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venerdì 12 novembre 2010

Santoro, la gru e i bresciani

Le vignette di Vauro su Brescia ad Annozero

Il giorno dopo Anno Zero (22,48% di share, quasi sei milioni di spettatori) in diretta da via San Faustino ci si interroga su che immagine di Brescia sia uscita dalla trasmissione, che come tutte le trasmissioni tv e i collegamenti volanti, a maggior ragione una trasmissione a tesi come quella di Santoro, riesce a dare una idea solo parziale del caso che vuole rappresentare.
Che Brescia c'è sotto la gru? Una Brescia sempre meno tollerante come ha evocato Padre Toffari del segretariato migranti della Curia? Una Brescia sempre più solidale con la protesa, come ha spiegato Umberto Gobbi, esponente della sinistra antagonista e del comitato "Diritto per tutti"?
Sicuramente una Brescia stufa: stufa di non risposte, stufa del caos, stufa di essere messa in mezzo, stufa di chi ne approfitta per fare propaganda (dai docenti universitari in via San Faustino con il pugno alzato, a chi cerca visibilità sulla pelle dei migranti o, al contrario, spera che non dando risposte pur essendo al governo, lasciando che la situazione si incancrenisca, di far schizzare il totalizzatore del consenso elettorale alle stelle). Oltre 1200 bresciani hanno risposto ad un sondaggio lanciato da Bresciaoggi spiegando, nel 60% dei casi, che bisogna al più presto e con ogni mezzo ristabilire l'operatività del cantiere. Concludere che quello è solo razzismo è però riduttivo: avremmo forse trovato risultati diversi davanti ai Cobas latte che anni fa occupavano autostrade e assediavano aeroporti? In un paese dove persino un sucida sotto il treno diventa solo ed esclusivamente un oggetto di disturbo è lecito aspettarsi qualcosa di diverso? Io penso di no.
Nella trasmissione di Santoro, però, è uscito un dato che è incontrovertibile: ancora una volta l'Italia ha mostrato di non saper gestire un fenomeno ineludibile come l'effetto serra: l'immigrazione. Ha mostrato di averlo sempre trattato con i visceri e non con la testa. Dire, come ha fatto Italo Bocchino ieri da Santoro, che la clandestinità è criminogena è far finta di non sapere che la criminogenità si combatte sì stringendo le maglie sui clandestini, ma, sopratutto, e questa è una regola generale mai smentita, punendo chi commette reati (a prescindere dal colore della pelle) con processi rapidi e pene certe. Fare leggi come quella attuale sull'immgrazione è forse non pensare una cosa elementare: che una legge dovrebbe sopravvivere al governo che l'ha emanata. Forse ha ragione Mino Martinazzoli quando ricordando, nella sua autobiografia, i lavori parlamentari negli anni '70, osserva che ora "non c'è più una mediazione culturale adeguata, il che dà conto di una legislazione piuttosto casuale che sembra inseguire la contingenza invece di ragionare in termini di sviluppo storico". Ecco, in tema di immigrazione, l'Italia  ha mostrato tutti i suoi limiti in questo senso. Cambierà qualcosa dopo la gru? Non credo, se le premesse sono, come si legge oggi sui giornali, il rimpallo delle responsabilità tra destra e sinistra sull'atteggiamento tenuto verso il fenomeno, scordando come ci hanno invece ricordato in molti in questi giorni, come il caos sia derivato da una legge fatta male e gestita peggio.
Gli immigrati sulla gru - si diceva ieri anche in tv - da lassù vedono un'Italia piccolina e una politica ancora più minuscola, incapace nei fatti di "contemperare esigenze diverse" come, a parole, qualcuno ha sempre sostenuto di voler fare. Abbiamo preferito la politica di Bava Beccaris a quella della mediazione, della soluzione condivisa. Ci siamo infilati in un culo di sacco dove ora ci si affida agli appelli di padri, madri e persino di Michele Santoro (addirittura qualcuno vaticinava ieri di una discesa in diretta tv) per far finire quella lunga agonia al capezzale di una "politica", nel senso nobile del termine, che non c'è. Nè a Brescia nè a Roma e i migranti sulla gru come quelli che lavorano in nero in fabbriche e cantieri lo stanno imparando a loro spese.

L'APPELLO A NAPOLITANO DEGLI IMMIGRATI


L'INTERVISTA AGLI OCCUPANTI DA ANNO ZERO


mercoledì 10 novembre 2010

La lezione della gru: l'ospite Roberto Bianchi

Roberto Bianchi, bresciano, scrittore (bello il suo "La collana di perle finte") e osservatore attento e disincantato di ciò che ci circonda ha scritto le sue impressioni sugli uomini barricati sulla gru di via San Faustino. Mi sembra una riflessione intensa e Roberto ha accettato di condividere il suo pensiero con i lettori di questo blog. Eccolo:


Roberto Bianchi
ROBERTO E LA GRU (CHE NON E' QUELLA DI CHICHIBIO)
di Roberto Bianchi


Ci sono andato con l’animo di un bambino che si nasconda la  notte della vigilia , in salotto, per vedere chi sia realmente Babbo Natale. Sai com’è: quando ti raccontano una cosa  poco credibile il Tommaso che c’è in ognuno di noi ti spinge a verificarla.
Mi sembrava impossibile che qualche disgraziato dovesse stare appollaiato a molti metri da terra per  rivendicare il suo diritto ad esistere. E allora ho macinato qualche kilometro in bicicletta (abbiamo un’auto sola e la usa mia moglie per andare al lavoro) fino ad arrivare all’imboccatura di Via  San Faustino . Dove c’è la gru.
Mentre pedalavo nel freddo novembrino ho pensato alle gru e a Chichibio ,ed alla sua di gru condannata ad avere  una gamba sola dal 1300 agli anni del mio liceo ed oltre ,e per sempre. Poi ho pensato ai totem. E poi agli alberi di natale. Tutte cose verticali, come la gru. Ma la gru in questione è una cosa verticale che vigila su un buco, quello della stazione del metro bus. Un buco che  mi dice di tecnologia, ricchezza, egoismo, diffidenza, debiti.
Sono arrivato, ma  uno sbarramento di poliziotti impediva l’accesso a via San Faustino. Mi hanno detto che uno eguale impediva l’arrivo  ascendente da Piazza Loggia. Ho acceso una sigaretta, mentre pensavo al freddo di quegli uomini là sopra, ma anche di quelli giù sotto, quelli in divisa e casco appeso al cinturone, quelli che, coi manganelli che penzolano come un cazzo vuoto  e sterile,sono pronti a difendere l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini. Quelli che spesso rischiano la vita per poco più di un migliaio di euro netti al mese.  Li guardavo e nelle orecchie avevo le parole e i modi del video visto in rete:”Caricate! Mi porti via questo signore, per favore. Anche quella ragazza: fermate quella ragazza!”. Rivedevo i manganelli all’opera. Gli uomini non sono tutti uguali. Non hanno tutti la stessa missione. C’è chi  per vivere deve accettarne di ingrate assai.
Mentre guardavo in alto ho sentito i commenti di alcuni passanti.”Bisognerebbe tirarli giù col 12” ( e si riferivano al fucile da caccia) “quei negri di merda che vogliono fare i padroni a casa nostra e rompono i coglioni” e mi sono sentito improvvisamente straniero a casa mia, perché non riconoscevo più i miei concittadini. E se non ti riconosci negli altri non sei più un concittadino: loro hanno una cittadinanza, tu un’altra. Per lo più, però, la gente passava senza alzare gli occhi al cielo, perchè oggi in cielo c’erano solo sensi di colpa da rimirare e soppesare: forse è meglio non guardarli davvero quei fantasmi neri  che passeggiano su una gru a trenta metri da terra . Forse è meglio non prendere in considerazione il fatto che quelli là, in questo momento, sono più vicini al cielo di quanto lo sia tu che cammini. E se credi che quel cielo più in alto sia la residenza di un essere superiore e giusto, bè, allora sono davvero cazzi.
Ho riflettuto su quello che si presenterebbe come un assedio: impedire il passaggio pedonale per non far filtrare viveri, sostentamento, messaggi, calore, a quei “negri di merda che vogliono fare i padroni a casa nostra”. E ho pensato a quanto sia delicata la democrazia, un meccanismo che si rompe come un  fragile vaso di cristallo, se solo lo tratti male.
Ho pensato a gente che ha lasciato casa,famiglia e affetti per venire a cercare un sogno possibile. E magari trasmetterlo a piccole rate, con il money transfert,  agli altri rimasti a casa.  Ma, giuro  che è vero, mentre guardavo attonito lo spettacolo surreale di gente che doveva fare un giro lungo per andare semplicemente in piazza Loggia ho visto un sacchetto che saliva sulla gru, per mezzo di una corda.  Non ho capito da dove fosse partito, ma l’ho visto che saliva come una speranza. Forse con qualcosa da mangiare, da bere, da fumare. Mi ha riscaldato il cuore  pensare che forse qualche agente s’è girato dall’altra parte, o si è acceso una sigaretta… chissà, una provvidenziale chiusura d’occhi..una telefonata d’amore col cellulare.
Questa gru non ha una gamba sola, come quella di Chichibio, e nemmeno due, come quelle che trovi in natura: questa è una gru meccanica e di gambe ne ha tante quante sono quelle delle persone che ci sono sopra. Questa gru è speciale, perché pur rimanendo ferma alla stazione del metro che canterà la Brescia ricca,moderna e d evoluta, con quelle gambe calpesterà le coscienze dei bresciani per bene.  E se succedesse l’irreparabile, questa gru avrebbe ancora più gambe: le mie e quelle degli altri come me. 
Saremo instancabili nel camminare sulle anime dei sordi…Non li lasceremo in pace.
Lo so che per i responsabili dell’ordine pubblico, per i politici, per gli amministratori pubblici sarebbe un problema creare un precedente. Lo so benissimo. Ma  il dialogo costituisce “i precedenti” di ogni cosa andata a buon fine, e questi precedenti si chiamano “ civiltà”:parlarsi è proprio dell’Uomo, e  dialogare è semplicemente tentare di capirsi affinchè almeno  la pietas entri  in azione, quella cosa che ti fa salvare un tuo simile in difficoltà semplicemente perché è giusto così.
Una cosa vecchia quanto l’uomo, direi.
Io sono ateo e non ho fratelli in cristo da accogliere. Però sono un cittadino, e so che tutte le dignità vanno rispettate, perché la dignità è come uno specchio e la propria altro non è che il riflesso di quella che  si riconosce nella persona  davanti a sé,  proprio come in uno specchio, sì.  E mentre li vedevo camminare in equilibrio precario ho sperato che nessuno cada da là sopra, perché sarebbe un macigno troppo pesante da portare, più di quello di Pilato, nei secoli dei secoli.
Quelli là sopra non sono spacciatori, non sono ladri, non sono teppaglia ed è la loro fortuna, perché possiamo almeno difenderli. Sono lavoratori, sono gente che ha creduto  nella possibilità di affrancarsi da un destino di merda che li voleva affamati  ed ultimi ad ogni costo, ma non sono nemmeno badanti, ed è un guaio: non ci sollevano dal disgusto di pulire il culo ai nostri padri, non ci esimono dall’incombenza di una passeggiata con i nostri vecchi e per loro, quindi, non si può far niente, perché non rientrano nei parametri stabiliti dalla legge, sono piuttosto inutili...  Sono clandestini, ho sentito, come se fosse possibile essere clandestini sulla Terra senza essere marziani.   E hanno la pretesa di essere ascoltati.  Ho cinquantatre anni ormai, forse un po’ rincoglionito, ma me la ricordo ancora,quand’ero giovane, la strofa: “sapesse contessa, all’industria di aldo, han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti “. E mi dispiace ricredermi, avevo ragione a vent’anni, quando ascoltavo le ragioni del cuore,e non adesso con il cuore che dovrebbe subire il vincolo della ragionevolezza.
Io credo che i politici e gli amministratori locali abbiano il dovere morale di farli scendere incolumi e aprire un dialogo: altro che denunciare il responsabile di “Diritti per tutti”. Io credo che si debbano portare giù da là sopra, se è vero che la vita viene prima di tutto.  E se c’è qualcuno che può fare da mediatore lo si utilizzi, per Giove. E’ la prima cosa da fare. Ero molto lontano, e quei negri di merda che rompono i coglioni mi apparivano come delle mosche, ma la sentivo forte la loro disperazione e mi raggelava ulteriormente.
Caro sindaco Paroli, caro ministro Maroni, se uno di quelli là cadesse, come fareste a gustarvi il cotechino natalizio in tranquillità? Le lenticchie che portano denaro e felicità…
Ho preso la bicicletta per ritornare a casa. E’ bello pedalare, perché pensi ai cazzi tuoi. Sono un semplice cittadino, ma  lo so che ciò che fa paura di quei negri di merda che rompono i coglioni è la loro povertà,e non il loro colore. E’ una povertà molto particolare, perché evoca anche la molteplicità di povertà individuali, che teniamo ben nascoste, che aleggiano nella nostra ricca ed operosa  terra.  Povertà da ricchi, magari, ma ogni povertà è dolorosa a modo suo.  E allora scacciamo quella degli altri, che ce la ricordano in modo così chiassoso ed ineducato la nostra, per scacciarle tutte, e dimenticarla.
Io, in questo  bipolarismo che è l’unico che esista da sempre e che una volta si chiamava lotta di classe, lo so da che parte stare. E almeno, anche se non è molto, con la mia coscienza sto a posto.
Ma mi chiedo come facciano i bresciani  cattolici e con il cuore in mano, quelli che si commuovono quando un bimbo bianco piange al parco, ad essere a posto con la propria di coscienza: con il doppio petto stirato e la doppia morale fluida; con i capelli ben pettinati e puliti e la testa ingombra della nebbia dell’egoismo, orfani sulla terra, senza alcun fratello da accogliere.  Come faranno mai, poveri loro, con le loro scarpe lucide senza strade da percorrere…
Pedalavo  nella zona nord della città e degli operai stavano allestendo le luminarie natalizie sui muri di un supermercato.  Alcuni erano neri, ma questi non rompevano i coglioni e non volevano fare i padroni a casa nostra. Non fumavano nemmeno, ed eseguivano in silenzio gli ordini . Del resto, proprio perché c’è la crisi bisogna cominciare a vendere per tempo: qualcuno che attacchi le lucine ci vuole, e se costa meno tanto meglio.
Anche questo natale qualcuno non si salverà.
Verranno accesi crediti al consumo per fare o farsi regali.
Forse verranno estinti i debiti accesi in precedenza.
 Le tredicesime, nonostante il clima evaporeranno come a ferragosto.
A forza di spumante e lenticchie, forse, riusciremo a dimenticare il destino che ci attende.
 E il 31 i sopravvissuti brinderanno al nuovo anno.

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La lezione della gru: ecco la madre di tutti i casini

Siamo sempre sotto la gru di via San Faustino (questa volta metaforicamente). Siamo sempre qui perchè l'ombra di quella gru ci insegna molte cose. Ci insegna ad esempio ad andare alla scoperta della madre di tutti i casini, di una legge nata male, gestita peggio, governata dall'incertezza sulla quale si sono innestati pronunciamenti di Consiglio di Stato, Unione europea e Tar, circolari ministeriali in un panorama che, nella sostanza, a parità di requisiti è in grado di far variare l'esito della domanda  in relazione alla regione nella quale è stata presentata e nel momento in cui è stata esaminata (andatevi a leggere in tal senso l'articolo di Thomas Bendinelli oggi a pagina 7 di Bresciaoggi).
Addio certezza del diritto se una domanda presentata nel settembre 2009 viene esaminata dopo il marzo 2010 quando una circolare del capo della polizia Manganelli impone una interpretazione rigida del reato di clandestinità, escludendo dalla sanatoria le persone condannate per inottemperanza all'ordine di espulsione (spazzando via l'interpretazione precedente che partiva da una ovvietà: tutti quelli che presentano la domanda di sanatoria per forza di cose sono clandestini). Addio certezza del diritto se alcuni Tar regionali (in Puglia, Emilia, Veneto) hanno dato interpretazioni più larghe delle norme. Ecco cosa ha spinto quegli immigrati sulla gru, una legge incerta, fatta male, gestita peggio perchè quando si parla di immigrazione, a destra come a sinistra, la politica non pensa a governare il fenomeno, ma a vivere alla giornata, a fare meno danni possibili dal punto di vista del consenso elettorale. Più del buon senso, in somma, conta il consenso. Così accanto al pacchetto sicurezza che ha introdotto il reato di clandestinità, non potendo fare diversamente, vista la necessità regolamentare colf e badanti, la politica ha partorito una legge pasticciata che si è prestata a tanti raggiri e, nella sua applicazione pratica, a più di una discriminazione e a diversità di trattamento. Dire che sulla gru non ci sono colf e badanti vuol dire eludere il problema di una legge che ha fatto questa distinzione solo sulla carta dando di fatto la possibilità a chiunque di usufruire della sanatoria con una regolare domanda ma che, date le ampie falle normative, ha creato una pioggia di incertezze (l'unica certezza erano i soldi da versare per i contributi lavorativi pregressi). Permettetemi un parallelo: le proteste degli immigrati di questi giorni  non sono molto differenti, dal punto di vista concettuale, da quelle dei Cobas latte di qualche anno fa che contestavano la normativa sulle quote latte bloccando autostrade e aeroporti, una normativa, brutta, farragginosa, che prestava il fianco ad incertezze, strani mercati di quote e comportamenti al limite della truffa.
Quando la politica abdica al proprio dovere di governare i fenomeni con strumenti legislativi seri questo è ciò che succede. A Brescia come altrove.
Intanto alcuni dei video sui disordini di lunedì, che sono stati ospitati nel post di ieri anche su questo blog, hanno fatto il giro del web, ripresi da PeaceReporter e da Repubblica.it e sollevando il dibattito sulla gestione dell'ordine pubblico sotto la gru. Un'altra delle tante lezioni, nessuna per ora particolarmente edificante, che si sta dando la gru di via San Faustino.

Ecco il video di PeaceReporter: PeaceReporter - video

martedì 9 novembre 2010

La lezione della gru: videoblog senza commento

(Gli scontri a Brescia dalla Fotogallery di Skytg24)
Posto qui senza alcun commento alcuni video su quello che è successo a Brescia ieri sotto la gru di via San Faustino sulla quale sono ancora asserragliati alcuni cittadini stranieri. Se volete potete anche cliccare qui e guardare le foto proposte da Bresciaoggi sul suo sito. Questi video, lo dico subito per evitare fraintendimenti, sono dell'emittente antagonista Ctv, che ha una visione di parte della vicenda e gli eventuali commenti e giudizi contenuti nei video non mi appartengono. Ma un video è un video (ne esistono di analoghi passati dai Tg, posto questi per praticità informatica), parla da solo e racconta di tensioni, cariche e manganellate, anche di qualche tentativo di non far lavorare dei colleghi giornalisti che stavano facendo solo il loro mestiere. Scene che forse Brescia poteva risparmiarsi. E anche da queste immagini qualche lezione da sotto la gru la possiamo trarre. Io ho tratto la mia, fatemi sapere la vostra. Buona visione.

 











lunedì 8 novembre 2010

La lezione della gru e quel colpo di teatro che ancora non c'è


Questo pomeriggio (lo so, avrei potuto utilizzare meglio questo giorno di ferie, ma - che volete - per uno come me è il richiamo della foresta) sono stato in via San Faustino a Brescia  (avete letto i miei tweet?) dove alcuni immigrati sono da poco meno di dieci giorni saliti su una gru rivendicando il permesso di soggiorno dopo aver pagato per istruire una pratica costata parecchie centinaia di euro. Questa mattina polizia e carabinieri hanno sgomberato il presidio che sosteneva gli immigrati abbarbicati sulla torre con cariche e arresti arrivando al risultato di un pomeriggio di contrapposizione aspra con i manifestanti in via San Faustino e gli asserragliati sulla gru che minacciano di buttarsi di sotto e dicono che faranno lo sciopero della fame se a dar loro da mangiare sarà la questura (detto per inciso la Lega ha già detto di prendere per fame e per sete quel manipolo di rivoltosi). Sono stato in via San Faustino, cuore storico e multirazziale di Brescia, perchè volevo capire. Ho trovato una città finita in un culo di sacco come il tappo che un cordone di poliziotti e di blindati ha creato a difesa della gru della discordia con i suoi scomodi abitanti. Ho trovato una città che non sa più che pesci pigliare per venire fuori da una situazione paradossale e rischiosa, da una storia che si è talmente avvitata su se stessa che rischia di diventare infinita, con tutti i rischi di emulazione che già si registrano qua e la per l'Italia.
Conversando con alcune persone che avevano seguito il caso sin dall'inizio, non ho potuto fare a meno di leggere un certo sconforto per come la questione è stata gestita sin dalle prime battute. Non basta il pugno di ferro se il risultato finale sono sei persone su una gru che tengono in scacco una città (è il risultato che si voleva sbancando il presidio che questi avevano allestito in un giardinetto o vietando una manifestazione, dandole di fatto diritto di scorazzare senza preavviso per la città?), non bastano le dichiarazioni di principio sulla legalità se poi di fatto ci si mette in condizioni di non poterla garantire perchè si è fatto un tal casino (le foto di gente manganellata davanti alla chiesa di San Faustino, non sono una bella immagine di ripristino della legalità e non fa bene alla nostra democrazia) che ora si fatica ad intravedere la luce in fondo al tunnel.
L'ordine pubblico è una scienza difficile, un'alchimia fatti di passi avanti e concessioni, un gioco sottile nel quale si sa dove si vuole arrivare, dicevano i vecchi poliziotti e gli uomini dello Stato. "Ecco - mi spiega in via San Faustino uno dei protagonisti delle trattative di questi giorni - la verità che a Brescia non ho mai incontrato  come in questi anni interlocutori così poco autorevoli. Così tanto asserviti alla politica". Già, la politica. In via San Faustino ieri non si è consumata una questione di ordine pubblico, ma una questione prettamente politica (un po' nell'interesse di tutte le parti in causa, per la verità). Su quella gru non sventolano solo gli striscioni di chi chiede più diritti, ma soffia anche il vento della campagna elettorale prossima futura. Un vento di quelli che non piacciono nemmeno ai velisti, di quelli bizzarri e nervosi che rischiano di spezzare vele e alberi.
Che fare ora. Osvaldo Squassina, ex segretario della Fiom di Brescia, ex consigliere  regionale (un altro che non ha resistito a fare una capatina in via San Faustino) allarga le braccia con la faccia di chi, in tanti anni di trattative sindacali, una situazione così non l'ha mai vista. "Mi sembra che siano stati fatti tanti sbagli - osserva - ci vorrebbe ora l'impegno di persone autorevoli e terze e di qualche esponente del Governo". Un'idea la azzarda anche: "E se i direttori dei quotidiani locali chiamassero Maroni e chiedessero nel nome della città e della necessità di restituirle serenità, di incontrare i ragazzi sulla gru? Non vorrebbe dire concedere automaticamente loro il permesso di soggiorno, ma ascoltarli facendo loro una proposta alla quale è difficile dire di no rimanendo appesi a quella gru".
Osvaldo Squassina si sta godendo la pensione, ma la tempra del trattativista non l'ha persa affatto e il colpo di  teatro potrebbe avere un suo perchè. Già: è proprio un peccato che Brescia non abbia più i mediatori autorevoli e  preparati di un tempo.  

Gli immigrati e la gru: notizie in diretta dal centro

(foto da Ansa)

Il blitz è scattato alle sei di questa mattina. La polizia è intervenuta in forze e ha sgombrato il presidio ai piedi della gru in via San Faustino a Brescia: quattordici fermati sono al momento in questura. In questura anche alcuni giornalisti delle emittenti antagoniste bresciane ed esponenti dell'Associazione "Diritti per tutti".
Qui sotto puoi seguire la diretta dalla gru di Radio onda d'urto, l'emittente antagonista di Brescia. Comunque la si pensi una voce live.







venerdì 5 novembre 2010

Una serata passata a coltivare la memoria

Nei giorni scorsi in tv ho ascoltato Mario Calabresi, giovane e promettente direttore de La Stampa, spiegare che se tutti coltivassimo un po’ la nostra memoria collettiva giudicheremmo il mondo attuale con occhi diversi, lo capiremmo meglio e, aggiungo io, forse lo aiuteremmo a crescere con meno contraddizioni.
Detto da uno come Calabresi che il culto della memoria ha dovuto coltivarlo per capire chi fosse il padre Luigi, commissario di polizia, e in quale contesto di odio e rivendicazione maturò il suo omicidio, qualche anno dopo la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli, è una prescrizione che non ammette tentennamenti.
Ed è stato con quell’idea in testa che ieri sera, invitato dagli amici della Casa della Memoria di Brescia, mi sono seduto ad un tavolo con Pietro Calogero, il magistrato che negli anni ’70 indagò su Autonomia operaia, Toni Negri e quello che divenne noto alle cronache come il caso 7 Aprile (era il 1979 e proprio in quella data la procura di Padova fece scattare un blitz che portò in cella 22 persone accusate di terrorismo). Accanto a lui Guido Papalia, attualmente procuratore generale a Brescia e per anni magistrato di punta alla procura di Verona, e Silvia Giralucci, una collega giornalista di Padova, figlia Graziano Giralucci, rugbysta e rappresentante di commercio iscritto alla federazione Msi di Padova, ucciso dalla Brigate rosse il 17 giugno del ’74. Quello di Giralucci e del compagno di partito Giuseppe Mazzola, nella sede del Movimento sociale italiano di via Zabarella a Padova, fu il primo delitto delle Brigate rosse e segnò il salto dagli atti dimostrativi agli omicidi politici. Nel ’74 Silvia Giralucci aveva tre anni e oggi ha voluto capire, come aveva fatto Mario Calabresi tempo prima, in quale contesto maturò l’omicidio del padre, cosa fosse Padova, la sua città, in quegli anni. Così ha incontrato e intervistato Pietro Calogero che dopo trent’anni ha ripercorso quella linea di sangue che andava dall’Autonomia al partito armato. Quell’intervista è divenuta parte di un libro (accanto a quello di Pietro Calogero, il volume ha raccolto i contributi del giornalista Michele Sartori e dello storico Carlo Fumian) edito da Laterza: “Terrore Rosso”.
Confesso di aver sempre saputo poco di terrorismo rosso e dell’inchiesta 7 aprile (un po’ per ragioni anagrafiche, un po’ perché la mia professione mi ha portato ad incrociare poco quelle tematiche, contrariamente alle trame nere che a Brescia hanno portato sangue e sofferenza), ma la lettura di “Terrore Rosso” e la conversazione con Pietro Calogero, un uomo che in quegli anni ha dovuto affrontare tensioni forti, paure vere per se e la propria famiglia e (con la complicità dei servizi segreti e di apparati deviati dello Stato) tante solitudini, ha colmato un debito di memoria che mi ha aiutato innanzitutto a restituire alla vicenda la giusta dimensione e a sfatare alcuni luoghi comuni che l’avevano accompagnata (ad esempio che si stessero processando solo delle idee di intellettuali e docenti universitari e che ci si trovasse davanti, alla peggio, a dei cattivi maestri). Non era così e a distanza di trent’anni abbiamo capito con tanto di riscontri passati indenni al vaglio della Cassazione che all’interno delle dinamiche dell’inchiesta “7 aprile” si erano fuse le ragioni dell’Autonomia e quelle del partito armato, le idee rivoluzionarie e il sangue. Il tutto in un fenomeno difficilmente riproducibile con pari violenza in questi anni, ma, si è detto a chiusura del dibattito, che in una situazione di tensione sociale e di disagio politico-economico come l’attuale potrebbe trovare un buon terreno di coltura per tornare a rivendicare un’identità.
Ecco perché coltivare la memoria può diventare importante per capire il presente e per interpretarlo. Lo facessimo ogni giorno non avremmo assistito allo stucchevole dibattito su “Giovinezza” e “Bella Ciao” al Festival di Sanremo. Il dibattito, tanto per intenderci, non sarebbe nemmeno incominciato.

CLICCA QUI PER SCARICARE LA REGISTRAZIONE DELLA SERATA (avrei voluto venirvi in soccorso con un più semplice player, ma la durata della registrazione e le mie elementari cognizioni informatiche non mi hanno permesso di fare di più. Spero, comunque, che tutto funzioni per il meglio).

Terrore rosso
Pietro Calogero - Carlo Fumian - Michele Sartori
Dall'autonomia al partito armato
Edizione:2010
Collana:i Robinson / Letture
ISBN:9788842093848
pp:238
Prezzo:16,00 Euro
 


giovedì 4 novembre 2010

Famiglia: quando il silenzio è d'oro

Botero: famiglia colombiana
Che il forum delle famiglie mostri un certo imbarazzo per la presenza del Premier alla conferenza nazionale in programma dall'8 al 10 novembre a Milano ci sta: non hanno certo giovato a Silvio Berlusconi le notizie di questi giorni che lo mostrano più in veste di satiro che di padre di famiglia. Ci sta dunque che il Forum auspichi un passo indietro, ci stanno un po' meno le tante difese d'ufficio dei compagni di partito, impegnati nella non facile operazione di dividere l'uomo Berlusconi dal premier Berlusconi. A parte che, volendo fare i sottili, parte delle condotte dell'uomo Berlusconi si sono consumate in dimore che anche dal punto di vista formale vengono considerate pertinenze del premier Berlusconi (tanto che il Copasir vuole valutarne la reale sicurezza), ma sentire il sottosegretario Eugenia Roccella, paladina del Family day spiegare che "l'unica cosa che può imbarazzare chi sostiene la famiglia sono le prese di posizione contro l'accoglienza della vita, a favore dei matrimoni omosessuali" è un po' stucchevole. Stucchevole perchè verrebbe da chiederle quale attenzione da parte del buon cuore di Silvio Berlusconi sia stata data alla famiglia in difficoltà della piccola Ruby o quale assistenza vera sia stata data alla stessa ragazza minorenne.
Sentir dire che sono i fatti che contano e a casa ognuno può fare quello che vuole è come sentire Gesù spiegare agli apostoli che conta più l'offerta del fariseo che l'obolo sofferto della vedova. Dividere condotta politica da condotta morale vuol dire creare un'Italia a due velocità, a due facce, senza che quella pubblica sia consolidata dalla testimonianza. Che vuol dire questo? Che senza testimonianza la politica è semplice e cinica distributrice di prebende, sterile foraggiatrice di clientele. Già, ma qui li chiamano contenuti. Parliamo dunque di questi contenuti. Formigoni ha detto che si aspetta da Berlusconi impegni veri e non ci aspettiamo da Premier meno ipocrisia: che senso ha parlare di aiuti alla famiglia, elargire il bonus bebè, se con una mano si dà e con l'altra si toglie. Inviterei il Premier a fare un giro tra gli amministratori locali i cui bilanci recentemente li ha fatti direttamente Tremonti senza curarsi dei servizi alla famiglia come asili nido, scuole (quelle pubbliche sono economicamente alla canna del gas e quelle private se la ridono), mense, personale di sostegno e aiuti ai minori. Lo inviterei a salire su un pullman di studenti la mattina e chiedere quanto costa un abbonamento (50 euro mensili per una corsa di soli trenta chilometri tra andata e ritorno), spiegando anche che il prossimo anno sarà pure peggio.
Se questi sono i contenuti, al di la delle condotte del Premier, forse è meglio la Conferenza abbia altri interlocutori, altrimenti è mera propaganda. In ogni caso, su questa vicenda i politici hanno perso un'altra occasione d'oro: quella di far silenzio. Sarebbero stati infinitamente più credibili.

mercoledì 3 novembre 2010

"Siamo tutti culattoni"

Io sono nato in un anno, il 1963, in cui un presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, davanti al muro che divideva in due Berlino, la Germania e l'Europa, disse (era il 26 giugno): "Duemila anni fa l'orgoglio più grande era poter dire "Civis Romanus sum" (son un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l'orgoglio più grande è dire "Ich bin ein Berliner".Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole "Ich bin ein Berliner".
Siamo tutti Berlinesi, dunque, se amiamo la libertà, così come siamo stati tutti americani l'11 settembre del 2001 quando gli attentati alle torri gemelle minarono le fondamenta della tolleranza e della libertà di tutti noi. Così oggi, dopo le ultime infelici battute del nostro Presidente del Consiglio, per il quale è «meglio appassionato di belle ragazze che gay», viene da dire, a noi che non contiamo nulla, ma ci sforziamo ogni giorno di non prevaricare gli altri: "Siamo tutti gay". O meglio, secondo uno slang che più si attaglia al tenore volgare di quel pensiero: "Siamo tutti culattoni".

Sì, signor presidente del Consiglio, perchè se questo vuol dire lottare ogni giorno per far accettare il nostro orientamento sessuale, la nostra idea di società rispettosa di tutti e che manda in soffitta le discriminazioni allora "siamo tutti culattoni". Se questo vuol dire educare i nostri figli a capire gli altri e a comprendere che "gay" non è un insulto, un moto di derisione, ma un orientamento sessuale che va rispettato in un mondo che sul rispetto dovrebbe basare la propria convinenza civile, allora: "siamo tutti culattoni".
Spiace vedere che il presidente del Consiglio mettere in imbarazzo il nostro Paese in Europa per una battuta che una persona che riveste quel ruolo non avrebbe mai dovuto fare, spiace vedere quell'anziano signore mettere in imbarazzo i suoi stessi consiglieri come Alfonso Signorini che della sua omosessualità non ha fatto mai mistero. Spiace cogliere l'autocompiacimento del Premier in quell'occasione, gli applausi e i risolini che hanno accompagnato la frase quasi a sottolineare che forse sono in tanti a pensarla come lui.
Da ragazzo conoscevo un signore, amico di famiglia, che della sua omosessualità non aveva mai fatto mistero. Era una vita difficile la sua, fatta di scherno e battutine, tanto difficile che nel mio paese il suo nome di battesimo era diventato sinonimo di omosessualità. Ecco, signor Presidente del Consiglio, in quell'uomo ho sempre trovato una disponibilità all'ascolto, all'aiuto degli altri che molte persone cosiddette "normali" non avevano.
Era talmente sensibile e consapevole di essere un amico ingombrante che quando ti incontrava per strada e tu eri in compagnia degli amici non ti salutava per non crearti imbarazzo, per non farti diventare oggetto di scherno. In quegli anni ormai lontani ho imparato a salutarlo sempre e comunque, orgoglioso di averlo come amico, e lui rispondeva con un sorriso che mi insegnava tante cose. Ora che lui se n'è andato, portato via, ormai vecchio e malato, da un incidente d'auto; ora che, nonostante siano passati decenni, ancora qualcuno fa battute come quelle sentite ieri; ora più che mai mi vien voglia di dire: "Siamo tutti culattoni". Un ultimo moto d'orgoglio per non morire barbaro.



martedì 2 novembre 2010

Se sul Titanic suona il bunga-bunga

Fabrizio Corona e Ruby
(da www.gossipitaliano .it)

E' questa l'Italia dei principi e delle attenzioni che abbiamo saputo costruire? E' questa l'Italia che vogliamo e per la quale fatichiamo? E' questo il futuro che sappiamo costruire? Non è una questione di colore politico: è una questione di testa.Sarà questa aria piovosa, saranno i fiumi gonfi che fanno atmosfera da giudizio universale, ma quel bunga bunga che rieccheggia in ogni angolo non è il waka-waka per qualche nuovo sport nazionale, il segno di un riscatto di un popolo come per il Sud Africa ai mondiali, ma sembra l'ultimo ballo di un Titanic nella bufera, di un'Italia nel gorgo. E non è per le sorti di quel piccolo vecchio satiro che annega nei vizi le poche ma indiscutibili virtù, ma per un'Italia che sembra aver smarrito il senso, la logica del proprio essere. Viene da chiedersi: che fine ha fatto il "family day"? Che fine hanno fatto i difensori della famiglia, della morale, i nemici dei gay e delle perversioni. In questo mondo dove conta più l'apparire che l'essere rischiano di diventare i difensori dei Corona e dei Mora, di mamma-Minetti che raccoglie una ragazzina fuori dalla questura di Milano e, dicono le cronache, se ne libera poco dopo affidandola ad una brasiliana non certo specchio di virtù . Che fine ha fatto l'attenzione per i minori? Se questa ragazza sbandata , alla quale i giornali, con una punta di cinismo hanno regalato, ieri per il suo 18esimo compleanno, una foto a tutta pagina senza più veli telematici a nasconderne il viso, cresce come un agnello tra i leoni (o sarebbe meglio dire tra i lenoni?) sognando una carriera da cubista, da velina, inconsapevole, forse che il suo destino sarà di qualche comparsata in tv, giusto per battere il  ferro fin quando è caldo, e poi di un declino inesorabile e rapido come è stata rapida l'ascesa.
E se la testa è vuota il ritmo del bunga - bunga diventa più assordante. Diventa il ritmo sfrenato di una deriva segnata. Che, però, facciamo finta di non vedere.

MENO MALE CHE SILVIO C'E'? (IL PUNTO DI DOMANDA E' D'OBBLIGO)

 

CONTRADDITTORIO ZERO