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lunedì 8 novembre 2010

La lezione della gru e quel colpo di teatro che ancora non c'è


Questo pomeriggio (lo so, avrei potuto utilizzare meglio questo giorno di ferie, ma - che volete - per uno come me è il richiamo della foresta) sono stato in via San Faustino a Brescia  (avete letto i miei tweet?) dove alcuni immigrati sono da poco meno di dieci giorni saliti su una gru rivendicando il permesso di soggiorno dopo aver pagato per istruire una pratica costata parecchie centinaia di euro. Questa mattina polizia e carabinieri hanno sgomberato il presidio che sosteneva gli immigrati abbarbicati sulla torre con cariche e arresti arrivando al risultato di un pomeriggio di contrapposizione aspra con i manifestanti in via San Faustino e gli asserragliati sulla gru che minacciano di buttarsi di sotto e dicono che faranno lo sciopero della fame se a dar loro da mangiare sarà la questura (detto per inciso la Lega ha già detto di prendere per fame e per sete quel manipolo di rivoltosi). Sono stato in via San Faustino, cuore storico e multirazziale di Brescia, perchè volevo capire. Ho trovato una città finita in un culo di sacco come il tappo che un cordone di poliziotti e di blindati ha creato a difesa della gru della discordia con i suoi scomodi abitanti. Ho trovato una città che non sa più che pesci pigliare per venire fuori da una situazione paradossale e rischiosa, da una storia che si è talmente avvitata su se stessa che rischia di diventare infinita, con tutti i rischi di emulazione che già si registrano qua e la per l'Italia.
Conversando con alcune persone che avevano seguito il caso sin dall'inizio, non ho potuto fare a meno di leggere un certo sconforto per come la questione è stata gestita sin dalle prime battute. Non basta il pugno di ferro se il risultato finale sono sei persone su una gru che tengono in scacco una città (è il risultato che si voleva sbancando il presidio che questi avevano allestito in un giardinetto o vietando una manifestazione, dandole di fatto diritto di scorazzare senza preavviso per la città?), non bastano le dichiarazioni di principio sulla legalità se poi di fatto ci si mette in condizioni di non poterla garantire perchè si è fatto un tal casino (le foto di gente manganellata davanti alla chiesa di San Faustino, non sono una bella immagine di ripristino della legalità e non fa bene alla nostra democrazia) che ora si fatica ad intravedere la luce in fondo al tunnel.
L'ordine pubblico è una scienza difficile, un'alchimia fatti di passi avanti e concessioni, un gioco sottile nel quale si sa dove si vuole arrivare, dicevano i vecchi poliziotti e gli uomini dello Stato. "Ecco - mi spiega in via San Faustino uno dei protagonisti delle trattative di questi giorni - la verità che a Brescia non ho mai incontrato  come in questi anni interlocutori così poco autorevoli. Così tanto asserviti alla politica". Già, la politica. In via San Faustino ieri non si è consumata una questione di ordine pubblico, ma una questione prettamente politica (un po' nell'interesse di tutte le parti in causa, per la verità). Su quella gru non sventolano solo gli striscioni di chi chiede più diritti, ma soffia anche il vento della campagna elettorale prossima futura. Un vento di quelli che non piacciono nemmeno ai velisti, di quelli bizzarri e nervosi che rischiano di spezzare vele e alberi.
Che fare ora. Osvaldo Squassina, ex segretario della Fiom di Brescia, ex consigliere  regionale (un altro che non ha resistito a fare una capatina in via San Faustino) allarga le braccia con la faccia di chi, in tanti anni di trattative sindacali, una situazione così non l'ha mai vista. "Mi sembra che siano stati fatti tanti sbagli - osserva - ci vorrebbe ora l'impegno di persone autorevoli e terze e di qualche esponente del Governo". Un'idea la azzarda anche: "E se i direttori dei quotidiani locali chiamassero Maroni e chiedessero nel nome della città e della necessità di restituirle serenità, di incontrare i ragazzi sulla gru? Non vorrebbe dire concedere automaticamente loro il permesso di soggiorno, ma ascoltarli facendo loro una proposta alla quale è difficile dire di no rimanendo appesi a quella gru".
Osvaldo Squassina si sta godendo la pensione, ma la tempra del trattativista non l'ha persa affatto e il colpo di  teatro potrebbe avere un suo perchè. Già: è proprio un peccato che Brescia non abbia più i mediatori autorevoli e  preparati di un tempo.  

Gli immigrati e la gru: notizie in diretta dal centro

(foto da Ansa)

Il blitz è scattato alle sei di questa mattina. La polizia è intervenuta in forze e ha sgombrato il presidio ai piedi della gru in via San Faustino a Brescia: quattordici fermati sono al momento in questura. In questura anche alcuni giornalisti delle emittenti antagoniste bresciane ed esponenti dell'Associazione "Diritti per tutti".
Qui sotto puoi seguire la diretta dalla gru di Radio onda d'urto, l'emittente antagonista di Brescia. Comunque la si pensi una voce live.







venerdì 5 novembre 2010

Una serata passata a coltivare la memoria

Nei giorni scorsi in tv ho ascoltato Mario Calabresi, giovane e promettente direttore de La Stampa, spiegare che se tutti coltivassimo un po’ la nostra memoria collettiva giudicheremmo il mondo attuale con occhi diversi, lo capiremmo meglio e, aggiungo io, forse lo aiuteremmo a crescere con meno contraddizioni.
Detto da uno come Calabresi che il culto della memoria ha dovuto coltivarlo per capire chi fosse il padre Luigi, commissario di polizia, e in quale contesto di odio e rivendicazione maturò il suo omicidio, qualche anno dopo la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli, è una prescrizione che non ammette tentennamenti.
Ed è stato con quell’idea in testa che ieri sera, invitato dagli amici della Casa della Memoria di Brescia, mi sono seduto ad un tavolo con Pietro Calogero, il magistrato che negli anni ’70 indagò su Autonomia operaia, Toni Negri e quello che divenne noto alle cronache come il caso 7 Aprile (era il 1979 e proprio in quella data la procura di Padova fece scattare un blitz che portò in cella 22 persone accusate di terrorismo). Accanto a lui Guido Papalia, attualmente procuratore generale a Brescia e per anni magistrato di punta alla procura di Verona, e Silvia Giralucci, una collega giornalista di Padova, figlia Graziano Giralucci, rugbysta e rappresentante di commercio iscritto alla federazione Msi di Padova, ucciso dalla Brigate rosse il 17 giugno del ’74. Quello di Giralucci e del compagno di partito Giuseppe Mazzola, nella sede del Movimento sociale italiano di via Zabarella a Padova, fu il primo delitto delle Brigate rosse e segnò il salto dagli atti dimostrativi agli omicidi politici. Nel ’74 Silvia Giralucci aveva tre anni e oggi ha voluto capire, come aveva fatto Mario Calabresi tempo prima, in quale contesto maturò l’omicidio del padre, cosa fosse Padova, la sua città, in quegli anni. Così ha incontrato e intervistato Pietro Calogero che dopo trent’anni ha ripercorso quella linea di sangue che andava dall’Autonomia al partito armato. Quell’intervista è divenuta parte di un libro (accanto a quello di Pietro Calogero, il volume ha raccolto i contributi del giornalista Michele Sartori e dello storico Carlo Fumian) edito da Laterza: “Terrore Rosso”.
Confesso di aver sempre saputo poco di terrorismo rosso e dell’inchiesta 7 aprile (un po’ per ragioni anagrafiche, un po’ perché la mia professione mi ha portato ad incrociare poco quelle tematiche, contrariamente alle trame nere che a Brescia hanno portato sangue e sofferenza), ma la lettura di “Terrore Rosso” e la conversazione con Pietro Calogero, un uomo che in quegli anni ha dovuto affrontare tensioni forti, paure vere per se e la propria famiglia e (con la complicità dei servizi segreti e di apparati deviati dello Stato) tante solitudini, ha colmato un debito di memoria che mi ha aiutato innanzitutto a restituire alla vicenda la giusta dimensione e a sfatare alcuni luoghi comuni che l’avevano accompagnata (ad esempio che si stessero processando solo delle idee di intellettuali e docenti universitari e che ci si trovasse davanti, alla peggio, a dei cattivi maestri). Non era così e a distanza di trent’anni abbiamo capito con tanto di riscontri passati indenni al vaglio della Cassazione che all’interno delle dinamiche dell’inchiesta “7 aprile” si erano fuse le ragioni dell’Autonomia e quelle del partito armato, le idee rivoluzionarie e il sangue. Il tutto in un fenomeno difficilmente riproducibile con pari violenza in questi anni, ma, si è detto a chiusura del dibattito, che in una situazione di tensione sociale e di disagio politico-economico come l’attuale potrebbe trovare un buon terreno di coltura per tornare a rivendicare un’identità.
Ecco perché coltivare la memoria può diventare importante per capire il presente e per interpretarlo. Lo facessimo ogni giorno non avremmo assistito allo stucchevole dibattito su “Giovinezza” e “Bella Ciao” al Festival di Sanremo. Il dibattito, tanto per intenderci, non sarebbe nemmeno incominciato.

CLICCA QUI PER SCARICARE LA REGISTRAZIONE DELLA SERATA (avrei voluto venirvi in soccorso con un più semplice player, ma la durata della registrazione e le mie elementari cognizioni informatiche non mi hanno permesso di fare di più. Spero, comunque, che tutto funzioni per il meglio).

Terrore rosso
Pietro Calogero - Carlo Fumian - Michele Sartori
Dall'autonomia al partito armato
Edizione:2010
Collana:i Robinson / Letture
ISBN:9788842093848
pp:238
Prezzo:16,00 Euro
 


giovedì 4 novembre 2010

Famiglia: quando il silenzio è d'oro

Botero: famiglia colombiana
Che il forum delle famiglie mostri un certo imbarazzo per la presenza del Premier alla conferenza nazionale in programma dall'8 al 10 novembre a Milano ci sta: non hanno certo giovato a Silvio Berlusconi le notizie di questi giorni che lo mostrano più in veste di satiro che di padre di famiglia. Ci sta dunque che il Forum auspichi un passo indietro, ci stanno un po' meno le tante difese d'ufficio dei compagni di partito, impegnati nella non facile operazione di dividere l'uomo Berlusconi dal premier Berlusconi. A parte che, volendo fare i sottili, parte delle condotte dell'uomo Berlusconi si sono consumate in dimore che anche dal punto di vista formale vengono considerate pertinenze del premier Berlusconi (tanto che il Copasir vuole valutarne la reale sicurezza), ma sentire il sottosegretario Eugenia Roccella, paladina del Family day spiegare che "l'unica cosa che può imbarazzare chi sostiene la famiglia sono le prese di posizione contro l'accoglienza della vita, a favore dei matrimoni omosessuali" è un po' stucchevole. Stucchevole perchè verrebbe da chiederle quale attenzione da parte del buon cuore di Silvio Berlusconi sia stata data alla famiglia in difficoltà della piccola Ruby o quale assistenza vera sia stata data alla stessa ragazza minorenne.
Sentir dire che sono i fatti che contano e a casa ognuno può fare quello che vuole è come sentire Gesù spiegare agli apostoli che conta più l'offerta del fariseo che l'obolo sofferto della vedova. Dividere condotta politica da condotta morale vuol dire creare un'Italia a due velocità, a due facce, senza che quella pubblica sia consolidata dalla testimonianza. Che vuol dire questo? Che senza testimonianza la politica è semplice e cinica distributrice di prebende, sterile foraggiatrice di clientele. Già, ma qui li chiamano contenuti. Parliamo dunque di questi contenuti. Formigoni ha detto che si aspetta da Berlusconi impegni veri e non ci aspettiamo da Premier meno ipocrisia: che senso ha parlare di aiuti alla famiglia, elargire il bonus bebè, se con una mano si dà e con l'altra si toglie. Inviterei il Premier a fare un giro tra gli amministratori locali i cui bilanci recentemente li ha fatti direttamente Tremonti senza curarsi dei servizi alla famiglia come asili nido, scuole (quelle pubbliche sono economicamente alla canna del gas e quelle private se la ridono), mense, personale di sostegno e aiuti ai minori. Lo inviterei a salire su un pullman di studenti la mattina e chiedere quanto costa un abbonamento (50 euro mensili per una corsa di soli trenta chilometri tra andata e ritorno), spiegando anche che il prossimo anno sarà pure peggio.
Se questi sono i contenuti, al di la delle condotte del Premier, forse è meglio la Conferenza abbia altri interlocutori, altrimenti è mera propaganda. In ogni caso, su questa vicenda i politici hanno perso un'altra occasione d'oro: quella di far silenzio. Sarebbero stati infinitamente più credibili.

mercoledì 3 novembre 2010

"Siamo tutti culattoni"

Io sono nato in un anno, il 1963, in cui un presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, davanti al muro che divideva in due Berlino, la Germania e l'Europa, disse (era il 26 giugno): "Duemila anni fa l'orgoglio più grande era poter dire "Civis Romanus sum" (son un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l'orgoglio più grande è dire "Ich bin ein Berliner".Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole "Ich bin ein Berliner".
Siamo tutti Berlinesi, dunque, se amiamo la libertà, così come siamo stati tutti americani l'11 settembre del 2001 quando gli attentati alle torri gemelle minarono le fondamenta della tolleranza e della libertà di tutti noi. Così oggi, dopo le ultime infelici battute del nostro Presidente del Consiglio, per il quale è «meglio appassionato di belle ragazze che gay», viene da dire, a noi che non contiamo nulla, ma ci sforziamo ogni giorno di non prevaricare gli altri: "Siamo tutti gay". O meglio, secondo uno slang che più si attaglia al tenore volgare di quel pensiero: "Siamo tutti culattoni".

Sì, signor presidente del Consiglio, perchè se questo vuol dire lottare ogni giorno per far accettare il nostro orientamento sessuale, la nostra idea di società rispettosa di tutti e che manda in soffitta le discriminazioni allora "siamo tutti culattoni". Se questo vuol dire educare i nostri figli a capire gli altri e a comprendere che "gay" non è un insulto, un moto di derisione, ma un orientamento sessuale che va rispettato in un mondo che sul rispetto dovrebbe basare la propria convinenza civile, allora: "siamo tutti culattoni".
Spiace vedere che il presidente del Consiglio mettere in imbarazzo il nostro Paese in Europa per una battuta che una persona che riveste quel ruolo non avrebbe mai dovuto fare, spiace vedere quell'anziano signore mettere in imbarazzo i suoi stessi consiglieri come Alfonso Signorini che della sua omosessualità non ha fatto mai mistero. Spiace cogliere l'autocompiacimento del Premier in quell'occasione, gli applausi e i risolini che hanno accompagnato la frase quasi a sottolineare che forse sono in tanti a pensarla come lui.
Da ragazzo conoscevo un signore, amico di famiglia, che della sua omosessualità non aveva mai fatto mistero. Era una vita difficile la sua, fatta di scherno e battutine, tanto difficile che nel mio paese il suo nome di battesimo era diventato sinonimo di omosessualità. Ecco, signor Presidente del Consiglio, in quell'uomo ho sempre trovato una disponibilità all'ascolto, all'aiuto degli altri che molte persone cosiddette "normali" non avevano.
Era talmente sensibile e consapevole di essere un amico ingombrante che quando ti incontrava per strada e tu eri in compagnia degli amici non ti salutava per non crearti imbarazzo, per non farti diventare oggetto di scherno. In quegli anni ormai lontani ho imparato a salutarlo sempre e comunque, orgoglioso di averlo come amico, e lui rispondeva con un sorriso che mi insegnava tante cose. Ora che lui se n'è andato, portato via, ormai vecchio e malato, da un incidente d'auto; ora che, nonostante siano passati decenni, ancora qualcuno fa battute come quelle sentite ieri; ora più che mai mi vien voglia di dire: "Siamo tutti culattoni". Un ultimo moto d'orgoglio per non morire barbaro.



martedì 2 novembre 2010

Se sul Titanic suona il bunga-bunga

Fabrizio Corona e Ruby
(da www.gossipitaliano .it)

E' questa l'Italia dei principi e delle attenzioni che abbiamo saputo costruire? E' questa l'Italia che vogliamo e per la quale fatichiamo? E' questo il futuro che sappiamo costruire? Non è una questione di colore politico: è una questione di testa.Sarà questa aria piovosa, saranno i fiumi gonfi che fanno atmosfera da giudizio universale, ma quel bunga bunga che rieccheggia in ogni angolo non è il waka-waka per qualche nuovo sport nazionale, il segno di un riscatto di un popolo come per il Sud Africa ai mondiali, ma sembra l'ultimo ballo di un Titanic nella bufera, di un'Italia nel gorgo. E non è per le sorti di quel piccolo vecchio satiro che annega nei vizi le poche ma indiscutibili virtù, ma per un'Italia che sembra aver smarrito il senso, la logica del proprio essere. Viene da chiedersi: che fine ha fatto il "family day"? Che fine hanno fatto i difensori della famiglia, della morale, i nemici dei gay e delle perversioni. In questo mondo dove conta più l'apparire che l'essere rischiano di diventare i difensori dei Corona e dei Mora, di mamma-Minetti che raccoglie una ragazzina fuori dalla questura di Milano e, dicono le cronache, se ne libera poco dopo affidandola ad una brasiliana non certo specchio di virtù . Che fine ha fatto l'attenzione per i minori? Se questa ragazza sbandata , alla quale i giornali, con una punta di cinismo hanno regalato, ieri per il suo 18esimo compleanno, una foto a tutta pagina senza più veli telematici a nasconderne il viso, cresce come un agnello tra i leoni (o sarebbe meglio dire tra i lenoni?) sognando una carriera da cubista, da velina, inconsapevole, forse che il suo destino sarà di qualche comparsata in tv, giusto per battere il  ferro fin quando è caldo, e poi di un declino inesorabile e rapido come è stata rapida l'ascesa.
E se la testa è vuota il ritmo del bunga - bunga diventa più assordante. Diventa il ritmo sfrenato di una deriva segnata. Che, però, facciamo finta di non vedere.

MENO MALE CHE SILVIO C'E'? (IL PUNTO DI DOMANDA E' D'OBBLIGO)

 

CONTRADDITTORIO ZERO

venerdì 29 ottobre 2010

Caso Scazzi: i giornalisti e le vergini

Sarah Scazzi
I giornalisti si riscoprono vergini. Noi giornalisti, candidi come gigli? "Ma mi faccia il piacere" direbbe Totò all'onorevole Cosimo Trombetta. Ed è la stessa esclamazione che mi è venuta leggendo le notizie pubblicate sui giornali che davano conto del mercato della notizia sulla piazza di Avetrana, dove, sulla tragica fine di Sarah Scazzi e le indagini si è sviluppato un businees a colpi di centinaia di euro. Una vera e propria caccia allo scoop prezzolato: 4 mila euro per un video di Sarah in vacanza a Roma, 8 mila per tre foto del garage nel quale è stata uccisa.
Ma chi ha denunciato lo squallido traffico? I parenti di vittima e carnefici? I magistrati e gli inquirenti, oggetto di indebite pressioni? No, i giornalisti. Ho sorriso guardando in tv la denuncia indignata del Tg2 che documentava la richiesta da parte di un consulente legale di 8 mila euro all'inviato in Puglia per le foto del garage dove si sarebbe consumato l'omicidio.  Ho sorriso perchè da sempre, soprattutto in ambito televisivo, dove sui grandi temi di cronaca nera si combatte la guerra dell'audience a colpi di scoop e di esclusive, da sempre si paga per avere certi contributi in trasmissione, così come pagano i settimanali per certi dossier e testimonianze a patto che non transitino prima sui quotidiani. E' la dura legge del mercato dell'informazione e dell' info-tainment, il programma di intrattenimento che fa appello alla cronaca e che trasforma la notizia in spettacolo così che il personaggio diventa soubrette, la trama del fatto copione. Su una storia nella quale abbiamo visto di tutto, dagli interrogatori trasformati in fiction alle registrazioni dei colloqui con i magistrati postati sui siti internet di testate tv, asistere all'indignazione di qualche giornalista sul mercato dell'indiscrezione fatto ad Avetrana mi fa solo sorridere,
L'indignazione e la denuncia sa molto di coda di paglia, profuma di falso moralismo, magari semplicemente perchè scelte editoriali della testata, spesso più improntate al budget che all'etica, hanno deciso di chiudere i cordoni della borsa. Che senso ha filmare di nascosto il consulente della difesa che propone foto a pagamento, sapendo benissimo che quello diventa il più meschino degli uomini solo perchè ci ha chiesto dei soldi che non vogliamo o possiamo dargli e non perchè viola il segreto di un indagine? Se quelle immagini fossero state concesse gratis avremmo sbandierato lo scoop ai quattro venti con buona pace del rispetto per vittime e carnefici. Per cortesia, colleghi giornalisti, non facciamo le vergini. Il mercato esiste perchè c'è qualcuno che lo alimenta e la piccola Sarah Scazzi forse non merita anche questo ulteriore festival dell'ipocrisia.

L'INCHIESTA DI REPUBBLICA TV SUL CASO

giovedì 28 ottobre 2010

Nebbia.... e lieti eventi



Stamattina ho scattato queste foto. Nebbia, sole, campagna. Dissolvenze di una mattina di quasi inverno in cui, come l'avvicendarsi delle stagioni, c'è voglia di cambiamento. Così oggi è nato http://www.marcotoresini.it/, il nuovo indirizzo di un blog che vuol diventare grande. "L'armadio delle parole" qualche idea la sta maturando. Cercando di diraradare la nebbia e facendo spazio ai contenuti.

martedì 26 ottobre 2010

Storie, il signor dottore

Quando ho letto la notizia, poche righe ieri su un giornale nazionale, qualcosa mi diceva che era una grande storia. La storia del "signor dottore", di quelli che così ne "fabbricano" sempre meno: senza orari, disponibili "h24", senza domeniche e fine settimana, sempre in auto e in bici tra una visita e un ambulatorio.
Un tempo li chiamavano "medici condotti" ed erano autorità al pari del parroco, del sindaco, del conte. Oggi li chiamano "medici di base", scrivono le ricette col computer e non con quella calligrafia graffiata che solo il farmacista del paese sapeva decifrare, ma alcuni di loro hanno conservato lo spirito degli "antenati", il dna della dedizione, della professione no limits,  il senso della vocazione. "Sono un medico di campagna" diceva di sè Claudio Carosino, 59 anni, ucciso da un paziente domenica sera a Roncole di Busseto. Ammazzato da quel paziente, il Gianni Scaglioni, 78 anni,  malato e depresso, che il medico voleva visitare per un controllo dopo i malanni conseguenti al vaccino antinfluenzale. Era domenica, ma il dottor Claudio aveva detto alla moglie (disabile sin da prima del matrimonio, ma nonostante tutto era sempre stato un grande amore) che sarebbe uscito per una visita, poi sarebbero andati insieme a messa. Invece in quella campagna piovosa di Padania, il Gianni, che adorava il suo medico condotto, lo attendeva con un fucile in mano. La malattia gli aveva offuscato la mente e il dottor Claudio, medico di campagna tutto casa e pazienti, domenica sera è andato incontro alla morte, lui che aveva studiato tanto per aiutare la vita.
A Busseto in questi giorni è lutto cittadino, on line sul sito della Gazzetta di Parma sono raccolti commenti accorati e lacrime sincere, alla porta dell'ambulatorio del medico di campagna hanno appeso una  rosa rossa e in paese lo piangono come si piange un parente stretto, un benefattore, uno di casa. "Non ne troveremo più uno così" dicono nel paese di Verdi pensando alle telefonate nel cuore della notte e a lui che si alzava e andava al capezzale del paziente col pigiama sotto il vestito. Avrebbe potuto invocare la guardia medica, il 118, ma lui era un medico vecchio stile, di quelli fatti con uno stampo sempre più raro, così come è sempre più rara l'umanità in questo mondo che ci circonda, fatto di progressi e grandi balzi scientifici, ma in affanno quando si parla di rapporti umani, comprensione e disponibilità verso l'altro.
Il dottor Carosino, dunque, era dispensatore di una merce rara, di una medicina che non compri in farmacia, che forse manco ti insegnano all'università. Una medicina che ha il cuore di un uomo e il volto che si specchia in un altro volto: quello del prossimo. Onore al dottor Claudio...

lunedì 25 ottobre 2010

Troppo comoda dottor Marchionne

Sergio Marchionne ha lasciato la 500 e ha preso la ruspa per fare dell'Italia industriale un bel cumulo di macerie. Davanti a Fabio Fazio il manager della Fiat ha spiegato che senza l'Italia la sua azienda farebbe di più e meglio, dimenticandosi forse che senza l'Italia la sua azienda, le migliaia di braccia che hanno attraversato la penisola per approdare a Torino, senza lo stato che l'ha soccorsa nei momenti di difficoltà, non ci sarebbe stata.
Ha detto cose suffragate dalla verità dei numeri (la scarsa competitività del nostro paese è cosa nota) e dei fatti (che lavorare alla Fiat sia come lavorare in un ministero con tutti i difetti, le storture e i lassismi del caso non è un mistero per nessuno), ma dire che la Fiat in Polonia e in Brasile sta facendo meglio è una ovvietà. Provi, dottor Marchionne (si ricorda? Da questo blog le avevamo lanciato una lettera aperta in proposito)  ad esportare gli stessi diritti, salari e garanzie in Polonia e Brasile e poi ne riparliamo: sappiamo benissimo che esistono molti suoi colleghi che giocano a risiko con le aziende delocalizzando di volta in volta dove è più conveniente (oggi è la Repubblica di Moldova con salari da 300 euro al mese e zero tasse, domani sarà un'altra terrà di nessuno affamata di industrie e pronta ad offrire salari al limite dello sfruttamento fin quando fa comodo).
Certo in Italia esistono dei problemi: una politica industriale che latita, un problema di costi che, fa notare qualche suo collega, non è solo salariale, ma di energia, di fisco, di infrastrutture. Problemi che vanno risolti insieme ognuno per le proprie competenze. Se per i lavoratori sono finiti (se mai ce ne siano stati a 1.200 euro al mese) i tempi delle vacche grasse, mi sembra che il medesimo concetto fatichi ad essere recipito da molti suoi sodali che hanno affrontato la crisi chiudendo qui e aprendo altrove, facendo pagare all'industria i peccati commessi con la finanza., ottimizzando le perdite del guadagno facile a spese di una vera, lungimirante ristrutturazione industriale.
Così, caro dottor Marchione, lei avrà anche dato una salutare scrollata all'azienda Italia, ma per cortesia, non eluda le domande che Massimo Mucchetti oggi le rivolge in un commento sul Corriere.
"Tutti parlano - spiega Mucchetti - e non si capisce dove vada il Paese, lamenta Marchionne. Una frustata al radicalismo sindacale e al governo, che a parole sostiene l'azienda, ma poi non fa politica industriale. E tuttavia il capo della Fiat esercita anche lui un potere del quale dovrebbe rendere conto non solo agli analisti finanziari. Le domande s'affollano. Che cosa ha inventato di grande in quest'ultimo lustro la Fiat? Come lavora l'ufficio progetti? Quanto incidono i 10 minuti di pausa in meno o il sabato lavorativo in più sui margini di contribuzione dei diversi modelli? Come intende cambiare stabilimento per stabilimento, e con quale spesa, l'obsoleta struttura produttiva italiana? I mitici 20 miliardi in 5 anni vanno bene per introdurre, ma poi bisogna spiegarsi. Anche perché la Fiat non sta investendo al ritmo promesso. I molti, che hanno visto in Marchionne l'eroe della rinascita italiana, vorrebbero capirne di più. Il capo della Fiat dovrebbe rispondere in particolare ai sindacati moderati che gli hanno firmato una cambiale in bianco rischiando la propria reputazione. Promettere di avvicinare i salari Fiat a quelli francesi o tedeschi pare troppo bello per essere vero. Citare le percentuali del tesseramento per delegittimare il sindacato non è un pò superficiale? La Francia, assai meno sindacalizzata dell'Italia, sta mettendo in croce Sarkozy".
Insomma anche lei, dottor Marchionne, se vuole che gli sia riconosciuto il diritto di dire quello che ha detto, faccia la sua parte e non dimentichi di essere in Europa. Quell'Europa che sullo sviluppo industriale ha costruito il suo benessere, il suo progresso, il suo stato sociale che non sia solo sfruttamento. A me meno che non si voglia parlare di un'Europa che, con la scusa della crisi, vorremmo un po' più vicina al Terzo Mondo.