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venerdì 8 ottobre 2010

Sarah Scazzi: la diretta tv che sconvolge (seconda parte). Da Grasso a Gramellini

Rieccoci a parlare della povera Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana (Taranto) uccisa e violata dallo zio, rieccoci a riflettere sulla tv verità, su questo epilogo raccontato in diretta dalla trasmissione "Chi l'ha visto?" che trasmetteva proprio a casa dello zio carneficie alla presenza della madre della ragazzina. Alcuni di voi sono intervenuti nel dibattito lasciando un commento al posto precedente e oggi voglio arricchire il tema segnalandovi due commenti sicuramenti più autorevoli del mio: quello di Aldo Grasso critico televisvo sul Corriere della Sera e quello di Massimo Gramellini su la Stampa.
Aldo Grasso spiega che (clicca qui per leggere il testo integrale) ci troviamo davanti ad un "delitto perfetto", a quella congiuntura astrale che, a livello mediatico, ogni programma tv vorrebbe avere, a quella notizia che ogni professionista avrebbe voluto dare in diretta. E in un mondo fatto di immagini, forse mercoledì sera non poteva succedere qualcosa di diverso da quello che è accaduto. "Con le telecamere ormai accese 24 ore su 24 - spiega Grasso -, in una società organizzata attorno ai media, nella piena consapevolezza che ormai gli strumenti multimediali rappresentano il nuovo ambiente in cui viviamo, è inutile chiedersi se questo strazio collettivo in diretta andasse fermato o no. Da tempo viviamo nel post-Vermicino. Quando la Sciarelli si premura di dire alla mamma di Sarah, Concetta Serrano, se desidera interrompere il collegamento compie un gesto di estrema delicatezza, ma manda, contemporaneamente, un’indicazione linguistica: questo non è un reality, questa è tv verità. Il fatto è che la verità non sembra mai vera, si vorrebbe dire di no alla verità dell’apparenza, spegnendo le telecamere, nella speranza che ci sia una verità diversa dell’essere".

Massimo Gramellini, invece, (clicca qui per leggere il suo "Buongiorno") spiega che siamo vittime di una macchina del dolore che "si nutre di casi umani e in cambio macina numeri dell’Auditel, quelli che fanno la gioia e il fatturato dei pubblicitari. Loro, i burattinai. Gli altri - giornalisti, pubblico, ospiti - i burattini. Colpevoli, naturalmente, ma solo di non avere la forza di strappare il filo".
In un mondo così anche noi giornalisti, per Gramellini, abbiamo però qualche colpa: "Federica Sciarelli è una giornalista in gamba -scrive - e una persona perbene, ma forse ha mancato di freddezza. Avuto sentore della notiziaccia, avrebbe dovuto mandare la pubblicità e soltanto dopo, lontano dalle luci della diretta, rivolgersi alla madre in pena, invitandola ad allontanarsi dal video e a chiamare i carabinieri. Una questione di rispetto, ma in questa società di ego arroventati chi ha ancora la forza e la voglia di mettersi nei panni del prossimo, guardando le situazioni dal suo punto di vista? Noi giornalisti siamo colpevoli di abitare il mondo senza provare a cambiarlo ed è una colpa grave, lo riconosco. La consapevolezza del potere dei media accresce le nostre responsabilità, ma non può annullare completamente quelle degli altri. Mi riferisco anzitutto agli ospiti dei programmi. Il presenzialismo televisivo della mamma di Sarah ha l’attenuante della buona fede. Ma fino a qualche anno fa i parenti delle persone scomparse andavano in tv per il tempo minimo necessario a leggere un comunicato o pronunciare un appello. Poi si ritiravano nel loro sgomento. Adesso non trovano di meglio che bivaccare per giorni e giorni in tv: non davanti al video ma dentro. Spalancando alla prima telecamera di passaggio la stanza della figlia scomparsa e accettando di partecipare a una trasmissione come «Chi l’ha visto?» dalla casa del cognato, sul quale in quel momento già gravavano forti sospetti".
Ma questa signora, continua Gramellini, cresciuta a pane e tv è rimasta stregata da questa macchina del dolore che forse la cullava nella speranza di poter riavere la figli. Ma il vero scandalo stava altrove.
"Giornalisti emotivi, tronisti del dolore - conclude l'acuto giornalista della Stampa -. Il ritratto di famiglia è quasi completo. Manca l’ultimo tassello, forse il più importante. I telespettatori. Le tante prefiche guardone che sputano sentenze dal salotto di casa. Ah, quanta sacrosanta indignazione! Peccato che durante il melodramma il pubblico di «Chi l’ha visto?» sia più che raddoppiato. Erano talmente occupati a indignarsi che si sono dimenticati di compiere l’unico gesto che potrebbe davvero cambiare questo sistema fondato sul pigro consenso del popolo: spegnere il televisore".

mercoledì 9 dicembre 2009

Esiste la buona notizia? Le tesi di Gramellini e dell'Annunziata


Giusto ieri a pranzo ne parlavo con alcuni colleghi: esistono, o meglio, hanno un senso di esistere le buone notizie? E un amico, non giornalista, osservava: dovreste fare una pagina ogni tanto solo di buone notizie. Parlavamo senza sapere che qualche ora dopo, in occasione, della festa dell'Immacolata, il Papa avrebbe detto: "Il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci". E proprio riferendosi ai mass media ha aggiunto: "Tendono a farci sentire sempre 'spettatori', come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti "attori" e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri".
Insomma Benedetto XVI nel suo intervento ha introdotto il tema dell'incapacità dei media di dare buone notizie, contribuendo così a dare del mondo, che per fortuna nostra non è come lo dipingono i giornali, una visione realistica. Un tema, questo, vecchio come il giornalismo, un argomento nel quale entrano a pieno titolo elementi di mercato come l'audience, tiratura e diffusione. Una questione sulla quale, però, non ci si interroga mai abbastanza. Lo ha fatto oggi su La Stampa anche Massimo Gramellini, con un contributo che, al solito, non è mai banale.
Eccolo:

Il bene difficile
di MASSIMO GRAMELLINI
Il racconto del male fa male, dice il Papa. Non risveglia le coscienze, ma le intossica, rendendo gli uomini più depressi e più cinici. Difficile dargli torto, difficilissimo fare altrimenti. Eppure bisognerebbe provarci: tutti insieme, giornalisti e lettori. Cominciando col chiedersi: perché? Perché la notizia che cento agenti di Wall Street hanno fatto la coda per fornire midollo spinale a un loro acerrimo concorrente malato di leucemia vale meno dell’ipotetico omicidio del collega medesimo? Semplice, rispondono i libri sacri del giornalismo: perché le notizie sono eventi straordinari, il famoso uomo che morde il cane.

Già, ma oggi non è forse più straordinario un gesto di solidarietà? Il cronista è come il medico, insistono i testi sacri: vai da lui per farti dire che cosa non va. Già, ma oggi uno non va dal medico anche per farsi prescrivere delle cure preventive, dei vaccini, dei ricostituenti?

I potenti, e qui non alludo certo al Papa, vorrebbero che i media si occupassero soltanto di cose positive, lasciandoli peccare in santa pace. I lettori e i telespettatori anche, a parole. Perché poi, appena vai a leggere la lista delle trasmissioni più viste in tv e delle notizie più cliccate sul Web, ai primi posti trovi sempre violenza e fesserie, fesserie e violenza. Una cosa è sicura: per certi versi la realtà è migliore di quella descritta dai media e per certi altri peggiore. Ci sono meno assassini nelle città che in un telegiornale, però esistono vaste zone d’ombra, specie nel mondo degli affari, che mai vengono illuminate dalla torcia dell’informazione.

La mia sensazione è che non siamo capaci di raccontare né il bene né il male e che la maggioranza del pubblico a sua volta si è talmente intossicato, come dice Ratzinger, che non è più neanche in grado di desiderare e apprezzare la buona informazione. Manca il senso della misura. Il racconto del bene si trasforma quasi sempre in melassa buonista, in santino moralista. E il troppo miele provoca nausea. A sua volta il racconto del male privilegia la superficialità ansiogena, la curiosità morbosa e l’effetto splatter, senza affondare i denti nelle cause profonde dei problemi.

Anche il pubblico soffre dello stesso virus mediatico dei giornalisti: non ha pazienza, scappa da un canale all’altro e da un articolo all’altro, in cerca di emozioni più forti che riescano a scuotere la corazza abulica del suo cinismo. Spacciamo angoscia a dei drogati che ce ne chiedono in dosi sempre maggiori, ed è difficile ormai stabilire chi abbia cominciato per primo, e perché.

Ecco, un buon punto di partenza potrebbe essere questo: superare l’eterno dissidio bene/male, notizie buone/notizie cattive. Non è l’oggetto che conta, ma il trattamento. Una fiction appiccicosa su un eroe alimenta il mio scetticismo molto più di un film di Tarantino. Allo stesso modo, il racconto di una strage autostradale di bambini affidato alla penna di Dino Buzzati mi massaggia il cuore assai meglio di un servizio becero su qualche allegra gozzoviglia di vip. Nelle botteghe dell’informazione, ma anche fuori, è passata l’idea che esistano solo due tasti da pigiare: l’urlo e lo sghignazzo, la paura e la trucidità. Il male che tira è il virus fantomatico, l’assassina con la faccia d’angelo, l’eterna rissa dei politici. E il suo corrispettivo benefico sono la volgarità e la retorica, purché camminino sulle gambe di qualche personaggio famoso.

L’informazione ha bisogno di tinte forti, la vita invece privilegia i toni tenui. Raccontare quei toni è difficile, apprezzarli ancora di più. Bisognerebbe essere stati educati. Ma la tv - l’unica ad avere il potere per farlo - in nome di un concetto assai peloso di libertà ha da tempo abdicato a questo ruolo, preferendo dare al pubblico «quello che vuole», che è come permettere a un bambino di mangiare sempre hamburger e patatine, e poi stupirti che non ti chieda cibi più sani.

La sensazione finale è lo straniamento. Qualcuno immagina che esista un Grande Vecchio che ci vuole così: emotivi, ottusi, sostanzialmente rincoglioniti da porzioni sempre maggiori di nulla spacciato per chissà che. E’ una visione inquietante, ma al tempo stesso rassicurante. Invece io penso che in questo teatrino siamo tutti burattini e burattinai. Fabbricanti e fruitori di notizie, respiriamo tutti la stessa droga, ci nutriamo di cose fasulle mentre subiamo passivamente la realtà e, come tante belle addormentate nel bosco mediatico, restiamo in attesa di un principe azzurro che ci desti dall’incantesimo. Senza renderci conto che quel principe azzurro possiamo essere soltanto noi.


Buongiorno
del 9/12/2009
da La Stampa



E al dibattio lanciato da La Stampa ha partecipato anche Lucia Annunziata secondo la quale il male esiste ed è parte del mondo e sarebbe peggio se i giornalisti lo ignorassero o lo mettessero in secondo piano.

Ecco il suo intervento:


Il male inevitabile
di LUCIA ANNUNZIATA
E’ il rimprovero che più spesso ci viene rivolto, la critica, o l’esortazione, che ci accompagna da sempre. «Voi giornalisti sapete solo vedere e raccontare il male». Se queste parole arrivano però da Sua Santità in persona, occorre ancora una volta - e non sarà l’ultima - spiegarsi. Forse.

Confesso, intanto, di non trovare per nulla assurda o esagerata la reazione contro il male che ogni giorno gronda su di noi dai media.

Per un giornalista, aprire gli occhi al mattino e accendere la tv, e scartare il pacco dei giornali, è il primo gesto, una preparazione rituale della professione, la nostra preghiera laica del mattino, secondo Hegel, che da anni ormai io stessa anticipo con una stretta allo stomaco. Qualcuno, nelle ore che abbiamo rubato al generoso oblio del sonno, è morto, qualcun altro ha provocato danni, qualche maggior pericolo - psicologico, politico, pratico - sta scavando nella nostra vita. La tentazione c’è, di prendere la direzione che sembra indicare il Santo Padre: richiudere gli occhi, mettere da parte giornali, tv e avviarsi a un giorno normale, in cui le cose e i rapporti - senza il rumore di fondo dei media - spiccano come gioielli nelle loro scatole di velluto. Nei rari giorni in cui i media, per feste o per scioperi, non ci sono, la vita appare più tersa, e più vivibile. Per questo, quando tanti ci dicono che il nostro mestiere sta avvelenando il mondo e che noi siamo una banda di cinici, ascolto sempre. Nel mio cuore gli do ragione.

Potremmo dunque assumere questa lezione. E potremmo limitarci a voler sapere e raccontare solo di quel che ci rasserena e di quel che ci lega agli altri uomini, piuttosto che quel che ce ne divide. Potremmo ridurre il male a una breve, accennarne e pudicamente subito ammantarlo di veli. Potremmo invocare per questa pudicizia la preservazione dell’innocenza e della fiducia negli altri. Avremmo, ripeto, ragione e, forse, vivremmo meglio.

Ma sarebbe questa una vita piena? Sarebbe questa una scelta davvero positiva? Su queste domande si inciampa.

Che il male esista non credo ci siano dubbi, neppure dal punto di vista religioso. Non è nei media, non è creato dai media, ma è nella costruzione stessa della realtà. Accantonarlo, non guardarlo negli occhi, non dargli nome e cognome, non è segno di maggiore sensibilità e civiltà. E, purtroppo, ignorarlo non ci restituisce nemmeno un nuovo senso di sicurezza.

I media non sempre hanno funzionato come oggi, con la crudeltà quasi da bisturi di penetrare le cose che oggi hanno acquisito.

Nell’Ottocento i grandi giornali del mondo anglosassone, dove di fatto i media si sono sviluppati seguendo l’onda delle espansioni imperiali, erano ispirati dal cristiano senso del pudore e dalla missione di sostenere l’orgoglio della Nazione. Fu grazie a questa ispirazione che il mondo vittoriano poté a lungo non capire i suoi crimini imperiali. Ma fu sempre grazie alla rottura di quel pudore che quello stesso mondo riuscì a capire e correggere vari errori. Fra questi, le incompetenze di generali che il 25 ottobre del 1854 ordinarono la carica di Balaclava, in Crimea. I dispacci dei comandanti britannici dal fronte, che avevano mandato al massacro inutile una forza di eccellenza, e che si volevano tenere riservati, vennero pubblicati in un’edizione straordinaria della London Gazette il 12 novembre dello stesso 1854. Avremmo potuto dunque sorvolare, o seguire differentemente l’Iraq, l’Afghanistan, i Balcani, l’Iran, o la Cina, o l’Africa?

Ma forse il Santo Padre dice altro. Parla probabilmente del modo con cui parliamo di noi, delle società in cui viviamo. Queste società democratiche, che a volte nei media appaiono troppo aperte, troppo democratiche. Indugiamo troppo sui difetti di chi ci governa, seguiamo troppo la violenza sociale, le volgarità, si dice. Al punto da finire con il non farci credere più a nulla. Ripeto, può essere. E la goduria del lerciume è sicuramente il rischio.

Ma, nella sostanza, non guardare al male significa anche dare mano libera a tutti coloro che esercitano il proprio interesse, coloro che perseguono solo la propria individualità. E cosa è meglio, per tutti noi, sapere o no come si usano i nostri soldi, che rischi corriamo, come vengono educati i nostri figli, come vengono scritte o infrante le regole?

E’ vero, fa male vivere così. Ma girare gli occhi non significa vivere meglio, ma solo diventare delle vittime inconsapevoli. La migliore regola del giornalismo, che alla fine credo vale per tutti, è che una notizia buona per uno è una cattiva per un altro.

Editoriali
del 9/12/2009
da La Stampa

mercoledì 11 novembre 2009

Processi brevi e giustizia lunga



Notizia di ieri: si fa strada l'ipotesi di dare un tempo alla giustizia. Una proposta che suona più o meno così: 6 anni per i tre gradi di giudizio, contingentamento che varrà solo per gli incensurati.
Notizia di ieri: la Cassazione ha chiuso in via definitiva il processo a carico di Milena Bertani, ex assessore al bilancio della Regione Lombardia, invischiata in una storia di appalti del dopo alluvione in Valtellina. La Cassazione ha reso definitiva l'assoluzione dell'ex assessore dopo 9 anni.
Detto così non si può che essere solidali con Milena Bertani quando dice "Ho perso nove anni della mia vita per accuse infondate". Detto così non si può non guardare con favore l'esigenza di contingentare per legge la durata dei processi. Ma...
C'è sempre un ma in quest'Italia che si è scordata un briciolo di coerenza: come conciliare l'esigenza di processi rapidi con una macchina giudiziaria abbandonata a se stessa da troppo tempo? Come si fa ad intensificare i dibattimenti - tanto per andare al sodo - se non possono essere celebrati il pomeriggio perchè non ci sono soldi per gli straordinari dei dipendenti, ne è pensabile di organizzare turni di lavoro come in fabbrica? Come si fa a rendere rapidi i processi se non ci sono risorse per pagare le cooperative che si occupano della trascrizione dei verbali di udienza? Come si fa a fare inchieste rapide se molte procure hanno posti coperti solo a metà?
Domande alle quale qualcuno dovrebbe rispondere in maniera credibile prima che si pensi che la proposta sia l'ennesimo tentativo di introdurre una legge ad personam, spacciandola per una grande illuminazione politica (a cui mancano però le basi operative).
Sul tema illuminante questo intervento su La Stampa dell'avvocato Carlo Federico Grosso.

Editoriali
11/11/2009 -
Tutto inutile se i tribunali non funzionano
CARLO FEDERICO GROSSO
Gianfranco Fini avrebbe confermato, ieri, il suo no alla prescrizione breve dei reati. Avrebbe tuttavia avallato la «prescrizione processuale», in forza della quale i processi penali, anche quelli in corso fino alla fase del primo grado, dovranno concludersi entro sei anni (due anni per il primo grado, due per il secondo, due per la Cassazione). Se tali termini non saranno rispettati, scatterà la loro estinzione per decorso del tempo, con la, conseguente, assoluzione degli imputati.

Se questa dovesse essere la nuova disciplina, ho l’impressione che l’obiettivo da tempo perseguito da Berlusconi sarebbe in ogni caso assicurato: nei suoi processi pendenti egli riuscirebbe, ancora una volta, a sfuggire al giudizio dei suoi giudici. Insieme a Berlusconi, sarebbero d’altronde graziati centinaia di altri imputati. Caduto il lodo Alfano per violazione manifesta del principio di eguaglianza, per salvaguardare il premier, e nel contempo l’eguaglianza, si rischierebbe un’impunità generalizzata, con buona pace delle vittime dei reati.

Precisando che una valutazione definitiva su ciò che ci attende potrà essere formulata soltanto quando saranno chiari gli accordi di maggioranza ed esplicitati i testi dei disegni di legge, cerchiamo comunque di capire che cosa significhi, allo stato, prevedere, nel modo indicato, la prescrizione dei processi, compresi quelli in corso fino al giudizio di primo grado.

In astratto stabilire che i processi devono concludersi entro sei anni, con scadenze prefissate per ciascuna fase, sarebbe soluzione splendida. Se si riuscisse nell’intento, il male più rilevante della giustizia si dissolverebbe e, quantomeno con riferimento al tema della durata dei processi, essa diventerebbe giustizia accettabile. Perché una riforma dei tempi possa essere credibile, occorrerebbero tuttavia, quantomeno, due condizioni: che essa riguardi soltanto processi futuri, iniziati cioè da magistrati consapevoli fin dall’inizio della durata consentita; che l’imposizione di tempi stretti sia accompagnata da una riforma adeguata nell’organizzazione e nei mezzi, in grado di rendere possibile, nei fatti, il rispetto delle nuove durate. Altrimenti, se ci si limitasse a stabilire nuove regole, ed a disporre l’estinzione dei processi (compresi quelli in corso) in caso di loro inosservanza, sarebbe lo sfracello: centinaia e centinaia di processi estinti.

E’ vero che Fini, consapevole dei problemi, ha dichiarato di avere chiesto al presidente del Consiglio che alla giustizia siano destinate risorse adeguate alle nuove esigenze. Chiedere non è tuttavia, ovviamente, sufficiente; Tremonti permettendo, sarà necessario quantomeno stanziare. Ma anche stanziare potrà non bastare: occorrerà infatti che gli stanziamenti si concretino in strumenti concreti di efficienza, e che alle nuove risorse si accompagnino comunque altre riforme - di organizzazione e di legislazione - idonee a rendere di fatto praticabili i nuovi tempi stabiliti per la durata dei processi penali.

C’è, inoltre, un altro profilo sul quale è necessario riflettere. Verosimilmente, imboccata la strada della prescrizione dei processi troppo lunghi, la maggioranza avrà molta fretta di approvare la legge. L’urgenza di fare riforme in grado di velocizzare i processi è fuori discussione; è tuttavia altrettanto fuori discussione che realizzare una riforma seria dell’organizzazione giudiziaria richiede tempi tecnici non brevi. Che cosa accadrebbe se vi fosse una sfasatura fra i tempi di approvazione della legge che impone rapidità ai processi penali e di quelle che consentono un’organizzazione della gestione giudiziaria idonea a fronteggiare le nuove prescrizioni in materia di durata consentita?

Ancora. Secondo quanto è emerso, dovrebbero essere coinvolti nei processi a rischio di prescrizione quelli che riguardano reati puniti con la reclusione non superiore nel massimo a dieci anni (compresa, guarda caso, la corruzione), fatti salvi quelli che concernono mafia, terrorismo o, comunque, fatti di particolare allarme sociale. Tutti indifferenziatamente, senza badare alla maggiore o alla minore gravità dei reati, od alla maggiore o minore complessità dell’attività processuale necessaria?

I tempi stretti riguarderebbero d’altronde soltanto gli imputati incensurati. E perché mai? Se la prescrizione processuale non costituisce un premio per gli imputati, ma la risposta ad un’esigenza generale di rapidità processuale, censurati o incensurati la regola dovrebbe essere la stessa.

Si potrebbe continuare. Agli effetti di una prima reazione alle novità che si profilano all’orizzonte della giustizia italiana, quanto ho rilevato mi sembra sufficiente. Con un auspicio. Che gli addetti ai lavori, consapevoli dei problemi, sappiano comunque, se possibile, opporsi agli errori. Che siano in grado di farlo uomini della maggioranza. Che lo facciano, con decisione, tutti gli uomini dell’opposizione, senza indulgenze o compiacenze di sorta.
da La Stampa

giovedì 8 ottobre 2009

La sfiga? Pare sia di sinistra

Massimo Gramellini incisivo e ironico come sempre

Buongiorno
8/10/2009 -
Le disgrazie sono di sinistra
Dopo il proclama del Capo, il quadro è finalmente chiaro. I magistrati sono di sinistra, e questo già si sapeva. La tv pubblica, eccetto Topo Gigio, è di sinistra. Il 72% dei giornali è di sinistra (non il 71 e nemmeno il 73: il 72, l’ha detto Lui). La Corte Costituzionale è di sinistra, il Quirinale è di sinistra, gli arbitri in genere sono di sinistra, e anche i vigili che danno le multe sono di sinistra, i professori che rifilano 4 a mio figlio sono di sinistra, il vicino di casa che appesta il pianerottolo con la sua frittura è di sinistra, la signora che mi ha scippato il parcheggio è di sinistra, come la Regina di Biancaneve, Veronica Lario e la Costituzione: tutte di sinistra.

La sveglia alle sette è di sinistra, la barba da radere è di sinistra, il caffè amaro è di sinistra, i calzini bucati e gli ingorghi al semaforo sono di sinistra, il capufficio odioso è di sinistra, la moglie che mi ricorda le commissioni da fare è di estrema sinistra. Il Superenalotto è di sinistra, altrimenti vincerei. Gli stranieri, i comici, i miliardari e i gatti neri sono di sinistra. Le escort sono di sinistra, ma solo quelle che chiacchierano, naturalmente. Cavour era di sinistra, come Montanelli e Barbarossa, del resto. Fini è di sinistra e pure le previsioni del tempo, se segnalano pioggia. Persino io, quando non digerisco la peperonata, divento di sinistra. Da noi l’unica disgrazia che non sia di sinistra è la sinistra.

P.S. Viva l’Italia, viva Berlusconi! (anche questo l’ha detto Lui).

Massimo Gramellini
da La Stampa

mercoledì 2 settembre 2009

Un paese che non ha più misericordia: le parole di don Gino Rigoldi e il ricordo di Teresa Sarti Strada

Il titolo di questo post è ispirato a quello che La Stampa, quotidiano torinese, da ad una lettera di don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, prete di strada e di frontiera, come si ama dire. Un piccolo grande uomo - come ce ne sono tanti per la verità - in queste pianure sempre più aride e selvagge perchè, come sostiene lo stesso don Gino, "pietà l'è morta". Una lettera toccante, un invito alla riflessione per tutti, cristiani e non: perchè la misericordia, prima che del fedele è dell'uomo.


Un paese che non ha più misericordia


Caro Direttore,
La scorsa domenica ho letto sulla Stampa l’intervento di Barbara Spinelli che segnalava lo scarso senso delle leggi, soprattutto delle leggi umanitarie da parte di molti italiani. Diceva la giornalista che la cultura corrente, il modo di pensare degli italiani ha perso il senso della pietà ed è sempre più portata a fare legge i propri interessi veri o presunti con scarso rispetto per i diritti sanciti dai parlamenti o dalle organizzazioni internazionali.

Io non posso che essere d’accordo con la Spinelli ma vorrei aggiungere, da cristiano, un’altra osservazione e preoccupazione che come credente mi affligge, preoccupazione che si aggrava quando osservo i comportamenti di certa gerarchia ecclesiastica e del Vaticano.

Lunedì trentuno agosto, in un articolo su di un quotidiano nazionale il direttore dell’Osservatore Romano in pratica rimproverava al direttore dell’Avvenire di aver esagerato nei giudizi sui comportamenti morali del premier. Aggiungeva il direttore del giornale vaticano che i giornalisti «sono a caccia di prelati» più o meno competenti sul tema dei rapporti con il governo e ripeteva per l’ennesima volta che l’opinione di molti prelati non era quella della Santa Sede. Quando ci diranno una volta per tutte quale è l’opinione della Santa Sede? Mi piacerebbe conoscerla.

Io vorrei esprimere, modestamente, il punto di vista di un cristiano che ama leggere tutti i giorni il Vangelo e pregare lungamente sulla parola di Gesù. Nel Carcere dei minorenni di Milano e in diverse città, io cammino a piedi, prendo il tram o la metropolitana, bazzico in alcuni bar di quartiere, nei cortili. Respiro una brutta aria di ostilità, di diffidenza, di domanda di sicurezza fatta con le forze dell’Ordine o dalle ronde, come fossimo non i cittadini della stessa città, persone che sono chiamate a costruire collaborazione e comunità, ma nemici. Non sento più da anni la parola misericordia, solidarietà, accoglienza, vita sociale.

Nemici siamo un po’ tutti, in modo speciale tutti i poveri, soprattutto gli stranieri. Nel Vangelo che leggo ogni mattina la scelta di fede è chiara: cercare il volto di Dio ed amare i fratelli. Il Dio dei cristiani non è un soggetto sconosciuto ed i suoi comandi non sono vaghi e la fede consiste non tanto nel credere che in qualche parte del cielo Dio esiste quanto, ubbidire ai suoi comandi.

Se la indagine di Sky24 afferma che il 71% degli italiani intervistati ha chiesto il carcere per i cinque scampati dal terribile naufragio che ha fatto annegare nel Mediterraneo quasi settanta somali, si può affermare che la pietà l’è morta, ma anche che viene celebrata la bestemmia più grande contro Dio che in Gesù ci ha comunicato che ogni uomo e donna è figlio o figlia di Dio.

Grandi scandali per i temi familiari e sessuali, grande prudenza a tenere i buoni rapporti con il governo in carica, bacchetta per chi si dimostra moralista.

E diciamolo che non è buonismo predicare la fraternità, che Gesù era bravo anche a litigare ma non disprezzava nessuno, che la punizione è uno strumento ma non può andare senza la misericordia e la fraternità. «Non sono i tuoi fratelli, sono i tuoi nemici». Non è la voce del grande nemico, di «colui che separa»?

Non credo che la responsabilità di questa cultura sia soltanto dei media o dei politici in carica anche se questo governo ci mette molto del suo ma non si tratta forse della immoralità fondamentale per un cristiano e per la Chiesa? Perfino nelle confessioni il grande peccato che troppi giovani adulti denunciano è quello del «non essere andati a messa qualche domenica» come se la giustizia, la solidarietà, la politica, l’accoglienza fossero eccezioni per cristiani eccezionali, forse debolezza.

Saremmo discepoli di Uno che è stato arrestato, condannato e ucciso per quello che faceva e diceva, il sospetto di essere troppo diversi io ce l’ho non poco.

Don Gino Rigoldi
Cappellano Carcere Beccaria di Milano
(da "La Stampa" del 2 settembre 2009)



P.S. A proposito di persone speciali: è morta ieri Teresa Sarti Strada, la moglie di Gino Strada, fondatore di Emergency. E' morta dopo una lunga malattia, era l'anima dell'organizzazione, l'angelo custode di un marito vulcanico, indomabile ambasciatrice dell'organizzazione umanitaria. Per ricordarla ecco un video girato nel 2008 all'assemblea di Emergency a Riccione. In quell'intervento Teresa Sarti fa un cenno anche alla sua lotta personale contro il male. Un male che non aveva fiaccato la sua voglia di lavorare per gli altri.

lunedì 27 luglio 2009

Cambiamento e innovazione: ma chi lo dice che non è un paese per vecchi?


Innovazione. Una parola che ci riempie la testa, un modo di pensare, di approcciarsi alle cose, di gustare e governare il cambiamento, senza subirlo, senza sentirsi obsoleti o pezzi di modernariato come un vecchio Commodore 64.
Giornalimo e innovazione, poi, appartiene al dibattito dell'anno con chi canta il De profundis, chi lancia la sfida della cross medialità (il giornalista che mette a disposizione la propria competenza per una serie di mezzi di comunicazione) e chi usa le regole per imbrigliare il presente (ma forse anche il sindacato dei giornalisti si è accorto che più professionisti sanno governare le nuove tecnologie, meno giornalisti finiranno per essere emarginati negli anni della crisi).
Uno spunto interessante di riflessione mi è arrivato da Mario Calabresi (neo direttore de La Stampa)e dall'ultimo capitolo del suo nuovo libro "La fortuna non esiste". Un ultimo capitolo che parla della caduta degli dei: di quei giornali che hanno contribuito a costruire il mito americano. "La più impressionate ma silenziosa caduta che ho incontrato nel mio viaggio americano - spiega -è stata quella dei giornali: un crollo senza eccezioni geografiche, che ha investito le due coste e messo a rischio di sopravvivenza bandiere dell'informazione come il "San Francsco Chronicle" o il "Boston Globe", mentre quotidiani come il "Los Angeles Times", il "Chicago Tribune" e il "Chicago Sun Time" hanno dovuto dichiarare bancarotta".
La prognosi è riservata per l'editoria mondiale, ma c'è chi ha saputo cambiar pelle, come il grande inviato americano che, partendo per l'ufficio di corrispondenza di Gerusalemme, scherza sul fatto che gli hanno fatto firmare quattro contratti al prezzo di uno: il quotidiano, un suo gemello dello stesso gruppo editoriale, il sito internet con video e audio.
Accanto a lui il premio Pulitzer David Remnick, direttore del "New Yorker" riflette: "Le cose stanno cambiando a una velocità incredibile e non sarebbe una tragedia se un giorno i quotidiani si leggessero solo sul video. Il problema è il modello di business: fino ad oggi nessuno ha avuto successo solo on line, la pubblicità in rete e molto meno redditizia e questo metterebbe in crisi la funzione che oggi hanno i giornali. L'ufficio del "New York Times" a Bagdad costa milioni di dollari l'anno, ma se non se lo fosse più potuto permettere avremmo saputo molto meno su questa guerra".
Ma il tema è anche un altro, spiega invece Seymour Hersh, 72 anni, portatore sano di scoop dal Vietnam ad Abu Ghraib: "Il problema è che le grandi corporation hanno preteso dai giornali utili del 20 per cento. Per anni hanno strizzato soldi dai quotidiani e ora che li vedono annaspare li buttano via. Dovremmo tornare al giornale di proprietà di una famiglia, che certo fa meno utili ma non pensa solo a quello, ci vuole una mentalità completamente diversa che riduca le aspettative e pensi a un nuovo modello di quotidiano. Ma noi siamo colpevoli di essere diventati troppo superficiali, approssimativi, asserviti e poco credibili".
Eccoci al peccato originale che forse è concausa di questo lento declino. Ogni innovazione ha un futuro ad un patto: la riconquista di una professionalità perduta. "Bisogna essere curiosi, affidabili, trasparenti e corretti. E se fai un errore devi ammetterlo e correggerlo il prima possibile" spiega Hersh. "Per fare un buon giornalismo non ci vuole un'intelligenza superiore ma tenacia" osserva David Remnick.
E l'innovazione? Siamo pronti a rinnovarci? Guardate questo video in cui Mario Calabresi parla dei suoi primi mesi a "La Stampa" e di innovazione. Buona riflessione.

venerdì 19 giugno 2009

Villa spericolata (dal Buongiorno di Massimo Gramellini)


Solo una parola: grande....


Villa spericolata
(Articolo da cantare, stonati compresi)
"Voglio una villa maleducata - con la piscina piena di gin - voglio una
bionda super truccata - con cui giocare insieme a nascondin - voglio una villa che non è mai tardi - per far scoppiare in spiaggia due petardi - voglio una villa con le veline vestite da camerieri sardi. E poi ci troveremo io Alfano e Ghedin - a cercar foto sconce sotto i cuscin - ma forse non le troveremo mai - e allora amici cari saranno guai - mia moglie furibonda - la Cia che mi sfonda - e tutto il mondo a farsi sempre i fatti miei, eh.Voglio una villa spericolata - con Smaila al piano e Bondi al clarin - voglio una pillola esagerata - che mi faccia i muscoli di Obama e Putìn - voglio una villa che non è mai tardi - per travestirsi tutti da ghepardi - voglio lanciar reggiseni in un cespuglio di cardi. E poi ci sposteremo a palazzo Grazioli - per mangiar con le amiche pizza e fagioli - ma non la digeriranno mai - vorranno un diamante o una fiction in Rai.Ognuna col suo book - ognuna col procuratore - ognuna avrà un registratore per farsi i fatti miei, eh. Voglio una villa maleducata - dove sposare una disoccupata - voglio un Paese che se ne frega - e guarda i tiggì senza fare una piega - voglio un Paese che sia pieno di tordi - li voglio ciechi muti e pure un poco sordi - voglio un Paese che di me non si scordi".
(Grazie Vasco, e scusa per lo scempio).