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venerdì 19 agosto 2011

Estate 2011: lui in canottiera, noi in mutande

da www.messaggero.it
L'estate 2011 non è certo una grande estate, ma anche quest'anno ci sono alcune icone che sopravvivono alle tempeste. Certo, ci manca la bandana di Berlusconi, ma la canottiera di Bossi non ci è stata risparmiata nemmeno quest'anno, anche se in Cadore tira una brutta aria anche per i leghisti: nelle difficoltà di un paese in crisi, essere di lotta e pure di governo è sempre più difficile e l'incoerenza affiora a pelo d'acqua come gli scogli denudati dalla bassa marea.
Bossi sarà anche in canottiera in questa estate 2011, ma lo spettacolo triste di questo agosto afoso e bizzarro è che noi siamo in mutande e c'è qualche rischio che ci tolgano anche quelle nell'indifferenza di una classe politica che fatica a fare un ragionamento complessivo su un paese che ha bisogno di rigore e sviluppo, di sicurezza e speranze. La manovra sembra colpire i soliti che già danno tanto e difettare di equità come se nessuno capisca quale sia il mondo reale. Un esempio: si parla di abolire le pensioni di anzianità, ma qualcuno si è mai chiesto quanti anni di lavoro dovrà fare un operaio o un muratore che ha iniziato a faticare subito dopo la scuola dell'obbligo? Fatti due calcoli avremo casi di gente che si avvicinerà ai 50 anni di contribuzione, in lavori non proprio rilassanti. E' giusto?
A quale principio di equità poi faremo appello giustificando questa scelta davanti a piani industriali (ad esempio nel settore del credito) che mandano in pensione dipendenti a poco più di 55 anni di età, per non parlare di prepensionamenti a 48, 50 anni giustificati da stati di crisi spesso indotti artificialmente per rimettere in riga costi del lavoro troppo borderline?

A quale principio di equità faremo appello davanti a parlamentari che con 10 anni di attività politica lucrano un vitalizio di 3 mila euro o, se in carica per una sola legislatura, si assicurano comunque un assegno di duemila euro (pensione che la maggior parte degli italiani non vede nemmeno dopo 35 anni di fabbrica)?
Non basta una canottiera per avvicinare la politica alla gente, perchè ormai se la politica è in canottiera gli elettori sono letteralmente in mutande, aspettando ormai da troppo tempo di vedere tutti contribuire, in proporzione al proprio reddito come vuole la Costituzione, alla vita e al benessere di questo Paese. In base a quale principio di equità la manovra non contiene misure serie e drastiche per battere l'evasione fiscale (diminuendo ulteriormente gli obblighi di tracciabilità, rendendo non solo impossibile, ma anche poco conveniente il nero)?  Perchè si continua a far finta di nulla davanti a redditi troppo irrisori per essere veri? Il ministro-commercialista Giulio Tremonti forse dovrebbe farsi domande come queste per acquistare credibilità.
In quest'Italia c'è, insomma, qualcuno che rischia di pagare tutto anche per i furbi e chi continua a far finta di nulla. Questi ultimi saranno pure in canottiera, ma gli altri rischiano di non avere più nemmeno le mutande.

giovedì 26 maggio 2011

Da che parte sta il cervello?

"Solo chi è senza cervello può votare a sinistra"
Silvio Berlusconi
presidente del Consiglio
Stiamo facendo dei passi avanti nella anatomia elettorale secondo il nostro presidente del Consiglio: dallo scroto (ricordate quel "non penso ci siano così tanti coglioni in Italia che possano votare a sinistra" dell'aprile del 2006?) siamo passati alla scatola cranica e mi sembra già un bel passo avanti. Ma. battute a parte, è giusto chiedersi in queste ultimi stralci di campagna elettorale per le amministrative: da che parte sta il cervello?
Dovrebbe stare, ci piace crederlo, dalla parte del bene comune, dalla parte della politica che governa, dalla parte della politica che risolve e che non si limita ad indicare i problemi; dalla parte della politica che scioglie e affronta le paure e non le crea e le alimenta per scopi elettorali; dalla parte della politica che affronta i bisogni di tutti e non gli interessi di pochi. Dalla parte, per dirla con l'enciclica "Gaudium et spes", della politica che sa creare "l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente".
Insomma, il cervello dell'elettore medio, un bel cervello pensante e autonomo, dovrebbe stare dalla parte di una politica che vuole crescere, che coltiva l'etica e che ha più progetti che slogan. Ma esiste questa politica? Il mio povero cervello, ad onor del vero, la sta ancora cercando. Ma forse, ne sono consapevole, questo è un limite solo mio.

lunedì 23 maggio 2011

Al mercato delle indulgenze

Ieri, parlando del clima elettorale di Milano e di come la politica stia affrontando la campagna in vista del ballottaggio, un collega ha dipinto uno scenario della situazione che mi sembra fedele come una fotografia: "Siamo al mercato delle indulgenze".
In effetti non è un gran spettacolo vedere chi governa promettere ministeri, sanatorie sulle multe, bonus e benefit di vario genere che hanno quasi il sapore del voto di scambio e che ricordano le scarpe spaiate e le mille lire tagliate con cui a Napoli il comandante Achille Lauro faceva campagna elettorale promettendo di ricostituire la coppia e la banconota a risultato acquisito. Le promesse sono il sale di una campagna elettorale, ma questa ondata di piena dà il senso di un torrente impetuoso che non sa bene dove andare, che ora punta sull'argine di sinistra ora su quello di destra rischiando, però, di tracimare facendo danni permanenti.
Nelle difficoltà la politica dovrebbe saper interpretare i disagi, capirli, cercare di porvi rimedio. A Milano, cercando di compensare la miopia e gli errori delle settimane precedenti si promette invece la luna, si occupano le tv, si gioca sporco. Le urne diranno fra una settimana se è la strategia vincente (non mi stupirebbe, in tal senso, una rimonta della Moratti), certo è che lo spettacolo di questi giorni è il segno di una decadenza che pare inarrestabile, di una politica distante, che ha perso contatto con la realtà e con il suo elettorato.
Gli indignados spagnoli
  Il declino di Zapatero è lì a indicare che i vizi che portano alla crisi sono bipartisan, che l'indignazione, se esiste, prima o poi monta a destra come a sinistra. Così ieri a Brescia il presidente di Confartigianato, Giorgio Guerrini, ha polemizzato con il ministro Maristella Gelmini spiegando che  "con i centri sociali non si arriva ai numeri raggiunti da Pisapia, ci si arriva con le migliaia di artigiani e piccoli imprenditori delusi da un governo che non ha riformato nulla tranne l'università". Il segno che, se si è arrivati a tanto, la politica forse era concentrata su altro così da tradire persino un elettorato tradizionalmente legato alla compagine di governo. A Brescia Maristella Gelmini ha replicato con il trasporto e la foga di sempre spiegando cosa il governo stia per fare e che guai Pisapia potrebbe portare a Milano. Basterà per tranquillizzare questi nuovi "indignados"  che alla tenda a Puerta del sol scelgono di manifestare il disagio e l'insoddisfazione tra il tornio e la pressa della propria fabbrichetta?
Temo di no se "italian revolution" non ha solo il volto del precariato, ma anche quello dell'imprenditoria.

REPORTAGE DA PUERTA DEL SOL





LE PROMESSE ELETTORALI SECONDO LUCIANA LITIZZETTO

mercoledì 18 maggio 2011

Elezioni, ma è cambiato veramente il vento?

A urne abbondantemente chiuse viene da chiedersi se è cambiato veramente il vento. E non so se stia arrivando, come ipotizza qualcuno, il "tramonto delle libertà". Certo a Milano, nonostante l'impegno personale del premier, lo scudetto del Milan e l'ampio spreco di risorse, c'è stato un risultato importante, ma non mi sembra che i giochi siano fatti che il de profundis sia cantato fino in fondo. Nonostante un candidato finalmente convincente, propositivo, che sappia parlare al territorio (finora il centro sinistra all'ombra della Madonnina dorata non aveva brillato in avversari temibili autorevoli e concorrenziali) il suo exploit non può prescindere dagli sbagli altrui, dal ringhio mister B. che ha probabilmente stufato e dalla legnosità del sindaco uscente che, quando la macchina va in affanno, mostra tutto il suo scarso appeal da donna di canasta più che da "animale" di consiglio comunale e periferia degradata. Insomma, vivere sugli sbagli e le dobolezze altrui non è mai sinonimo di radioso futuro, soprattutto se alle spalle di Pisapia si continua a litigare e a non tesaurizzare l'inaspettata vittoria per costruire quelle certezze che potrebbero far guardare fiduciosi verso un reale e duraturo cambio di direzione su scala nazionale.
E su scala locale? Nel Bresciano le urne han detto che gli elettori quando devono scegliere il sindaco sanno quello che vogliono, al di la degli scheramenti. Sanno punire chi ha male amministrato, ma sanno anche dire no a candidati imposti che male rappresentano la continuità. Una lezione che forse i politici professionali non impareranno mai, così come la politica non perderà mai vecchi vizietti come i sindaci di facciata, dietro i quali si muovono (a destra come a sinistra) politici di lungo corso e gli interessi di sempre. E allora ci si chiede ma è veramente cambiato il vento, ma veramente è stata premiata la genuinità della politica locale?
Un'analisi attenta potrebbe anche dire che qualche segnale c'è, ma che la politica, come altre volte potrebbe non coglierlo. Potrebbe far finta di nulla, troppo impegnata in giochi lontani dagli interessi del proprio elettorato.

giovedì 12 maggio 2011

Moderato a chi?

(Pisapia vs Moratti su Sky)
"Sul piano politico ho inteso dire che la storia di Pisapia non è la storia di una persona moderata"
Letizia Moratti
Candidato sindaco al Comune di Milano
 Del faccia a faccia tra Giuliano Pisapia e Letizia Moratti su Sky in vista delle elezioni amministrative di Milano di domenica e lunedì, non mi ha colpito tanto l'uso strumentale ed errato di una sentenza fatto dal sindaco uscente; nemmeno la scarsa memoria di lady Moratti che accusa ingiustamente l'avversario di essere stato graziato da un'amnistia (in realtà vi fu assoluzione), scordando - sottolinea oggi sul Corriere Luigi Ferrarella - che per fatti ugualmente datati l'amnistia lavò le accuse di falsa testimonianza per aver negato l'iscrizione alla Loggia P2 del capolista del Pdl a Milano, Silvio Berlusconi. La politica ormai ci ha abituato alla scarsa serietà degli imbonitori, all'incanto dei fantasisti e al chiacchiericcio lontano dai fatti e dai problemi.
Mi ha colpito di più la finalità di quel dardo lanciato in pieno petto all'avversario: spiegare che Pisapia non è un moderato, non ne ha il fisico. Moderato a chi? Verrebbe da dire in questa politica da corpi contundenti. Se moderato vuol dire "contenuto", "misurato", uno che sa controllarsi, mi chiedo se sia più moderato Giuliano Pisapia o, per esempio, Giorgio Stracquadanio (vedi le sue dichiarazioni sul caso) o Maurizio Gasparri. Se moderato significa sostenitore di idee non radicali mi chiedo se su temi come l'immigrazione sia più moderata la politica leghista o, per esempio, quella del centro sinistra.
Se si guarda al passato per "dare la patente" di moderato ai contemporanei mi chiedo se vi sia differenza tra chi a Milano frequentava ambienti  della sinistra extraparlamentare o a Roma, qualche anno prima, aveva partecipato alla cosiddetta Battaglia di Valle Giulia (Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Ernesto Galli della Loggia) con gravi scontri con la polizia alla Sapienza; se sia più moderato chi è finito in carcere e poi è stato ampiamente prosciolto (come è accaduto a Pisapia) o chi sfilava facendo il saluto romano per le strade (sfidando il reato di ricostituzione del partito fascista) o il cui nome ha fatto talvolta capolino  nelle mille inchieste sull'eversione nera e lo stragismo.
Insomma: moderato a chi?
In una politica di guerriglia mi sembra che mai parola sia oggi più fuori luogo di "moderato".

mercoledì 30 marzo 2011

Mediatrade e conflitto di interessi: forse non tutti sanno che...

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l'altro giorno è tornato in un'aula di tribunale dopo otto anni. Prima di farlo ha spiegato ai microfoni dell'emittente ammiraglia del suo gruppo televisivo (Canale 5) che si tratta di accuse assurre quelle mosse nei suoi confronti dalla procura di Milano nel cosidetto processo Mediatrade, che ipotizza irregolarità nella compravendita di diritti televisivi. "Sono un perseguitato, mai trattato diritti televisivi" ha spiegato il premier scaricando le eventuali responsabilità su dirigenti del gruppo di cui è stato presidente, ma all'apertura dell'udienza preliminare è balzato all'occhio degli esperti un particolare non secondario: che fine ha fatto la costituzione di parte civile del ministero del Tesoro?
E' normale, infatti, che in processi di questo genere, di natura tributaria e fiscale (è accaduto anche nel procedimento che ha portato in tribunale gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana) l'avvocatura dello Stato sieda fra le parti civili per tutelare gli interessi del ministero del Tesoro, danneggiato dalla presunta frode fiscale. Così - ha spiegato oggi sul Corriere della Sera Luigi Ferrarella - è accaduto per il processo Mediatrade: espletata una verifica preliminare sull'esistenza di un eventuale danno, il ministero del Tesoro ha autorizzato l'avvocatura dello Stato a costituirsi parte civile, la costituzione, però, è stata bloccata indovinate da chi? Direttamente dalla presidenza del Consiglio.
Insomma: per lo Stato è vietato chiedere i danni  alle società del presidente del Consiglio. Berlusconi sarà anche perseguitato dalla giustizia, ma mostra di utilizzare bene tutte le armi in suo possesso (a proposito, sulla stesso Corriere di oggi, due pagine dopo la notizia di Mediatrade, ampio spazio al triste scempio del diritto che si sta consumando in parlamento sul processo breve "ad usum Berlusconi"), con buona pace del conflitto di interessi.

giovedì 24 febbraio 2011

Una donna premier per salvarci dal naufragio

(Picasso: Due donne che corrono sulla spiaggia)
Famiglia Cristiana ha le idee chiare."Impazziti. Così sembreremmo a chi arrivasse d’improvviso tra noi. E così sembriamo alle democrazie occidentali nostre amiche. Usciti dal fascismo, capaci di una formidabile ricostruzione morale e materiale, vincitori sul terrorismo, progrediti con istituzioni fondate su una bella Costituzione, abbiamo preso a demolire la nostra casa: la patria, nell’anniversario dei suoi 150 anni" scriveva ieri sul sito web del settimanale cattolico il magistrato Adriano Sansa. La nostra democrazia si sta sciogliendo osserva ancora il settimanale paolino e conclude: "Stiamo per ottenere un singolarissimo risultato, un primato nella storia: una democrazia che si scioglie, si auto-affonda; una cittadinanza che rinuncia a istituzioni conquistate con fatica e drammatici passaggi perde l’orgoglio di sé e si consegna a un capo. Che la tratterà come ora tratta le donne".
Ma davanti a simili scenari Famiglia Cristiana ha lanciato nei giorni scorsi una proposta: "Una donna a Palazzo Chigi". Secondo Francesco Anfossi che il 17 febbraio ha firmato una nota on line, il paese è ormai pronto per una candidatura femminile. "Non è una battuta - osserva -, è un auspicio, che tra l’altro si fa strada non soltanto nell’opposizione, ma anche negli ambienti della maggioranza (senza troppo alzare la voce per non irritare il sultano). L’avanzata delle donne in politica è un dato ormai assodato a livello europeo. (...) E’ innegabile che la presenza di una rappresentante del gentil sesso servirebbe a uscire dallo spaesamento e a recuperare, non solo sul piano dell’immagine internazionale, il decoro perso nei mesi precedenti e lo squallido spettacolo di mercificazione femminile che è stato fatto a tutti i livelli. “Quando gli uomini creano disordine, arrivano le donne a rimettere a posto le cose”, ha scritto Barbara Palombelli sul “foglio” di Giuliano Ferrara. Aggiungendo che dopo le manifestazioni di piazza del 13 febbraio “un partito al femminile sarebbe l’unico approdo possibile e logico”.
Sono le donne, con la loro concretezza, il loro pragmatismo, la loro pulizia morale, il loro senso della maternità, la loro onestà di fondo, a dimostrarsi migliori degli uomini. Sarebbe una sorta di riscatto per quest’Italia nell’angolo grottesco di un “machismo” imbelle, che ci rende zimbelli agli occhi dell’Europa e del mondo. Una donna a Palazzo Chigi. Parafrasando uno degli slogan delle manifestazioni di domenica: se non ora, quando?".
Famiglia Cristiana ha pure messo a punto un sondaggio con 14 candidate, da Rosy Bindi (lanciata recentemente anche da Vendola) a Letizia Moratti, da Daniela Santanchè a Susanna Camusso, da Emma Marchegaglia a Giulia Buongiorno, da Maristella Gelmini a Laura Boldrini. Una classifica che vede in testa nelle preferenze Rosy Bindi (secondo una tradizione cattolica che molto si identifica con i lettori del settimanale), ma anche Emma Bonino, Emma Marcegaglia e Giulia Buongiorno si difendono bene.
Insomma: le donne ci salveranno dalla deriva? Ci riscatteranno dal degrado? Se è vero cio che diceva De Gasperi, ovvero che "le donne sono più aperte alle ragioni ideali che agli opportunismi", forse un futuro in rosa, per il Paese, potrà essere un futuro migliore di questo presente.





martedì 22 febbraio 2011

La politica degli interessi e quella dei bisogni

Viviamo in un clima politico che ricorda il caos prima di un naufragio, il delirio di onnipotenza di chi governa la nave pronto a sacrificare equipaggio e suppellettili pur di non affondare, la danza macabra di chi è pronto a demolire ciò che tanti hanno costruito.
E' in questo clima di decadenza che Giovanni Cerruti per la Stampa ha intervistato Mino Martinazzoli, un uomo della Prima Repubblica che a 79 anni, nonostante qualche acciacco, ha saputo mantenere la lucidità del saggio, la franchezza di chi racconta una politica diversa, mandata in soffitta nel nome di una modernità della quale dobbiamo attendere ancora buoni frutti.
"Da questo momento (da quando Berlusconi entrò in politica, ndr) - racconta Martinazzoli - la politica non si occuperà più dei bisogni, ma degli interessi: e quando ci sono di mezzo gli interessi vince sempre il più forte". Quella di Martinazzoli, come sempre, è un'analisi spietata e, purtroppo, vera: "Vedo un  declino, non la via d'uscita. Noi, quelli che vengono definiti Prima Repubblica, tra il '92 e il '94 eravamo il bersaglio: i partiti erano vissuti come una cappa, la polemica era contro la partitocrazia, ma si avvertiva che c'era energia per qualcosa di nuovo. Ora c'è un bradisismo continuo. Il paradosso è che oggi, basta pensare alla legge elettorale, abbiamo una partitocrazia ferrea, ma senza partiti. Viviamo in una società liquida e la politica è gassosa: uno fonda un partito e il giorno dopo già si squaglia. Nei nostri c'era dialettica, c'era lo scontro di posizioni. Oggi uno prende e se ne va. Nella Dc sono stato quasi sempre all'opposizione, ma non mi sono mai sognato di andarmene".
La politica così diventa buona per i comici e gli scrittori. "I partiti non rappresentano più, si rappresentano: vanno in tv, dove magari un comico come Crozza fa il tiro al piccione con i rappresentanti del Pd e quelli ridono. Come i borghesi alle commedie di Pirandello: solo che loro andavano a teatro, non facevano politica. La politica in tv ormai la fanno meglio i comici. Ho visto Roberto Benigni a Sanremo e mi sono emozionato. E' stato un bellissimo discorso politico fatto da un comico anche questo è un segno della decadenza. Noi siamo cresciuti avendo riferimenti in intellettuali che erano maestri di autorevolezza. Certe volte, oggi, hai l'impressione che la politica non sia in grado di apprendere qualcosa che la riguardi. E' vero che un Togliatti con gli intellettuali era anche sprezzante, non si faceva certo dettare la linea da un Vittorini. Però è anche vero che non andava alla ricerca di un "Papa straniero", non c'era una Saviano... Insomma, ognuno faceva il suo mestiere".
E la via d'uscita? "Il rischio maggiore adesso è dare l'impressione di delegare la propria politica ad altri: ai giudici, al comico, a Saviano... Così si può cadere in una sorta di abdicazione che determina l'autocensura su certi temi. E' deprimente pensare che siamo condannati a questo, ma è una decadenza che deve finire. Noi non siamo fatti così".

venerdì 21 gennaio 2011

Dai Balletti verdi al Bunga-Bunga e il manifesto del Puttanesimo...

Mesi fa, agli albori della vicenda Ruby, la scrittrice Michela Murgia sostenne alla Invasioni Barbariche di Daria Bignardi che "il puttanesimo è una filosofia di vita". Ora che attorno ai festini di Arcore si è scatenato l'ennesimo desolante teatrino, che dipinge un mondo di satrapi ed ex vergini dal gusto medioevale o da decadenza dell'impero romano, credo che Michela Murgia avesse fatto, nel novembre scorso, una grande opera di sintesi, distillando un concetto che ora indigna tutti.
Indigna la Chiesa che ha tardivamente scoperto, davanti alle carte di un giudice, che molti di quelli che sono sfilati al family day avevano una concezione tutta particolare di figli, famiglia, valori. Turba i maestri delle buone maniere e dei buoni consigli che si chiedono (Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere) "Quale immagine della vita civile stiamo offrendo ai nostri figli?". Turba i giornalisti che si chiedono fin dove puo' arrivare il naturale rispetto per il proprio datore di lavoro in una professione che fa della libertà di parola e di critica una parte fondante del proprio lavoro? "Ci sono i commentatori dipendenti e i commentatori indipendenti - scriveva ieri Beppe Savergnini sul Corriere, dopo aver piantato in asso Alessio Vinci a Matrix per la scarsa obiettività del programma sulle notizie del giorno -. Ai primi - ministeriali e aziendali - che vogliamo dire? Questo, forse: cos'altro deve fare il Capo perchè dalle vostre bocche e dalle vostre penne esca non dico una critica - per carità! - ma almeno un dubbio, una perplessità, un'obiezione?". Turba tutti questa storia che ricorda un po' quegli scandali anni '60 che a Brescia, ad esempio, finirono per essere catalogati come "Balletti Verdi", storie di sesso e festini (omosessuali) che coinvolgevano personaggi dello spettacolo a due passi dalla città. Ho ritrovato on line una frase tratta dal Giornale di Brescia sulla vicenda e, mutata un po' la prosa, potrebbe adattarsi perfettamente a commentare le feste di Arcore: «Da parecchio tempo si parlava in città di una vasta operazione intrapresa dagli organi investigativi per bloccare un dilagante circuito del vizio, in cui si trovavano coinvolti uomini di giovane e meno giovane età. Le notizie relative a convegni immorali, a trattenimenti di genere irriferibile, ad adescamenti ed a corruzioni e ricatti sono ripetutamente giunte fino a noi».
L'inchiesta nel '64 finì in una bolla di sapone con una sola condanna per favoreggiamento della prostituazione (reato ricorrente a quanto sembra) e si discusse a lungo di morale: erano gli anni '60 e parlare di omosessualità era qualcosa di più di uno scandalo.
Oggi molti sperano che la storia di Ruby finisca come quella dei balletti verdi, in una grande bolla di sapone. Più difficile, però, sarà dimenticare che al centro delle danze, al centro del bunga bunga, c'è un anziano signore che di professione fa il presidente del Consiglio.
Siamo tutti turbati dalle oltre 300 pagine dell'avviso a comparire di Silvio Berlusconi. Un atto giudiziario destinato a diventare come un libretto di Marinetti ai tempi del Futurismo, il manifesto del Puttanesimo come filosofia di vita.
Personalmente a turbarmi più dei comportamenti degli ospiti di Arcore sono quei padri che si rammaricano perchè la figlia 25enne non è la fidanzata del 70enne Berlusconi e quelle figlie che si dolgono che pur essendo state a casa del presidente del Consiglio non hanno fatto breccia nel cuore grande del premier. Che dire davanti a frasi del genere: "Magari fossi fidanzata con Berlusconi, ma purtroppo nè io nè mia sorella siamo la sua compagna... Fossi la sua fidanzata avrei risolto ogni problema economico, avrei case, palazzi, macchine, autisti, probabilmente anche un lavoro in televisione se solamente lo volessi. Berlusconi sarebbe un fidanzato eccezionale, ha conosciuto anche i miei genitori, pure loro stravedono per lui. Come me del resto" (Manuela Ferrera, ex meteorina di Rete4, in un'intervista a Daniele Bonetti su Bresciaoggi)?
Sono un moralista? No, penso che l'analisi di Michela Murgia sia azzeccata e spero, con qualche dubbio che ciò avvenga, in un nuovo potente Rinascimento.





giovedì 4 novembre 2010

Famiglia: quando il silenzio è d'oro

Botero: famiglia colombiana
Che il forum delle famiglie mostri un certo imbarazzo per la presenza del Premier alla conferenza nazionale in programma dall'8 al 10 novembre a Milano ci sta: non hanno certo giovato a Silvio Berlusconi le notizie di questi giorni che lo mostrano più in veste di satiro che di padre di famiglia. Ci sta dunque che il Forum auspichi un passo indietro, ci stanno un po' meno le tante difese d'ufficio dei compagni di partito, impegnati nella non facile operazione di dividere l'uomo Berlusconi dal premier Berlusconi. A parte che, volendo fare i sottili, parte delle condotte dell'uomo Berlusconi si sono consumate in dimore che anche dal punto di vista formale vengono considerate pertinenze del premier Berlusconi (tanto che il Copasir vuole valutarne la reale sicurezza), ma sentire il sottosegretario Eugenia Roccella, paladina del Family day spiegare che "l'unica cosa che può imbarazzare chi sostiene la famiglia sono le prese di posizione contro l'accoglienza della vita, a favore dei matrimoni omosessuali" è un po' stucchevole. Stucchevole perchè verrebbe da chiederle quale attenzione da parte del buon cuore di Silvio Berlusconi sia stata data alla famiglia in difficoltà della piccola Ruby o quale assistenza vera sia stata data alla stessa ragazza minorenne.
Sentir dire che sono i fatti che contano e a casa ognuno può fare quello che vuole è come sentire Gesù spiegare agli apostoli che conta più l'offerta del fariseo che l'obolo sofferto della vedova. Dividere condotta politica da condotta morale vuol dire creare un'Italia a due velocità, a due facce, senza che quella pubblica sia consolidata dalla testimonianza. Che vuol dire questo? Che senza testimonianza la politica è semplice e cinica distributrice di prebende, sterile foraggiatrice di clientele. Già, ma qui li chiamano contenuti. Parliamo dunque di questi contenuti. Formigoni ha detto che si aspetta da Berlusconi impegni veri e non ci aspettiamo da Premier meno ipocrisia: che senso ha parlare di aiuti alla famiglia, elargire il bonus bebè, se con una mano si dà e con l'altra si toglie. Inviterei il Premier a fare un giro tra gli amministratori locali i cui bilanci recentemente li ha fatti direttamente Tremonti senza curarsi dei servizi alla famiglia come asili nido, scuole (quelle pubbliche sono economicamente alla canna del gas e quelle private se la ridono), mense, personale di sostegno e aiuti ai minori. Lo inviterei a salire su un pullman di studenti la mattina e chiedere quanto costa un abbonamento (50 euro mensili per una corsa di soli trenta chilometri tra andata e ritorno), spiegando anche che il prossimo anno sarà pure peggio.
Se questi sono i contenuti, al di la delle condotte del Premier, forse è meglio la Conferenza abbia altri interlocutori, altrimenti è mera propaganda. In ogni caso, su questa vicenda i politici hanno perso un'altra occasione d'oro: quella di far silenzio. Sarebbero stati infinitamente più credibili.

sabato 24 luglio 2010

Martinazzoli, Berlusconi e il nuovo che avanza

Proprio ieri ho parlato di Martinazzoli nel post sulla sentenza che ha bacchettato il comune di Adro. Un Martinazzoli che, basta leggere il suo libro "Uno strano democristiano", non si tira indietro quando si tratta di fare valutazioni sulla politica contemporanea, sul nuovo che avanza.
Giusto poche ore fa  l'Ansa ha diffuso l'anticipazione di una lunga intervista che verrà ospitata oggi sul quotidiano Liberal: come sempre una sferzante, acuta e impetosa analisi che vale la pena di essere letta.
In attesa di curiosare fra le pagine del quotidiano ecco l'anticipazione d'agenzia.

Con una spietata e sferzante analisi sul vuoto della politica attuale Mino Martinazzoli commenta le vicende degli ultimi giorni, dalla P3 alla crisi dei partiti e del Pdl in particolare. Lo fa in un’intervista che sarà pubblicata domani dal quotidiano «Liberal» e in cui non risparmia pesanti giudizi su Berlusconi: «Purtroppo ha trionfato già tanti anni fa l’antipolitica: l’idea cioè che l’analisi politica fosse un inutile orpello, che i partiti fossero degli oggetti d’antiquariato, e che bastasse essere un buon imprenditore per governare il Paese. Una volta nel 1994 incontrai Silvio Berlusconi e cercai di spiegargli che fare politica significava fare gli interessi degli altri e non i propri. Non ebbi successo. Viviamo una situazione in cui da un lato viene da pensare - parafrasando Gobetti - che Berlusconi sia l’autobiografia della Nazione, ma anche che Berlusconi abbia determinato un tale degrado riuscendo a tirar fuori il peggio dagli italiani. E allora potremmo arrivare ad affermare che la Nazione è l’autobiografia di Berlusconi».
L’ex segretario della Dc prova sensazioni al limite del disgusto davanti agli ultimi avvenimenti: «Quando mi domandano dove vivo, rispondo: a Brescia, in Svizzera. L’Italia preferisco guardarla da lontano anche se non ho mai avuto la tentazione in tutta la vita di fare l’antitaliano. Per quanto riguarda la cosiddetta questione morale, credo che dovremmo cominciare ad usare parole meno nobili: si tratta di volgari furfanti. Sarebbe un errore ritenere ciò che accade oggi una ripetizione di Tangentopoli. Allora si rubava perchè c’era un troppo di politica, ora si ruba perchè non ce n’è più niente. Allora le tangenti in larga misura servivano a finanziare i partiti, ora ad arricchirsi personalmente. L’illecito si è privatizzato".
Rispetto alle sempre incombenti rivelazioni sui patti tra Stato e Cosa nostra, Martinazzoli dice di guardare con grande cautela alle indiscrezioni che circolano: "ricordo che quando ero ministro della Giustizia ebbi alcuni colloqui con Falcone e non posso dimenticare il pragmatismo col quale parlava di queste cose. Non amava i proclami, si muoveva con concretezza, passo dopo passo. E quando qualcuno nominava il ’terzo livello' faceva un sorrisetto ironico. Quanto alla P3 mi sembra una definizione caricaturale, ma non ha nulla a che vedere con la Massoneria ed è profondamente diversa dalla P2. La P3 è semplicemente una cricca. Il messaggio finale rivolto ala classe politica in generale è spietato. Tanti anni fa Prezzolini voleva metter su la conventicola degli ’apoti', di quelli cioè che ’non la bevono'. Questa posizione appariva l’anticamera del qualunquismo. Oggi io vorrei far nascere la conventicola di quelli che non la danno a bere".

venerdì 30 aprile 2010

Giustizia, quando un film diventa realtà

«Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi. Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere». ("La giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo").
Eneo Domizio Ulpiano
Giurista latino
La frase compare sulla facciata del Palazzo di Giustizia di Milano

Nei giorni scorsi ho rivisto su un canale satellitare "In nome del popolo italiano" film del 1971 diretto da Dino Risi con Ugo Tognazzi nella parte del giudice istruttore Mariano Bonifazi e  Vittorio Gassman in quella dell'imprenditore edile Lorenzo Santenocito. Mi ha colpito una cosa di quel film di cui ricordavo poco: la sceneggiatura, se non fosse per la figura del giudice istruttore  abrogata nel 1989 dal nuovo codice di procedura penale, sembrava scritta ieri. Colpiva l'analogia dei dialoghi con quelli che oggi caratterizzano il dibattito sulla giustizia, colpivano le accuse ai giudici politicizzati, colpiva l'impunità di cui alcuni imprenditori si credono vestiti (e non sto parlando solo del presidente del Consiglio).
Ai titoli di coda ho spento la tv e mi sono chiesto: ma noi italiani non cambieremo proprio mai il nostro atteggiamento nei confronti della giustizia?

Pescando dalla rete mi sono divertito ad abbianare ieri e oggi, finzione e realtà: ecco cosa ne è uscito.

 





lunedì 14 dicembre 2009

Se sbatti il Duomo in faccia al premier


Sui fatti di domenica in piazza Duomo, sulle gesta di Massimo Tartaglia (nè eroe, nè terrorista, solo un matto che forse con qualche accortezza in più avrebbe potuto essere neutralizzato sul nascere, cfr Fiorenza Sarzanini che sul Corriere fa le pulci alla scorta), su quel Duomo di Milano sbattuto in faccia al Premier, si è scritto e detto molto. Forse si è detto anche troppo e già girano parole come "censura" che paiono quantomeno fuori luogo.
Personalmente mi sembra utile segnalare tre opinioni che, al di là della solidarietà - dovuta e incondizionata - al Premier, paiono importanti per cogliere il clima, per capire errori e tornare alla politica che non sia insulto, provocazione, prevaricazione.

1) Mario Calabresi, direttore de "La Stampa", sul suo giornale scrive:

Ci sono momenti in cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni. Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora sarà davvero matura.

Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa.

Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.

Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o «razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera. Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti.

Si può pensare che il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.

Da ieri sera i blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.

E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.

Il presidente del Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da capire che proprio lui - l’aggredito - ora può fare la differenza: può abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso. C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di isolare chi delira.


2) Vittorio Zucconi sul suo blog non fa molti giri di parole per dire che:

Mi sovvengo di una frase che disse Richard Nixon, al momento di essere costituzionalmente buttato giù dalla finestra, senza violenza e senza souvenir tirati sul naso. “Non si deve odiare, perchè l’odio finisce per distruggere chi lo prova, non chi ne è l’oggetto”. Creando quella sorta di Sacra Sindone da martire sanguinolento che sta mandando il Minzculpop, l’Ufficio della Propaganda Fidei sul TG4, gli apostoli di Arcore in orgasmi estatici come Santa Teresa di Lisieux, chi gli ha tirato il Duomo in faccia ha garantito a sè stesso il carcere, con le attenuanti legate alle sue condizioni mentali, ha costretto DPietro a perdere un’altra magnifica occasione per pensare prima di aprire la bocca, ha costretto tutti i suoi avversarsi e i complici vacillanti a compattarsi e inchinarsi davanti al capezzale del martire e ha preparato per la sua vittima una prognosi di altri dieci anni al potere, salvo complicazioni costituzionali. Berlusconi non sarà sconfitto dai vaffanmulo, dai gruppi con le stelline Michelin, dai quant’altro, dai facebokkini, dai cortei con chitarre elettriche e amplificatori, dai blog, ma dalla paziente, noiosa, seria, quotidiana tessitura della politica diretta a creare un’alternativa di governo concreta che attragga e sottragga i suoi elettori all’incantesimo mistico e corporale del Santo, non un “social club” di incazzati dove ci si conta fra “noantri”. L’avversario, in politica, si sconfigge utilizzando i SUOI voti, non dividendo i voti dell’opposizione. Ma certo, questo è meno divertente e molto più faticoso. Richiede, orrore, la capacità di pensare, di progettare, di scendere a patti. E di ricordare, se qualcuno si prendesse la briga di studiare un po’ di storia, che la genesi e la mistica di ogni regime passano sempre, prima o poi, per “il vile attentato”, momento necessario per la compattazione dei fedeli, la satanizzazione degli avversari, la beatificazione della vittima e la censura dei “violenti” come infatti già si sente ventilare.


3)Rosy Bindi, quella che il premier ha definito con poca sobrietà "Più bella che intelligente", non si è tirata indietro e ha detto cose scomode per il frangente in cui sono state pronunciate, ma che forse riprecchiano una realtà per troppo tempo sottovalutata:

"La mia solidarietà al presidente del Consiglio è piena e senza ombre, come altrettanto ferma e incondizionata è la condanna all’aggressione e a ogni forma di violenza. Berlusconi è vittima di un gesto isolato di una persona psicologicamente fragile che, è del tutto evidente, non ha mandanti né morali né costituzionali. Se si vuole fare una attenta riflessione sul clima politico, io credo che lo dobbiamo fare e tutti devono sentirsi responsabili.

Al presidente del Consiglio, al quale auguro una pronta guarigione, chiedo, e lo chiedo anche alla sua maggioranza, di fare la propria parte, perché da mesi questo paese viene diviso da attacchi al presidente della Repubblica, alla Corte Costituzionale, alla Magistratura e al Parlamento. Io credo che tutti dobbiamo fermarci e stabilire un clima di confronto che ci aiuti davvero ad affrontare i problemi del nostro paese. Non voglio che restino ambre sulla mia solidarietà al presidente del Consiglio e la condanna del gesto che è stato compiuto, ma altresì intendo ribadire che per uscire da questo momento così grave e difficile, tutti devono fare la propria parte, anche il presidente del Consiglio.”


Auguri presidente Berlusconi. E a tutti noi: quel volto insanguinato ci farà voltare finalmente pagina?

giovedì 8 ottobre 2009

La sfiga? Pare sia di sinistra

Massimo Gramellini incisivo e ironico come sempre

Buongiorno
8/10/2009 -
Le disgrazie sono di sinistra
Dopo il proclama del Capo, il quadro è finalmente chiaro. I magistrati sono di sinistra, e questo già si sapeva. La tv pubblica, eccetto Topo Gigio, è di sinistra. Il 72% dei giornali è di sinistra (non il 71 e nemmeno il 73: il 72, l’ha detto Lui). La Corte Costituzionale è di sinistra, il Quirinale è di sinistra, gli arbitri in genere sono di sinistra, e anche i vigili che danno le multe sono di sinistra, i professori che rifilano 4 a mio figlio sono di sinistra, il vicino di casa che appesta il pianerottolo con la sua frittura è di sinistra, la signora che mi ha scippato il parcheggio è di sinistra, come la Regina di Biancaneve, Veronica Lario e la Costituzione: tutte di sinistra.

La sveglia alle sette è di sinistra, la barba da radere è di sinistra, il caffè amaro è di sinistra, i calzini bucati e gli ingorghi al semaforo sono di sinistra, il capufficio odioso è di sinistra, la moglie che mi ricorda le commissioni da fare è di estrema sinistra. Il Superenalotto è di sinistra, altrimenti vincerei. Gli stranieri, i comici, i miliardari e i gatti neri sono di sinistra. Le escort sono di sinistra, ma solo quelle che chiacchierano, naturalmente. Cavour era di sinistra, come Montanelli e Barbarossa, del resto. Fini è di sinistra e pure le previsioni del tempo, se segnalano pioggia. Persino io, quando non digerisco la peperonata, divento di sinistra. Da noi l’unica disgrazia che non sia di sinistra è la sinistra.

P.S. Viva l’Italia, viva Berlusconi! (anche questo l’ha detto Lui).

Massimo Gramellini
da La Stampa

mercoledì 23 settembre 2009

David - Barack, Bruno - Silvio: ma quanto sono distanti questi mondi






Ho assistito ieri al David Letterman show con Barack Obama e ho sofferto di nostalgia. Nostalgia per un confronto che non fosse sudditanza; nostalgia per un politico che non fa giri di parole, che non risponde alle critiche aspre con gli insulti, ma difendendo le proprie convinzioni. Insomma,guardavo il presidente degli Stati Uniti seduto davanti ad uno degli show man più stimati e autorevoli d'America e pensavo alla messa cantata di una settimana prima a Porta a Porta di Silvio Berlusconi con Bruno Vespa. Facevo un parallelo e non ho potuto non notare le distanze abissali non tanto nel format (Vespa fa approfondimento giornalistico, Letterman fa uno show e come tale è uno spettacolo) quanto nei fondamentali (Letterman mi è sembrato quasi più giornalista di Vespa, per nulla intimorito dalla presenza di Obama, lieve ma puntuto nell'evidenziare i punti deboli dell'interlocutore come i rapporti con la signora Clinton, ad esempio, o le aspre critiche repubblicane alla riforma sanitaria o, ancora, l'efficacia della ricetta per uscire dalla crisi). Quello negli studi della Cbs non è stato come in via Teulada un "one man show", ma un confronto di sostanza. E, particolare non secondario, non si sono sentite parole come "farabutti" anche quando a Barack Obama sono stati ricordati gli insulti Repubblicani sul nodo sanitario. "Capisco i timori di molti - ha ribadito nella sostanza il Presidente - ma questa riforma è necessaria perchè un numero sempre maggiore di americani vende la casa e perde il lavoro per far fronte alle spese sanitarie. Una situazione che altri paesi occidentali faticano persino a capire".
E lo stesso Obama ha affrontato il tema della guerra senza retorica, dicendo semplicemente una cosa: sono io che comunico ai famigliari dei soldati caduti che i loro figli sono morti per l'America e quindi prima di mettere a rischio la loro vita voglio pensarci bene. Lo stesso parlando di economia e dicendo senza livore che nella precedente amministrazione i ricchi sono diventati sempre più ricchi e il ceto medio non è cresciuto con altrettanta rapidità. Così come non sì è pensato alle regole ed ora, controvoglia, si è costretti ad intervenire iniettando denaro pubblico nel sistema (un principio fuori dalla logica americana, ma necessario). Nel momento per lui forse più difficile, in cui sul tema della sanità è più esposto alle critiche, dalla bocca di Obama non è uscito un insulto, ma, al contrario, comprensione ("capisco, ma noi pensiamo che..."). E dall'altra parte della scrivania David Letterman ha fatto più il giornalista che lo show man, dando una lezione a molti con il tesserino dell'Ordine in tasca.
Insomma, detto con tristezza mista ad invidia, mi sembrava di essere planato su un altro pianeta.
O forse siamo noi in questa Italia di "farabutti" che stiamo diventando degli extraterrestri?