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venerdì 10 giugno 2011

La pazza idea di Pisapia: metti una direttrice di carceri alla sicurezza

Questo pomeriggio sarà lo stesso Giuliano Pisapia, neosindaco di Milano, a dire se siano fondate le indiscrezioni di alcuni giornali che indicano in Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate, come prossimo assessore alla Sicurezza di Milano (altri, minoritari, invece la vorrebbero con deleghe alla casa e demanio). Se così fosse un direttore di Carceri come Lucia Castellano sarebbe sicuramente una (insieme probabilmente al ridimensionamento pesante degli appetiti dei partiti sull'esecutivo) delle più importanti novità della giunta di Giuliano Pisapia.
Perchè? Perchè sui temi della sicurezza la giunta Pisapia avrebbe un approccio completamente diverso rispetto al passato e rispetto a tante giunte di destra o di sinistra.
Mi spiego: in molti comini hanno scelto l'assessore alla sicurezza come si sceglie un super poliziotto (in proposito si è fatto un largo uso di questori in pensione, generali dei carabinieri a riposo e uomini politici con il pallino dell'ordine e della disciplina e l'ambizione della visibilità ad ogni costo). In quest'ottica le proposte sulla sicurezza di una municipalità si sono tradotte in veri e propri provvedimenti di polizia di taglio repressivo: ordinanze coprifuoco, regolamenti di sicurezza urbana molto rigidi anche contro comportamenti che non sono potenzialmente criminogeni (dal gioco nei parchi, agli assembramenti in genere). Altrettanto frequentemente gli assessori hanno messo la divisa e partecipato attivamente all'attività dei vigili urbani sempre più diretta e indirizzata verso un ruolo di polizia. Tutti comportamenti in tema di sicurezza che talvolta sono anche stati censurati da organi giurisdizionali perchè travalicavano le competenze attribuite ad una amministrazione comunale su questi temi.
Ora, alla luce delle esperienze passate, un approccio esclusivamente poliziesco ai temi della sicurezza di una città è effettivamente efficace? I numeri sul punto dicono cose contrastanti e di lettura ambivalente, i fatti ci spiegano come, ad esempio, il pugno di ferro usato a Milano contro i nomadi non abbia risparmiato la  città dalla tragedia che ha visto morire un operaio di 28 anni travolto da un'auto, in fuga dopo una spaccata in tabaccheria, con a bordo alcuni nomadi minorenni.

Lucia Castellano
Non è arrivato il momento di tentare un approccio diverso?  Detto che le regole vanno rispettate, detto che la repressione e il compito di contrasto della criminalità piccola e grande è assolto con competenza, esperienza e collaudata capacità dagli organi di polizia tradizionali, non vale la pena investire sulla costruzione di un nuovo patto di legalità che si dipani tra educazione e rimozione delle criticità?
Chi conosce l'esperienza di Lucia Castellano a Bollate, i suoi libri, le sue idee improntate sull'umanità e la responsabilità, sa che potrebbe essere un buon assessore alla sicurezza. Bollate, inteso come carcere, è una città complessa, un domicilio coatto per delinquenti veri, ma non è un ghetto, l'inferno dal quale non si risorgerà mai. Bollate, lo dicono i dati, è, per tanti detenuti, un laboratorio per costruirsi una nuova vita, fatta anche di una presa di coscienza dei propri sbagli e di un rinnovato senso di legalità. Il tutto si concretizza in una esperienza che riduce le recidive al minimo, tanto che non vale per Bollata ciò che altrove è una triste realtà: il carcere è un luogo criminogeno, un posto dal quale si esce più delinquenti di come si è entrati.
E' una sfida complessa quella che Lucia Castellano ha intrapreso con successo a Bollate («Non è facile convincere a lavorare per 700 euro al mese chi, in un solo giorno di spaccio, ne guadagnava 1000. Ma la vera sfida è nostra: la cultura del carcere è ancora troppo autoreferenziale», ha detto la direttrice in un'intervista a La Stampa). Una sfida e un modello che potrebbe avere successo anche sperimentati in una città senza muri e sbarre come Milano. Parlare di sicurezza non esclusivamente in termini repressivi, ma in termini educativi e propositivi può essere la nuova sfida di una città che non mette il filo spinato attorno ai ghetti, ma li rende artefici del proprio destino, offre loro gli strumenti giusti affinchè sappiano costruirsi un futuro migliore, sappiano autoimmunizzarsi dai rischi criminali che da sempre si coltivano in seno.
Del resto, perchè non iniziare a fare dalla città, quello che esperienze illuminate come Bollate fanno solo alla fine di un percorso a tappe caratterizzato dall'espulsione dal tessuto sociale, da reati, processi e condanne? Potrebbe essere l'uovo di Colombo, anche se in termini di propaganda paga di più la paura e la repressione; potrebbe essere il segno più concreto di quel nuovo che avanza che ha il volto di Giuliano Pisapia. Le prossime ore e i prossimi giorni diranno se questa "pazza idea" avrà un futuro. Altrimenti, ne siamo consapevoli, sarà l'ennesima occasione persa.

Aggiornamento: Nel pomeriggio dell'11 giugno Giuliano Pisapia ha scelto la sua giunta (leggi qui le deleghe) a Lucia Castellano non è andata la sicurezza, ma le deleghe alla casa, al demanio e ai lavori pubblici. Fra le prime dichiarazioni di intenti, l'ormai ex direttrice del carcere di Bollate ha spiegato che le case popolari non devono essere necessariamente dei ghetti, che le periferie non devono trasformarsi in carceri per chi le abita. Una tesi da sottoscrivere.
L'assessorato alla sicurezza è andato a Marco Granelli, un giovane che ha lavorato molto nei quartieri, con il volontariato. Cambia il nome dell'assessore, ma non il principio ispiratore che vuole un concetto di sicurezza che parta, innanzitutto da una cittadinanza attiva che rimuova i disagi, da una comunità che grazie alla coesione affronti e risolva le criticità. La sicurezza è un processo da costruire insieme, con meno divise, forse, ma più educazione e maggiore consapevolezza dei doveri da parte di tutti.

Lucia Castellano parla di sicurezza e buongoverno



Clicca qui per accedere alla seconda parte dell'intervento.

lunedì 6 giugno 2011

Tettamanzi-Pisapia: la strana coppia

L'allarme è stato lanciato, per Milano si aggira una strana coppia: il cardinale e l'avvocato, il comunista e il porporato. Qui, secondo alcuni, il rosso si fonde, la tonalità diventa unica; l'asse palazzo Marino-Arcivescovado, Piazza della Scala-Piazza Fontana quasi un'inquietante segno del destino che, tracciato su una cartina, turba quasi fosse una delle scene più drammatiche e cruente di "Angeli e Demoni" di Dan Brown. Esoterismo e poteri occulti in questa Milano che fonde l'abito talare e la fascia tricolore? Mah...
Di sicuro c'è chi legge una certa comunanza tra le parole del cardinal Tettamanzi e il neosindaco Pisapia, come se il primo fosse l'ispiratore del secondo, o, peggio, il cardinale succube del sindaco. A lanciare l'allarme, con un duro attacco all'arcivescovo, il Giornale per mano di Mario Giordano. Il titolo del suo commento pubblicato nei giorni scorsi è esplicito "E Tettamanzi benedice il compagno Pisapia" e racconta che allo Stadio di San Siro in occasione dell'incontro con i cresimandi dell'Arcidiocesi il cardinale, giunto ormai a fine mandato, non abbia avuto remore per lanciarsi in un comizio davanti a 50 mila ragazzini. Il cardinale di Renate si è bevuto il cervello? Basta una ricerca in internet, però, per capire che non si è trattato di un comizio, ma di parole pronunciate a margine della festa su sollecitazione dei giornalisti che avevano chiesto un giudizio sulla folla scesa in piazza dopo la vittoria di Pisapia. Il cardinale aveva detto che le piazze piene dovrebbero essere la normalità in una città che vuole parlare e partecipare e la nuova amministrazione civica deve sapere ascoltare la città. Concetti peraltro ribaditi domenica sul Corriere della sera in un colloquio con Giangiacomo Schiavi in cui Tettamanzi è tornato a ricordare che Milano deve riconquistare la propria umanità, deve saper parlare senza  angosce di moschea e nomadi. "C'è bisogno di testimonianze - ha spiegato - fatte di onestà, schiettezza, pulizia morale".
Non è basta la difesa di Avvenire  per far cessare le polemiche, tanto che oggi è Madgi Cristiano Allam a dettare la linea rivendicando il diritto dovere di criticare l'asse Tettamanzi-Pisapia che, sono parole testuali, è "dannosa al punto da farci precipitare nel suicidio della nostra civiltà", tanto da annientare le nostre radici, il messaggio evangelico sacrificandolo all'ideologia massonica. Mi sembra che in queste parole ci sia un' inquietante propensione al delirio e una strumentalizzazione che non fa onore a chi la scrive. A meno, è lecito pensare, che non persegua una finalità precisa: lanciare segnali forti a chi in questi giorni sta scegliendo il successore al soglio di Ambrogio, affinchè, dopo Tettamanzi e Carlo Maria Martini, arrivi un esponente che rompa l'idillio fra la chiesa ambrosiana e Pisapia (che evoca il cattocomunismo) e che ridia all'anima cattolica del Centro destra (con un prelato vicino a Cl?) una sponda su cui contare, un po' di quel cristiano conforto che non si nega alle vedove.
La nostra speranza è che Dio illumini quella scelta e nell'attesa sapete cosa ha detto veramente il cardinale ai cresimandi? Cliccando qui trovate il testo integrale del suo intervento ispirato alla parabola del Buon Samaritano. Del discorso a me piace ricordare un passaggio importante, che dovrebbe dettare la linea educativa anche a noi genitori: "Cancelliamo dunque la superficialità, la pigrizia, il disimpegno, la paura del sacrificio, l’egoismo, la prepotenza sugli altri - ha spiegato il cardinale ai ragazzi -. Diamo spazio invece al senso del dovere – ogni giorno! –, alla generosità verso chi ha bisogno, al dono di noi stessi. Non prestiamo fede a chi ci promette una vita comoda e facile per essere felici! No! L’unico modo per essere veramente felici è di seguire Gesù imparando ad amare come lui ci ha amati!".
Un'esortazione ottima per i cattolici, ma buona anche per i laici. Se poi ispirerà la linea di governo di una città come Milano, che ama definirsi capitale morale della Penisola, quale cattolico non ne gioirebbe?

martedì 31 maggio 2011

Smacchiare i giaguari: ovvero cosa resta della campagna elettorale

A Milano hanno smacchiato un giaguaro (direbbe un Bersani reduce dalla gara di metafore con l'alter ego Maurizio Crozza che proponiamo nel video a corredo di questo post). E lo hanno smacchiato non con qualche nuovo innovativo prodotto, ma con la cara, vecchia, trielina. Fuor di metafora: cosa resta di questa campagna elettorale, cosa resta di questo Davide che ha vinto, in termini di impegno finanziario, un Golia come Letizia Moratti?
Resta un insegnamento: che la gente dà fiducia a chi sa interpretare e capire i bisogni. E non c'è spin doctor che tenga, non c'è ritocco al photoshop che freni l'impatto, non c'è valanga di soldi che possa essere competitiva con la voglia di battere i quartieri, i mercati, la gente; con la voglia di cogliere e interpretare le tensioni e le esasperazioni, di dare risposte, dispensare sorrisi, promettere serietà e fiducia. Perchè Milano è si la città dell'Expo, ma anche la città delle buche nelle strade, dei quartieri dimenticati, dei servizi carenti. E' la città delle grandi strategie, ma anche dei bisogni quotidiani; dei quotati archistar, ma anche della pensionata di via Farini e della Bovisa. Giangiacomo Schiavi oggi sul Corriere parla di un new deal civico, ma forse è la ricetta più vecchia del mondo essere a fianco dei bisogni, stare con la città e non con le lobby, costruirsi il carisma del leader gentile con una investitura che arriva dal basso e non è calata dall'alto.
Ieri sera a l'Infedele, il programma di Gad Lerner su La7, ha fatto la sua comparsa in video Paolo Alimonta, maestro elementare, tanto robusto da essere confuso in queste settimane come il body guard di Giuliano Pisapia. Alimonta è stato, invece, il coordinatore dei comitati Pisapia sparsi per la città, migliaia di persone che volontariamente hanno lavorato per costruire il consenso in una marcia iniziata e rodata con le Primarie del Centro sinistra. Una marcia che viene da lontano e che ha centrato l'obiettivo di costruire un leader forte sostenuto dalla città, un leader che ora può rispondere con autorevolezza e indipendenza anche agli appetiti dei partiti. Sì, perchè il giaguaro sarà anche stato smacchiato ma c'è chi, alla prima occasione, è pronto a sporcare il buon lavoro fatto in questi mesi.
Così, dopo la vittoria elettorale, lo spirito di una campagna così proficua è pronto a far fruttare i propri talenti anche nelle future scelte amministrative.
Oggi Curzio Maltese su Repubblica spiega  che il segreto di Giuliano Pisapia è stato anche quello di essere un sindaco con il sorriso: sarebbe un peccato spegnerlo proprio ora che la "Milano di maggio" è tornata ad amare una politica che unisce.

lunedì 30 maggio 2011

Pisapia, Pisapia canaglia...


"Sono nato a Milano, il 20 maggio del 1949. Faccio l’avvocato e vorrei diventare il sindaco della città che amo e nella quale ho sempre vissuto".
Giuliano Pisapia
(dalla autobiografia nel sito della sua campagna elettorale)

"Pisapia, Pisapia canaglia" il refrain di questa canzoncina lanciata da Radio Popolare in quel vortice di satira che ha travolto i ballottaggi non ha smesso di girarmi per la testa da quando ormai è sicuro che Pisapia sia il nuovo sindaco di Milano. Lui è stato accolto da "Bella ciao", ma a me rimane in testa quel Pisapia canaglia, perchè in questa avventura elettorale è entrato come un monello che ha sconquassato i piani di chi pensava che bastasse una passeggiata all'ombra della Madonnina per rimanere in sella. Lo aveva dimostrato alle primarie del centro sinistra battendo il candidato del Pd, lo ha dimostrato, con un verdetto inimmaginabile alla vigilia, surclassando Letizia Moratti alla prova delle urne.
Di lui racconta: "Per me la politica è soprattutto servizio. E’ un insegnamento che ho imparato nella mia famiglia, prima ancora che sui banchi del liceo classico Berchet. Da mio padre, Giandomenico , avvocato, ho ereditato l’amore per il diritto e i diritti; da mia madre, Margherita, cattolica, l’attenzione per i più deboli. Dalla politica intesa come impegno volontario – scout, barelliere per la Croce Rossa, tra gli angeli del fango di Firenze, in delegazione nei luoghi più poveri e in quei Paesi dove il diritto e la dignità delle persone sono calpestate – alla politica nelle istituzioni: il mio impegno sulla città mi ha portato, nel 1996, ad essere eletto deputato come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista. In quella legislatura sono stato presidente della commissione giustizia della Camera dei deputati. Nel 2001 sono stato rieletto deputato e sono stato presidente del Comitato carceri. Credo nel ricambio, penso che la politica non debba essere un mestiere a vita, per questo non ho accettato di candidarmi per la terza volta". Ora è atteso alla prova dei fatti con la speranza che i compagni di viaggio - quelli con la memoria troppo corta, tanto da scordare la sua impresa da guinnes - non finiscano, come talvolta accade, per sgonfiargli le ruote e farlo impantanare nella solita politica, nella solita melma di palazzo. Sarebbe un insulto e un tradimento soprattutto per i Milanesi che gli hanno firmato la cambiale del cambiamento.
A noi piace sperare che sia una bella avventura, Milano se lo merita.
"La sera - ricorda ancora il neo sindaco nella sua biografia - mi addormento leggendo Topolino, il mio fumetto preferito fin da quando ce lo contendevamo, nella nostra casa di viale Montenero, io e i miei sei fratelli". Non leggeva Batman e questo, alla fine, gli ha giovato in campagna elettorale....



giovedì 26 maggio 2011

Da che parte sta il cervello?

"Solo chi è senza cervello può votare a sinistra"
Silvio Berlusconi
presidente del Consiglio
Stiamo facendo dei passi avanti nella anatomia elettorale secondo il nostro presidente del Consiglio: dallo scroto (ricordate quel "non penso ci siano così tanti coglioni in Italia che possano votare a sinistra" dell'aprile del 2006?) siamo passati alla scatola cranica e mi sembra già un bel passo avanti. Ma. battute a parte, è giusto chiedersi in queste ultimi stralci di campagna elettorale per le amministrative: da che parte sta il cervello?
Dovrebbe stare, ci piace crederlo, dalla parte del bene comune, dalla parte della politica che governa, dalla parte della politica che risolve e che non si limita ad indicare i problemi; dalla parte della politica che scioglie e affronta le paure e non le crea e le alimenta per scopi elettorali; dalla parte della politica che affronta i bisogni di tutti e non gli interessi di pochi. Dalla parte, per dirla con l'enciclica "Gaudium et spes", della politica che sa creare "l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente".
Insomma, il cervello dell'elettore medio, un bel cervello pensante e autonomo, dovrebbe stare dalla parte di una politica che vuole crescere, che coltiva l'etica e che ha più progetti che slogan. Ma esiste questa politica? Il mio povero cervello, ad onor del vero, la sta ancora cercando. Ma forse, ne sono consapevole, questo è un limite solo mio.

lunedì 23 maggio 2011

Al mercato delle indulgenze

Ieri, parlando del clima elettorale di Milano e di come la politica stia affrontando la campagna in vista del ballottaggio, un collega ha dipinto uno scenario della situazione che mi sembra fedele come una fotografia: "Siamo al mercato delle indulgenze".
In effetti non è un gran spettacolo vedere chi governa promettere ministeri, sanatorie sulle multe, bonus e benefit di vario genere che hanno quasi il sapore del voto di scambio e che ricordano le scarpe spaiate e le mille lire tagliate con cui a Napoli il comandante Achille Lauro faceva campagna elettorale promettendo di ricostituire la coppia e la banconota a risultato acquisito. Le promesse sono il sale di una campagna elettorale, ma questa ondata di piena dà il senso di un torrente impetuoso che non sa bene dove andare, che ora punta sull'argine di sinistra ora su quello di destra rischiando, però, di tracimare facendo danni permanenti.
Nelle difficoltà la politica dovrebbe saper interpretare i disagi, capirli, cercare di porvi rimedio. A Milano, cercando di compensare la miopia e gli errori delle settimane precedenti si promette invece la luna, si occupano le tv, si gioca sporco. Le urne diranno fra una settimana se è la strategia vincente (non mi stupirebbe, in tal senso, una rimonta della Moratti), certo è che lo spettacolo di questi giorni è il segno di una decadenza che pare inarrestabile, di una politica distante, che ha perso contatto con la realtà e con il suo elettorato.
Gli indignados spagnoli
  Il declino di Zapatero è lì a indicare che i vizi che portano alla crisi sono bipartisan, che l'indignazione, se esiste, prima o poi monta a destra come a sinistra. Così ieri a Brescia il presidente di Confartigianato, Giorgio Guerrini, ha polemizzato con il ministro Maristella Gelmini spiegando che  "con i centri sociali non si arriva ai numeri raggiunti da Pisapia, ci si arriva con le migliaia di artigiani e piccoli imprenditori delusi da un governo che non ha riformato nulla tranne l'università". Il segno che, se si è arrivati a tanto, la politica forse era concentrata su altro così da tradire persino un elettorato tradizionalmente legato alla compagine di governo. A Brescia Maristella Gelmini ha replicato con il trasporto e la foga di sempre spiegando cosa il governo stia per fare e che guai Pisapia potrebbe portare a Milano. Basterà per tranquillizzare questi nuovi "indignados"  che alla tenda a Puerta del sol scelgono di manifestare il disagio e l'insoddisfazione tra il tornio e la pressa della propria fabbrichetta?
Temo di no se "italian revolution" non ha solo il volto del precariato, ma anche quello dell'imprenditoria.

REPORTAGE DA PUERTA DEL SOL





LE PROMESSE ELETTORALI SECONDO LUCIANA LITIZZETTO

mercoledì 18 maggio 2011

Elezioni, ma è cambiato veramente il vento?

A urne abbondantemente chiuse viene da chiedersi se è cambiato veramente il vento. E non so se stia arrivando, come ipotizza qualcuno, il "tramonto delle libertà". Certo a Milano, nonostante l'impegno personale del premier, lo scudetto del Milan e l'ampio spreco di risorse, c'è stato un risultato importante, ma non mi sembra che i giochi siano fatti che il de profundis sia cantato fino in fondo. Nonostante un candidato finalmente convincente, propositivo, che sappia parlare al territorio (finora il centro sinistra all'ombra della Madonnina dorata non aveva brillato in avversari temibili autorevoli e concorrenziali) il suo exploit non può prescindere dagli sbagli altrui, dal ringhio mister B. che ha probabilmente stufato e dalla legnosità del sindaco uscente che, quando la macchina va in affanno, mostra tutto il suo scarso appeal da donna di canasta più che da "animale" di consiglio comunale e periferia degradata. Insomma, vivere sugli sbagli e le dobolezze altrui non è mai sinonimo di radioso futuro, soprattutto se alle spalle di Pisapia si continua a litigare e a non tesaurizzare l'inaspettata vittoria per costruire quelle certezze che potrebbero far guardare fiduciosi verso un reale e duraturo cambio di direzione su scala nazionale.
E su scala locale? Nel Bresciano le urne han detto che gli elettori quando devono scegliere il sindaco sanno quello che vogliono, al di la degli scheramenti. Sanno punire chi ha male amministrato, ma sanno anche dire no a candidati imposti che male rappresentano la continuità. Una lezione che forse i politici professionali non impareranno mai, così come la politica non perderà mai vecchi vizietti come i sindaci di facciata, dietro i quali si muovono (a destra come a sinistra) politici di lungo corso e gli interessi di sempre. E allora ci si chiede ma è veramente cambiato il vento, ma veramente è stata premiata la genuinità della politica locale?
Un'analisi attenta potrebbe anche dire che qualche segnale c'è, ma che la politica, come altre volte potrebbe non coglierlo. Potrebbe far finta di nulla, troppo impegnata in giochi lontani dagli interessi del proprio elettorato.

giovedì 12 maggio 2011

Moderato a chi?

(Pisapia vs Moratti su Sky)
"Sul piano politico ho inteso dire che la storia di Pisapia non è la storia di una persona moderata"
Letizia Moratti
Candidato sindaco al Comune di Milano
 Del faccia a faccia tra Giuliano Pisapia e Letizia Moratti su Sky in vista delle elezioni amministrative di Milano di domenica e lunedì, non mi ha colpito tanto l'uso strumentale ed errato di una sentenza fatto dal sindaco uscente; nemmeno la scarsa memoria di lady Moratti che accusa ingiustamente l'avversario di essere stato graziato da un'amnistia (in realtà vi fu assoluzione), scordando - sottolinea oggi sul Corriere Luigi Ferrarella - che per fatti ugualmente datati l'amnistia lavò le accuse di falsa testimonianza per aver negato l'iscrizione alla Loggia P2 del capolista del Pdl a Milano, Silvio Berlusconi. La politica ormai ci ha abituato alla scarsa serietà degli imbonitori, all'incanto dei fantasisti e al chiacchiericcio lontano dai fatti e dai problemi.
Mi ha colpito di più la finalità di quel dardo lanciato in pieno petto all'avversario: spiegare che Pisapia non è un moderato, non ne ha il fisico. Moderato a chi? Verrebbe da dire in questa politica da corpi contundenti. Se moderato vuol dire "contenuto", "misurato", uno che sa controllarsi, mi chiedo se sia più moderato Giuliano Pisapia o, per esempio, Giorgio Stracquadanio (vedi le sue dichiarazioni sul caso) o Maurizio Gasparri. Se moderato significa sostenitore di idee non radicali mi chiedo se su temi come l'immigrazione sia più moderata la politica leghista o, per esempio, quella del centro sinistra.
Se si guarda al passato per "dare la patente" di moderato ai contemporanei mi chiedo se vi sia differenza tra chi a Milano frequentava ambienti  della sinistra extraparlamentare o a Roma, qualche anno prima, aveva partecipato alla cosiddetta Battaglia di Valle Giulia (Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Ernesto Galli della Loggia) con gravi scontri con la polizia alla Sapienza; se sia più moderato chi è finito in carcere e poi è stato ampiamente prosciolto (come è accaduto a Pisapia) o chi sfilava facendo il saluto romano per le strade (sfidando il reato di ricostituzione del partito fascista) o il cui nome ha fatto talvolta capolino  nelle mille inchieste sull'eversione nera e lo stragismo.
Insomma: moderato a chi?
In una politica di guerriglia mi sembra che mai parola sia oggi più fuori luogo di "moderato".

lunedì 21 febbraio 2011

Le case del Pat e il Pd-Tafazzi

Pat  sta per Pio Albergo Trivulzio, una Residenza sanitaria assistita che a Milano, dove è nota con il nome di Baggina, è una istituzione. In questi giorni i vertici del Pat sono al centro della bufera per la gestione del proprio patrimonio immobiliare, case e palazzi donati nei secoli da decine di benefattori che, secondo le contestazioni sulle quali indagano Corte dei conti e Procura sarebbero stati dati in affitto (in alcuni casi anche  alienati) a prezzi di assoluto favore agli amici degli amici (vip, giornalisti, politici). Insomma, un'affittopoli in piena regola che alla vigilia delle elezioni amministrative di Milano ha il vigore della bufera. E così piove anche sul candidato sindaco del Centrosinistra Giuliano Pisapia, avvocato, ex parlamentare di Rifondazione, l'uomo che ha battuto alle primarie Stefano Boeri, architetto, candidato ufficiale dei vertici milanesi del Pd. La compagna di Giuliano Pisapia, Cinzia Sasso, giornalista di Repubblica, è inquilina del Pat. Lo ha detto lei stessa autodenunciandosi in una lettera a Repubblica e spiegando che quella casa era stata affittata ad equo canone nel 1988 da lei, appena arrivata a Milano da Venezia, e dall'ex marito (pure giornalista). Una casa sulle cui tracce erano stati messi dall'allora sindaco Pillitteri, che aveva consigliato loro di fare domanda ad alcuni enti. Dopo la separazione, la giornalista era subentrata nel contratto d'affitto e nel 2008 la locazione non è stata più rinnovata perchè Cinzia Sasso era intenzionata a cambiar casa.
Cinzia Sasso e Giuliano Pisapia
Una scelta - ha spiegato oggi ai giornali Giuliano Pisapia, che in quella casa non ha mai abitato - dettata sia dalla volontà di andare a vivere insieme, sia da una questione di opportunità "perchè - ha aggiunto - se voglio amministrare la città non posso avere la compagna che vive, per quanto in modo legittimo, nella casa di un ente controllato". La casa della coppia, che doveva essere pronta a novembre ha subito dei rallentamenti e non è ancora stata consegnata, ma ora che la battaglia elettorale si è fatta dura, Cinzia Sasso lascerà l'appartamento per un'altra casa entro due settimane.
Ovviamente sul caso-Pisapia si è scatenato il putiferio, quella macchina del fango che lo stesso candidato si è sentito in dovere di denunciare nel suo blog. Ma se appare normale che le opposizioni chiedano al candidato di fare un passo indietro (spostando peraltro il tema del dibattito dalla necessità di una oculata gestione del patrimonio di un ente alla criminalizzazione degli inquilini, finiti nella bufera spesso senza alcuna ragione), meno normale appare che ad alcuni esponenti del centro sinistra utilizzino il caso per vendicarsi della non splendida figura fatta alle primarie. Insomma sul caso Pat nel Pd sembra forte la tentazione di regolare alcuni conti in sospeso con il candidato Pisapia. "Non voglio pensare - osserva oggi sul Corriere Salvatore Veca - che qualcuno utilizzi Affittopoli per ragioni di rivincita su un candidato serio come Giuliano Pisapia del tipo "ecco, meritava di vincere l'altro" e cioè Boeri. Sarebbe una follia. Soprattutto alle porte di una campagna elettorale durissima". Veca parla senza mezzi termini della vocazione Tafazzi del Pd in queste situazioni e i tanti silenzi dello schieramento in questi giorni fanno pensare ad un centro sinistra quasi compiaciuto dell'inciampo del candidato sindaco, quasi scordandosi che è colui che dovrebbe condurre la sinistra alla difficile impresa di conquistare Milano. Davanti a questo triste spettacolo di autolesionismo (segno distintivo di una sinistra allo sbando a Milano come a Roma) il Pd potrebbe ingaggiare come motivatore Gianni Morandi, il cui suo "stiamo uniti", pronunciato mille volte sul palco di Sanremo, rischia di essere il vero tormentone dell'edizione 2011 del festival.

Ps: mi corre l'obbligo, a scanso di equivoci, di fare alcune precisazioni. Mi sono imbattuto in Giuliano Pisapia per ragioni professionali. Ho avuto modo di conoscerlo come avvocato e come parlamentare (è stato presidente della Commissione giustizia) e ho sempre apprezzato la lucidità delle sue proposte in tema di giustizia e di riforme (quasi una rarità di questi tempi) e l'attenzione riservata a temi scottanti come carceri e tossicodipendenze. Per questo motivo Pisapia ha la mia stima anche come candidato sindaco di Milano. Ho lavorato spesso a fianco di Cinzia Sasso (di cui, nella colonna qui a destra ospito da tempo il blog dedicato alle donne che cura su Repubblica.it) e la ritengo una professionista seria dalla quale si ha sempre qualcosa da imparare. Insomma, visto che il Pd latita, mi sento di esprimere ad entrambi la mia solidarietà per questa vicenda.