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mercoledì 18 novembre 2009

Coccaglio: il paese delle belle pensate e le bacchettate di padre Toffari



A Coccaglio hanno pensato bene di chiamare un'operazione di controllo del territorio di quelle volute dal pacchetto sicurezza del Ministro Maroni, "White Christmas". Perchè? Perchè entro Natale i vigili urbani del paese devono passare al setaccio le case degli immigrati e chiedere loro se sono in regola con il permesso di soggiorno: in caso contrario scatta la revoca della residenza se non vi si provvede entro sei mesi. A Coccaglio sarà anche un bianco Natale, ma non per i neri e gli extracomunitari hanno concluso in molti ieri leggendo la bella pensata finita in prima pagina su Repubblica. Una bufera di accuse di razzismo rincarate da un'affermazione dell'assessore alla sicurezza che ammette candidamente al quotidiano diretto da Ezio Mauro "volevamo far un po' di pulizia" spiegando anche che per lui il Natale "non è la festa dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità".
Travolti dalle critiche a Coccaglio oggi sono corsi ai ripari. Il sindaco leghista Franco Claretti taglia corto: «White Christmas è una denominazione assolutamente casuale, a cui la polizia locale è pervenuta in modo informale e scherzoso per coincidenze cronologiche». E sull'operazione ("di anagrafe, non di polizia" precisa l'assessore alla sicurezza) il sindaco osserva: «sono controlli finalizzati a calibrare nel migliore dei modi la gestione delle risorse per le politiche dell’integrazione e del welfare. Non è certo un caso se nessuna associazione d’immigrati o realtà religiosa si è lamentata». Se il parroco del paese non ci vede tutto questo razzismo, di diversa opinione la presa di posizione di padre Mario Toffari, responsabile diocesano del segretariato migranti, che ha contestato duramente gli amministratori di Coccaglio.
Ecco l'editoriale di padre Mario Toffari sul prossimo numero del Settimanale Diocesano la Voce del Popolo.


Bianco e Santo Natale
di padre Mario Toffari,
direttore Ufficio della pastorale dei migranti
Diocesi di Brescia

“Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”(Lc 2,4-7). Il Natale che conosco è uno solo, quello descritto nel Vangelo di Luca: Gesù nasce a Betlemme, in una grotta, perché per lui non c’è posto nell’albergo. È la mia risposta ai fatti e alle dichiarazioni che si sono verificati a Coccaglio in questi giorni, paese dove, a detta degli interessati, “non c’è criminalità”, ma in cui l’Amministrazione vuole “iniziare a far pulizia”. Ma andiamo con ordine. A Coccaglio è partita un’azione del Comune, denominata “White Christmas”, cioè “Bianco Natale”, per controllare a tappeto tutti i clandestini che vivono nel territorio e per espellerli o per togliere loro la residenza nel caso che si tratti di immigrati che non hanno rinnovato in tempo il permesso di soggiorno. Sul contenuto amministrativo-politico dell’azione non entro: si tratta, purtroppo, di una legittima conseguenza del crimine di immigrazione clandestina introdotto nel pacchetto sicurezza, che, per voce degli Uffici diocesani per la pastorale dei migranti, della pastorale sociale e della pastorale della salute, abbiamo già criticato a suo tempo prevedendo conseguenze quanto mai deleterie. Una è appunto questa: i sindaci, dotati di speciali poteri di polizia, vanno in cerca di immigrati irregolari per espellerli, anche se non hanno fatto nulla di male. Il provvedimento è, quindi, legale. Da dire resta molto, invece, circa l’umanità del medesimo. Certo, mi piacerebbe sapere anche che cosa succederà ai cittadini di Coccaglio che hanno “ospitato” clandestini o che hanno la badante o la colf clandestina: anche questi sono in stato di reato! Ma ciò che mi spinge ad alzare la voce è l’abbinamento dell’operazione al Natale. “Forse è stato infelice” dice il Sindaco. “Troppo poco” rispondo, tanto più che il suo Assessore alla sicurezza ha dichiarato che “per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità”. Caro assessore, francamente il cristianesimo è un’altra cosa: emarginando il povero (e guarda caso sempre il più debole), emarginiamo lo stesso Cristo e la cosiddetta identità, sbandierata a sostegno di politiche non affatto cristiane, sa solo di strumentalizzazione oltre che di improprietà interpretativa del Vangelo. Quanto poi al fatto che chi propone queste iniziative vanti spesso il suo cristianesimo in nome di frequentazione di scuole cattoliche o del fatto che era “presente a Brescia dal Papa” domenica 8 novembre, mi sembra doveroso ricordare quanto Benedetto XVI ha ribadito nel suo discorso al Convegno di Pastorale per i migranti il giorno seguente al suo viaggio a Brescia: “Fedele all’insegnamento di Gesù ogni comunità cristiana non può non nutrire rispetto e attenzione per tutti gli uomini, creati a immagine e somiglianza di Dio e redenti dal sangue di Cristo, ancor più quando si trovano in difficoltà. Ecco perché la Chiesa invita i fedeli ad aprire il cuore ai migranti e alle loro famiglie, sapendo che essi non sono solo un ‘problema’, ma costituiscono una ‘risorsa’ da saper valorizzare opportunamente per il cammino dell’umanità e per il suo autentico sviluppo”. Buon Natale a tutti, quindi, anche agli amministratori di Coccaglio naturalmente. Che sia bianco e santo, che sappia di accoglienza, nell’ordine, nella sicurezza e nel rispetto di ogni persona umana.

Rothe Erde: operai contro nel gioco perverso del "si salvi chi può"


La Rothe Erde - Metallurgica Rossi è un'azienda di Visano (Brescia) del gruppo Thyssen Krupp specializzata nella realizzazione di cuscinetti volventi che più di un mese fa ha deciso di staccare 45 licenziamenti su circa 200 dipendenti. Una decisione unilaterale che ha scatenato la protesta e diviso gli stessi sindacati: su un fronte la Cgil, sull'altro Cisl e Uil. In mezzo i dipendenti, chiamati a combattere una guerra tra poveri (sono parole di Francesco Apostoli su Bresciaoggi). Chiamati ad affrontarsi su opposti fronti: chi vuole lavorare e chi picchetta la fabbrica per difendere quei 45 posti (che, a conti fatti, tra pensionamenti e dimissioni volontarie dovrebbero diventare una ventina, dando alla vicenda ulterori pretesti di scontro). Così ieri la tensione è arrivata alle stelle con il blitz dei dipendenti che vogliono lavorare all'interno della fabbrica (non prima di aver rischiato lo scontro fisico al quale ha contribuito una scorta di vigilantes, l'utilizzo dei quali, dopo il caso Eutelia, poteva essere risparmiato soprattutto in una situazione così tesa) e l'assedio dei colleghi del presidio fuori dalla fabbrica (con l'aggiunta di "rinforzi" arrivati dalla città per l'occasione) durato fino a notte. Quando operai e impiegati contrari al blocco hanno potuto lasciare la fabbrica sotto scorta (a proposito, viene da chiedersi: ma le forze dell'ordine non potevano risolvere la questione più rapidamente, evitando che la situazione apparisse quasi come un sequestro di persona?)
Ma cosa si sta giocando, al di là delle proteste, attorno ai cancelli della fabbrica di Visano? Forse le prove generali di un conflitto (che finirà per mettere a dura prova ancora una volta l'unità sindacale) destinato dilagare nelle tante aree di crisi di questa provincia, che rischia in pochi mesi di sacrificare centinaia di posti di lavoro tra chiusure, delocalizzazioni, ristrutturazioni selvagge e dolorose. Forse le prove generali di una congiuntura per nulla confortante e che possiamo definire, con un termine forse poco tecnico ma non per questo meno incisivo: la stagione del "si salvi chi può".



martedì 17 novembre 2009

Eluana e i giornalisti: una lettera aperta


Sul caso di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo dopo un incidente, per la quale il padre aveva ottenuto dalla magistratura il permesso di interrompere ogni accanimento terapeutico alimentazione compresa, così come lei aveva più volte manifestato prima della tragedia, dobbiamo registrare un intervento dell'avvocato della famiglia. Dopo gli esiti dell'esame medico legale sull'encefalo della giovane donna, che denotano una condizione di deperimento dell'organo ormai irreversibile, il legale ha scritto una lettera aperta ai giornalisti italiani.
Un invito a ristabilire la verità dei fatti. Per tutti una riflessione che fa bene ai vivi e ridona serenità ai morti.


Lettera aperta ai giornalisti italiani


Cari Giornalisti,

come reso ormai pubblico, ma per ora senza dar troppo peso, la consulenza ritualmente disposta dalla Procura di Udine sull’encefalo di Eluana Englaro ha accertato che “per loro natura, estensione e severità le lesioni rilevate all’esame neuropatologico sono anatomicamente irreversibili”. Parole chiarissime, anche per chi non sa di medicina: quanto accertato precedentemente dai Giudici, per autorizzare l’interruzione dei trattamenti sanitari, risulta pienamente confermato, sia quanto alla situazione di stato vegetativo sia quanto alla sua irreversibilità.
Si dirà che questo potrà servire a chiudere la vicenda, finalmente. Ma non è così che questa vicenda può e deve chiudersi.
C‘è una questione scientifica ed una questione giuridica la quale è divenuta politica. E su questo terreno ciascuno continuerà a dire la sua legittima opinione, sperando che sappia trarre da quanto ormai è accertato qualche utile insegnamento.
Tuttavia, ed ancor prima, c’è una questione umana che riguarda, oltre che Eluana Englaro, il Sig. Beppino Englaro, suo padre e tutore, e quanti (i pochi) che gli sono stati vicini.
Il Sig. Englaro ha subito, contro ogni evidenza giuridica e scientifica, un terribile processo condotto nelle piazze (in quella moderna piazza che sono la stampa e la televisione), il quale si è tramutato ben presto in un vero e proprio linciaggio morale. Il Sig. Englaro ha dovuto assistere allo spegnersi della figlia udendo, intorno a sé, un gridare incessante, in cui tra altri epiteti, Egli è stato bollato come “assassino”. E la cosa più grave di tutte è che a sollevare queste grida e proferire accuse infamanti non siano state comuni persone ma ministri e parlamentari della Repubblica, altri esponenti di spicco della politica, nonché sedicenti esperti di diritto e di medicina i quali, pressoché tutti senza avere la benché minima cognizione della situazione effettiva e concreta di cui stavano parlando, hanno tranciato giudizi letteralmente imprudenti, come un uomo di scienza ed un professionista non dovrebbe mai fare.
Chi ha in mano il potere, di agire come autorità politica o scientifico-professionale, dopo aver arbitrariamente offeso il Sig. Beppino Englaro, cercherà oggi di imporre il silenzio sulle offese recate alla dignità di quest’uomo. I Giornalisti italiani hanno qui l’occasione per dar prova di coraggio civile: diano agli accertamenti reali ed obiettivi sulla situazione di Eluana Englaro la stessa importanza che hanno dato alle voci che irresponsabilmente hanno leso la dignità del suo padre e tutore. Nessun danno sarà con ciò riparato, ma noi tutti potremmo sperare di vivere in un paese che conosce libertà e giustizia.
Milano, 17 novembre 2009

prof avv. Vittorio Angiolini
ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Milano e avvocato nei giudizi concernenti la situazione di Eluana Englaro

venerdì 13 novembre 2009

Giornalisti: è se fossimo tutti Saviano o Abbate?


Un paio di settimane fa un collega del Giornale di Vicenza (quotidiano del medesimo gruppo editoriale di Bresciaoggi, dove lavoro)ha scorto davanti a casa due taniche di benzina e un innesco. Un piccolo avvertimento per lui che, praticamente da sempre, si occupa di cronaca nera e giudiziaria per il quotidiano veneto.
I giornalisti dunque non vengono minacciati solo nelle zone ad alta densità criminale, ma anche nel nord-est produttivo e libero - si dice - da ogni vincolo delinquenziale.
Ma quanti Roberto Saviano, Lirio Abbate o Pino Maniaci esistono in giro per l'Italia? La federazione della stampa (il sindacato dei giornalisti) ha creato un osservatorio (http://www.fnsi.it/Pubbliche/Pag_osservatorio_o2.asp) sui giornalisti sotto scorta e minacciati. L'osservatorio si chiama "Ossigeno 2", per ridare aria a chi rischia di vedere soffocata la libertà di raccontare ciò che di marcio c'è intorno a noi. Sono tante le storie di colleghi minacciati (spesso free lance poco garantiti e pagati ancor meno) e, quel che più fa male, è pesante l'indifferenza dei colleghi e della categoria.

PER NON FARSI VINCERE DALL'INDIFFERENZA ECCO IL RAPPORTO SUI GIORNALISTI A RISCHIO

Mafia e Giornalismo


giovedì 12 novembre 2009

Crisi: il caso ex Eutelia e i nuovi rapporti sindacali



Sembra un caso isolato quello dell'ex Eutelia di Roma dove due notti fa un gruppo di vigilantes, capeggiati da un ex amministratore della Agile, azienda che ha rilevato Eutelia, Samuele Landi ha tentato lo sgombero coatto dell'immobile sulla Tiburtina occupato dai dipendenti su cui gravano pesanti tagli occupazionali e un processo di ritrutturazione di lacrime e sangue (i dipendenti non vengono pagati da luglio, i licenziamenti potrebbero arrivare a quota 1200). Quella dell'azienda di telecomunicazioni è un caso limite ma è un campanello d'allarme sul quale fare qualche riflessione prima che diventi il nuovo modo di impostare le relazioni sindacali.

Ecco alcuni video sulla vicenda e le immagini del blitz.





mercoledì 11 novembre 2009

Se in carcere si muore...



Ieri a Parma un'altra morte in carcere, un'altra inchiesta chiamata a stabilire la verità ed eventuali responsabilità. Chi è entrato in carcere almeno una volta sa che quello è un mondo a parte con proprie regole e proprie dinamiche, codici spesso non scritti ma praticati e sui quali sovraffollamento e condizioni di vita estreme (per tutti, spesso anche per chi fra quelle mura ci lavora con spirito di sacrificio)hanno l'effetto di una tanica di benzina sul fuoco. Più che un commento, io lascerei parlare i dati e le storie, perchè le croci in carcere non sono solo quelle di Giuseppe Saladino o Stefano Cucchi.
Quindi:
1)clicca qui per sapere quante persone sono morte nelle carceri italiane in questi anni (Fonte: www.ristretti.it)

2)consulta qui il dossier "Morire di carcere 2009" (Fonte: www.ristretti.it)

Ed ora ecco i documenti che potete trovare anche sul sito www.ristretti.it

Gli "eventi critici" nelle carceri italiane nel 2008

Carceri: il dossier Suicidi

Processi brevi e giustizia lunga



Notizia di ieri: si fa strada l'ipotesi di dare un tempo alla giustizia. Una proposta che suona più o meno così: 6 anni per i tre gradi di giudizio, contingentamento che varrà solo per gli incensurati.
Notizia di ieri: la Cassazione ha chiuso in via definitiva il processo a carico di Milena Bertani, ex assessore al bilancio della Regione Lombardia, invischiata in una storia di appalti del dopo alluvione in Valtellina. La Cassazione ha reso definitiva l'assoluzione dell'ex assessore dopo 9 anni.
Detto così non si può che essere solidali con Milena Bertani quando dice "Ho perso nove anni della mia vita per accuse infondate". Detto così non si può non guardare con favore l'esigenza di contingentare per legge la durata dei processi. Ma...
C'è sempre un ma in quest'Italia che si è scordata un briciolo di coerenza: come conciliare l'esigenza di processi rapidi con una macchina giudiziaria abbandonata a se stessa da troppo tempo? Come si fa ad intensificare i dibattimenti - tanto per andare al sodo - se non possono essere celebrati il pomeriggio perchè non ci sono soldi per gli straordinari dei dipendenti, ne è pensabile di organizzare turni di lavoro come in fabbrica? Come si fa a rendere rapidi i processi se non ci sono risorse per pagare le cooperative che si occupano della trascrizione dei verbali di udienza? Come si fa a fare inchieste rapide se molte procure hanno posti coperti solo a metà?
Domande alle quale qualcuno dovrebbe rispondere in maniera credibile prima che si pensi che la proposta sia l'ennesimo tentativo di introdurre una legge ad personam, spacciandola per una grande illuminazione politica (a cui mancano però le basi operative).
Sul tema illuminante questo intervento su La Stampa dell'avvocato Carlo Federico Grosso.

Editoriali
11/11/2009 -
Tutto inutile se i tribunali non funzionano
CARLO FEDERICO GROSSO
Gianfranco Fini avrebbe confermato, ieri, il suo no alla prescrizione breve dei reati. Avrebbe tuttavia avallato la «prescrizione processuale», in forza della quale i processi penali, anche quelli in corso fino alla fase del primo grado, dovranno concludersi entro sei anni (due anni per il primo grado, due per il secondo, due per la Cassazione). Se tali termini non saranno rispettati, scatterà la loro estinzione per decorso del tempo, con la, conseguente, assoluzione degli imputati.

Se questa dovesse essere la nuova disciplina, ho l’impressione che l’obiettivo da tempo perseguito da Berlusconi sarebbe in ogni caso assicurato: nei suoi processi pendenti egli riuscirebbe, ancora una volta, a sfuggire al giudizio dei suoi giudici. Insieme a Berlusconi, sarebbero d’altronde graziati centinaia di altri imputati. Caduto il lodo Alfano per violazione manifesta del principio di eguaglianza, per salvaguardare il premier, e nel contempo l’eguaglianza, si rischierebbe un’impunità generalizzata, con buona pace delle vittime dei reati.

Precisando che una valutazione definitiva su ciò che ci attende potrà essere formulata soltanto quando saranno chiari gli accordi di maggioranza ed esplicitati i testi dei disegni di legge, cerchiamo comunque di capire che cosa significhi, allo stato, prevedere, nel modo indicato, la prescrizione dei processi, compresi quelli in corso fino al giudizio di primo grado.

In astratto stabilire che i processi devono concludersi entro sei anni, con scadenze prefissate per ciascuna fase, sarebbe soluzione splendida. Se si riuscisse nell’intento, il male più rilevante della giustizia si dissolverebbe e, quantomeno con riferimento al tema della durata dei processi, essa diventerebbe giustizia accettabile. Perché una riforma dei tempi possa essere credibile, occorrerebbero tuttavia, quantomeno, due condizioni: che essa riguardi soltanto processi futuri, iniziati cioè da magistrati consapevoli fin dall’inizio della durata consentita; che l’imposizione di tempi stretti sia accompagnata da una riforma adeguata nell’organizzazione e nei mezzi, in grado di rendere possibile, nei fatti, il rispetto delle nuove durate. Altrimenti, se ci si limitasse a stabilire nuove regole, ed a disporre l’estinzione dei processi (compresi quelli in corso) in caso di loro inosservanza, sarebbe lo sfracello: centinaia e centinaia di processi estinti.

E’ vero che Fini, consapevole dei problemi, ha dichiarato di avere chiesto al presidente del Consiglio che alla giustizia siano destinate risorse adeguate alle nuove esigenze. Chiedere non è tuttavia, ovviamente, sufficiente; Tremonti permettendo, sarà necessario quantomeno stanziare. Ma anche stanziare potrà non bastare: occorrerà infatti che gli stanziamenti si concretino in strumenti concreti di efficienza, e che alle nuove risorse si accompagnino comunque altre riforme - di organizzazione e di legislazione - idonee a rendere di fatto praticabili i nuovi tempi stabiliti per la durata dei processi penali.

C’è, inoltre, un altro profilo sul quale è necessario riflettere. Verosimilmente, imboccata la strada della prescrizione dei processi troppo lunghi, la maggioranza avrà molta fretta di approvare la legge. L’urgenza di fare riforme in grado di velocizzare i processi è fuori discussione; è tuttavia altrettanto fuori discussione che realizzare una riforma seria dell’organizzazione giudiziaria richiede tempi tecnici non brevi. Che cosa accadrebbe se vi fosse una sfasatura fra i tempi di approvazione della legge che impone rapidità ai processi penali e di quelle che consentono un’organizzazione della gestione giudiziaria idonea a fronteggiare le nuove prescrizioni in materia di durata consentita?

Ancora. Secondo quanto è emerso, dovrebbero essere coinvolti nei processi a rischio di prescrizione quelli che riguardano reati puniti con la reclusione non superiore nel massimo a dieci anni (compresa, guarda caso, la corruzione), fatti salvi quelli che concernono mafia, terrorismo o, comunque, fatti di particolare allarme sociale. Tutti indifferenziatamente, senza badare alla maggiore o alla minore gravità dei reati, od alla maggiore o minore complessità dell’attività processuale necessaria?

I tempi stretti riguarderebbero d’altronde soltanto gli imputati incensurati. E perché mai? Se la prescrizione processuale non costituisce un premio per gli imputati, ma la risposta ad un’esigenza generale di rapidità processuale, censurati o incensurati la regola dovrebbe essere la stessa.

Si potrebbe continuare. Agli effetti di una prima reazione alle novità che si profilano all’orizzonte della giustizia italiana, quanto ho rilevato mi sembra sufficiente. Con un auspicio. Che gli addetti ai lavori, consapevoli dei problemi, sappiano comunque, se possibile, opporsi agli errori. Che siano in grado di farlo uomini della maggioranza. Che lo facciano, con decisione, tutti gli uomini dell’opposizione, senza indulgenze o compiacenze di sorta.
da La Stampa

lunedì 9 novembre 2009

Il muro è crollato: ma quanti ne abbiamo ancora?


Oggi si celebra il crollo del Muro di Berlino, avvenuto convenzionalmente il 9 novembre 1989. Ho recentemente visto un servizio che ricostruiva con i protagonisti di allora (da Gorbaciov a Khol) le tappe che portarono all'apertura delle frontiere e al crollo della cortina di ferro. Tutti convenivano che quella fu una scelta di popolo, era stata la gente, più che le nomenclature politiche a spingere su quelle barriere affinchè crollassero. Insomma: noi siamo il popolo, si canta ancora in Germania (vedi il video qui sotto). Dopo vent'anni, oltre a celebrare la libertà riconquistata, viene da chiedersi quanti muri abbiamo ancora da abbattere dentro e fuori di noi.







La Chiesa povera e libera di Benedetto XVI e i talenti di un umile bresciano



Cosa resta della visita di Benedetto XVI nella Brescia di Paolo VI e Sant'Arcangelo Tadini?. Frughi nelle tasche dopo una domenica di pioggia, freddo e tanto entusiasmo per un Papa che, dopo Giovanni Paolo II capace, pur piegato dalla malattia, di far tremare lo stadio Rigamonti nel 1998 reggendosi al pastorale, pensavi poco portato ad infondere quell'empatia che forgia i carismi, e ti ritrovi con tre talenti da far fruttare e un soldo bucato di cui non sai che fartene.
Il primo talento che ti ritrovi tra le mani è quello di un Papa che rompe il protocollo e saluta la gente davanti alla chiesa di Botticino; che parla di un parroco dal carattere non facile che guardava agli operai, al mondo del lavoro come ad una missione; che parla di San Tadini come di maestro, di un esempio da seguire per aiutare il prossimo, con un pensiero che va alla crisi. Quella stessa crisi che, un'ora dopo si concretizzerà all'offertorio della messa papale con la presenza di tre operai delle aziende bresciane in difficoltà. Il primo talento è anche quello di un Papa che si ferma, benedice e prega, davanti ad una stele in piazza della Loggia, davanti ad una colonna sbrecciata il cui marmo ha martoriato a morte le carni di otto persone in una giornata altrettanto piovosa del 28 maggio 1974. E', questo primo talento, il talento di una Chiesa che sa e deve parlare innanzitutto al cuore, alla città, al vivere quotidiano. Una Chiesa che senti vicina, che sa rispondere all'Sos delle tue fatiche, delle tue sofferenze, delle tue difficoltà.
Il secondo talento è quello predicato in piazza Duomo, quello che racconta di una Chiesa "povera e libera" che sappia parlare al mondo, la Chiesa della vedova povera che mette in un obolo tutte le sue sostanze, la Chiesa del parroco degli operai e della dignità del lavoro, la Chiesa del Papa che scrisse l'"Ecclesiam suam" nella quale - sono parole di Benedetto XVI - "si proponeva di spiegare a tutti l'importanza della Chiesa per la salvezza dell'umanità e l'esigenza che tra la Comunità ecclesiale e la società si stabilisca un rapporto di mutua conoscenza e di amore". Un rapporto che per la Chiesa deve rimanere centrale.
Il terzo talento è quello di una Chiesa che educa ai pensieri forti. "Papa Montini - ha ricordato Ratzinger - spiega che il giovane va educato a giudicare l'ambiente in cui vive e opera, a considerarsi come persona e non numero nella massa: in una parola ad avere un "pensiero forte", capace di un "agire forte". Paolo VI con coraggio indicò la strada dell'incontro con Cristo come esperienza educativa liberante e unica vera risposta ai desideri e alle espirazioni dei giovani, divenuti vittime dell'ideologia". Insomma una Chiesa che educa al coraggio di essere cristiani, alla tenacia di testimoniarlo non conformandosi alla mentalità del mondo.
Guardo questi tre talenti tra le mani e mi verrebbe voglia di sotterrarli aspettando tempi migliori. Aspettando una Chiesa veramente povera e libera, veramente vicina alla comunità, veramente proiettata verso "valori forti" anche se anticonformisti e invisi ai "carrieristi figli di Zebedeo" (per dirla con Cesare Trebeschi in un un'intervista a Bresciaoggi di qualche giorno fa). Li rigiro tra le mani e poi penso che anche io sono Chiesa e forse, questa Chiesa in difficoltà merita qualche sforzo di testimonianza, qualche prova di coraggio, come quella civile di Paolo VI davanti al dramma del sequestro Moro.
E il soldo bucato? Eccolo qui: porta incise le frasi fatte di quei politici che "parlano di radici cristiane" come se fosse l'etichetta di un paio di jeans o brandiscono il crocefisso (non fa nulla se lo hanno tolto dal muro senza coorgersi che era coperto di polvere e dimenticato da tempo) brandendolo come una spada per una battaglia tutta politica, tutta ideologica. Una battaglia tanto, troppo, lontana da quella Chiesa "povera e libera" che si specchia dell'obolo della vedova.

Ps. Sul tema del crocifisso e della sentenza della Corte Europea consiglio la lettura di una riflessione di padre Marcello Storgato e di un intervento di Raniero La Valle ospitati su sito bresciano di "Religioni per la Pace"




sabato 7 novembre 2009

Aspettando il Papa: il faccia a faccia Tarantini - Trebeschi

Televisivamente parlando potrebbe essere una di quelle interviste incrociate che hanno fatto la fortuna di un programma come "Le Iene", giornalisticamente è invece un confronto serrato tra le due anime del cattolicesimo bresciano: quella rappresentato da Graziano Tarantini (classe 1960), fra i fautori delle fortune di Cl a Brescia (da questo mondo proviene l'attuale sindaco del Centro-destra della città, Adriano Paroli, e lo stesso Tarantini guida il consiglio di sorveglianza della Multiutility A2A) e quella che ha in Cesare Trebeschi (classe 1925, ex sindaco di Brescia dal '75 all'85) un rappresentante autorevole della cultura cattolico democratica di Brescia. A proporlo è Massimo Tedeschi sull'edizione odierna di Bresciaoggi che aspettando la visita di Papa Benedetto XVI di domani ha sondato le aspettative dei bresciani. Ieri era il laico Emanuele Severino a dire la sua, oggi sono Tarantini e Trebeschi a raccontarci da credenti la loro visione del cattolicesimo bresciano.
Visioni molto plurali, che ci dicono come sotto un crocefisso convivano anime apparentemente inconciliabili. E alla domanda su come giudica lo stato della chiesa bresciana le differenze sembrano divise da un solco profondo.
"Credo che sul piano pratico le istituzioni, i palazzi siano solidi, ma gli uomini di fede dovrebbero avere il coraggio il limite di possesso di questi beni. La Chiesa dovrebbe sentire quando le cose si affievoliscono per consegnarle agli altri" spiega Tarantini dando quasi l'imprensione di aspirare ad una egemonia ciellina. "Il rischio - precisa poi - è di fare tanti vuoti che danno l'idea di un museo. Se una fondazione non ha più linfa è giusto darla a chi ha energie. Se Cl cresce dovrebbero dare spazio a questa presenza".
"Nel '98 si parlò di 200 mila bresciani che avevano incontrato il Papa, stavolta se ne prevedono 50mila - va subito al sodo, invece, Trebeschi -. Ormai non c'è più solo un crollo di vocazioni, ma di religiosità. La chiesa bresciana ha subito le sue sconfitte come quella sul bonus bebè. Quella è stata una sconfitta per la chiesa di Paroli"
E il rapporto con il potere? "Io ho il potere, e uno deve sempre avere la presunzione di gestirlo meglio di un altro - spiega Tarantini -. Detto questo ne sono libero. Chi è attaccato al potere si abbruttisce. Io non voglio diventare un brutto".
"Bisognerebbe chiedersi - argomenta Trebeschi - quali siano i veri diritti umani: per me lo è la dignità della vita dalla nascita alla morte. Mi sa tanto di farisaismo la campagna contro l'aborto se non si riconosce la piena dignità di tutti i nati. Il mio sesto figlio è down e posso dire che il 90% degli amministratori che si dicono cristiani discriminano i disabili. E' stato Benedetto XVI a Praga a dire che servono politici credenti e credibili".
E al Papa cosa vorrebbero chiedere Tarantini e Trebeschi?
"No gli farei una domanda - spiega Tarantini -, gli ricorderei la prima volta che l'ho visto al Meeting, gli direi che da allora l'ho letto tutto e aggiungerei: Le tue parole, le tue promesse, non mi hanno mai tradito".
"Gli chiederei di esserci maestro di fede. Ci insegni a guardarci dalla geografia del potere. Ci auti a capire i segni dei tempi, a guardarci dallo zelo degli apostoli che allontanano i piccoli e i disturbatori: corregga il carrierismo dei figli di Zebedeo. Ci aiuti a pregare il padre nostro e se è nostro e non solo mio è padre di tutti, anche di quelli che sui barconi vorrebbero venire da noi e noi non li lasciamo, perchè le cose vogliamo tenercele tutte noi".
Amen.

P.s.: sulle anime del cattolicesimo bresciano segnalo un interesante intervento di Don Fabio Corazzina sul numero di luglio/agosto di Battaglie sociali, la rivista delle Acli Bresciane. Scarica il numero cliccando qui. L'articolo si intitola:"Niente feudi e privilegi".