perché una riforma dei tempi possa essere credibile, occorrerebbero tuttavia, quantomeno, due condizioni: che essa riguardi soltanto processi futuri, iniziati cioè da magistrati consapevoli fin dall’inizio della durata consentita; che l’imposizione di tempi stretti sia accompagnata da una riforma adeguata nell’organizzazione e nei mezzi, in grado di rendere possibile, nei fatti, il rispetto delle nuove durate. Altrimenti, se ci si limitasse a stabilire nuove regole, ed a disporre l’estinzione dei processi (compresi quelli in corso) in caso di loro inosservanza, sarebbe lo sfracello: centinaia e centinaia di processi estinti.

E’ vero che Fini, consapevole dei problemi, ha dichiarato di avere chiesto al presidente del Consiglio che alla giustizia siano destinate risorse adeguate alle nuove esigenze. Chiedere non è tuttavia, ovviamente, sufficiente; Tremonti permettendo, sarà necessario quantomeno stanziare. Ma anche stanziare potrà non bastare: occorrerà infatti che gli stanziamenti si concretino in strumenti concreti di efficienza, e che alle nuove risorse si accompagnino comunque altre riforme - di organizzazione e di legislazione - idonee a rendere di fatto praticabili i nuovi tempi stabiliti per la durata dei processi penali.

C’è, inoltre, un altro profilo sul quale è necessario riflettere. Verosimilmente, imboccata la strada della prescrizione dei processi troppo lunghi, la maggioranza avrà molta fretta di approvare la legge. L’urgenza di fare riforme in grado di velocizzare i processi è fuori discussione; è tuttavia altrettanto fuori discussione che realizzare una riforma seria dell’organizzazione giudiziaria richiede tempi tecnici non brevi. Che cosa accadrebbe se vi fosse una sfasatura fra i tempi di approvazione della legge che impone rapidità ai processi penali e di quelle che consentono un’organizzazione della gestione giudiziaria idonea a fronteggiare le nuove prescrizioni in materia di durata consentita?

Ancora. Secondo quanto è emerso, dovrebbero essere coinvolti nei processi a rischio di prescrizione quelli che riguardano reati puniti con la reclusione non superiore nel massimo a dieci anni (compresa, guarda caso, la corruzione), fatti salvi quelli che concernono mafia, terrorismo o, comunque, fatti di particolare allarme sociale. Tutti indifferenziatamente, senza badare alla maggiore o alla minore gravità dei reati, od alla maggiore o minore complessità dell’attività processuale necessaria?

I tempi stretti riguarderebbero d’altronde soltanto gli imputati incensurati. E perché mai? Se la prescrizione processuale non costituisce un premio per gli imputati, ma la risposta ad un’esigenza generale di rapidità processuale, censurati o incensurati la regola dovrebbe essere la stessa.

Si potrebbe continuare. Agli effetti di una prima reazione alle novità che si profilano all’orizzonte della giustizia italiana, quanto ho rilevato mi sembra sufficiente. Con un auspicio. Che gli addetti ai lavori, consapevoli dei problemi, sappiano comunque, se possibile, opporsi agli errori. Che siano in grado di farlo uomini della maggioranza. Che lo facciano, con decisione, tutti gli uomini dell’opposizione, senza indulgenze o compiacenze di sorta.
da La Stampa

lunedì 19 ottobre 2009

Calzini turchesi e giornalismo in mutande (turchesi?)




Mi sono distratto un attimo (nel senso che per una settimana non ho messo post in questo armadio delle parole) e mi ritrovo con in mano un paio di calzini turchesi. Il segno non della stravaganza di un giudice, ma di un giornalismo ormai in mutande (turchesi pure quelle?) e - è il caso di dirlo - fatto un po' con i piedi. Ho visto e rivisto quel servizio di "intelligence" sul giudice Mesiano, reo di una stravaganza mortale come quella di portare i calzini turchesi, e sono arrivato alla conclusione che il giornalismo italiano forse ha bisogno di una "rifondazione", forse ha bisogno di tornare a parlare di notizie lasciando stare i calzini turchesi. La vera stravaganza, in realtà, in questa triste ennesima storia di delitto mediatico su commissione è un'altra: nella medesima puntata di Mattino 5, Alessandro Sallusti, vice direttore del Giornale, spiega che più grave che portare calzini turchesi è per il giudice Mesiano aver rinviato di un anno una causa civile per una lite condominiale. Sallusti non sa, o forse fa finta di non sapere, che non è Mesiano il fannullone scansafatiche che lavora solo quando si tratta di condannare la Fininvest, ma quelli sono i tempi della giustizia (civile e penale) in Italia. Sallusti non sa, o fa finta di non sapere, che i processi vanno a rilento perchè non ci sono soldi per pagare gli straordinari ai dipendenti e le trascrizioni alle società che si occupano di verbalizzare le udienze penali. Sallusti sa, ma fa finta di non sapere, che, invece, grazie a queste storture buona parte dei processi penali si concludono con la prescrizione e questo accadrà anche per quelli del Premier, resuscitati dal no al Lodo Alfano della Consulta. Sallusti sa anche, ma fa finta di non sapere, che fino ad ora per risolvere i problemi della giustizia si è intervenuto solo sui problemi di una persona e non su quelli degli italiani che, appunto, devono attendere anni per una lite condominiale.
E il giornalismo italiano? Troppo abbagliato da un paio di calzini turchesi.


sabato 26 settembre 2009

Giornalismo: ecco il vero attacco alla libertà di stampa


Il postino suona sempre due volte. Soprattutto se deve consegnare gli atti giudiziari: busta gialla, grande formato, altrettanto grande sorpresa nello scoprire di essere convocato per il 22 luglio 1997 davanti al tribunale di Roma per una causa di risarcimento danni intentata dall'avvocato Cesare Previti, ex ministro, avvocato del Premier Berlusconi, in quegli anni finito sul banco degli imputati (poi fu assolto) con l'accusa di aver ordito una sorta di ricatto ai danni dell'ex pm Antonio Di Pietro ai tempi di "Mani pulite" per spingerlo a lasciare la procura milanese. Previti chiedeva al Messaggero, quotidiano di Roma, a sette suoi giornalisti (direttore compreso) e all'umile corrispondente da Brescia (il sottoscritto) quindici miliardi di vecchie lire in solido e cento milioni ciascuno di risarcimento danni. Il motivo? Aver ordito un piano diffamatorio nei confronti dell'ex ministro della Difesa ed esponente di Forza Italia. Non fa nulla se si trattava di notizie di inchieste giudiziarie o addirittura, come nel caso contestato al sottoscritto, della cronaca fedele di un'udienza del processo a carico di Previti celebrato a Brescia alla fine '96 - inizi '97. Sinceramente non conosco il destino giudiziario di quella causa (della vicenda si occupò l'ufficio legale del quotidiano romano), ma le cronache ci raccontano che Cesare Previti nel corso degli anni finì per avere ben altri problemi giudiziari che non l'inchiesta per lui assolutoria di Brescia: dove sia stato quindi il piano diffamatorio della stampa nei suoi confronti si è capito sempre meno e forse quella citazione civile voleva più condizionare le scelte future del quotidiano che lavare le presunte colpe presenti o passate.
Scusatemi la digressione personale, ma la citazione era d'obbligo per introdurre un tema oggi molto dibattuto: la libertà di stampa. Sul punto segnalo un interessante intervento sul Corriere della Sera di Luigi Ferrarella, uno dei cronisti giudiziari più attenti e preparati della stampa italiana, uno che nei corridoi di Palazzo di Giustizia di Milano ne ha viste di cotte e di crude. Ferrarella individua proprio nelle querele temerarie e in una legislazione che si vorrebbe sempre più rigida, le vere minacce "perchè la verità non diventi un lusso". E come dargli torto in giornate in cui passi parte del tuo tempo a ribattere a minacce di risarcimento danni, pretese senza alcun fondamento giudiziario, istanze di tutela della privacy brandite senza aver mai letto a fondo la normativa sul caso e le scriminanti garantite al diritto di cronaca. Un lavoro estenuante, una pressione senza precendenti che rende più che un sospetto l'ipotesi che tutto ciò appartenga ad un disegno preciso: minacciare per far tacere; quelerare per frenare chi fa onestamente il proprio lavoro di cronista.
Ben vengano dunque analisi lucide e senza reticenze come quelle di Luigi Ferrarella.

LIBERTA' DI STAMPA
Querele e intercettazioni
Perché la verità non diventi un lusso
di LUIGI FERRARELLA
(dal Corriere della Sera del 26 settembre 2009)

I giornalisti che avvertono sempre mag­giori ostacoli all’esercizio della libertà di stampa vengono bruscamente liqui­dati come diffamatori piagnucolanti, che prima devastano le vite altrui e poi pretendono immunità per non ripagare i dan­ni alla reputazione delle persone e aziende che li querelano (nel penale) o chiedono ingenti risarcimenti (nel civile). Non è un caso. Sia perché per alcuni «canto­ri » della libertà di stampa è davvero così. Sia — soprattutto — perché è il prezzo, salato, che l’intera categoria paga per aver lasciato che dilagasse il contagio di prassi giornalisti­che imprecise e superficiali, obliquamente omissive o dolosamente inveritiere, indulgen­ti verso lo «spaccio» di falsità in non sempre «modica quantità», a volte sconfinanti nel manganello a mezzo stampa per colpire l'av­versario politico o economico dell'editore. Con il risultato che «quando un organo di in­formazione mente, avvelena la collettività, e anche gli articoli degli altri giornali diventano sospetti — anticipava già nel 1981 il mea culpa del direttore del Washington Post per un falso scoop —: il lettore colpito da una notizia si sente autorizzato a valutarla con sospetto, i fat­ti non soltanto vengono messi in discussione ma perdono anche il loro valore di realtà». Pa­rabola che, in salsa italiana, affiorava sin nella parodia che nel 1992 il comico Loche faceva del giornalista «truffa-truffa-ambiguità» che «pare-sembra-forse-non garantisco verità» . Ma ora anche le querele e le richieste di dan­ni hanno perso il loro valore di verità. Sempre meno strumenti di ristoro della reputazione calpestata dall’errore colpevole o dal dolo scientifico del giornalista, le azioni legali di­ventano così tante e sono spesso talmente in­fondate da essere piuttosto brandite come uno strumento di intimidazione sul cronista («anche se stavolta hai scritto giusto, attento a riscrivere la prossima volta») e sull’editore, al­le prese con rischi di risarcimenti e con spese di difesa tali da mettere in ginocchio il bilan­cio di un’azienda editoriale medio-piccola. Si dirà: c’è un giudice, e se il giornalista sba­glia, è giusto che vada incontro a pena pecunia­ria, reclusione, riparazione pecuniaria, risarci­mento dei danni morali e patrimoniali, paga­mento delle spese di giudizio.

Certo. Solo che la partita, da quando è divenuto massiccio l’in­discriminato ricorso alle azioni legali, non è più ad armi pari. Non solo perché il giornalista, per non esse­re condannato, deve dimostrare non soltanto che ha scritto il vero, ma anche che esisteva un interesse pubblico a conoscerlo, e che la for­ma non era inutilmente aggressiva. Non solo perché, se diffonde dati personali veri ma sen­za i quali la notizia sarebbe stata ugualmente completa ed esauriente, incorre nei fulmini del Garante della privacy, del giudice penale, del giudice civile, dell’Ordine. Non solo per­ché, quando pubblica notizie vere tratte da atti giudiziari non più segreti in quanto già noti al­le parti, è schiacciato nella tenaglia per cui se le riporta con precisione letterale si vede de­nunciare per aver commesso uno specifico rea­to, mentre se si limita a riassumerle si sente accusare di non essere stato abbastanza preci­so da evitare la diffamazione. A truccare la par­tita, invece, non è l’azione legale in sé, ma il fatto che chi la intenta contro il giornalista, a differenza sua, non rischi mai e non paghi al­cunché, nemmeno se il giudice accerta che le doglianze erano totalmente pretestuose: nel ci­vile il giornalista recupera al più le spese, nel penale l’assoluzione «perché il fatto non costi­tuisce reato» gli impedisce di denunciare per calunnia il querelante e ottenere i danni. Il sacrosanto diritto dei diffamati (quando siano davvero tali) di rivalersi sul giornalista non deve essere intaccato. Ma forse una modi­fica normativa potrebbe conciliarlo con la non compressione dell’attività giornalistica: quere­la pure chi vuoi e per quello che vuoi, ma se poi la causa risulta del tutto campata per aria, allora paghi al giornale denunciato almeno una minima percentuale (anche solo il 10%?) delle maxicifre che pretendevi come risarci­mento.

Liberi di scrivere, liberi di querelare. Ma responsabili en­trambi. Nella trasparen­za. Il contrario del terre­no su cui muove il dise­gno di legge sulle inter­cettazioni che, dietro il pretesto della tutela della privacy, estende l’area del segreto sugli atti d’indagine, e di ogni «pubblicazione ar­bitraria » (da 2.500 a 5.000 euro per il gior­nalista) fa poi risponde­re anche l'editore a tito­lo di responsabilità am­ministrativa della per­sona giuridica per i rea­ti commessi dai dipen­denti nell'interesse aziendale (legge 231/2001). Tradotto? A ogni dettagliata pubbli­cazione di un atto vero, non più coperto da se­greto investigativo e riportato in maniera cor­retta, l’editore pagherà da un minimo di 25 mi­la 800 a un massimo di 465 mila euro per le testate nazionali. Il modo migliore per fare en­trare «il padrone in redazione», visto che a quel punto la decisione editoriale sul «se» e «come» pubblicare una notizia sfuggirà all’au­tonomia (laddove esercitata) del tandem diret­tore- giornalisti, per consegnare l’ultima paro­la all’editore destinato a pagarne conseguenze tali da far chiudere in breve l’azienda.


martedì 26 maggio 2009

Strage di piazza Loggia, la settimana del ricordo. L'anno della svolta?


Pioveva in piazza Loggia il 28 maggio 1974. Ora, a 35 anni di distanza, questa settimana verrà ricordata come una delle più calde degli anni recenti. E' cambiato il clima in Italia. E guardando quella colonna sbrecciata da una bomba, che era stata nascosta in un cestino la mattina del 28 maggio '74 nella piazza principale di Brescia, viene voglia di sperare che il clima, a 35 anni di distanza da quella strage (otto morti, un centinaio di feriti, tre inchieste giudiziarie, tanti processi e fino ad ora nessun colpevole)cambi anche da noi. E' un anno speciale questo trentacinquesimo anno dalla bomba alla manifestazione antifascista. E' l'anno nel quale mentre in piazza si commemora, nelle sale e nelle scuole della città si ricorda e riflette, a palazzo di Giustizia si tenta di percorrere l'ennesima strada che porta alla verità. Una verità lontana, dove più che le parole dei vivi, parlano le azioni attribuite ai morti (anche chi mise materialmente la bomba quel giorno secondo l'accusa è da tempo passato a miglior vita).
Fa un certo effetto sentir parlare degli eventi che hanno tristemente costellato la strategia della tensione degli anni '70, di quella guerra non convenzionale che voleva destabilizzare l'Italia con la complicità di apparati deviati dello Stato, da anziani incanutiti che spesso hanno bruciato la giovinezza in carcere (qualcuno, per troppa assiduità con le celle si è trasformato in delinquente abituale, senza nemmeno più una colorazione politica con la quale "nobilitare", si fa per dire, le proprie azioni) e che ora vorrebbero solo essere dimenticati. Stanati da una giustizia cocciuta (che di quegli anni ha da tempo individuato "il marchio di fabbrica", per usare le parole dell'allora Giudice istruttore Giampaolo Zorzi, colui che per primo inquadrò Brescia in un contesto di "guerra" nazionale) quei grandi vecchi dell'eversione nera non hanno perso la loro diffidenza, la loro indole reticente. Del resto sono in un'aula di giustizia e, persi gli appoggi e le coperture istituzionali degli anni '70, sono naufraghi di una stagione che tanti vorrebbero dimenticare e l'unica àncora di salvezza per loro ha spesso un solo nome: silenzio.
Un silenzio, a 35 anni di distanza, che allontana la svolta, la nuova stagione, quella più volte invocata da un uomo cocciuto come Manlio Milani, presidente dell'associazione dei famigliari delle vittime di Piazza Loggia, un uomo che ha fatto della memoria e della verità, come strumenti per capire chi siamo e dove vogliamo andare, le direttrici della propria quotidianità. Manlio Milani, qualche settimana fa, quando davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella giornata dedicata alle vittime del terrorismo, Gemma Calabresi, la moglie del commissario ucciso a Milano negli anni '70, e la vedova Pinelli, l'anarchico precipitato all'indomani della Strage di piazza Fontana (1969) da una finestra della Questura meneghina, si incontrarono, aveva parlato dell'inizio di un nuovo cammino in cui, nel nome della verità, iniziava la riconciliazione. Lo chiamano modello Sud Africa, perchè lo stato di Nelson Mandela chiuse i conti in sospeso con l'Apartheid, chiamando i carnefici a confessioni pubbliche davanti alle vittime. Così, esistono toccanti documenti in proposito, abbiamo visto poliziotti e membri di squadre speciali raccontare, davanti a madri distrutte dal dolore, uomini mutilati dalla crudeltà umana, quelle aggressioni fatte nel nome di uno Stato che, dopo anni, riconosceva le sue colpe e voleva voltare pagina.
Forse non è la sede adatta quella di un'aula di tribunale (dove si cerca una verità giudiziaria), ma quanto sarebbe bello se cadessero finalmente i veli di ipocrisia e i "non ricordo" sui mille depistaggi di quegli anni, sul ruolo di tanti "servitori" infedeli dello Stato, su quella guerra non convenzionale che si è combattuta in un'Italia che ha pagato con centinaia di morti, decine di attentati. Quanto sarebbe bello se si aprissero finalmente gli armadi, cadessero i segreti, si desse finalmente aria alle stanze nebbiose di un'epoca che ha lasciato solo dolore, silenzi e rabbia.
E' possibile che una nuova primavera rompa finalmente il ricordo uggioso di una giornata di maggio di 35 anni? Manlio Milani è convinto di sì: lo deve a sua moglie Livia; lo deve a Giulietta Banzi Bazoli, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi, Clementina Calzari Trebeschi e Vittorio Zambarda. Volti e storie che da 35 anni cercano il riposo del giusto. E lo troveranno solo nella verità.

martedì 19 maggio 2009

Giustizia: ma stiamo lavorando per la giustizia?

A volte mi chiedo se si stia valorando per il bene della giustizia italiana, che - non dimentichiamolo - viene dopo quella dell'Angola per efficienza. Leggete questo editoriale apparso su La Stampa e scritto da Bruno Tinti, magistrato torinese di quelli che non le mandano a dire. Urge una riflessione seria.


Editoriali
19/5/2009 -
Il magistrato? Cieco per legge
BRUNO TINTI
Il Parlamento (beh, non esageriamo, il governo, che lo obbligherà a votare la fiducia) sta per emanare una nuova legge che impedirà al Pm di prendere, di propria iniziativa, notizia dei reati. Fino ad ora c’era l’articolo 330 cpp che faceva obbligo a Pm e polizia di non aspettare le denunce dei cittadini: se un reato era stato commesso e se il Pm se ne rendeva conto, doveva subito aprire un’indagine. In realtà proprio così sono cominciati molti processi importanti. Ne ricordo uno per tutti, aperto proprio da me, quand’ero procuratore aggiunto a Torino: Telekom Serbia, che permise di smascherare il complotto ordito nei confronti di Prodi, Dini e Fassino, accusati falsamente di aver intascato tangenti in occasione dell’acquisto fatto da Telecom Italia di una parte del pacchetto azionario di Telekom Serbia. Adesso il Pm non può più aprire un’indagine di sua iniziativa: se un reato è stato commesso la polizia deve mandargli un rapporto (oppure un privato cittadino deve fare denuncia); altrimenti niente, l’indagine non comincia e il processo non si fa.Proviamo a immaginare che un ladruncolo in perfetta salute entri in un commissariato e ne esca con la faccia pesta; ovvero che un indagato per violenza carnale, pur essendo innocente, confessi alla polizia d’averla commessa. Non solo un sagace Pm ma qualunque persona ragionevole immaginerà che il primo è stato pestato e che il secondo potrebbe averlo fatto perché minacciato o picchiato. Adesso, con la nuova legge, se le violenze eventualmente commesse dalla polizia vengono denunciate, il Pm aprirà un’indagine; se invece, come talvolta accade, verrà spiegato che le scale erano ripide e quell’incapace è inciampato; oppure che, in un momento di sconforto, il depresso di turno ha deciso di accusarsi di un reato mai commesso, non si potrà fare nulla. Certo, i due malcapitati potranno denunciare autonomamente il fatto; oppure lo potrà fare un collega o addirittura un superiore dei poliziotti che (forse) hanno pestato il primo e minacciato o torturato il secondo. Non sono situazioni molto frequenti.Oppure proviamo a immaginare che qualche politico accetti le consuete tangenti per favorire qualcuno dei suoi passati o futuri elettori; e che il risultato della corruzione sia un appalto che non doveva essere attribuito, una concessione edilizia contraria alla legge e al piano regolatore, una nomina a un importante incarico pubblico che non doveva avvenire, finanziamenti pubblici dati a chi non ne ha diritto oppure utilizzati per scopi non istituzionali. E proviamo a immaginare che uno dei tanti ispettori, funzionari, ufficiali di polizia giudiziaria di specchiata onestà e di grande capacità investigativa, che collaborano con le Procure della Repubblica, si renda conto dei reati che vengono commessi e cominci a indagare. E proviamo a immaginare che i ministri dll’Interno, della Difesa o delle Finanze (rispettivamente superiori gerarchici di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza), espressione di quella stessa classe politica che ha applaudito l’autocertificazione d’innocenza di Mastella, che ha immediatamente preso le difese di Del Turco, che ha ordinato le ispezioni negli uffici giudiziari che indagavano il governatore Fitto... ma l’elenco è sterminato; ecco, proviamo a immaginare che telefonino al prefetto, al questore, al comandante generale dell’Arma o del Corpo; e che ordinino (ne hanno la facoltà) di smetterla, di non fare alcuna indagine, di lasciar perdere. Cosa pensate che accadrà? E come si sentiranno i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri che hanno lavorato come bestie e a cui verrà detto che non se ne parla nemmeno, tutto nel cestino?Per finire, provate a immaginare che cosa accadrebbe in Abruzzo, se il presidente del Consiglio, che ha già manifestato la sua insofferenza per le eventuali inchieste che la Procura della Repubblica dell’Aquila avrebbe potuto iniziare nei confronti dei criminali che avevano costruito i palazzi con la sabbia di mare, spiegasse ai ministri competenti che, adesso che si può per via della nuova legge, sarà proprio bene assicurarsi che Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza non facciano pervenire rapporti a questi Pm che fanno solo del male. Insomma, il Pm reso cieco per legge; e i suoi cani guida addestrati a obbedire ai comandi di qualcun altro.

(Da La Stampa.it)

giovedì 7 maggio 2009

La storia, la memoria, la riconciliazione

Sabato al Quirinale si ricorderanno le vittime del terrorismo e il presidente della Repubblica ha invitato Licia Rognoni vedova Pinelli, compagna di Giuseppe Pinelli "volato" da una finestra della questura di Milano il 15 dicembre 1969, nei giorni delle concitate indagini dopo la bomba di Piazza Fontana, a sedere accanto a Gemma Calabresi, la moglie del commissario Pietro, assassinato dopo che contro di lui si era ordita una campagna d'opinione che lo indicava come uno dei coprotagonisti di quella morte.
Una notizia che riporta ad anni bui, ma che manda un po' di colore tra le istantanee di quegli anni rigorosamente in bianco e nero. Una luce e un colore che si chiama riconciliazione senza colpi di spugna. Ancora una volta è Manlio Milani dei famigliari delle vittime di Piazza Loggia a Brescia a farsi carico di lanciare un appello forte: "Lo stato finalmente ammetta le sue colpe, si apra una stagione nuova - ha spiegato al Corriere della Sera -. Ascoltando la voce di tutte le parti, nessuna esclusa, potrà essere delineato con precisione il quadro storico che determinò i fatti". Si chiama modello Sud Africa, dove gli odi dell'apartheid furono leniti solo quando vittime e carnefici si sedettero l'uno davanti all'altro e si dissero tutto in un confronto che rimarrà nelle menti di tutti. Sarà possibile anche in Italia portare un po' di luce nella "notte della Repubblica"? Molte cose dovranno cambiare, a partire dalle norme sul segreto di Stato, ma forse dall'incontro Calabresi-Pinelli potrebbe nascere una stagione nuova.
E basta vedere i vecchi incanutiti testimoni di quegli anni, che in queste settimana passano nelle aule di giustizia bresciane dove è in corso il terzo processo sulla Strage di Piazza della Loggia per capire che è arrivato il momento della verità riconciliatrice. Di una stagione nuova che dia aria ai fascicoli "top secret" e alle coscienze di ognuno.

Ecco un video in ricordo della strage di piazza Loggia...

mercoledì 29 aprile 2009

Mamma, ho perso l'avvocato...

Leggo una bella inchiesta sul "Corriere della Sera" sul futuro della professione di avvocato, sempre più numerosi, sempre più in crescita esponenziale (era 4.429 gli iscritti all'Albo di Milano nel '90, lo scorso anno sono diventati 19.569), sempre più impegnati a consolidare un futuro incerto. In quell'inchiesta anche l'opinione del presidente della Camera penale di Milano, Vinicio Nardo, che alla domanda sul motivo per il quale ha lanciato da tempo un allarme deontologia risponde: "L'aumento spropositato di coloro che si affacciano alla professione di avvocato, e di penalista in particolare, può portare, come in tutti i campi, a un inevitabile scadimento della professionalità. Più avvocati vuol dire più competizione e rischio di abbassamento della soglia del buon comportamento".
In questa frase è facile leggere anche un altro tema, oltre a quello deontologico (che va comunque di pari passo con il buon comporamento professionale) l'aumento della litigiosità. Se non avessi fatto il giornalista, probabilmente, avrei intrapreso la professione forense e in questi anni di studi legali ne ho bazzicati parecchi, a sufficienza per capire quando si accampano tesi e pretese senza fondamento. E di "cause temerarie" - come si dice - se ne vedono in giro parecchie: basta guardare le istanze che spesso avvocati più o meno giovani avanzano a giornali contestando il contenuto di qualche articolo pubblicato. Istanze non di rado prive di fondamento giuridico (soprattutto in tema di privacy), richieste di danni irricevibili che in realtà sarebbero risolvibili con una semplice lettera di precisazioni. Insomma: iniziative fuori misura fatte semplicemente per poter giustificare una parcella di qualche centinaio di euro. Un tempo gli avvocati, da buoni professionisti, sapevano dire anche qualche no nell'interesse del cliente davanti a richieste più dettate dalla rabbia del momento che da pretese realmente fondate sul diritto e quindi dotate di una ipotetica prognosi positiva in sede di giudizio. Oggi, purtroppo, non è più così e a farne le spese, oltre ad una nobile professione come quella dell'avvocato, è, come sempre, il cliente consumatore.

martedì 31 marzo 2009

Aggiornamenti/2. Giustizia, cercando di superare l'Angola

Dopo l'atto di accusa, l'ennesimo, del Consiglio d'Europa sulla lunghezza dei processi in Italia (ricordate? veniamo dopo l'Angola), Vittorio Grevi, docente universitario a Pavia e giurista, torna a parlare di processi lumaca sul Corriere della sera di oggi (pagina 54). Ci torna confermando, come aveva già fatto in passato, che l'Italia, in tema di riforma della Giustizia, se non con qualche sia pur significativa eccezione, sta facendo sforzi in direzioni diverse da quelle di far guadagnare all'amministrazione giudiziaria efficienza.
Non remano in quella direzione, ad esempio, gli avvocati, che in questi giorni si stanno astenendo dalle udienze penali portando avanti la loro tradizionale battaglia per il "giusto processo", i temi della separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici di tribunale, la rimodulazione dell'obbligatorietà dell'azione penale, la riforma del Csm. Temi rispettabilissimi - osserva Grevi - ma non in grado di "fornire una risposta concreta ed efficace alle sollecitazioni del Consiglio d'Europa".
Così il Governo che, se qualche spunto interessante lo offre sul fronte della riforma della giustizia civile, altrettanto non si può dire guardando al ramo penale dove - sono parole sue - "la situazione è davvero desolante".
Insomma: riusciremo mai a superare l'Angola?