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martedì 17 agosto 2010

E' morto Cossiga, qualcuno lo scrive ancora con la K

E' morto Francesco Cossiga: me lo ha detto l'iPhone. Aveva 82 ed è la conferma che puoi passare indenne la stagione delle Br e di Gladio, puoi essere amico dei servizi segreti, puoi essere un sardo di quelli tosti ma l'immortalità non è di questa terra.
E' morto Cossiga ed è l'unico cognome che qualcuno si ostina ancora a scrivere con la K, altri alla doppia esse preferiscono le ss in stile "camice brune", germania hitleriana, giusto per evidenziare quanto l'uomo fosse di quelli che dividono un Paese. Personalmente lo incrociai un paio di volte, da presidente emerito ad una assemblea annuale della Compagnia delle Opere di Brescia in cui, da grande affabulatore, ci intrattenne su tutto e di più, e da presidente della Repubblica in carica, quando, negli anni da picconatore, per conferire con Mino Martinazzoli, trattenuto a Brescia dalla morte della madre, si fece "paracadutare" lungo la rotta per il Trentino dove era diretto per un impegno ufficiale, all'obitorio dell'Ospedale civile di Brescia, dove era allestita la camera ardente. Ricordo il suo "Ciao Minno" con un'inflessione sarda da manuale e il lungo colloquio in un ufficio, deserto visto che era una domenica mattina, dell'amministrazione del nosocomio cittadino. Ricordo sorridendo i bresciani in visita parenti che chiedevano curiosi ragione di quel biscione di quaranta auto blu che ingolfava i viali interni all'ospedale e i poveri agenti della guardia presidenziale che faticavano a gestire la sicurezza di quel inatteso fuori programma, tanto che, nonostante la rigidita del protocollo,  mi ritrovai fortunosamente ad attendere il Presidente appoggiato alla portiera della sua auto, senza che nessuno  mi chiedesse cosa ci facessi lì.
Amato, odiato, comunque un personaggio, un navigatore di mari limacciosi, una carpa che sa sopravvivere nel fango e si esalta nelle acque limpide: ma chi era Francesco Cossiga?
A lui Mino Martinazzoli dedica più di un passaggio della sua autobiografica "Uno strano democrestiano". Cossiga era quello che lo confortava quando, da presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sullo scandalo Lockheed, il parlamentare bresciano stava per imbarcarsi su un aereo (leggendario il terrore per il volo di Martinazzoli) alla volta degli Stati Uniti ("Vedrai che torni, vedrai che torni" ripeteva nel tragitto verso Fiumicino tenendogli quasi la mano). Ma Cossiga era anche la scheggia impazzita dell'universo Dc. "Siamo amici - spiega Martinazzoli - anche se non sempre condivido le sue idee. ma del resto l'amicizia vale più delle opinioni politiche. Nell'ultimo periodo della sua presidenza Cossiga ha avuto con la Dc rapporti tutt'altro che sereni. Fu uno dei protagonisti del passaggio tra la prima e la seconda Repubblica. Era la voce che, dall'interno, gridava che il re era nudo. Naturalmente ai suoi amici non poteva non apparire una sorta di tradimento in un momento nel quale occorreva essere uniti e convinti in una battaglia da intraprendere. Del resto, se parlo della mia esperienza, devo dire che non l'ho certo trovato d'accordo nel momento in cui ho tentato l'estrema resistenza alla guida del Partito popolare".









IL COSSIGA- PENSIERO
 

 

 

 

 

venerdì 11 settembre 2009

Martinazzoli: biografia di uno strano democristiano


“Sapevo che i francobolli per le buste grandi costavano di più e allora ho comprato un po’ di buste piccole. Ecco, questa è la cosa importante che ho fatto al ministero.” Mino Martinazzoli (dal libro "Uno strano democristiano")


E' uscito in questi giorni per Rizzoli il libro "Uno strano democristiano", un saggio scritto da Mino Martinazzoli con Annachiara Valle, alla quale il politico bresciano ha provato a raccontarsi. Un salto all'indietro nella storia politica italiana, una storia politica che, forse, lascia qualche rimpianto soprattutto in tempi in cui si spaccia la mediocrità per cambiamento, l'incompetenza per la virtù del fare, mentre la casta è rinnovata nei volti ma non nello spirito. In questo libro, ne hanno parlato recentemente i giornali, Martinazzoli, classe 1931, ultimo segretario Dc, fondatore del Ppi, ex ministro di Grazia e Giustizia, uno degli ultimi impegnato a riformare codici e non a varare leggi ad personam, ripercorre gli anni più difficili della politica italiana, dal terrorismo a tangentopoli, tributando a Romano Prodi la patente di unico leader che il Centro sinistra abbia saputo esprimere dalla fine del Ppi. "Uno strano democristiano - si legge nell'introduzione del libro - è un memoriale atipico, che ha ben poco a che fare con quelli dei grandi vecchi della cosiddetta prima Repubblica. In queste pagine, l’uomo che ha deciso di chiudere un’epoca, non si è limitato a raccogliere i retroscena sullo scandalo Lockheed, sul sequestro Moro, sulla morte di Sindona, sul giallo di Ustica e sul l’intrigo internazionale dell’Achille Lauro, ma ha scelto soprattutto di raccontare due aspetti della politica che spesso vengono incresciosamente trascurati: quello del capire prima del fare e quella dimensione di lavoro quotidiano che la nostra Repubblica dei media ha relegato in un angolo, preferendole il culto della personalità. Anche in assenza di personalità degne di culto".
Mi sembra il Martinazzoli acuto e caustico di sempre e di cui, sempre di più, di questi tempi, si sente la mancanza.