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venerdì 30 aprile 2010

Giustizia, quando un film diventa realtà

«Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi. Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere». ("La giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo").
Eneo Domizio Ulpiano
Giurista latino
La frase compare sulla facciata del Palazzo di Giustizia di Milano

Nei giorni scorsi ho rivisto su un canale satellitare "In nome del popolo italiano" film del 1971 diretto da Dino Risi con Ugo Tognazzi nella parte del giudice istruttore Mariano Bonifazi e  Vittorio Gassman in quella dell'imprenditore edile Lorenzo Santenocito. Mi ha colpito una cosa di quel film di cui ricordavo poco: la sceneggiatura, se non fosse per la figura del giudice istruttore  abrogata nel 1989 dal nuovo codice di procedura penale, sembrava scritta ieri. Colpiva l'analogia dei dialoghi con quelli che oggi caratterizzano il dibattito sulla giustizia, colpivano le accuse ai giudici politicizzati, colpiva l'impunità di cui alcuni imprenditori si credono vestiti (e non sto parlando solo del presidente del Consiglio).
Ai titoli di coda ho spento la tv e mi sono chiesto: ma noi italiani non cambieremo proprio mai il nostro atteggiamento nei confronti della giustizia?

Pescando dalla rete mi sono divertito ad abbianare ieri e oggi, finzione e realtà: ecco cosa ne è uscito.

 





giovedì 29 aprile 2010

Il soldato Palla di lardo e l'impiegato comunale di Gavardo

Quando ieri in redazione è iniziata a circolare la notizia che al comune di Gavardo un ordine di servizio imponeva agli impiegati, quando entravano il sindaco o altre autorità di alzarsi in piedi e salutare con un buongiorno se di mattina e un buonasera se di pomeriggio, mi è subito venuto in mente il soldato "Palla di lardo" di Full metal jacket (1987)e il sergente dei marines Ronald Lee Ermey, a cui è ispirata nel film la figura del sergente maggiore Hartam (interpretato dallo stesso Ermey). Il sergente - attore durante la lavorazione del film finì per dire allo stesso regista Stanley Kubric, in quel momento distratto, "Alzati in piedi quando ti parlo" tanto questo modo di fare era insito nel suo essere. Ecco: quanti soldati "Palla di lardo" ci sono al comune di Gavardo e quanti sergenti Hartam-Ermey?
Fa sorridere, comunque lo si guardi, l'editto del segretario comunale del paese della Valsabbia. Sia che lo si interpreti come un modo per ribadire un comportamente educato che dovrebbe essere innato in ognuno di noi ("Affidare però a un'ordinanza la buona educazione non è un bel segnale - scrive oggi sul Corriere Giangiacomo Schiavi -, sembra di tornare all'epoca in cui si vedevano nei bar questi cartelli: vietato sputare per terra. Siamo messi male se per dire buongiorno, a Gavardo, qualcuno si è ridotto a chiederlo non per piacere, ma per legge"), sia che si voglia imporre il rispetto per l'autorità, per il sindaco, giovane quanto basta per apparire un ragazzino, e per i suoi assessori. In questo caso, a prescindere dalla buona educazione che ognuno di noi deve avere, il rispetto e l'autorevolezza si guadagnano sul campo altrimenti è solo un "lei non sa chi sono io" mascherato da ordine di servizio.

SIGNORSI' SIGNORE!

martedì 27 aprile 2010

Festival del giornalismo: cosa rimane

Tanti interessanti spunti di riflessione dal festival di giornalismo che si è appena chiuso a Perugia. Ecco una sintesi per forza di cose riduttiva dell'avvenimento attraverso alcuni contributi filmati.

Media e potere: l'avventura delle 10 domande
Le dieci domande del quotidiano La Repubblica al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Informazione e politica in Italia.


 
Intervista a Luca De Biase


Marco Affini intervista Luca de Biase mente pensante di Nova 24, inserto hi-tech de "il Sole 24 ore", grandissimo esperto di quella linea d'intersezione tra innovazione tecnologica, storia culturale e prospettive dei nuovi media che, da pochi anni a questa parte, sembra esser davvero la nuova frontiera dell'informazione. Tra simbiosi del sapere, web 2.0 ed il blocco cinese ecco l'intervista che ci ha rilasciato per l'occasione.



Eretici digitali: la rete è in pericolo, il giornalismo pure. Come salvarsi


"Una cultura e un modo di raccontare il mondo sono al tramonto. Il giornalismo va salvato dalla crisi dei giornali perchè la realtà esiste ancora e va raccontata".



Al Gore e Roberto Saviano
Al Gore co-fondatore Current e Vice Presidente degli Stati Uniti 1993- 2001 Roberto Saviano scrittore Introduce Maria Latella.



La memoria del passato e la speranza del futuro


Eugenio Scalfari, fondatore La Repubblica, Michele Serra, La Repubblica, Giuseppe Tornatore, Regista, Walter Veltroni, scrittore e politico

lunedì 26 aprile 2010

25 Aprile: cari sindaci, un ripassino alla storia...?

Claudio Magris oggi sul Corriere spiega come sia triste ritrovarsi ogni anno a difendere la Resistenza : "Da anni ormai - scrive - il 25 Aprile siamo costretti a ripetere le stesse cose, a esprimere il fastidio di dover difendere, dinanzia a tante becere denigrazioni, la Resistenza quale fondamento e Dna della nostra Italia. Credevamo fosse una realtà tranquillamente acquisita della nostra storia. Una realtà da ricordare senza enfatiche celebrazioni, senza alcuna necessità di anacronistiche dichiarazioni antifasciste e senza astio nei confronti del fascismo stesso, fenomeno nefasto e doloroso che era stato doveroso combattere, che andava capito nelle cause che lo avevano generato".
Invece, il giorno dopo eccoci qui a fare i conti con le mistificazioni e i revisionismi e, mentre sul fronte opposto qualcuno, in carenza di visibilità, ne approfitta per far casino, contribuendo, quasi fosse un gioco di squadra con il nemico, a giustificare anche la più bieca equiparazionei fra chi stava sulle montagne e chi stava a Salò.
Anche quest'anno dunque, noi che stiamo in provincia, in questa provincia, siamo tornati a fare i conti con un 25 Aprile che per molti sindaci è considerato "bottino di guerra". Se il primo atto amministrativo, per molte coalizioni che hanno strappato il Comune agli avversari che lo governavano da anni, è quello di cambiare le serrature del portone del Municipio, quasi a marcare con più vigore la conquista, il secondo è la prova di forza sul 25 Aprile. Così qualche solerte amministratore della Bassa bresciana è arrivato a suggerire alle maestre di non insegnare ai bambini canti partigiani per la festa del 25 aprile mentre molte fanfare hanno intonato un meno compromettente "La leggenda del Piave" (anche se la canzone è stata composta nel 1918 per ricordare la battaglia lungo il Piave nella prima guerra mondiale) in luogo del più consono "Bella Ciao" (che sarà pure un canto ottocentesco delle mondine, ma che era diventato l'inno dei partigiani emiliani durante la Resistenza). Di quello che è accaduto a Montichiari (piazze vietate al Pd anche il primo Maggio perchè le manifestazioni di partito si fanno solo in campagna elettorale) si è parlato persino a livello nazionale con una lettera del segretario Bersani, mentre a Fiesse, dopo aver auspicato che nessuna bandiera di partito seguisse il corteo (cosa peraltro, come era naturale, disattesa nel sacrosanto diritto di esprimere le proprie opinioni) il sindaco Chiara Pillitteri ha diffuso a firma "Comune di Fiesse" un manifesto tricolore che definire "un delirio" è quasi un eufemismo. Un manifesto in cui di inneggia alla "riappropriazione del 25 Aprile" fino ad allora viziato dalle bandiere comuniste e con l'effige del "Che". Se l'avesse letto Claudio Magris quel manifesto altro che fastidio per dover difendere ogni anno la Resistenza, altro che tristezza... Avrebbe dovuto invocare un ripasso coatto della storia per molti sindaci della provincia bresciana.

sabato 24 aprile 2010

La mensa negata di Adro: ne abbiamo parlato con Sandro Ruotolo (Annozero)

Mi avevano colpito le sue parole in diretta tv: "In tanti anni non mi era mai capitato di lavorare in un clima simile". Il clima era quello che si respirava nella mensa di Adro giovedì sera durante la diretta tv di Annozero, il disagio manifestato agli oltre 5 milioni di telespettatori che stavano seguendo la trasmissione era quello di un veterano del programma: Sandro Ruotolo, da oltre 20 anni braccio destro di Michele Santoro. Ieri, per Bresciaoggi, ho sentito Sandro Ruotolo, mi interessava capire cosa avesse turbato uno come lui che ne ha viste tante, dalle intimidazioni mafiose alle dirette più burrascose.
"Venendo ad Adro, come andando a Rosarno alcuni mesi fa - mi ha detto -, mi sono reso conto di persona cosa voleva dire il presidente della Repubblica quando ha lanciato gli appelli alla coesione sociale. Atmosfere come quelle respirate ad Adro mostrano un tessuto sociale che si è progressivamente sgretolato".
Recuperare la coesione sociale ci è sembrata (dopo un lungo scambio di opinioni)  l'unica via da percorrere per non cadere in un baratro dal quale potrebbe essere impossibile riprendersi.
Ecco le riflessioni di Sandro Ruotolo apparse nell'edizione odierna di Bresciaoggi.

Da oltre vent'anni è al fianco di Michele Santoro, inviato sul campo sin dai tempi di Samarcanda. L'altra sera, però, Sandro Ruotolo, 54 anni, a Adro non ha saputo nascondere il disagio per il clima che si respirava e lo ha detto in diretta: «Non mi è mai capitata una cosa simile».


Sandro Ruotolo, una affermazione la sua che ha colpito molti: cosa è accaduto?

«Mi ha molto colpito quel "vergogna" partito dalla platea quando, in diretta, ho parlato del contributo dato dal missionario del Congo per la mensa di Adro. Mi ha sconvolto anche il clima che si respirava in quella sala, odio e di intolleranza che andavano oltre la difesa delle proprie posizioni. Non mi hanno dato fastidio le urla ma l'astio mostrato, ad esempio, contro gli stranieri presenti, contro quella donna maghrebina che ha rivendicato i propri diritti di cittadina che paga le tasse o contro la stessa direttrice della mensa».

Lei gira l'Italia, che idea si è fatto di questo Nord?

«Non venivo da queste parti a trattare temi di immigrazione da tempo e ho trovato un clima molto deteriorato. Prima di Adro ero stato a Rosarno ai tempi della rivolta contro i clandestini. Non ho trovato un'atmosfera poi tanto tanto diversa, c'è un imbarbarimento che deve preoccupare. Se delle mamme si sentono offese perchè un benefattore versa i soldi della mensa a chi non ha la possibilità di pagare e non accettano le riflessioni contenute in una lettera è il segno che non c'è più coesione sociale. E se ad Adro come a Rosarno è venuta meno la coesione sociale mi chiedo, complice la crisi economica, quali saranno i prossimi ad essere colpiti ed emarginati. Oggi sono gli immigrati e domani?

Che fare?

«Dobbiamo riconquistare una coesione sociale che si è persa. Noi cerchiamo di raccontare delle storie e giovedì sera alla mensa di Adro abbiamo tastato con mano la radicalità della situazione. Il mio disagio non derivava dagli animi accesi, in ventidue anni ne ho viste tante, quello che mi ha colpito è stato il non voler capire le ragioni degli altri, reagire aggredendo. È il segno che la coesione non regge più».

Come riconquistare la coesione perduta?

«Questa storia deve far riflettere. In sala c'era gente che non la pensava come chi urlava e forse sono proprio loro che stando in mezzo alla gente possono fare qualcosa per migliorare la situazione. La politica? Beh, dalle vostre parti mi pare che su questi fronti ci si affidi alla Cgil. E mi pare che questa anomalia si commenti da sè».

Marco Toresini
da Bresciaoggi del 24 aprile 2010

venerdì 23 aprile 2010

In che paese vogliamo vivere? Se in questo "io non ci sto"

Lo sapevo, non avrei dovuto vederlo. Non avrei dovuto guardare, ieri sera, Annozero occuparsi, in diretta da Adro, della vicenda dei bambini lasciati digiuni perchè le famiglie non avevano i soldi per pagare la mensa. Non avrei dovuto.
Perchè ora, buon ultimo dopo l'imprenditore che con un  contributo di 10 mila euro e una lettera che ha fatto discutere si è offerto di saldare il debito delle famiglie indigenti e dopo gli operatori della missione congolese che hanno fatto proprio quel disgusto donando i soldi che in Africa servono a salvare un  bimbo dalla denutrizione per un anno, anche io voglio esternare il mio personale "non ci sto".
Non ci sto se il paese che vogliamo per i nostri figli è quello uscito ieri sera dalle nostre tv. Santoro e quelli di Annozero saranno pure dei prevenuti comunisti, ma le mamme che si azzuffavano davanti a scuola, urlano, sbraitano le abbiamo viste tutti; la gente che insulta l'imprenditore - benefattore, invece di mostrare un bricolo di gratitudine l'abbiamo vista tutti; così come le abbiamo sentite bene le urla contro la coordinatrice volontaria della mensa (gestita, lo ricordiamo, da una associazione di genitori che garantiscono un servizio di qualità a prezzi più che competitivi) che ha chiamato con il loro nome ("razzismo e stupidità") alcuni comportamenti che hanno accompagnato la triste vicenda; l'abbiamo sentita tutti, l'ex assistente sociale del Comune spiegare quale fosse la politica di aiuti sociali dell'Amministrazione: via tutto ciò che potesse tornare a beneficio anche degli stranieri (come il contributo per gli affitti e il buono per le famiglie numerose); abbiamo sentito tutti (anche se sfumato nel servizio) il sindaco Oscar Lancini dire ad una donna straniera: "non ti va bene quello che si fa ad Adro, puoi sempre trasferirti altrove" (ricordando in questo l'adagio che fece diventare famoso l'ex assessore regionale inquisito Piergianni Prosperini: "Non ti va bene l'Italia? Prendi camel e barcheta e ta turnet a ca'").
Non ci sto a costruire un paese così, una comunità dove conta censo e colore della pelle ("Noi non siamo razzisti - sembrava di sentire ieri sera - sono loro che sono neri"), dove i furbi sono sempre gli altri, dove chi dovrebbe amministrare non lavora per la coesione sociale, ma per la divisione.
Non ci sto a costruire il paese della paura, dell'egoismo della guerra tra i poveri che divide perchè qualcuno possa "imperare"; dove l'altro è un potenziale delinquente, un  furbo, comunque una persona dalla quale guardarsi; dove quello che è mio è mio e mi incazzo pure se qualcuno ti viene in soccorso perchè tu non riesci a far fronte alle tue necessità.
Non ci sto, e lo dico da genitore, a costruire un paese che non abbia un futuro di convivenza a beneficio dei propri figli, che non sappia governare (con l'integrazione e la condivisione e non con l'esclusione) fenomeni ineludibili come l'immigrazione e una società plurale e colorata. Non ci sto a costruire una società tanto intrisa di intolleranza, che ha fatto esclamare a uno che ne ha viste tante come Sandro Ruotolo (anni fa ci ho lavorato a fianco e so quanto sia un bravo professionista): “Non ho mai sentito un clima di questo tipo nei luoghi dove sono stato”.
Non ci sto a gestitre un presente difficile, lucrando consensi sulla paura. Non ci sto ad avallare le miopi discriminazioni di oggi che portano solo ai ghetti e ai rancori di domani. Non ci sto ad una politica che sia arroganza, accondiscendenza, che prosperi sulle divisioni e non sulle condivisioni. Voglio una politica e sopratutto una politica locale, che parli così, con le parole di un grande sindaco come Giorgio La Pira:

 «Ebbene, signori Consiglieri, io ve lo dichiaro con fermezza fraterna ma decisa: voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia!
Ma non avete il diritto di dirmi: signor Sindaco non si interessi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini, ecc.). È il mio dovere fondamentale questo: dovere che non ammette discriminazioni e che mi deriva prima che dalla mia posizione di capo della città -e quindi capo della unica e solidale famiglia cittadina.  Se c'è uno che soffre io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi con tutti gli accorgimenti che l'amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita. Altra norma di condotta per un Sindaco (...) non c'è!»
Non ci sto a partecipare a questo gioco al massacro, a questo naufragio delle coscienze. Non so cosa ci riserverà il futuro, ma un "non ci sto" pronunciato con determinazione oggi potrebbe essere domani una polizza sulla vita per i nostri figli.


VOGLIAMO UN PAESE COSI' ?
(stralci da Annozero)











P.S.: Ecco chi sono i furbi...
Ieri la Cgil ha diffuso una  nota sulla vicenda di Adro che conteneva l'identikit economico-patrimoniale di nove famiglie fra quelle che non hanno pagato la mensa: redditi bassi, affitti e mutui da pagare, famiglie numerose, persone disoccupate. Se sono questi i furbi....
Ecco la tabella della Cgil.

Le Famiglie Di Adro

giovedì 22 aprile 2010

La mensa negata di Adro: mentre il caso è ad Annozero, una lettera che è anche una lezione

Mentre in tv vedo lo spettacolo non certo esaltante che da bresciani stiamo dando in tv ad Annozero,
mi rileggo la lettera di padre Giovanni Piumatti, un missionario piemontese con qualche amicizia nella nostra provincia che dalla sua missione in Congo (nella foto) ha offerto 600/700 euro per garantire la mensa ad un bimbo di Adro. La lettera è indirizzata al cittadino di Adro che per primo con un contributo da 10 mila euro e una lettera di denuncia ha scosso le coscienze di tutti.
"Caro "cittadino di Adro"
abbiamo letto, qua in Africa, la tua lettera "Io non ci sto": anche noi ci uniamo al tuo messaggio ed al tuo gesto.
Ti inviamo un contributo per pagare la mensa per un anno ad uno dei tuoi-nostri bambini.
Sono soldi che molti amici dell'Italia ci danno per l'Africa.
Conoscendo bene i nostri amici so che sono contenti se ne invio una fetta lì a Brescia; perché anche loro vogliono un mondo diverso: un mondo fatto più di ponti che di barriere.
Anch' "io non ci sto". In un mondo come lo sta costruendo una certa parte di italiani, io non ci sto !
La nostra Italia non è mai stata così: non dobbiam permettere che alcuni la deturpino.
Nel Bresciano ho alcuni dei miei famigliari. Il primo bell ' "esempio di missionario" qua in Africa l'ho avuto da un bresciano (padre Maggioni). Amici dentisti di Brescia, "smile mission", ci han costruito tre studi-laboratorio, e vengono regolarmente a prestar servizio. Marcello, vigile urbano di Brescia, le sue vacanze la ha fatte in questo villaggio "zona martoriata, all'est della RD Congo". In una parrocchia del bresciano, in occasione della Cresima dell'anno scorso, il vicario generale di Brescia, da estraneo che ero, non solo mi ha fatto sentire ospite "accolto e gradito", ma anche parte integrante della festa.
Ci sono tante "perle", anche a Brescia: come te, caro cittadino di Adro.
A Muahnga e Bunyatenge, piccoli villaggi di foresta, ogni giorno diamo a tutti i ragazzi delle scuole (circa 900) una tazza di "masoso", papetta fatta di mais-sorgo-soja (senza zucchero): é capitato qualche volta che la casseruola si vuotasse troppo in fretta...; subito i bimbi che avevano già ricevuto si son mossi, ed hanno condiviso la loro tazza con gli... altri.
Il contributo che mandiamo é null'altro che questo gesto; anche perché so che gli altri bimbi di Adro lo farebbero spontaneamente. Siamo sicuri che i nostri ragazzi ne saran fieri, ed anche gli amici che ci han dato questi soldi come gesto di solidarietà e di giustizia.
Vogliamo che questo nostro gesto sia un tutt'uno con il tuo gesto ed il tuo messaggio".
p. Giovanni
Concetta, ostetrica Elisa e gli amici di Muhanga, nel nord Kivu della RD Congo


Buona notte.....

mercoledì 21 aprile 2010

Giornalisti e giornalismo: un festival per continuare a crederci

"Qualunque sia il tema di un'informazione di stampa o radio-televisiva lo scopo dichiarato, il risultato perseguito è di non informare, di essere oscuri e noiosi quanto basta perché la platea degli italiani cambi canale e si rifugi in qualche 'Verissimo' mignottificio e finalmente la gente capisca quel che si dice e si scrive: per far carriera bisogna andare a letto con i padroni. La logorrea ermetica copre gli spazi d'informazione come il petrolio degli spurghi industriali il fiume Lambro affluente del Po".
Giorgio Bocca
da L'Espresso del 6 aprile 2010
Giorgio Bocca, grande vecchio dell'informazione italiana, uno dei pochi rimasti di una generazione di giornalisti che ha provato sulla propria pelle, ai tempi della guerra e negli anni che ne seguirono, cosa vuol dire libertà di opinione, libertà di informazione, un paio di settimane fa, nella sua rubrica l'Antitaliano, c'è andato giù pesante con l'informazione, con i giornali e con i giornalisti. "C'era una volta l'informazione" spiega Bocca, quella che informava in modo chiaro, senza remore, con trasparenza e semplicità. Ora c'è il vuoto che apre le strade ad una informazione asservita.
 "Quando entrai nel giornalismo una settantina di anni fa, che c'era ancora un re sul trono e non al Festival di Sanremo, - scrive Bocca - i giornalisti migliori per sintesi e chiarezza erano i 'pastonisti', i corrispondenti da Roma dei grandi giornali, i Mattei, i Gorresio, i Negro che avendo a disposizione una colonnina su giornali allora a due fogli vi riassumevano i fatti politici ed economici della giornata in modo chiarissimo. Ed erano fatti spesso drammatici, decisivi per il Paese. Oggi a leggere o ad ascoltare i resoconti di giornata, in un italiano bastardo zeppo di parole straniere, idiomatiche, gergali viene voglia di gridare basta, torniamo tutti a scuola, torniamo a parlare come si mangia. E mettiamo una cosa in chiaro: l'ermetismo, l'oscurità, gli idiomi segreti della ricchezza e del potere non sono un capriccio, sono un portato inevitabile di rapporti sociali inconfessabili.  Avete letto o ascoltato le registrazioni telefoniche dei nostri politici e affaristi? Si compongono di gerghi segreti, mafiosi, intercalati da scurrilità plebee, di affari sporchi e di 'vaffan', un linguaggio misto di banda del buco e di postribolo. Non è un caso che la scuola anglosassone d'informazione, i fatti distinti dalle opinioni, gli incipit essenziali i quando-come-dove, i dati anagrafici precisi, il tempo che faceva e anche il due più due fa quattro, siano sostituiti da tiritere senza fine, da confronti specialistici: tu giornalista che capisci i miei doppi sensi, le mie allusioni, quanto siamo bravi, quanto siamo nel giro che conta, alla faccia del popolo sovrano che per tenerlo buono basta dirgli che è il più intelligente e il più bravo del mondo".
Parole dure ma, noi che siamo sempre più orfani di buoni maestri indipendenti, sentiamo che in fondo in fondo sono vere e contribuiscono forse a quel declino, di contenuti ancor prima che tecnologico, che accompagna in questi anni la nostra professione.
Ho rispolverato oggi queste parole di Giorgio Bocca non a caso: è iniziato ieri e proseguirà fino al 25 aprile a Perugia "L'international jornalism festival", un modo per raccontare un giornalismo che cambia nei contenuti e nelle forme, un modo anche per ridare gas ad una professione con qualche crisi di identità, con qualche scheletro di troppo nell'armadio e con una verginità fatta di rigore professionale almeno in parte da ricostruire.

Stamane ho acceso il computer e sul mio profilo di Facebook sono comparse le foto degli amici di "Giornalisti nell'erba", un concorso nazionale riservato a giovanissimi reporter ambientalisti, pronti a partire (vedi foto) da Roma per Perugia dove esporranno la loro esperienza da piccoli giornalisti crescono. Piccole speranze per noi che in erba non lo siamo più da un pezzo, piccoli riscatti di una professione che ha ancora molto da raccontare.


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IL PROMO

martedì 20 aprile 2010

Adro, la Lega e le contraddizioni della Chiesa

Lo potremmo annoverare fra gli effetti collaterali del "caso Adro", ma è il segno più ampio e profondo di una chiesa frastornata, in difficoltà (e non mi riferisco agli scadali sulla pedofilia). Stetta e sballottata tra comunità e potere, valori spirituali e valori terreni. Sabato scorso, alla messa vespertina, il parroco del paese bresciano dove il sindaco ha messo a pane ed acqua i figli delle famiglie che non pagavano la mensa ha letto dal pulpito un documento nel quale criticava, senza troppi giri di parole, Silvano Lancini l'imprenditore di Adro che aveva saldato il debito di 10 mila euro e in una lettera, con altrettanta schiettezza, aveva bacchettato i silenzi dei preti sulla vicenda.
Don Gian Maria Fattorini non ci sta e attacca: «Il bene non fa rumore e in questi giorni, in cui di rumore ce n'è fin troppo, ci siamo più che mai proposti di non lasciarci tirare per la giacchetta da nessuna parte e venire così strumentalizzati alla stessa stregua dei bambini e delle mamme in questione. All'indignazione pubblica, allo stracciarsi delle vesti, alle urla di piazza di questi giorni, preferiamo continuare ad educare all'accoglienza e all'integrazione. Tutto questo in silenzio, perchè il bene non ama il rumore».
Ma attaccando con troppa feemenza si finisce anche in "fuori gioco", cioè in contraddizione con la stessa diocesi che sulle colonne del settimanale "La Voce del Popolo" parla in questi termini della vicenda e del benefattore: «un gesto che ha dato una bella lezione ai suoi concittadini e a tutti i bresciani, (...) un umanesimo purtroppo in via di estinzione». Con tanto di «rammarico per le persone che non hanno capito lo spirito di un gesto privo di ogni protagonismo mediatico ma espressione invece di un senso di vivere comunitario che si contrappone all'egoismo di pochi e alla miopia di certa politica».
"A quel parroco - osserva, intanto, Renata di Brescia sul sito delle Voce del Popolo - vorrei chiedere: davvero giudica le sue parole un contributo chiaro alla carità e alla verità? I parrocchiani confusi dalle polemiche hanno ricevuto un consiglio autorevole per scegliere se imitare il gesto o no?" Il dibattito è aperto e torna alla mente la lettera che nel dicembre scorso don Fabio Corazzina e due amici scrissero ai giornali dal titolo "Cosa sta succedendo ai cattolici bresciani?" Un messaggio forte in cui si evidenzavano contraddizioni e silenzi davanti ad alcuni temi, come integrazione e accoglienza, e davanti ad alcune vicende che avevano scosso la provincia ed in cui era necessaria una chiara scelta di campo.
Il tema di una Chiesa frastornata dagli eventi, proprio mentre ad Adro si polemizzava sulla pelle dei bimbi, è approdato anche sulle colonne del Corriere della Sera dopo un'intervista di monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia per la vita. In quell'intervento il prelato guardava con compiacimento alle posizioni della Lega sui temi etici. Una presa di posizione che ha sconcertato il saggista Claudio Magris che in un intervento dal titolo "Se per la Lega i valori cattolici diventano uno strumento di potere"  spiegava come la storia del movimento di Bossi fosse, in un mix di neopaganesimo ("il dio Po che non credo sia il medesimo cui mi rivolgo col Padre nostro") e di intolleranza, quanto di più lontano dal cristianesimo ci sia. Evidenziando come sul giornale cattolico di Torino "Il nostro Tempo" si valutasse il più recente «parrocchialismo» ostentato dalla Lega come "una strumentale operazione rivolta non certo ad affermare valori cristiani, bensì a manipolarli, a farne «instrumentum regni», strumento di potere. Inoltre tutto l' atteggiamento del medesimo partito nei confronti degli immigrati costituisce la negazione dello spirito cristiano, in quanto la Lega non si limita a sottolineare il problema - in sé certo grave e non risolvibile con un generico buonismo - dell' immigrazione e delle sue dimensioni, che potrebbero diventare insostenibili. La Lega spesso fomenta un volgare rifiuto razziale, che è la perfetta antitesi dell' amore cristiano del prossimo e del principio paolino secondo il quale "non ha più importanza essere greci o ebrei, circoncisi o no, barbari o selvaggi, schiavi o liberi: ciò che importa è Cristo e la sua presenza in tutti noi"».
In una sua replica, publicata qualche giorno dopo, il prelato romano corregge il tiro, mette i puntini sulle i spiegando che di non aver mai detto che la Lega si fonda su principi cristiani, ma di aver apprezzato alcuni atteggiamenti del partito sui temi etici e si chiede dove sia lo scandalo in questo. Una precisazione che non convince Magris per il quale pesano come pietre "odio e disprezzo" manifestati in troppe dichiarazioni leghiste.
Il dibattito non si spegnerà tanto presto. Per ora, resta una realtà piena di contraddizioni, un cattolicesimo fragile e debole in mezzo alla tempesta. Dove, senza farsi troppe domande, si passa dal lavoro in oratorio al gazebo bianco-verde come se si fosse al servizio degli stessi valori. Dove alle contrapposizioni sui valori, anche davanti a scelte amministrative in antitesi con lo spirito cattolico, si preferisce un silenzio che puzza di consociativismo. Perchè si chiede qualcuno? I più smaliziati hanno la risposta in tasca: se la sopravvivenza di oratori, chiese, scuole e strutture cattoliche ormai dipende in buona parte dalle sovvenzioni della politica meglio non disturbare il manovratore, se il rischio è che chiuda i rubinetti. E si sa, sin dai tempi di Vespasiano, "pecunia non olet".

lunedì 19 aprile 2010

Emergency: lieto fine e occasioni perse

E' finita come doveva finire: liberazione, zero prove per sostenere le accuse, riabilitata la credibilità di una organizzione non governativa e un compromesso (forse, dicono gli esperti, il vero obiettivo di tutta l'operazione), lasciare l'ospedale di Lashkar-gah.
Riempie di gioia vedere il volto stanco ma sorridente della madre di Marco Garatti, uno dei tre operatori di Emergency, arrestati in Afghanistan una settimana fa per complicità con i talebani e liberati ieri con tanto di assoluzione piena. Riempie di gioia vedere i tanti amici che hanno sostenuto Emergency in questa settimana con il cuore pieno di felicità. Resta un rammarico: quello delle occasioni perse, dei sospetti, delle accuse gratuite di una classe politica garantista a fasi alterne, di un mondo di amministratori locali che con scarsa autonomia di pensiero ragionano di destra e sinistra anche quando si parla di solidarietà ad un'organizzazione umanitaria, scomoda e critica forse, ma pur sempre un'organizzazione che cura i feriti di una guerra atroce. E se il ministro Frattini dopo i tentennamenti iniziali ha capito che in questa storia si giocava anche la credibilità italiana in campo internazionale, bruciano le critiche gratuite di personaggi come Gasparri o dei tanti suoi epigoni della destra. Bruciano anche qui a Brescia le mozioni di solidarietà bocciate e i silenzi di tanti parlamentari, ministri e sottosegretari di governo che stanno in maggioranza e alla guida delle istituzioni locali. Così i ringraziamenti degli amici di Marco Garatti vanno a Paolo Corsini, definito l'unico parlamentare che si è  mosso su questa storia aiutando anche a creare un filo diretto tra il ministro Frattini e la famiglia. Facendo ciò per il quale è stato eletto: politica e politica per il territorio. Altri, forse, si sono lasciati distrarre dal daltonismo politico che divide il mondo in nero e rosso, pensando che quello che stava accadendo a Kabul e dintorni forse quel "rosso" di Gino Strada un po' se l'era cercato. Peccato: per Brescia e per i suoi politici un'occasione persa.