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giovedì 21 ottobre 2010

Cattolici bresciani: un dibattito tra vangelo e potere

"Chi usa il cavallo finisce col pensare come chi possiede il cavallo"
Fra Pietro Angelerio Morrone, Papa Celestino V
(da Ignazio Silone "Avventura di un povero cristiano") 
"Credo che l'Occidente sia colpevole di sette grandi peccati: benessere senza lavoro, educazione senza morale, affari senza etica, piacere senza coscienza, politica senza principi, scienza senza responsabilità, società senza famiglia. E ne aggiungerei un altro: fede senza sacrificio. Quale è la soluzione? Sostituire i senza con altrettanti con"
Mustafà Ceric (Muftì della Bosnia) da un'intervista al Sole24ore
Chi conosce questo blog sa quanto sia alta l'attenzione al dibattito che coinvolge i cattolici in genere e i cattolici bresciani in particolare (basta inserire la parola "cattolici" nel motore di ricerca di questa "home" per avere un ampio campionario di tutto ciò). Mi sentivo quindi un po' in colpa nel non avere ancora dato conto della riflessione lanciata dal periodico "Città e dintorni" (pubblicazione edita dalla cooperativa Luigi Bazoli, voce di quella che nella Prima Repubblica veniva definita Sinistra Dc, che oggi può essere identificata come l'interprete del cattolicesimo democratico bresciano in politica e che, con il gusto della sintesi ardita, potremmo chiamare anche "Martinazzoli e dintorni" ). Un dibattito sui cattolici che ospitava nel numero maggio-agosto 2010 l'intervento di mons. Gabriele Filippini, ex direttore del settimanale diocesano La Voce del Popolo e oggi parroco, e di don Mario Neva, prete di frontiera (animò i primi gruppi che tentavano di togliere dalla strada le prostitute-schiave che arrivavano dall'Est Europa), uomo di cultura (fu assistente spirituale alla Cattolica). Non ne ho parlato prima e forse ho fatto bene, perchè da una felice intuizione del collega Massimo Tedeschi, che ha fatto sintesi di quegli interventi su Bresciaoggi, ne è nato un dibattito che ancora anima le pagine del quotidiano bresciano.

Cosa dicono i due sacerdoti di tanto dirompente? Don Gabriele Filippini (nella foto), di cui è stato pubblicato l'intervento fatto in occasione della presentazione del libro di Rosy Bindi "Quel che è di Cesare", parla del rapporto dei Cristiani con la politica, delle tentazioni temporali e della relazione con il potere. "Occorre che i cattolici in politica - scrive Filippini - siano il più possibile voci libere, coscienti della distinzione di ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare. Consapevoli che a Dio va il primato di tutto, a cominciare dalla coerenza nella vita privata. E a Cesare, a cui pure va un dovuto, va chiesto di esercitare un potere nella giustizia, nella equità e nella temperanza. (...) I cristiani in politica devono smascherare il potere quando chiama valori non negoziabili, quelli che sono soltanto interessi di parti della società. (...) Il rischio (per i cattolici, ndr) è quello di barattare la libertà del vangelo per un pugno di noccioline".

Parole forti, riflessioni stimolanti. Pacate valutazioni, però, se messe in relazione ai concetti espressi da don Mario Neva (foto) che ha spinto la sua riflessione sul terreno accidentato dei rapporti tra cattolici e Lega e sullo sdoganamento di fatto operato da Monsignor Antonio Fisichella in una intervista al Corriere della Sera all'indomani delle elezioni regionali. In quell'intervento diceva della Lega: "Anzitutto credo che dobbiamo prendere atto dell' affermarsi della Lega, della sua presenza ormai più che ventennale in Parlamento, di un radicamento nel territorio che le permette di sentire più direttamente alcuni problemi presenti nel tessuto sociale. Quanto ai problemi etici, mi pare che manifesti una piena condivisione con il pensiero della Chiesa".
Neva attacca Fisichella e spiega: "Monsignore... per favore, evangelica la Lega, con i suoi riti celtici, le sue bordate contro la Chiesa, il suo spirito anticonciliare, il suo provincialismo, il suo cristianesimo strumentale, il suo sottosviluppo culturale, il suo clientelismo montante, il nepotismo inaugurato dal leader ...? Venga qui tra noi, tra la gente, a sentire respirare questo grande spirito evangelico leghista (...) parlare di spirito anti-evangelico della Lega e della gestione del potere in Italia e in Lombardia è diventato un dovere della coscienza. Il suo intervento, monsignore, fa sì che rimarremo in pochi a protestare, tra qualche anno saremo profeti. (...) Ricordo solo che da cinquant'anni, nel concilio, in tutte le sue attività pedagogiche, la Chiesa predica contro il potere del denaro, dell'apparire, del consumismo, dell'uso strumentale della donna, dei media. Mi chiedo se la vostra è sintonia o convenienza".
Propugnatore di una terza via dei credenti in politica, in cui i cattolici non si compattino sul potere (come, osserva don Neva, sembra ispirare il cammino di Cl) ma sul Vangelo, il "prete scomodo" conclude: "Sarebbe ora che i credenti si coalizzassero in Italia per una terza via e si ponessero a servizio dell'Unità d'Italia, della giustizia sociale, della potezione della vita e della maternità, dell'investimento a favore dei giovani, del lavoro e della famiglia, della realizzazione di una società multiculturale e multietnica, con respiro europeo e mondialista. Una terza via degna della storia furura, ispirata da un vangelo dell'amore e non del potere".


Parole dure, quasi un manifesto che su Bresciaoggi, così come sulla Voce del Popolo, hanno scatenato il dibattito. Ad iniziare dall'intervento di Graziano Tarantini (foto), elemento di spicco a Brescia di Cl, vicepresidente della Banca Popolare di Milano, presidente del consiglio di sorveglianza della multiutilty A2A, che il 13 ottobre non ha lesinato critiche ai due sacerdoti, bollando come ideologica la loro analisi della realtà, permeata da troppo moralismo, arrivando a chiedersi se a Brescia vi sia spazio e libertà per i sacerdoti di esprimere opinioni diverse. E la lettera di Tarantini ha suscitato ora la replica di Mario Neva su Bresciaoggi, ora l'intervento critico di un uomo di curia come don Mario Benedini, dell'ufficio pastorale sociale, su La Voce del Popolo. Oggi, infine, la controreplica di Graziano Tarantini sempre su Bresciaoggi che  bolla come offensiva e cattiva l'autodifesa di don Neva, mentre, a far da corollario, in questi giorni, ci sono stati interventi sparsi di esponenti della Lega e del Pd.
Insomma un bel turbine di opinioni che ha il pregio di portare un po' di aria nuova in stanze che sono rimaste chiuse per troppo tempo, forse per paura, probabilmente per convenienza. Un salutare scrollone per un cattolicesimo bresciano che tiene le posizione senza accorgersi che la rupe sulla quale si è arroccato (spesso a tutela dei propri interessi) forse si sta sgretolando, per un mondo che non coglie i disorientamenti di tanti fedeli, di tanti preti, di tante realtà educative che operano nel sociale e tra la gente. Ben venga il dibattito se questo aiuta discernere tra ciò che è di Cesare e ciò che appartiene a Dio. Senza drammi e senza lutti, perchè la fede è sacrificio, perchè interpretare il mondo è speranza e perchè la coerenza evengelica e sociale è una conquista quotidiana.
Come la penso, io, ammesso che, se avete avuto la pazienza di arrivare fino a questo punto, abbia un qualche interesse saperlo? Vi posso solo dire che le due frasi con le quali è stata aperta questa riflessione non sono state scelte a caso.

martedì 27 luglio 2010

La Chiesa e la testimonianza negli anni della bufera

Premetto che questo post affonda nel personale, ma mi piace condividere con voi una testimonianza. Circa un mese fa (il 28 giugno) a Cologne, paese della Franciacorta, moriva, alla soglia degli 80 anni, un sacerdote: don Stefano Costa. Quel sacerdote, 57 anni di ministero alle spalle in mezza provincia di Brescia, era mio zio. Particolare insignificante se non fosse che questa condizione parentale ti permette di toccare con mano tutta una serie di attestati di solidarietà e affetto che altrimenti non sapresti cogliere. E non mi riferisco tanto ai gonfaloni dei comuni nei quali è stato parroco e ai sindaci in fascia tricolore in prima fila ai funerali, ma ai tanti che hanno pregato accanto alla stola ripiegata sulla sua bara, alla vecchina malferma sulle gambe che mi ricordava come lui fosse piccolo di statura, ma grande nell'animo, nella capacità di ascolto, nel dire quella parola saggia che placava cuori sofferenti, animi disorientati. Lui ha voluto essere sepolto tra la gente dove aveva prestato il suo ultimo ministero, il segno estremo di una chiesa per le persone, fra i bisogni (e mettendo ordine nelle sue carte, in quel difficile lavoro di ricostruire una vita, ho capito a quanti bisogni, spirituali e terreni negli anni abbia saputo andare incontro nel cammino a fianco di tanti parrocchiani).
Non è un periodo facile per la Chiesa, stretta tra gli scandali, la crisi delle vocazioni e spesso la difficoltà di interpretare una società che cambia. Su questo blog abbiamo parlato in più di un'occasione anche in termini critici delle contraddizioni e del dibattito che si è aperto all'interno della Chiesa, italiana e bresciana. Un contributo al discussione su un tema che, da cattolico maturo, mi sta molto a cuore.
Proprio per questo voglio concludere il mio post di oggi con una testimonianza. Mio zio ci ha lasciato una discreta mole di appunti, pensieri, pagine del diario di una missione sacerdotale che mi piacerebbe riordinare mettendo insieme i pensieri più significativi. Fra le carte ecco anche il suo testamento spirituale, il "report" di fine missione. Parole rivolte più che all' "amministratore delegato" agli "operai della vigna", una vigna che ha bisogno di molto sostegno, di recuperare quello spirito autentico di essere chiesa e comunità, unita e in cammino con gli umili e con le famiglie. Parole semplici e intense, perchè lui era così  ("era semplice, sapeva parlare ai semplici, ma era un grande" mi ha confidato un suo confratello che nei primi anni di missione sacerdotale aveva accompagnato in seminario e che aveva sempre seguito nella sua avventura sacerdotale). Parole che, con un po' di timidezza, lo confesso, vorrei condividere con voi. Come se fosse la sua omelia di commiato, l'ultimo contributo ad una Chiesa in cammino, alla riscoperta di uno spirito antico, di una missione autentica...

 




“Tu mi ha sedotto, Signore, ed io mi sono lasciato sedurre - mi hai afferrato e sei stato il più forte – come un fuoco divorante penetrato nelle mie ossa”
(Ger 20,7)

Mi ha sempre colpito questa frase del profeta Geremia e mi ha guidato nel mio cammino sacerdotale.
Ti rendo grazie, Signore, perché mi hai voluto, perché mi hai chiamato ad essere tuo sacerdote; perchè hai continuato a mantenere in me il tuo fuoco, anche se, purtroppo, a volte a corrente alterna non certo per la tua grazia e il tuo amore, ma per la mia pochezza e povertà.
Grazie soprattutto di aver incontrato tanti sacerdoti pieni di zelo che mi hanno orientato nel cammino di preparazione al sacerdozio ed a compiere i primi passi nella pastorale, a dedicarmi come loro, e nell’insegnarmi a mettere a disposizione la mia vita nelle varie comunità dove l’obbedienza del vescovo mi ha mandato. Ad esse ho cercato di dedicare il mio impegno. Le ho tutte nel cuore e con loro, come mi diceva un caro amico, ho fatto un tratto di cammino, cercando di andare verso il Signore.
Non so se sono stato sempre all’altezza del mio ministero: ci sono stati momenti di gioia e di serenità e momenti di difficoltà e incomprensione, ho sempre però cercato di essere sincero e coerente, di mettere pace e di portare un impegno di amore verso il signore e i fratelli. E’ difficile portare amore, comprensione, solidarietà, sentirsi uniti come membri di una comunità che deve camminare nel nome del Signore: è proprio questo che ho cercato di fare e vorrei chiedere alle varie comunità nelle quali ho esercitato il mio ministero di cercare di sentirsi sempre più unite, vivendo il senso della parrocchialità. Quanto bene si può fare insieme! Quanto è bello aiutarsi come famiglie cristiane, cercare di sentirsi protagonisti nell’impegno delle varie attività che la parrocchia propone, sia nel campo dei ragazzi, degli adolescenti che in quello degli adulti, degli anziani ed ammalati.
Quanto importante è anche l’impegno nella conoscenza e nella riflessione sulla “Parola di Dio”: è quella che diventa il motore della nostra vita cristiana e che porta ad incontrarmi con il Signore: nella Santa Messa, specie nel giorno del Signore, e nella preghiera personale e della famiglia.
Quando lasciavo la parrocchia dove avevo fatto il pastore dicevo: ci incontreremo in Paradiso! Anche al termine di questo mio scritto di nuovo dico a tutti: troviamoci nella gloria del Signore!
Vostro don Stefano

martedì 20 aprile 2010

Adro, la Lega e le contraddizioni della Chiesa

Lo potremmo annoverare fra gli effetti collaterali del "caso Adro", ma è il segno più ampio e profondo di una chiesa frastornata, in difficoltà (e non mi riferisco agli scadali sulla pedofilia). Stetta e sballottata tra comunità e potere, valori spirituali e valori terreni. Sabato scorso, alla messa vespertina, il parroco del paese bresciano dove il sindaco ha messo a pane ed acqua i figli delle famiglie che non pagavano la mensa ha letto dal pulpito un documento nel quale criticava, senza troppi giri di parole, Silvano Lancini l'imprenditore di Adro che aveva saldato il debito di 10 mila euro e in una lettera, con altrettanta schiettezza, aveva bacchettato i silenzi dei preti sulla vicenda.
Don Gian Maria Fattorini non ci sta e attacca: «Il bene non fa rumore e in questi giorni, in cui di rumore ce n'è fin troppo, ci siamo più che mai proposti di non lasciarci tirare per la giacchetta da nessuna parte e venire così strumentalizzati alla stessa stregua dei bambini e delle mamme in questione. All'indignazione pubblica, allo stracciarsi delle vesti, alle urla di piazza di questi giorni, preferiamo continuare ad educare all'accoglienza e all'integrazione. Tutto questo in silenzio, perchè il bene non ama il rumore».
Ma attaccando con troppa feemenza si finisce anche in "fuori gioco", cioè in contraddizione con la stessa diocesi che sulle colonne del settimanale "La Voce del Popolo" parla in questi termini della vicenda e del benefattore: «un gesto che ha dato una bella lezione ai suoi concittadini e a tutti i bresciani, (...) un umanesimo purtroppo in via di estinzione». Con tanto di «rammarico per le persone che non hanno capito lo spirito di un gesto privo di ogni protagonismo mediatico ma espressione invece di un senso di vivere comunitario che si contrappone all'egoismo di pochi e alla miopia di certa politica».
"A quel parroco - osserva, intanto, Renata di Brescia sul sito delle Voce del Popolo - vorrei chiedere: davvero giudica le sue parole un contributo chiaro alla carità e alla verità? I parrocchiani confusi dalle polemiche hanno ricevuto un consiglio autorevole per scegliere se imitare il gesto o no?" Il dibattito è aperto e torna alla mente la lettera che nel dicembre scorso don Fabio Corazzina e due amici scrissero ai giornali dal titolo "Cosa sta succedendo ai cattolici bresciani?" Un messaggio forte in cui si evidenzavano contraddizioni e silenzi davanti ad alcuni temi, come integrazione e accoglienza, e davanti ad alcune vicende che avevano scosso la provincia ed in cui era necessaria una chiara scelta di campo.
Il tema di una Chiesa frastornata dagli eventi, proprio mentre ad Adro si polemizzava sulla pelle dei bimbi, è approdato anche sulle colonne del Corriere della Sera dopo un'intervista di monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia per la vita. In quell'intervento il prelato guardava con compiacimento alle posizioni della Lega sui temi etici. Una presa di posizione che ha sconcertato il saggista Claudio Magris che in un intervento dal titolo "Se per la Lega i valori cattolici diventano uno strumento di potere"  spiegava come la storia del movimento di Bossi fosse, in un mix di neopaganesimo ("il dio Po che non credo sia il medesimo cui mi rivolgo col Padre nostro") e di intolleranza, quanto di più lontano dal cristianesimo ci sia. Evidenziando come sul giornale cattolico di Torino "Il nostro Tempo" si valutasse il più recente «parrocchialismo» ostentato dalla Lega come "una strumentale operazione rivolta non certo ad affermare valori cristiani, bensì a manipolarli, a farne «instrumentum regni», strumento di potere. Inoltre tutto l' atteggiamento del medesimo partito nei confronti degli immigrati costituisce la negazione dello spirito cristiano, in quanto la Lega non si limita a sottolineare il problema - in sé certo grave e non risolvibile con un generico buonismo - dell' immigrazione e delle sue dimensioni, che potrebbero diventare insostenibili. La Lega spesso fomenta un volgare rifiuto razziale, che è la perfetta antitesi dell' amore cristiano del prossimo e del principio paolino secondo il quale "non ha più importanza essere greci o ebrei, circoncisi o no, barbari o selvaggi, schiavi o liberi: ciò che importa è Cristo e la sua presenza in tutti noi"».
In una sua replica, publicata qualche giorno dopo, il prelato romano corregge il tiro, mette i puntini sulle i spiegando che di non aver mai detto che la Lega si fonda su principi cristiani, ma di aver apprezzato alcuni atteggiamenti del partito sui temi etici e si chiede dove sia lo scandalo in questo. Una precisazione che non convince Magris per il quale pesano come pietre "odio e disprezzo" manifestati in troppe dichiarazioni leghiste.
Il dibattito non si spegnerà tanto presto. Per ora, resta una realtà piena di contraddizioni, un cattolicesimo fragile e debole in mezzo alla tempesta. Dove, senza farsi troppe domande, si passa dal lavoro in oratorio al gazebo bianco-verde come se si fosse al servizio degli stessi valori. Dove alle contrapposizioni sui valori, anche davanti a scelte amministrative in antitesi con lo spirito cattolico, si preferisce un silenzio che puzza di consociativismo. Perchè si chiede qualcuno? I più smaliziati hanno la risposta in tasca: se la sopravvivenza di oratori, chiese, scuole e strutture cattoliche ormai dipende in buona parte dalle sovvenzioni della politica meglio non disturbare il manovratore, se il rischio è che chiuda i rubinetti. E si sa, sin dai tempi di Vespasiano, "pecunia non olet".

giovedì 1 aprile 2010

Pedofilia, celibato e la missione del sacerdote: le parole (dure) di un vescovo

E' poco elegante, lo so, ma il modo più efficace per definire l'omelia di monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia, in occasione della messa crismale di oggi (in sostanza la celebrazione del Giovedì Santo che fa memoria dell'istituzione del sacerdozio) mi sembra questo: una bella ramazzata.  E' come se il presidente di una società, mi si passi l'ulteriore licenza, ribadisse con toni duri e senza troppi giri di parole che le cose non vanno poi troppo bene e che l'infedeltà di alcuni può minare i fondamentali dell'azienda.
Così, nelle settimane in cui la Chiesa è alle prese con lo scandalo internazionale della pedofilia, con le accuse ai vertici di aver coperto gli abusi del clero, il vescovo di Brescia chiama i suoi sacerdoti ad un ministero senza macchie, ad una prova di coerenza e di fedeltà alla missione.
Li chiama invitandoli a vestire gli abiti del pubblicano, del peccatore. "Tutti noi siamo chiamati a convertirci" dice "tutti noi dobbiamo piangere e cercare di sanare la frattura che separa la nostra vita dalla missione che abbiamo ricevuto". Chi di noi può dire con sincerità: "Siate miei imitatori così come io lo sono di Cristo?" Eppure fino a che non potremo parlare così - o perlomeno fino a che non avremo il diritto di parlare anche così - non saremo buoni preti".
Osservazioni dure come le pietre quelle del vescovo Luciano, che prendono in esame anche temi spinosi come il celibato, come la testimonianza, come il sacerdozio vissuto fino in fondo, senza devianze. "Se si vive il celibato - aggiunge il vescovo - surrogando la mancanza di una moglie e di una famiglia propria con diversi tipi di dipendenza, il risultato è quello di una vita dimezzata e il celibato appare una forma di castrazione. Quando parlo di dipendenze mi riferisco a comportamenti diversi che vanno da quelli più semplici e innocenti - piccole manie o attaccamenti - fino a una vera e propria "doppia vita" che lacera la persona e rende la sua esistenza un inferno per lei e per gli altri".
Parole come doppia vita, dipendenza, comportamenti diversi, messe in relazione al sacerdozio e pronunciate dal pastore di una diocesi, danno il segno di come sia un momento difficile per la Chiesa e per i suoi attori. Pastori che il vescovo ha chiamato ad un ministero di qualità perchè il prete è una scelta consapevole e profonda e non il ripiego di una vita senza orientamenti. "Quando non so bene chi io sia e che cosa io voglia diventare - continua il vescovo -, qualunque scelta diventa possibile perchè la compio non responsabilmente ma in una specie di sonno della coscienza dove una cosa equivale al suo contrario. C'è una legge ferrea nell'esistenza umana ed è che tutti i nostri comportamenti contribuiscono a dare forza alla nostra persona: o ci fanno crescere verso la maturità più piena o ci trascinano verso il degrado progressivo".
Degrado progressivo o maturità più piena?  La Chiesa bresciana ha di che riflettere in questo giovedì santo e anche a noi, cattolici-laici, un po' di riflessione su queste parole del vescovo Luciano può far solo bene.

LEGGI QUI IL MESSAGGIO DI MONS.MONARI
L'omelia del vescovo di Brescia il Giovedì Santo

venerdì 5 marzo 2010

L'Italia senza valori in "Cerca dell'anima"

"E' un libro che nasce da un impeto. Da una passione per l'Italia, in un momento in cui sembriamo scarichi di sogni, di visioni. E da una passione per la Chiesa. Che corre anch'essa il rischio dell'inerzia, ma ha enormi potenzialità, direttamente proporzionali alla sua capacità di vivere e trasmettere una sua sensibilità evangelica".
Vincenzo Paglia, vescovo di Terni al Corriere della Sera
Sessantacinque anni, consigliere della Comunità di S.Egidio, l'Onu di Trastevere come lo chiamano a Roma per le grandi capacità di far dialogare i popoli andando oltre i governi, vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia presenta oggi sul Corriere della Sera il suo ultimo libro "In cerca dell'anima. Dialogo su un'Italia che ha smarrito se stessa" (Piemme, 19 euro).

Un libro che è la sintesi di un confronto con Franco Scaglia, (nella foto a destra) scrittore cattolico e presidente di Rai Cinema. Sollecitato da Aldo Cazzullo, monsignor Paglia distilla alcune valutazioni interessanti su questa Italia ormai in riserva.
"I comportamenti distorti, criminosi, sono la punta di un malessere più generalizzato e profondo - argomenta alla domanda se in Italia esista una crisi morale -. Il vero segno della crisi infatti è che gli scandali - che non mancano mai nella storia - oggi non riescono a provocare una reazione tale da cambiare nel profondo la società e i comportamenti della gente. Di qui la rassegnazione e il ripiegamento, una sorta di malattia che chiamiamo inerzia. Si dice spesso di abbassare i toni. Dobbiamo invece alzare le idee e le prospettive. Insomma ritrovare un'anima".
Da prete monsignor Paglia chiede alla Chiesa di essere più viva, più coinvolta, "più preoccupata del Paese a tutto campo, della qualità della vita di tutti". Quale qualità, quale vita di tutti in un Paese che sembra interessato solo all'orticello di pochi? "Assistiamo ad uno sfarinamento della coscienza comune - osserva il vescovo di Terni -, alla prevalenza degli interessi di campanile e di gruppo su quelli generali. In verità un soggettivismo esasperato sta divorando la coscienza collettiva. (...) Bisogna riprendere a pensare e a dibattere su quale Paese, quale società, vogliamo costruire".
Un impegno non da poco che le nostre "anime perse" faticano ad onorare.

venerdì 4 dicembre 2009

Cosa succede ai cattolici bresciani?


Don Fabio Corazzina è un sacerdote (neo parroco a Santa Maria in Silva, parrocchia di Brescia a due passi dalla stazione ferroviaria, esponente nazionale di Pax Christi)che non ama i giri di parole, soprattutto quando si tratta di essere da pungolo ad una comunità cattolica distratta e disorientata. Don Fabio ha firmato oggi su Bresciaoggi una lettera in compagnIa di Claudio Treccani (animatore del Centro missionario diocesano) e Francesca Martinengo (giovane studentessa), una riflessione che il quotidiano ha titolato con una felice sintesi "Brescia cattolica che ti succede?". E in effetti c'è da porsi più di una domanda davanti ad una comunità che sembra bifronte: da un lato la grande spinta missionaria, la grande tradizione della solidarietà cristiana, con 700 sacerdoti sparsi per il mondo, migliaia di adozioni a distanza, centinaia di associazioni attive nel campo della cooperazione, del commercio equo e solidale, della missionarietà; dall'altro i silenzi e gli smarrimenti (anche autodenunciati come è accaduto di recente ai parroci di Franciacorta) davanti a episodi come quelli accaduti a Rovato e Coccaglio, davanti a temi che impongono una scelta nel campo dell'accoglienza e dell'integrazione, della tolleranza e della libertà religiosa, per non parlare degli ammiccamenti da parte del clero a movimenti, come quello leghista, che predicano principi apparentemente - ma non solo - inconciliabili con il vangelo. "Le comunità cristiane balbettano o tacciono - scrivono Corazzina, Treccani e Martinengo -. Ci domandiamo cosa abbiano da perdere e perchè abbiano così tante paure. Ci domandiamo perchè le nostre comunità si sono incattivite. Ci domandiamo perchè anche nei nostri consigli pastorali e fuori dalle Chiese, in paesi a maggioranza cattolica, è più facile sentire una bestemmia piuttosto che una parola di speranza. Ci domandiamo perchè sia rilanciato un cattolicesimo che cerca poltrone e potere piuttosto che uno stile di vita libero, povero e in dialogo costante con il mondo...".
Domande che bruciano in una Brixia Fidelis che sembra faticare a tenere la schiena dritta.

LEGGI, CLICCANDO QUI, IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA (da www.bresciaoggi.it).

lunedì 9 novembre 2009

La Chiesa povera e libera di Benedetto XVI e i talenti di un umile bresciano



Cosa resta della visita di Benedetto XVI nella Brescia di Paolo VI e Sant'Arcangelo Tadini?. Frughi nelle tasche dopo una domenica di pioggia, freddo e tanto entusiasmo per un Papa che, dopo Giovanni Paolo II capace, pur piegato dalla malattia, di far tremare lo stadio Rigamonti nel 1998 reggendosi al pastorale, pensavi poco portato ad infondere quell'empatia che forgia i carismi, e ti ritrovi con tre talenti da far fruttare e un soldo bucato di cui non sai che fartene.
Il primo talento che ti ritrovi tra le mani è quello di un Papa che rompe il protocollo e saluta la gente davanti alla chiesa di Botticino; che parla di un parroco dal carattere non facile che guardava agli operai, al mondo del lavoro come ad una missione; che parla di San Tadini come di maestro, di un esempio da seguire per aiutare il prossimo, con un pensiero che va alla crisi. Quella stessa crisi che, un'ora dopo si concretizzerà all'offertorio della messa papale con la presenza di tre operai delle aziende bresciane in difficoltà. Il primo talento è anche quello di un Papa che si ferma, benedice e prega, davanti ad una stele in piazza della Loggia, davanti ad una colonna sbrecciata il cui marmo ha martoriato a morte le carni di otto persone in una giornata altrettanto piovosa del 28 maggio 1974. E', questo primo talento, il talento di una Chiesa che sa e deve parlare innanzitutto al cuore, alla città, al vivere quotidiano. Una Chiesa che senti vicina, che sa rispondere all'Sos delle tue fatiche, delle tue sofferenze, delle tue difficoltà.
Il secondo talento è quello predicato in piazza Duomo, quello che racconta di una Chiesa "povera e libera" che sappia parlare al mondo, la Chiesa della vedova povera che mette in un obolo tutte le sue sostanze, la Chiesa del parroco degli operai e della dignità del lavoro, la Chiesa del Papa che scrisse l'"Ecclesiam suam" nella quale - sono parole di Benedetto XVI - "si proponeva di spiegare a tutti l'importanza della Chiesa per la salvezza dell'umanità e l'esigenza che tra la Comunità ecclesiale e la società si stabilisca un rapporto di mutua conoscenza e di amore". Un rapporto che per la Chiesa deve rimanere centrale.
Il terzo talento è quello di una Chiesa che educa ai pensieri forti. "Papa Montini - ha ricordato Ratzinger - spiega che il giovane va educato a giudicare l'ambiente in cui vive e opera, a considerarsi come persona e non numero nella massa: in una parola ad avere un "pensiero forte", capace di un "agire forte". Paolo VI con coraggio indicò la strada dell'incontro con Cristo come esperienza educativa liberante e unica vera risposta ai desideri e alle espirazioni dei giovani, divenuti vittime dell'ideologia". Insomma una Chiesa che educa al coraggio di essere cristiani, alla tenacia di testimoniarlo non conformandosi alla mentalità del mondo.
Guardo questi tre talenti tra le mani e mi verrebbe voglia di sotterrarli aspettando tempi migliori. Aspettando una Chiesa veramente povera e libera, veramente vicina alla comunità, veramente proiettata verso "valori forti" anche se anticonformisti e invisi ai "carrieristi figli di Zebedeo" (per dirla con Cesare Trebeschi in un un'intervista a Bresciaoggi di qualche giorno fa). Li rigiro tra le mani e poi penso che anche io sono Chiesa e forse, questa Chiesa in difficoltà merita qualche sforzo di testimonianza, qualche prova di coraggio, come quella civile di Paolo VI davanti al dramma del sequestro Moro.
E il soldo bucato? Eccolo qui: porta incise le frasi fatte di quei politici che "parlano di radici cristiane" come se fosse l'etichetta di un paio di jeans o brandiscono il crocefisso (non fa nulla se lo hanno tolto dal muro senza coorgersi che era coperto di polvere e dimenticato da tempo) brandendolo come una spada per una battaglia tutta politica, tutta ideologica. Una battaglia tanto, troppo, lontana da quella Chiesa "povera e libera" che si specchia dell'obolo della vedova.

Ps. Sul tema del crocifisso e della sentenza della Corte Europea consiglio la lettura di una riflessione di padre Marcello Storgato e di un intervento di Raniero La Valle ospitati su sito bresciano di "Religioni per la Pace"




lunedì 26 ottobre 2009

La paura dell'Islam e le parole del Cardinale


Viviano i tempi della paura e qualcuno, su questa paura, costruisce fortune politiche e personali. Viviamo tempi da Crociate facili, certo non aiutati da barbe lunghe, moti talebani e rivendicazioni religiose che mal si conciliano con la nostra cultura dei diritti. Insomma, viviamo in tempi non troppo "illuminati" e un raggio di sole, secondo me, l'ha portato ieri, sulle colonne del Corriere della sera il Cardinale Carlo Maria Martini che, nell'appuntamento periodico con le domande dei lettori, parla di Islam, di paure e di reprocità. In tempi in cui anche la setta cattolica dei Pentecostali è un problema se a professarla sono immigrati dell'Africa nera (cfr. protesta della Lega Nord a Concesio, paese della bassa Valtrompia, provincia di Brescia) quello dell'ex Cardinale di Milano è un bel contributo culturale a vincere le nostre paure.


Lettere al Cardinal Martini:
Cinque Motivi per non Temere l' Islam Conosco non poche persone di religione islamica che sono sinceri cercatori di Dio e non chiedono che di trovare un lavoro La mancanza di reciprocità non è una ragione per negare a coloro che vengono da noi i diritti che ammettiamo per tutti

Fin dall' inizio di questa corrispondenza ho ricevuto non poche lettere centrate su questo tema: l' Islam (si potrebbe anche dire «la paura dell' Islam»). Vorrei anzitutto esporre qualche considerazione generale, che inquadra il problema.
1). Distinguo tra una religione in astratto (con l' insieme delle sue credenze, norme, tradizioni e consuetudini) dal modo concreto con cui la religione viene vissuta. Questa seconda realtà è decisiva per ciascuno. I fondamentalisti partono da una religione non vissuta, ma pensata.
2). Conosco non poche persone di religione islamica che sono sinceri cercatori di Dio e che, venendo tra noi, non chiedono che di trovare un po' di lavoro e di farsi strada a poco a poco nella società, pensando soprattutto alla propria famiglia. Essi vivono quei valori che il Concilio Vaticano II ha riconosciuto all' Islam (Documento Sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, n.3) come l' adorazione dell' unico Dio, misericordioso e compassionevole, e la sottomissione a Lui.
3). I fondamentalisti (che ci sono un po' ovunque) esigono un' applicazione stretta della legge coranica nella società civile, non distinguendo la religione dalla società. Essi vorrebbero naturalmente attuare questo anche in Europa.
4). Si chiede dunque all' Occidente di esercitare un discernimento che smascheri gli estremisti e faccia capire che non v' è posto per essi in una società che vuol essere democratica e pluralista. Ciò esige che noi crediamo in questi valori e li viviamo sul serio! Ogni irresponsabilità del nostro mondo occidentale è un favore fatto ai fondamentalisti.
5). In ogni modo va sottolineato che non esiste un solo Islam, ma ci sono in esso varie correnti e obbedienze. Gli estremisti non rappresentano che una voce tra le tante, anche se oggi è la più forte e giustamente può incutere timore. Ed ora qualche risposta alle varie lettere. Non ho letto il Corano per intero, ma solo alcune parti di esso. Tuttavia mi sono informato presso persone competenti, sia in Europa come nei Paesi Arabi. Sarebbe bello ottenere la reciprocità in tutto, che cioè anche in questi Paesi si lasciasse piena libertà religiosa. Bisogna continuare a far presente tale nostra esigenza, ma la mancanza di reciprocità non è una ragione per negare a coloro che vengono da noi i diritti che ammettiamo per tutti. Occorre però che si esiga anche da essi la piena osservanza delle nostre regole e il rispetto per i nostri valori. Dobbiamo credere nella democrazia e agire di conseguenza. È vero che il dialogo con l' Islam non è facile, anche perché, mancando una autorità centrale, non si può sapere chi lo rappresenti adeguatamente. Tuttavia tale dialogo rimane importante, anche a livello religioso. Non è un tradimento di Gesù Cristo, ma una obbedienza alla sua volontà. Perciò i Papi si sono molto impegnati per farlo progredire. Avremo non un inferno in terra, ma certamente molte difficoltà se teniamo gli immigrati islamici in un ghetto, creando così le premesse per esiti violenti.
Martini Carlo Maria

da Pagina 19
(25 ottobre 2009) - Corriere della Sera

mercoledì 2 settembre 2009

Un paese che non ha più misericordia: le parole di don Gino Rigoldi e il ricordo di Teresa Sarti Strada

Il titolo di questo post è ispirato a quello che La Stampa, quotidiano torinese, da ad una lettera di don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, prete di strada e di frontiera, come si ama dire. Un piccolo grande uomo - come ce ne sono tanti per la verità - in queste pianure sempre più aride e selvagge perchè, come sostiene lo stesso don Gino, "pietà l'è morta". Una lettera toccante, un invito alla riflessione per tutti, cristiani e non: perchè la misericordia, prima che del fedele è dell'uomo.


Un paese che non ha più misericordia


Caro Direttore,
La scorsa domenica ho letto sulla Stampa l’intervento di Barbara Spinelli che segnalava lo scarso senso delle leggi, soprattutto delle leggi umanitarie da parte di molti italiani. Diceva la giornalista che la cultura corrente, il modo di pensare degli italiani ha perso il senso della pietà ed è sempre più portata a fare legge i propri interessi veri o presunti con scarso rispetto per i diritti sanciti dai parlamenti o dalle organizzazioni internazionali.

Io non posso che essere d’accordo con la Spinelli ma vorrei aggiungere, da cristiano, un’altra osservazione e preoccupazione che come credente mi affligge, preoccupazione che si aggrava quando osservo i comportamenti di certa gerarchia ecclesiastica e del Vaticano.

Lunedì trentuno agosto, in un articolo su di un quotidiano nazionale il direttore dell’Osservatore Romano in pratica rimproverava al direttore dell’Avvenire di aver esagerato nei giudizi sui comportamenti morali del premier. Aggiungeva il direttore del giornale vaticano che i giornalisti «sono a caccia di prelati» più o meno competenti sul tema dei rapporti con il governo e ripeteva per l’ennesima volta che l’opinione di molti prelati non era quella della Santa Sede. Quando ci diranno una volta per tutte quale è l’opinione della Santa Sede? Mi piacerebbe conoscerla.

Io vorrei esprimere, modestamente, il punto di vista di un cristiano che ama leggere tutti i giorni il Vangelo e pregare lungamente sulla parola di Gesù. Nel Carcere dei minorenni di Milano e in diverse città, io cammino a piedi, prendo il tram o la metropolitana, bazzico in alcuni bar di quartiere, nei cortili. Respiro una brutta aria di ostilità, di diffidenza, di domanda di sicurezza fatta con le forze dell’Ordine o dalle ronde, come fossimo non i cittadini della stessa città, persone che sono chiamate a costruire collaborazione e comunità, ma nemici. Non sento più da anni la parola misericordia, solidarietà, accoglienza, vita sociale.

Nemici siamo un po’ tutti, in modo speciale tutti i poveri, soprattutto gli stranieri. Nel Vangelo che leggo ogni mattina la scelta di fede è chiara: cercare il volto di Dio ed amare i fratelli. Il Dio dei cristiani non è un soggetto sconosciuto ed i suoi comandi non sono vaghi e la fede consiste non tanto nel credere che in qualche parte del cielo Dio esiste quanto, ubbidire ai suoi comandi.

Se la indagine di Sky24 afferma che il 71% degli italiani intervistati ha chiesto il carcere per i cinque scampati dal terribile naufragio che ha fatto annegare nel Mediterraneo quasi settanta somali, si può affermare che la pietà l’è morta, ma anche che viene celebrata la bestemmia più grande contro Dio che in Gesù ci ha comunicato che ogni uomo e donna è figlio o figlia di Dio.

Grandi scandali per i temi familiari e sessuali, grande prudenza a tenere i buoni rapporti con il governo in carica, bacchetta per chi si dimostra moralista.

E diciamolo che non è buonismo predicare la fraternità, che Gesù era bravo anche a litigare ma non disprezzava nessuno, che la punizione è uno strumento ma non può andare senza la misericordia e la fraternità. «Non sono i tuoi fratelli, sono i tuoi nemici». Non è la voce del grande nemico, di «colui che separa»?

Non credo che la responsabilità di questa cultura sia soltanto dei media o dei politici in carica anche se questo governo ci mette molto del suo ma non si tratta forse della immoralità fondamentale per un cristiano e per la Chiesa? Perfino nelle confessioni il grande peccato che troppi giovani adulti denunciano è quello del «non essere andati a messa qualche domenica» come se la giustizia, la solidarietà, la politica, l’accoglienza fossero eccezioni per cristiani eccezionali, forse debolezza.

Saremmo discepoli di Uno che è stato arrestato, condannato e ucciso per quello che faceva e diceva, il sospetto di essere troppo diversi io ce l’ho non poco.

Don Gino Rigoldi
Cappellano Carcere Beccaria di Milano
(da "La Stampa" del 2 settembre 2009)



P.S. A proposito di persone speciali: è morta ieri Teresa Sarti Strada, la moglie di Gino Strada, fondatore di Emergency. E' morta dopo una lunga malattia, era l'anima dell'organizzazione, l'angelo custode di un marito vulcanico, indomabile ambasciatrice dell'organizzazione umanitaria. Per ricordarla ecco un video girato nel 2008 all'assemblea di Emergency a Riccione. In quell'intervento Teresa Sarti fa un cenno anche alla sua lotta personale contro il male. Un male che non aveva fiaccato la sua voglia di lavorare per gli altri.