martedì 31 maggio 2011
Smacchiare i giaguari: ovvero cosa resta della campagna elettorale
A Milano hanno smacchiato un giaguaro (direbbe un Bersani reduce dalla gara di metafore con l'alter ego Maurizio Crozza che proponiamo nel video a corredo di questo post). E lo hanno smacchiato non con qualche nuovo innovativo prodotto, ma con la cara, vecchia, trielina. Fuor di metafora: cosa resta di questa campagna elettorale, cosa resta di questo Davide che ha vinto, in termini di impegno finanziario, un Golia come Letizia Moratti?
Resta un insegnamento: che la gente dà fiducia a chi sa interpretare e capire i bisogni. E non c'è spin doctor che tenga, non c'è ritocco al photoshop che freni l'impatto, non c'è valanga di soldi che possa essere competitiva con la voglia di battere i quartieri, i mercati, la gente; con la voglia di cogliere e interpretare le tensioni e le esasperazioni, di dare risposte, dispensare sorrisi, promettere serietà e fiducia. Perchè Milano è si la città dell'Expo, ma anche la città delle buche nelle strade, dei quartieri dimenticati, dei servizi carenti. E' la città delle grandi strategie, ma anche dei bisogni quotidiani; dei quotati archistar, ma anche della pensionata di via Farini e della Bovisa. Giangiacomo Schiavi oggi sul Corriere parla di un new deal civico, ma forse è la ricetta più vecchia del mondo essere a fianco dei bisogni, stare con la città e non con le lobby, costruirsi il carisma del leader gentile con una investitura che arriva dal basso e non è calata dall'alto.
Ieri sera a l'Infedele, il programma di Gad Lerner su La7, ha fatto la sua comparsa in video Paolo Alimonta, maestro elementare, tanto robusto da essere confuso in queste settimane come il body guard di Giuliano Pisapia. Alimonta è stato, invece, il coordinatore dei comitati Pisapia sparsi per la città, migliaia di persone che volontariamente hanno lavorato per costruire il consenso in una marcia iniziata e rodata con le Primarie del Centro sinistra. Una marcia che viene da lontano e che ha centrato l'obiettivo di costruire un leader forte sostenuto dalla città, un leader che ora può rispondere con autorevolezza e indipendenza anche agli appetiti dei partiti. Sì, perchè il giaguaro sarà anche stato smacchiato ma c'è chi, alla prima occasione, è pronto a sporcare il buon lavoro fatto in questi mesi.
Così, dopo la vittoria elettorale, lo spirito di una campagna così proficua è pronto a far fruttare i propri talenti anche nelle future scelte amministrative.
Oggi Curzio Maltese su Repubblica spiega che il segreto di Giuliano Pisapia è stato anche quello di essere un sindaco con il sorriso: sarebbe un peccato spegnerlo proprio ora che la "Milano di maggio" è tornata ad amare una politica che unisce.
Resta un insegnamento: che la gente dà fiducia a chi sa interpretare e capire i bisogni. E non c'è spin doctor che tenga, non c'è ritocco al photoshop che freni l'impatto, non c'è valanga di soldi che possa essere competitiva con la voglia di battere i quartieri, i mercati, la gente; con la voglia di cogliere e interpretare le tensioni e le esasperazioni, di dare risposte, dispensare sorrisi, promettere serietà e fiducia. Perchè Milano è si la città dell'Expo, ma anche la città delle buche nelle strade, dei quartieri dimenticati, dei servizi carenti. E' la città delle grandi strategie, ma anche dei bisogni quotidiani; dei quotati archistar, ma anche della pensionata di via Farini e della Bovisa. Giangiacomo Schiavi oggi sul Corriere parla di un new deal civico, ma forse è la ricetta più vecchia del mondo essere a fianco dei bisogni, stare con la città e non con le lobby, costruirsi il carisma del leader gentile con una investitura che arriva dal basso e non è calata dall'alto.
Ieri sera a l'Infedele, il programma di Gad Lerner su La7, ha fatto la sua comparsa in video Paolo Alimonta, maestro elementare, tanto robusto da essere confuso in queste settimane come il body guard di Giuliano Pisapia. Alimonta è stato, invece, il coordinatore dei comitati Pisapia sparsi per la città, migliaia di persone che volontariamente hanno lavorato per costruire il consenso in una marcia iniziata e rodata con le Primarie del Centro sinistra. Una marcia che viene da lontano e che ha centrato l'obiettivo di costruire un leader forte sostenuto dalla città, un leader che ora può rispondere con autorevolezza e indipendenza anche agli appetiti dei partiti. Sì, perchè il giaguaro sarà anche stato smacchiato ma c'è chi, alla prima occasione, è pronto a sporcare il buon lavoro fatto in questi mesi.
Così, dopo la vittoria elettorale, lo spirito di una campagna così proficua è pronto a far fruttare i propri talenti anche nelle future scelte amministrative.
Oggi Curzio Maltese su Repubblica spiega che il segreto di Giuliano Pisapia è stato anche quello di essere un sindaco con il sorriso: sarebbe un peccato spegnerlo proprio ora che la "Milano di maggio" è tornata ad amare una politica che unisce.
lunedì 30 maggio 2011
Pisapia, Pisapia canaglia...
"Sono nato a Milano, il 20 maggio del 1949. Faccio l’avvocato e vorrei diventare il sindaco della città che amo e nella quale ho sempre vissuto".
Giuliano Pisapia
(dalla autobiografia nel sito della sua campagna elettorale)
"Pisapia, Pisapia canaglia" il refrain di questa canzoncina lanciata da Radio Popolare in quel vortice di satira che ha travolto i ballottaggi non ha smesso di girarmi per la testa da quando ormai è sicuro che Pisapia sia il nuovo sindaco di Milano. Lui è stato accolto da "Bella ciao", ma a me rimane in testa quel Pisapia canaglia, perchè in questa avventura elettorale è entrato come un monello che ha sconquassato i piani di chi pensava che bastasse una passeggiata all'ombra della Madonnina per rimanere in sella. Lo aveva dimostrato alle primarie del centro sinistra battendo il candidato del Pd, lo ha dimostrato, con un verdetto inimmaginabile alla vigilia, surclassando Letizia Moratti alla prova delle urne.
Di lui racconta: "Per me la politica è soprattutto servizio. E’ un insegnamento che ho imparato nella mia famiglia, prima ancora che sui banchi del liceo classico Berchet. Da mio padre, Giandomenico , avvocato, ho ereditato l’amore per il diritto e i diritti; da mia madre, Margherita, cattolica, l’attenzione per i più deboli. Dalla politica intesa come impegno volontario – scout, barelliere per la Croce Rossa, tra gli angeli del fango di Firenze, in delegazione nei luoghi più poveri e in quei Paesi dove il diritto e la dignità delle persone sono calpestate – alla politica nelle istituzioni: il mio impegno sulla città mi ha portato, nel 1996, ad essere eletto deputato come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista. In quella legislatura sono stato presidente della commissione giustizia della Camera dei deputati. Nel 2001 sono stato rieletto deputato e sono stato presidente del Comitato carceri. Credo nel ricambio, penso che la politica non debba essere un mestiere a vita, per questo non ho accettato di candidarmi per la terza volta". Ora è atteso alla prova dei fatti con la speranza che i compagni di viaggio - quelli con la memoria troppo corta, tanto da scordare la sua impresa da guinnes - non finiscano, come talvolta accade, per sgonfiargli le ruote e farlo impantanare nella solita politica, nella solita melma di palazzo. Sarebbe un insulto e un tradimento soprattutto per i Milanesi che gli hanno firmato la cambiale del cambiamento.
A noi piace sperare che sia una bella avventura, Milano se lo merita.
"La sera - ricorda ancora il neo sindaco nella sua biografia - mi addormento leggendo Topolino, il mio fumetto preferito fin da quando ce lo contendevamo, nella nostra casa di viale Montenero, io e i miei sei fratelli". Non leggeva Batman e questo, alla fine, gli ha giovato in campagna elettorale....
sabato 28 maggio 2011
Strage di Brescia: un racconto per non dimenticare
La bomba e il ragazzo con la bicicletta blu
"A Milano...". Pedala Tores, pedala, in sella alla tua biciclettina blu. Oggi niente scuola, a Brescia hanno fatto scoppiare una bomba. Pedala Marco, pedala, che oggi si va in piazza, hanno messo una tenda sul sagrato, come quando la grande fabbrica stava in crisi, come quando la protesta si fa più dura. In piazza hanno appeso le edizioni straordinarie dei giornali con le facce dei feriti, le foto dei morti, giovani donne, giovani uomini, pensionati, insegnanti, operai. Quello lo conosci anche tu, è uno del tuo paese, ora è in un letto d'ospedale, se la caverà. Arriva il pullman da Brescia, i volti sconvolti, le lacrime e la paura dilagano anche qui, fra i campi di frumento ed erba medica della Bassa, bianca, democristiana ma antifascista.
Pedala Tores, pedala, che c'è da andare a casa, non puoi sempre stare in piazza a berti gli umori della gente, a sentir parlare di politica, tu che gli undici anni li compi a giugno e di poltica, di fascisti e comunisti non sai nulla. Pedala verso casa, Marco, che oggi è giorno di funerali alla tv. Li guardi con mamma e papà e ti sembra di stare lì, perchè il diacono a fianco del vescovo lo conosci bene, è il figlio del tabaccaio che presto diventerà prete. Ora è lì a leggere il vangelo in quella piazza arrabbiata, tra quelle bare, tra quelle lacrime. C'è anche la sorella della tua amica al funerale, studia da infermiera e oggi non è andata a scuola per stare in piazza. Alla sua mamma però non l'ha detto, perchè lei teme altre bombe, altro sangue, altra violenza. Quanto è lontana la città vista della Bassa in questa primavera del '74, quanto appare matrigna, spietata, violenta.
"A Milano...". Quel discorso lo hai già sentito decine di volte, lo sai a memoria come una canzone di Ligabue, ma quando arriva a quel punto stringi i denti, ma non riesci a vincere il sussulto, la pelle d'oca. Tutto come la prima volta, quando alle medie ti fecero vedere il filmato sulla strage in un cinema del paese. Ora sono passati più di 30 anni da quel discorso, dal suono sordo della bomba, dalla imprecazioni di chi quel giorno stava in piazza, ma le sensazioni sono le stesse, quella rabbia è la tua rabbia, quell'emozione è la tua emozione.
"A Milano..." Scrivi Tores, scrivi. Riempi questo taccuino, blu come la biciclettina di quando eri piccolo. Riempilo, come hai fatto in questi di anni, di dati, nomi, circostanze, interviste, storie di uomini, di inchieste, di tenace ricerca della verità. Mai avresti pensato che quella bomba scoppiata quando avevi 11 anni finisse per diventare una fedele compagna di viaggio del tuo lavoro, finisse per diventare qualcosa di più di una storia fra le tante, finisse per riempirti le giornate, passate a leggere gli atti, i verbali, le perizie con le aggiaccianti immagini di quei corpi dilaniati e mutilati dall'odio. Scrivi, Tores, scrivi perchè oggi è un giorno particolare: è il giorno della sentenza, della verità sulla terza inchiesta, la terza indagine fitta di nomi, circostanze, pentimenti. Che scriverai su quel taccuino blu quando uscirà la sentenza? Non ti fai illussioni: gli anni e i "non so", i servitori infedeli dello Stato che non la raccontano giusta, hanno seminato un campo pieno di erbacce, troppo alte per intravedere la verità.
"Visto l'articolo 530 secondo comma, assolve..." stessa pelle d'oca, stessi denti serrati. Anche qui, come in quella registrazione sentita tante volte, l'epilogo era già scritto, ma nulla ti ha salvato da quel colpo duro nello stomaco, da quel senso di impotenza che vedi ora dipinto sul volto di pm, avvocati e di chi in piazza, 36 anni fa c'era. Sposti lo sguardo, fai slalom tra i fotografi e scorgi Manlio Milani, il presidente dei famigliari delle vittime della Strage, con le mani strette al volto. Sembra l'urlo di Munch, sembra un fantasma tra i fantasmi che popolano questa storia. Fantasmi senza requie come: Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, insegnante, Livia Bottardi Milani, 32 anni, insegnante, Euplo Natali, 69 anni, pensionato, Luigi Pinto, 25 anni, insegnante, Bartolomeo Talenti, 56 anni, operaio, Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante, Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante, Vittorio Zambarda, 60 anni, operaio.Quante volte hai annotato quei nomi sul tuo taccuino blu, ora, lasciato palazzo di Giustizia, sei qui in Piazza della Loggia, davanti a questa colonna ferita dove qualcuno ha lasciato un biglietto al vetriolo: "In questo luogo il 28 maggio 1974 non è successo niente". Fai appena in tempo a pensare che qui oggi la verità è morta forse definitivamente e scorgi un ragazzino attraversare la piazza. Avrà - sì e no - 11 anni ed è in sella ad una biciclettina blu. Sorridi e pensi: "Vai, pedala forte, la verità è difficile da raggiungere". Lo guardi sparire oltre il monumento alla Bell'Italia e nelle tue orecchie risuona l'eco di un comizio. "A Milano..."
Marco Toresini
28 maggio 1974 - 28 maggio 2011
Etichette:
Strage di piazza Loggia
venerdì 27 maggio 2011
Strage di Brescia: 37 anni dopo
Domani, 28 maggio, ricorre il 37esimo anniversario della Strage di piazza della Loggia. Una carneficina senza giustizia, 37 anni di lotta per la verità. Domani questo blog ospiterà, sotto forma di racconto, un personale ricordo della bomba del 28 maggio '74. Oggi vorre parlare di questo tragico evento condividendo con voi le parole di Mario Calabresi il figlio del commissario Luigi Calabresi.
Riflessioni amare che ci toccano tutti:
"Sarebbe ora di voltare pagina, di parlare di quegli anni con più serenità, di capire cosa è successo e perchè. Ma non sembra ancora possibile, in quanto troppe verità mancano, troppe responsabilità non state accertate, molti attendono ancora giustizia e il dibattito resta inquinato dalle convenienze e dalle autodifese, anche quelle generazionali. (...) Penso che voltare pagina si possa e si debba fare, ma la prima cosa da ricordare è che ogni pagina ha due facciate e non ci si può preoccupare di leggerne una sola, quella dei terroristi o degli stragisti, bisogna preoccuparsi innanzitutto dell'altra: farsi carico delle vittime. (...) Bisogna partire dalle vittime, dalla loro memoria, e dal bisogno di verità. "Farsi carico" è la parola chiave"
(da "Spingendo la notte più in là", Mondadori).Spero che domani, in piazza, qualcuno si "faccia carico" delle tante risposte non date, dei tanti non so, delle tante istanze rimaste inascoltate.
Sentenza Strage Piazza Loggia
Etichette:
processo strage,
Strage di Brescia,
Strage di piazza Loggia
Un'idea di città
Il bello di questa campagna elettorale per le amministrative di Milano, comunque vada, è che sono tornate in campo le idee, la voglia di cambiare registro di pensare ad una politica diversa per una città diversa.
L'ultimo contributo arriva dal Corriere della Sera che alla vigilia del silenzio elettorale, per voce del vicedirettore Giangiacomo Schiavi (che su Milano tiene anche un blog su Corriere.it) , lancia un manifesto che è anche una sfida per il futuro sindaco. Che sia Moratti o Pisapia poco importa, perchè l'idea lanciata dal quotidiano milanese per ricostruire l'anima di Milano non guarda al colore della casacca, ma alla fascia tricolore dietro la quale un primo cittadino perde l'appartenenza politica per diventare il sindaco di tutti. Nel decalogo lanciato dal Corriere si parla di accoglienza e legalità, di ricostruire i ponti con le varie facce della città, di riscoprire le radici superando le paure, di far emergere le eccellenze nascoste e di aprire ai deboli, ai giovani, di recuperare un orgoglio perduto per poter tornare a rischiare, "perchè la ricchezza di un città è il rischio che ognuno di noi prende facendo le cose".
Bello e impegnativo il manifestato che parla di una politica nuova, di un vento nuovo, nel quale a due giorni dai ballottaggi è giusto credere e sperare.
Un manifesto che finisce per impegnare anche la nostra categoria, quella dei giornalisti, che devono saper recuperare il senso di una professione che non racconti, con fedeltà, imparzialità e umanità solo delle storie, ma sappia elaborare con l'autorevolezza conquistata sul campo idee, proposte, momenti di dibattito per la comunità e spunti di crescita collettiva. Secondo un principio che un giornale deve essere aperto ai contributi di tutti, ma deve saper coltivare idee in proprio. Un principio che mi è stato insegnato da Pietro Agostini, fu direttore di Bresciaoggi dal '90 al '92, quando un infarto lo colse una notte in redazione. Era un maestro esigente e severo, ma le sue riflessioni su giornali e giornalismo restano ancora di grande attualità.
Il manifesto per Milano
L'ultimo contributo arriva dal Corriere della Sera che alla vigilia del silenzio elettorale, per voce del vicedirettore Giangiacomo Schiavi (che su Milano tiene anche un blog su Corriere.it) , lancia un manifesto che è anche una sfida per il futuro sindaco. Che sia Moratti o Pisapia poco importa, perchè l'idea lanciata dal quotidiano milanese per ricostruire l'anima di Milano non guarda al colore della casacca, ma alla fascia tricolore dietro la quale un primo cittadino perde l'appartenenza politica per diventare il sindaco di tutti. Nel decalogo lanciato dal Corriere si parla di accoglienza e legalità, di ricostruire i ponti con le varie facce della città, di riscoprire le radici superando le paure, di far emergere le eccellenze nascoste e di aprire ai deboli, ai giovani, di recuperare un orgoglio perduto per poter tornare a rischiare, "perchè la ricchezza di un città è il rischio che ognuno di noi prende facendo le cose".
Bello e impegnativo il manifestato che parla di una politica nuova, di un vento nuovo, nel quale a due giorni dai ballottaggi è giusto credere e sperare.
Un manifesto che finisce per impegnare anche la nostra categoria, quella dei giornalisti, che devono saper recuperare il senso di una professione che non racconti, con fedeltà, imparzialità e umanità solo delle storie, ma sappia elaborare con l'autorevolezza conquistata sul campo idee, proposte, momenti di dibattito per la comunità e spunti di crescita collettiva. Secondo un principio che un giornale deve essere aperto ai contributi di tutti, ma deve saper coltivare idee in proprio. Un principio che mi è stato insegnato da Pietro Agostini, fu direttore di Bresciaoggi dal '90 al '92, quando un infarto lo colse una notte in redazione. Era un maestro esigente e severo, ma le sue riflessioni su giornali e giornalismo restano ancora di grande attualità.
Il manifesto per Milano
giovedì 26 maggio 2011
Da che parte sta il cervello?
"Solo chi è senza cervello può votare a sinistra"Stiamo facendo dei passi avanti nella anatomia elettorale secondo il nostro presidente del Consiglio: dallo scroto (ricordate quel "non penso ci siano così tanti coglioni in Italia che possano votare a sinistra" dell'aprile del 2006?) siamo passati alla scatola cranica e mi sembra già un bel passo avanti. Ma. battute a parte, è giusto chiedersi in queste ultimi stralci di campagna elettorale per le amministrative: da che parte sta il cervello?
Silvio Berlusconipresidente del Consiglio
Dovrebbe stare, ci piace crederlo, dalla parte del bene comune, dalla parte della politica che governa, dalla parte della politica che risolve e che non si limita ad indicare i problemi; dalla parte della politica che scioglie e affronta le paure e non le crea e le alimenta per scopi elettorali; dalla parte della politica che affronta i bisogni di tutti e non gli interessi di pochi. Dalla parte, per dirla con l'enciclica "Gaudium et spes", della politica che sa creare "l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente".
Insomma, il cervello dell'elettore medio, un bel cervello pensante e autonomo, dovrebbe stare dalla parte di una politica che vuole crescere, che coltiva l'etica e che ha più progetti che slogan. Ma esiste questa politica? Il mio povero cervello, ad onor del vero, la sta ancora cercando. Ma forse, ne sono consapevole, questo è un limite solo mio.
Etichette:
ballottaggi,
elezioni,
Elezioni a Milano,
Giuliano Pisapia,
politica,
politici,
Silvio Berlusconi
mercoledì 25 maggio 2011
La città del dialogo
Brescia si è scoperta "città del dialogo", dopo la prova muscolare dei giorni della gru, il dialogo tra sordi, le cariche di polizia, la città spaccata, ecco arrivare in questi giorni, il documento congiunto del consiglio comunale, l'impegno comune che solleciti il ministro dell'interno Roberto Maroni a dirimere l'eterno contenzioso sui permessi di soggiorno negati perchè ritenuti viziati da una denuncia per clandestinità, ora che il presunto reato non ha trovato giustificazione nei pronunciamenti della Corte di Giustizia.
Nella "città del dialogo", quella che ha voglia di risolvere i problemi e non di strumentalizzare i disagi, i migranti hanno riavvolto i loro striscioni e liberato il sagrato del Duomo, oggetto del nuovo presidio, della nuova istanza di chiarezza. Certo, osserva su Bresciaoggi Massimo Tedeschi in una precisa analisi della situazione, rispetto ai giorni della gru i margini di manovra, complice l'orientamento europeo, sono più ampi, ma resta il dato forte che oggi, alla demagogia si è preferito il dialogo, allo slogan il ragionamento. Certo, il salto di qualità è arrivato dal contributo forte di un vescovo come Luciano Monari sceso sul sagrato del Duomo di Brescia a raccogliere le istanze dei migranti e dalla consapevolezza degli stessi migranti che la protesta deve andare, prima o poi, all'incasso, altrimenti non è servita a nulla. L'autorevolezza di un vescovo ha vinto gli steccati ideologici, il gioco di squadra ha fatto il resto, la politica solleciterà il governo ad esprimere un orientamento precisio sull'argomento, così che chi deve decidere in concreto (la Prefettura) abbia tracciata la strada che fino ad ora è apparsa tanto confusa da essere impercorribile.
Brescia, finalmente, si riscopre città unita nello sforzo di risolvere i problemi, città dove si parla di più di quanto si vieti, città moderna che affronta le criticità e non le elude.
Ci mancava questa città del dialogo, oggi l'abbiamo ritrovata almeno un po'. Certo in prima fila abbiamo trovato al solito Chiesa, sindacati e associazionismo e la politica defilata e un po' distratta, ma bisogna sapersi accontentare: nella città del dialogo anche la politica, forse, avrà spazio per crescere "in sapienza e grazia".
martedì 24 maggio 2011
Italian revolution, parlando di uguaglianza e Costituzione
Una mattinata libera e una buona iniziativa ti danno l'occasione di testare con mano il dialogo tra due mondi: quello dei giovani, studenti di scuola superiore, e quello che, per usare un linguaggio convenzionale, potremmo definire "classe dirigente".
Che hanno da dirsi studenti alla soglia della maturità, un giudice della Corte costituzionale come Giuseppe Frigo e un magistrato come Alessandra Galli, figlia di Guido Galli, il giudice assassinato dalle Brigate Rosse il 19 marzo 1980 all'Università di Milano? Parlando di Costituzione (ecco alcuni dettagli in diretta dai miei twett) innanzitutto si sono detti che la Carta oggi è attuale più che mai, rimane l'esempio di uno sforzo encomiabile che ci ha spinto con forza dalla dittatura alla democrazia, uno sforzo che non è morto, che va ancora coltivato con cura, che richiede ancora un cammino che porti all'attuazione piena di principi fondamentali come quelli dell'Uguaglianza. Il discorso è alto, il brusio di sottofondo inquieta un po' e da il segno di una comunità giovane, fieramente multitasking ma poco temprata al ragionamento. Nonostante ciò gli acuti non mancano e ci piace coglierli come prove tecniche di Italian revolution. "Voi avete parlato di uguaglianza dei cittadini, ma io non mi sento e non sono uguale al presidente del consiglio" chiede uno con il piglio del leader. "Lei cosa pensa del legittimo impedimento, dei referendum e poi si parla di legalità, ma qui nessuno rispetta le regole" incalza una ragazza rivolta direttamente a Giuseppe Frigo. "Noi abbiamo fatto assemblee, documenti ma nessuno ci ha ascoltato, come far sentire la nostra voce?" chiede un altro scatenando l'applauso. Piccoli segni di riscossa civile, insperati in una mattinata che sembrava defluire anche un po' distrattamente secondo il più classico schema della lezione unidirezionale. "Bene così" ha osservato il giudice della Consulta lasciando la sala, dopo aver detto che per farsi sentire bisogna trovarsi, confrontarsi, elaborare dei progetti, essere tenaci perchè solo con tanta tenacia anche i più sordi possono sentire. Puerta del Sol docet...
Che hanno da dirsi studenti alla soglia della maturità, un giudice della Corte costituzionale come Giuseppe Frigo e un magistrato come Alessandra Galli, figlia di Guido Galli, il giudice assassinato dalle Brigate Rosse il 19 marzo 1980 all'Università di Milano? Parlando di Costituzione (ecco alcuni dettagli in diretta dai miei twett) innanzitutto si sono detti che la Carta oggi è attuale più che mai, rimane l'esempio di uno sforzo encomiabile che ci ha spinto con forza dalla dittatura alla democrazia, uno sforzo che non è morto, che va ancora coltivato con cura, che richiede ancora un cammino che porti all'attuazione piena di principi fondamentali come quelli dell'Uguaglianza. Il discorso è alto, il brusio di sottofondo inquieta un po' e da il segno di una comunità giovane, fieramente multitasking ma poco temprata al ragionamento. Nonostante ciò gli acuti non mancano e ci piace coglierli come prove tecniche di Italian revolution. "Voi avete parlato di uguaglianza dei cittadini, ma io non mi sento e non sono uguale al presidente del consiglio" chiede uno con il piglio del leader. "Lei cosa pensa del legittimo impedimento, dei referendum e poi si parla di legalità, ma qui nessuno rispetta le regole" incalza una ragazza rivolta direttamente a Giuseppe Frigo. "Noi abbiamo fatto assemblee, documenti ma nessuno ci ha ascoltato, come far sentire la nostra voce?" chiede un altro scatenando l'applauso. Piccoli segni di riscossa civile, insperati in una mattinata che sembrava defluire anche un po' distrattamente secondo il più classico schema della lezione unidirezionale. "Bene così" ha osservato il giudice della Consulta lasciando la sala, dopo aver detto che per farsi sentire bisogna trovarsi, confrontarsi, elaborare dei progetti, essere tenaci perchè solo con tanta tenacia anche i più sordi possono sentire. Puerta del Sol docet...
Etichette:
Alessandra Galli,
Corte Costituzionale,
Costituzione,
Giuseppe Frigo,
scuola
lunedì 23 maggio 2011
Al mercato delle indulgenze
Ieri, parlando del clima elettorale di Milano e di come la politica stia affrontando la campagna in vista del ballottaggio, un collega ha dipinto uno scenario della situazione che mi sembra fedele come una fotografia: "Siamo al mercato delle indulgenze".
In effetti non è un gran spettacolo vedere chi governa promettere ministeri, sanatorie sulle multe, bonus e benefit di vario genere che hanno quasi il sapore del voto di scambio e che ricordano le scarpe spaiate e le mille lire tagliate con cui a Napoli il comandante Achille Lauro faceva campagna elettorale promettendo di ricostituire la coppia e la banconota a risultato acquisito. Le promesse sono il sale di una campagna elettorale, ma questa ondata di piena dà il senso di un torrente impetuoso che non sa bene dove andare, che ora punta sull'argine di sinistra ora su quello di destra rischiando, però, di tracimare facendo danni permanenti.
Nelle difficoltà la politica dovrebbe saper interpretare i disagi, capirli, cercare di porvi rimedio. A Milano, cercando di compensare la miopia e gli errori delle settimane precedenti si promette invece la luna, si occupano le tv, si gioca sporco. Le urne diranno fra una settimana se è la strategia vincente (non mi stupirebbe, in tal senso, una rimonta della Moratti), certo è che lo spettacolo di questi giorni è il segno di una decadenza che pare inarrestabile, di una politica distante, che ha perso contatto con la realtà e con il suo elettorato.
Il declino di Zapatero è lì a indicare che i vizi che portano alla crisi sono bipartisan, che l'indignazione, se esiste, prima o poi monta a destra come a sinistra. Così ieri a Brescia il presidente di Confartigianato, Giorgio Guerrini, ha polemizzato con il ministro Maristella Gelmini spiegando che "con i centri sociali non si arriva ai numeri raggiunti da Pisapia, ci si arriva con le migliaia di artigiani e piccoli imprenditori delusi da un governo che non ha riformato nulla tranne l'università". Il segno che, se si è arrivati a tanto, la politica forse era concentrata su altro così da tradire persino un elettorato tradizionalmente legato alla compagine di governo. A Brescia Maristella Gelmini ha replicato con il trasporto e la foga di sempre spiegando cosa il governo stia per fare e che guai Pisapia potrebbe portare a Milano. Basterà per tranquillizzare questi nuovi "indignados" che alla tenda a Puerta del sol scelgono di manifestare il disagio e l'insoddisfazione tra il tornio e la pressa della propria fabbrichetta?
Temo di no se "italian revolution" non ha solo il volto del precariato, ma anche quello dell'imprenditoria.
REPORTAGE DA PUERTA DEL SOL
LE PROMESSE ELETTORALI SECONDO LUCIANA LITIZZETTO
In effetti non è un gran spettacolo vedere chi governa promettere ministeri, sanatorie sulle multe, bonus e benefit di vario genere che hanno quasi il sapore del voto di scambio e che ricordano le scarpe spaiate e le mille lire tagliate con cui a Napoli il comandante Achille Lauro faceva campagna elettorale promettendo di ricostituire la coppia e la banconota a risultato acquisito. Le promesse sono il sale di una campagna elettorale, ma questa ondata di piena dà il senso di un torrente impetuoso che non sa bene dove andare, che ora punta sull'argine di sinistra ora su quello di destra rischiando, però, di tracimare facendo danni permanenti.
Nelle difficoltà la politica dovrebbe saper interpretare i disagi, capirli, cercare di porvi rimedio. A Milano, cercando di compensare la miopia e gli errori delle settimane precedenti si promette invece la luna, si occupano le tv, si gioca sporco. Le urne diranno fra una settimana se è la strategia vincente (non mi stupirebbe, in tal senso, una rimonta della Moratti), certo è che lo spettacolo di questi giorni è il segno di una decadenza che pare inarrestabile, di una politica distante, che ha perso contatto con la realtà e con il suo elettorato.
![]() |
| Gli indignados spagnoli |
Temo di no se "italian revolution" non ha solo il volto del precariato, ma anche quello dell'imprenditoria.
REPORTAGE DA PUERTA DEL SOL
LE PROMESSE ELETTORALI SECONDO LUCIANA LITIZZETTO
venerdì 20 maggio 2011
Lasciate vivere Current
Current tv è una televisione ospitata sulla piattaforma satellitare di Sky (canale 130), una televisione di informazione internazionale ma non solo, una televisione non convenzionale voluta, su scala mondiale dall'ex vicepresidente americano Al Gore, un mix, spiegano gli esperti di web, tv, multimedialità, voci fuori dal coro, giornalismo di inchiesta, palestra per giovani e pulpito multimediale per guru del pensiero libero. Insomma una televisione che in Italia non c'è, un giornalismo che fatica ad imporsi sulle reti tradizionali (vedi le vicissitudini attraversate da Report sui canali Rai), una voce che racconta storie rifiutate da altri. Comunque la si pensi una televisione che lascia la porta aperta alla libertà, alla sperimentazione, a nuovi talenti.
Una televisione che ora rischia di essere cancellata, perchè, ha spiegato ieri Al Gore ad Anno zero , Sky non sembra intenzionata a rinnovare il contratto con l'emittente per diffonderla sulla sua piattaforma. A noi poco importa se si tratti di questioni politiche come accusano i vertici dell'emittente (Sky che ambisce ad entrare nel mercato del digitale terrestre vorrebbe non disturbare troppo il manovratore e Current con molti suoi servizi, dalla rubrica di Marco Travaglio "Passaparola", ai docu-film sul premier che nessuno ha voluto mandare in onda, è uno scomodo porto franco) o di questioni economiche come ribattono di uomini di Murdoch (pretese raddoppiate e non congrue ai dati di ascolto in calo), a noi importa di poter continuare a fruire di una tv originale, interessante e, fino a prova contraria, libera. Possibile che in una piattaforma digitale così variegata tra tv trush, canali tematici su cucina, arredamento, viaggi e chirurgia plastica non ci sia spazio per una tv di informazione di respiro internazionale e fuori dagli schemi?
Una televisione che ora rischia di essere cancellata, perchè, ha spiegato ieri Al Gore ad Anno zero , Sky non sembra intenzionata a rinnovare il contratto con l'emittente per diffonderla sulla sua piattaforma. A noi poco importa se si tratti di questioni politiche come accusano i vertici dell'emittente (Sky che ambisce ad entrare nel mercato del digitale terrestre vorrebbe non disturbare troppo il manovratore e Current con molti suoi servizi, dalla rubrica di Marco Travaglio "Passaparola", ai docu-film sul premier che nessuno ha voluto mandare in onda, è uno scomodo porto franco) o di questioni economiche come ribattono di uomini di Murdoch (pretese raddoppiate e non congrue ai dati di ascolto in calo), a noi importa di poter continuare a fruire di una tv originale, interessante e, fino a prova contraria, libera. Possibile che in una piattaforma digitale così variegata tra tv trush, canali tematici su cucina, arredamento, viaggi e chirurgia plastica non ci sia spazio per una tv di informazione di respiro internazionale e fuori dagli schemi?
Etichette:
Al Gore,
current tv,
giornalismo di inchiesta,
informazione,
televisione
Iscriviti a:
Post (Atom)
















