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venerdì 3 settembre 2010

Politica: largo ai giovani. Vota il sondaggio


"I politici sono come i pannolini: bisogna cambiarli spesso, e per lo stesso motivo"
Robin William in "'L'uomo dell'anno" (2007)

Matteo Renzi, sindaco di Firenze del Pd, ci è andato giù duro con il suo partito: un partito di sbadigli dove "è ora di rottamare i vecchi dirigenti". Polemizza, lui classe 1975, e chiede l'applicazione dello statuto del Pd. "Lo statuto del Pd parla chiaro - spiega -, anche se ovviamente è rimasto inapplicato: dopo tre mandati parlamentari, giù dalla giostra. Se davvero si va alle elezioni anticipate, anche se personalmente ci credo poco, alla prima assemblea nazionale per le candidature vado alla tribuna e lancio il seguente ordine del giorno: facciamo riscoprire il piacere della semplice militanza ai nostri parlamentari che hanno varcato la soglia delle tre legislature. E, potendo, anche a Di Pietro, un altro che da 20 anni pontifica su tutto, e abbiamo visto i risultati".
Lui, che faceva il liceo quando Berlusconi andò la prima volta al governo, ieri in una radio ha spiegato che alle primarie non avrebbe votato Bersani perchè lo ritiene inadatto alla sfida e perchè, dopo aver partecipato a tante competizioni, si è stufato: non vuole solo partecipare, ma anche vincere. Insomma largo ai giovani nel Pd, e mentre Bersani bofonchia un "ci vuole affetto alla ditta", in molti si chiedono: in politica cosa conta?
Essere giovani, avere delle belle idee o avere esperienza?
Questo blog, sul tema, ha lanciato due sondaggi che trovate qui a destra. Il primo serio, l'altro più ironico. Il primo proiettato verso il futuro, l'altro inchiodato alla realtà dove i giovani sono funzionali solo se sono fighi o se portano la quarta di reggiseno.
Come la penso io? Che le idee, quelle buone, in politica non hanno età, che si può essere vecchi fuori e giovani dentro. Conta costruire il consenso sulle idee e non sugli uomini, che è giusto che cambino perchè non si sentano troppo monarchi. E i giovani? Beh, dalle nostre parti votano Lega e Pdl, ma questa è un'altra storia. Un altro degli ampi pascoli lasciati liberi da un centro sinistra che incede con una rotta incerta in un mare in burrasca...



"Ecco, io preferisco uomini brillanti ed estrosi, anche se un po' mascalzoni, a uomini grigi, noiosi, ma onesti. Perché, alla fine, il grigiore, la noia, e anche l'eccessiva onestà, faranno senz'altro più danni al Paese".
Nanni Moretti, ministro Botero, in Il portaborse (1991)

giovedì 2 settembre 2010

Il funerale della mensa di Adro: game over

Ricordate la storia della mensa di Adro, la storia di quel paese della provincia di Brescia dove il sindaco leghista Oscar Lancini aveva deciso di mettere a pane e acqua i ragazzi delle famiglie che non potevano pagare? Ricordate quell'imprenditore che diede una lezione a tutti mettendo di tasca propria i soldi dei morosi e che, invece, di essere ringraziato, si trovò lapidato sulla pubblica piazza dai concittadini, alcuni dei quali minacciarono la morosità di massa, perchè tanta generosità finiva per favorire i furbetti, ovviamente extracomunitari?
Ricordate quell'associazione di genitori che gestendo la mensa a prezzo più che concorrenziale aveva sbarrato la strada al sindaco e alle sue truppe bollando come razziste le proteste?
Curiosando in questo blog troverete tutti i passi della vicenda e delle polemiche nate nell'aprile scorso e oggi in queste righe celebriamo un funerale. Il funerale della mensa di Adro, almeno così come era stata concepita fino ad ora. Dopo 36 anni di onorata attività (ci informa Bresciaoggi), l'associazione genitori si scioglie, lascia la gestione della mensa dopo mesi in cui il sindaco, che aveva tentato il colpo di mano cercando di pilotare l'elezione di un direttivo "amico" fuori dalle regole statutarie (ma pronto, il direttivo, a gestire i conti in banca), ha risposto con il silenzio e l'indifferenza a richieste come il rinnovo della convenzione per la gestione della mensa, che intanto aveva traslocato nel nuovo polo scolastico. Così, logorati da una lotta politica che non gli appartiene i genitori  hanno deciso di sciogliere l'associazione, affidando il bilancio ad un liquidatore che avrà il compito anche di costituire un fondo di solidarietà per chi la mensa, nuova gestione, non potrà pagarla: l'ennesima lezione di sensibilità agli amministratori che si accompagna alla decisione di concedere in comodato d'uso le attrezzature della mensa a chi gestirà per il proggimo anno scolastico la distribuzione dei pasti.
Già, chi gestirà la distribuzione dei pasti? Il sindaco per non parla, anche se in passato si disse pronto ad un menù tutto padano, lasciando intendere che chi non gradiva la carne di maiale poteva starsene a casa.
Ma il tema è anche un altro: a che prezzo?
Sono andato a rileggermi un post in cui facevo due conti su quanto fosse conveniente la mensa di Adro che garantiva pasti cucinati al momento e non vettovaglie in catering come nella maggior parte degli istituti scolastici. Ecco il risultato: ad Adro la mensa costava, grazie al contributo dei genitori volontari, 3,90 euro a pasto con riduzione del 50% per il secondo e terzo figlio e rette diversificate in funzione dei redditi delle famiglie; io, per esempio, pagavo il pasto di mio figlio (cibo in catering che arrivava in furgone da un centro cottura) 4,50 euro, con riduzione del 50% per il fratello maggiore che usufruiva dello stesso servizio. Prezzi altamente concorrenziali, rispetto alla media, che vorremmo vedere garantiti anche per il prossimo anno da un amministratore oculato e attento come quello di Adro, che si dice forte del consenso popolare (tanto da metterlo anche in una memoria difensiva nel contenzioso che lo ha visto soccombere per i bonus bebè e il fondo affitti negati agli extracomunitari). Altrimenti le battaglie all'ombra del sole delle Alpi del sindaco Lancini gli avranno sì fatto conquistare punti nel firmamento degli amministratori leghisti, ma saranno pagate da tutte le famiglie di Adro.
E se così fosse il "gamer over" di questa poco edificante storia sarebbe ancora più amaro.


La lettera del benefattore di Adro
Caricato da Apcom-Video. - I nuovi video di oggi.

mercoledì 1 settembre 2010

Mentana ha fatto boom

Mentana e il suo telegiornale hanno fatto boom: lo dicono i dati sugli ascolti. Speriamo che duri: le voci professionali serie e libere non sono mai troppe.


DA APCOM
Ieri l`edizione delle 20 del TgLa7, condotta dal direttore Enrico Mentana, ha confermato gli ottimi dati ottenuti lunedì: il telegiornale della sera, infatti, ha fatto registrare il 6,64 di share media con quasi 1.300.000 di spettatori (1.294.933, con un picco di 1.500.000 alle 20.13 che vale il 7,56 di share) e 2.300.000 di contatti.
In mattinata il Tg delle 7.30 ha consolidato gli ascolti, ottenendo una share media del 7,07 e 284.000 spettatori (con un picco dell`8,62 di share alle 7.37). Molto bene anche 'Omnibus', seguito da 259.300 persone per il 6,05 di share, con quasi 1.400.000 di contatti e un picco massimo di ascolto del 9,05 di share alle 8.43. Quasi mezzo milione di spettatori (483.781 con più di un milione di contatti) per il TgLa7 delle 13.30, che si è attestato al 2,94 di share media.
'In Onda', in access prime time, che ha registrato 4,86 di share e 1.115.965 spettatori, con 2.800.000 di contatti (2.830.746). Il programma ha toccato un picco di ascolto di più di 1.300.000 di telespettatori
(1.364.712) che corrisponde a un picco di share del 5,91 (alle 20.54). Bene anche la prima serata con i due episodi di 'Medical Investigation': nel complesso 3,81 di share media e quasi 870.000 spettatori (3,20 con quasi 760.000 persone il primo e 4,42 con quasi 1.000.000 di spettatori il secondo, che ha toccato un picco di 1.100.000 per il 5,45 di share). In seconda serata, Leverage ha totalizzato il 3,72 di share con un ascolto medio di 640.000 spettatori e più di 1.800.000 di contatti (2.830.746). Il telefilm ha toccato un picco di ascolto di più di 844.000 di telespettatori (844.340) e un picco di share del 4.29. Grazie anche a questi risultati, La7 ha ottenuto il 3,57 nel totale-giornata. La fascia pre-serale (18:00-20:30) ha ottenuto il 4,32, il 4,04 in prime time e il 3,30 in seconda serata.

Gheddafi: la Libia più italiana o l'Italia più libica?

Che desolazione. Dopo il Gheddafi show mi chiedo se sia la Libia diventata più occidentale, grazie all'ospitalità interessata (per via degli affari) dell'Italia, o se sia l'Italia che stia diventando un po' Libia. Del resto mi chiedo quale sia la differenza tra le hostess invitate alle lezioni coraniche del leader libico e le frequentatrici di Palazzo Grazioli di cui raccontano giornali e inchieste giudiziarie; tra le amazzoni del colonnello e le giovani, vallette, igieniste dentali e via discorrendo, che amano scortare il presidente del Consiglio.
Comunque sia mi pare che l'Italia abbia fatto la figura di chi non invita alla moderazione l'ospite che mette i piedi sul tavolo del salotto, che mangia con le mani e magari fa pure le puzzette. Abbiamo fatto la figura dei subalterni, davanti al dilagare di un leader i cui eccessi sono noti e prevedibili. Ma del resto, che pretendere da un paese come l'Italia in cui il proprio leader è noto al mondo per fare le corna nelle foto ufficiali, per fare "cucu" alle colleghe dell'Unione europea, che dice abbronzato al primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Insomma: lo stile non si improvvisa.



lunedì 30 agosto 2010

Mentana all'esordio

Mentana e' tornato alla conduzione di un Tg, quello de La7, l'ho visto questa sera all'esordio e, davanti a quello che passa il convento, mitraglia, come lo chiamavano i colleghi, resta un grande (anche qui in senso figurato, visto che fa a gara con Berlusconi per l'altezza).
Da buon professionista qual e' ci spiega senza giri di parole perché il signor B. vuole il processo breve, non certo per noi italiani qualunque, così come a spiegare cosa dovrebbe fare Fini davanti ai cinque punti ha invitato i due giornalisti meno simpatici dell'universo: Filippo Facci e Marco Travaglio. Divertente e professionale cosi' come la testimonianza delle due giornaliste infiltrate tra le hostess di Gheddafi. E poi zero pastoni politici, zero conferenze stampa e, soprattutto, zero "culi e tette".
E di questi tempi in cui le telecamere vanno pure negli spogliatoi non e' poco...


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Facciamo un gioco: quale confessione ha aperto alle coppie omosessuali e ha detto no al crocefisso in classe?

Facciamo un gioco. Chi ha scritto: "prendendo spunto dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo del 3 novembre 2009 (che ha dichiarato l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche italiane lesivo del diritto dei genitori di educare i propri figli secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche), il Sinodo “si duole che il Governo italiano, anziché conformarsi alla decisione della Corte abbia presentato ricorso alla Grande Camera”. Deplorevole soprattutto l'uso strumentale che del crocifisso è stato fatto, e continua ad essere fatto: il crocifisso non può essere considerato “simbolo della civiltà e della cultura italiane” (Clicca qui per svelare subito il mistero).?
E ancora, chi "ha approvato con un ordine del giorno la benedizione di coppie dello stesso sesso, “laddove la chiesa locale abbia raggiunto un consenso maturo e rispettoso delle diverse posizioni" (anche qui clicca per sciogliere i toui dubbi)?
Parole di tolleranza e di fede profonda, parole che denunciano anche "l'assenza di una legge organica a tutela della libertà religiosa". Chi dice tutto ciò? Una pericolosa entità sovversiva, una altrettanto pericolosa religione "fai da te"?
Nulla di tutto questo: è l'ultimo sinodo della Chiesa Evangelica Valdese appena concluso. Una chiesa che per propria tradizione è abituata alle persecuzione e alla tolleranza. Una chiesa che crede nei valori del Risorgimento tanto da voler partecipare attivamente, dalle valli Piemontesi, alle celebrazioni dell'Unità d'Italia. Sembra un altro mondo, sembra un'eresia, ma è una religione cristiana presente in Italia sin dal Medioevo.

mercoledì 25 agosto 2010

Il mondo cattolico e la politica: tempesta di fine estate

Alla vigilia del Meeting di Rimini di Cl Aldo Cazzullo sul Corriere analizzava il disagio dei Cattolici spiegando che, persa l'unità rappresentata dalla vecchia Dc, gli ultimi sviluppi della politica italiana rischiavano di disorientare un mondo cattolico sempre più alla ricerca di uno sbocco politico che fatica a trovare tra idiosincrasia per la sinistra, scarsa affidabilità di un premier, comunque ispirato da sempre al partito azienda, scarso appeal per un federalismo che rischia di lasciare indietro chi non sa camminare con le sue gambe e una politica spesso trasformata in una sodoma e gomorra.
Qualche giorno dopo ci ha pensato Maristella Gelmini a spiegare in una lettera come sia il Pdl il partito più sensibile ai  valori cattolici e come Berlusconi sia sempre stato attento alle istanze della Chiesa e garante dei suoi valori (tesi alla quale mi verrebbe voglia di rispondere come fa mia madre che, da ascoltatrice di "Radio Mater" - una simil Radio Maria - non può essere certo tacciata di comunismo: "parlano tanto di famiglia, ma ce ne fosse uno non divorziato, senza l'amante o sposato in Chiesa"). Quella lettera nonostante fosse ispirata all'adulazione per il capo finiva con un auspicio interessante: "per concludere, qual è il compito dei cattolici in politica? Non dunque una antistorica unità politica o di partito, non certo la costituzione di un terzo polo anch' esso retaggio di vecchie logiche, ma un confronto e uno sforzo comune che superi le logiche degli schieramenti nell' interesse del Paese. Auspico che in Parlamento i cattolici presenti nelle diverse formazioni politiche sappiano ritrovarsi e, con l' equilibrio e la moderazione che sono proprie di questo mondo, proporre azioni forti e coraggiose".
Il dibattito comunque prosegue ed è di ieri la bufera sull' editoriale di Famiglia Cristiana, l'ennesimo contro il Berlusconismo.  Dicendo cose tutto sommato condivisibili (sintetizzo: Berlusconi vuol fare carta straccia della Costituzione se questa si frappone alla sua volontà di andare alle elezioni) lancia un'analisi sulla divisione dei cattolici: "Uno dei temi trattati in queste settimane dagli opinionisti - scrive l'editorialista storico del settimanale, Beppe Del Colle - è che cosa ci si aspetta dal mondo cattolico, invitato da Gian Enrico Rusconi su La Stampa a fare autocritica. Su che cosa, in particolare? La discesa in campo di Berlusconi ha avuto come risultato quello che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: di spaccare in due il voto cattolico (o, per meglio dire, il voto democristiano). Quale delle due metà deve fare “autocritica”: quella che ha scelto il Cavaliere, o quella che si è divisa fra il Centro e la Sinistra, piena di magoni sui temi “non negoziabili” sui quali la Chiesa insiste in questi anni? A proposito. Ivan Illich, famoso sacerdote, teologo e sociologo critico della modernità, distingueva fra la vie substantive (cioè quella che riassume il concetto di “vita” mettendo insieme, come è giusto, e come risponde all’etica cristiana, tutti i momenti di un’esistenza umana, dalla fase embrionale a quella della morte naturale) e ogni altro aspetto della vita personale o comunitaria, a cui un sistema sociale e politico deve provvedere.
Il berlusconismo sembra averne fatto una regola: se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il “metodo Boffo” (chi dissente va distrutto) è fatto apposta".
Apriti cielo sul settimanale dei Paolini si è scaricato l'ira di Dio. Così mentre gli eleganti commenti sul sito internet del Giornale invitavano Feltri e Sallusti ad un bel "trattamento Boffo" per stanare gli scheletri dagli armadi di questi moralisti, la politica parlava di "pornografia mediatica" contro il Cavaliere.
E il mondo cattolico? Lupi, parlamentare Cl-targato, ci spiega come ormai Famiglia Cristiana è peggio dell'Unità. Altri auspicano l'intervento normalizzatore del Vaticano e Monsignor Fisichella si affrettava a dire che Famiglia Cristiana non rappresenta il mondo cattolico (i Paolini - permettetemi la battuta - sono notoriamente dei pericolosi anglicani).
Nessuno però mi spiega una cosa debba volere un cattolico impegnato in politica dal movimento che lo rappresenta, se basta essere laici-devoti per ragioni elettorali o è meglio essere cattolici-adulti con autonomia di pensiero, coerenza di comportamenti, liberi di schierarsi in autonomia, quando si predica bene, ma si razzola male e si calpesta l'etica dei comportamenti.
Ma è forse pretendere troppo da chi spesso bolla come comunista un cardinale illuminato qual è Dionigi Tettamanzi, solo perchè invoca accoglienza e solidarietà, sensibilità verso l'altro: cioè quei valori umani, prima che cristiani, che ci dovrebbero rappresentare tutti a destra come a sinistra.

martedì 24 agosto 2010

Tempi moderni: la maxi fabbrica e la grande utopia

Le coincidenze talvolta giocano brutti scherzi. Nei giorni scorsi Massimo Sideri sul Corriere ci raccontava che per realizzare le nuove meraviglie tecnologiche della Apple la Foxconn, azienda specializzata nell'assemblaggio di iPad, iPhone, iPod, computer Dell e Hp con sede a Shenzhen in Cina avrebbe assunto 400 mila persone in una fabbrica nota al mondo per il numero di suicidi e per i ritmi vertiginosi di lavoro.
Leggevi l'articolo e ti colpivano alcuni elementi: la Apple per ogni iPad prodotto elargiva un compenso di 3,98 dollari, passati a 7,96 di recente dietro l'assicurazione che quei soldi fossero utilizzati per rendere gli stpendi più equi; ogni tablet usciva dalla fabbrica cinese a 260 dollari, buona parte dei quali utilizzati per l'acquisto dei materiali; ogni operaio nella fabbrica percepiva un salario di 140 dollari al mese (recentemente raddoppiati dopo l'aumento dei contributi da parte della Apple).
Dopo la lettura di quell'articolo ho guardato il mio iPhone e mi sono sentito un po' ingranaggio di questo meccanismo perverso, di questo nuovo schiavismo (non saprei come altro modo chiamarlo). Mi sentivo un po' una merdina e pensavo alla mia lettera aperta mandata a Marchionne da questo blog sui temi dell'esportazione dei diritti nel mondo del lavoro, sul tema della globalizzazione delle conquiste (da Pomiglianno alla Serbia, da Mirafiori alla Polonia). Una provocazione smentita dai fatti in questo mondo nel quale ti chiedi se tornerà mai un capitalismo minimamente illuminato.

Eppure, qui sta la coincidenza di cui scrivevo all'inizio, qualche esempio in Italia c'è stato. Proprio nei giorni scorsi, quasi in concomitanza con l'uscita dell'articolo di Sideri, il Tg2 ha proposto in uno speciale la storia di Adriano Olivetti (nella foto) fondatore a Ivrea dell'omonima fabbrica di macchine per scrivere, esempio illuminato di chi sapeva coniugare, profitto, innovazione, lavoro, al benessere e alla qualità della vita dei propri operai. Così, raccontano le cronache, alla Olivetti nacquero i primi asili nido, i quartieri operai, la settimana corta. Rivoluzioni e utopie su un mondo migliore possibile che riuscirono a portare l'Olivetti in alto (il declino è arrivato dopo, quando Adriano Olivetti lasciò e l'imprenditoria famigliare fece posto a quella più sfacciatamente finanziaria). Gli altari di una azienda dove si faceva innovazione, dove si contribuiva a portare il made in Italy nel mondo. E lo si faceva in un modo impensabile nel mondo d'oggi: mettendo spesso l'uomo al centro del processo produttivo.
E' pretendere troppo oggi nella Cina della maxi fabbrica della Foxconn come nella fabbrichetta della Pmi? E' pretendere troppo sperare di rintracciare un po' di quell'animo imprenditoriale di Adriano Olivetti in un fondo di investimento o in un board imprenditoriale tutto chiacchiere e finanza?
Che spazio c'è di questi tempi in una fabbrica per la grande utopia?
Domande che cercano risposte negli anni della crisi.











mercoledì 18 agosto 2010

Servitore della Repubblica: nel bene e nel male


Sfogliando i giornali stamattina, ascoltando ieri in tv la "piena" di parole sul ricordo di Francesco Cossiga, mi ha colpito una frase scritta dal presidente picconatore nella lettera inviata al presidente del Senato: "confermo la mia fede civile nella Repubblica, comunità di liberi e uguali e nella nazione italiana che in essa ha realizzato la sua libertà e la sua unità". Così come è tornato a galla un termine che sembrava desueto "servitore della Repubblica".
Cossiga è stato un personaggio contestato, con idee spesso non condivisibili, di quelli, però, che sapevano dimettersi al momento giusto, di quelli che sapevano cosa è il senso del ridicolo ("Se Berlusconi è il nuovo De Gasperi io sono il nuovo Carlo Magno") e il senso dello Stato (talvolta padre, altre manganellatore). Mi chiedo quanti oggi, in uno scenario politico tutto sommato desolante, possano fregiarsi senza cadere nel ridicolo del titolo di "servitore dell'Italia".
Un titolo che Cossiga ha interpretato nel bene e nel male, ma mi chiedo cosa sia meglio: un servitore della Repubblica" o "un servitore del proprio portafoglio, della propria cricca, dei propri interessi"?
Il dibattito è aperto... commentate, gente, commentate.

Un'intervista

martedì 17 agosto 2010

E' morto Cossiga, qualcuno lo scrive ancora con la K

E' morto Francesco Cossiga: me lo ha detto l'iPhone. Aveva 82 ed è la conferma che puoi passare indenne la stagione delle Br e di Gladio, puoi essere amico dei servizi segreti, puoi essere un sardo di quelli tosti ma l'immortalità non è di questa terra.
E' morto Cossiga ed è l'unico cognome che qualcuno si ostina ancora a scrivere con la K, altri alla doppia esse preferiscono le ss in stile "camice brune", germania hitleriana, giusto per evidenziare quanto l'uomo fosse di quelli che dividono un Paese. Personalmente lo incrociai un paio di volte, da presidente emerito ad una assemblea annuale della Compagnia delle Opere di Brescia in cui, da grande affabulatore, ci intrattenne su tutto e di più, e da presidente della Repubblica in carica, quando, negli anni da picconatore, per conferire con Mino Martinazzoli, trattenuto a Brescia dalla morte della madre, si fece "paracadutare" lungo la rotta per il Trentino dove era diretto per un impegno ufficiale, all'obitorio dell'Ospedale civile di Brescia, dove era allestita la camera ardente. Ricordo il suo "Ciao Minno" con un'inflessione sarda da manuale e il lungo colloquio in un ufficio, deserto visto che era una domenica mattina, dell'amministrazione del nosocomio cittadino. Ricordo sorridendo i bresciani in visita parenti che chiedevano curiosi ragione di quel biscione di quaranta auto blu che ingolfava i viali interni all'ospedale e i poveri agenti della guardia presidenziale che faticavano a gestire la sicurezza di quel inatteso fuori programma, tanto che, nonostante la rigidita del protocollo,  mi ritrovai fortunosamente ad attendere il Presidente appoggiato alla portiera della sua auto, senza che nessuno  mi chiedesse cosa ci facessi lì.
Amato, odiato, comunque un personaggio, un navigatore di mari limacciosi, una carpa che sa sopravvivere nel fango e si esalta nelle acque limpide: ma chi era Francesco Cossiga?
A lui Mino Martinazzoli dedica più di un passaggio della sua autobiografica "Uno strano democrestiano". Cossiga era quello che lo confortava quando, da presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sullo scandalo Lockheed, il parlamentare bresciano stava per imbarcarsi su un aereo (leggendario il terrore per il volo di Martinazzoli) alla volta degli Stati Uniti ("Vedrai che torni, vedrai che torni" ripeteva nel tragitto verso Fiumicino tenendogli quasi la mano). Ma Cossiga era anche la scheggia impazzita dell'universo Dc. "Siamo amici - spiega Martinazzoli - anche se non sempre condivido le sue idee. ma del resto l'amicizia vale più delle opinioni politiche. Nell'ultimo periodo della sua presidenza Cossiga ha avuto con la Dc rapporti tutt'altro che sereni. Fu uno dei protagonisti del passaggio tra la prima e la seconda Repubblica. Era la voce che, dall'interno, gridava che il re era nudo. Naturalmente ai suoi amici non poteva non apparire una sorta di tradimento in un momento nel quale occorreva essere uniti e convinti in una battaglia da intraprendere. Del resto, se parlo della mia esperienza, devo dire che non l'ho certo trovato d'accordo nel momento in cui ho tentato l'estrema resistenza alla guida del Partito popolare".









IL COSSIGA- PENSIERO