Giro qui l'articolo che è comparso oggi su Bresciaoggi. Parla dell'ultimo libro di Roberto Bianchi (nella foto sotto) "La collana di perle finte", che verrà presentato domani, venerdì 1 ottobre, al teatro Sancarlino di Brescia. La storia di una parternità infangata e calunniata, di una figlia ostaggio di una storia d'amore vinita male.
Le paternità infangate di Bianchi
Potrebbe essere un'autobiografia, in realtà è la la sintesi di tante storie in un mondo dove spesso i figli più che condivisi sono contesi, più che amati usati, più che educati alla verità, vestiti di menzogna: come quelle belle collane di perle finte, che fanno charme, ma anche tanta tristezza.«La collana di perle finte» (edizione Arpanet, 176 pagine, 13,50 euro, una versione ebook a 4,50 euro scaricabile dal sito www.arpabook.com) è il titolo del romanzo di Roberto Bianchi, bresciano, 52 anni, fino al '95 grafico - comunicatore, oggi con la voglia matta di raccontare storie di vita quotidiana, storie sue che possono essere le nostre o di chi ci sta accanto.La collana di perle finte è quella sequela di menzogne che finiscono per travolgere un altro Roberto, quello che si racconta nel libro e che di cognome fa Franchi. Lui è uno sciupafemmine, instabile e maledetto, che in una città austera e bigotta che sembra tanto Brescia, ha una figlia, Roberta, con la rampolla di una famiglia il cui blasone sta a metà tra aristocrazia e borghesia.Così non poteva che naufragare presto la convivenza tra Roberto e la ragazza di buona famiglia, così come non poteva che sfociare in una lunga battaglia giudiziaria il contenzioso per l'affidamento della piccola Roberta. Un cammino costellato di «perle finte» fatte di accuse pesanti che hanno ben presto trasformato Roberto e la nuova compagna di vita in sospetti pedofili che avrebbero approfittavato dell'innocenza della piccola. Così il libro finisce, senza turbare troppo, per alternare gli scoramenti e la rabbia dell'imputato, agli atti giudiziari, che sfociano nella più liberatoria e definitiva delle assoluzione: «perchè il fatto non sussite». Ma la pena più dura deve ancora arrivare e finirà per dividere in perpetuo i destini di Roberto e della figlia. È un romanzo, ma sembra una storia vera, una storia come tante, solo scritta con la passione della condivisione. Di quella storia, domani alle 18 al Sancarlino, parleranno fra gli altri l'autore, il direttore editoriale di Arpanet, Paco Simone, e il professor Gian Luigi Berardi, docente di letteratura italiana all'Università di Venezia.
Marco Toresini (da Bresciaoggi del 30 settembre 2010)
Lo confesso: spero di essere smentito in tempo reale. Spero che mentre scrivo da casa questo post qualcuno, da qualche parte, stia firmando un documento che rompa il silenzio istituzionale, detti la linea, ci dica che continuiamo ad essere uno stato unitario e non una frantumazione di pianeti, o meglio una galassia di tanti piccoli soli. Padani.
Seguo per lavoro la vicenda di Adro e quello che colpisce, comunque la si pensi, è il silenzio istituzionale, quello di chi dovrebbe dettare la linea ad un sindaco imprevedibile come Oscar Lancini, colui che ha tapezzato di simboli leghisti la nuova scuola intitolata a Gianfranco Miglio. L'ultimatum lanciato dal ministro dell'Istruzione Maristella Gelmini rischia di cadere nel vuoto, vuoi per la scarsa e tardiva convinzione con il quale è stato mandato (il ministro si è affrettato a dire dopo aver spedito la lettera "la polemica è chiusa"), vuoi per l'oggettiva scarsa efficacia di un provvedimento simile. Paradossalmente sembra che la Gelmini abbia più titolo per far traslocare in terra neutrale la scuola, che per imporre ad un sindaco di rimuovere i simboli. L'unica via percorribile, dunque, sembra quella di un provvedimento del ministero dell'Interno o del suo rappresentante, il Prefetto. Qualche direttiva per casi similare pare sia già stata emanata in passato e non si capisce, o meglio forse si capisce sin troppo, perchè tanto ritardo in un pronunciamento. Silenzio, stiamo lavorando, rispondono a Brescia in Prefettura. Sarà, ma il rischio è che questo "lasciateci lavorare" finisca per assomigliare troppo al Lancini-pensiero di "sulla scuola abbiamo le idee chiare". Una grande melina con un unico scopo: sfiancare le proteste per consolidare l'abuso. Come si fa con le case e i garage costruiti senza licenza edilizia: deve passare il tempo e prima o poi arriva un condono.
E già, si dice, che qualcuno pensi al prossimo blitz: quale miglior modo, infatti, per legittimizzare il Sole della Alpi come simbolo territoriale se non farlo finire nel gonfalone del comune accanto ai grappoli d'uva e alla A di Adro? Sole e uva, del resto, si sposano a meraviglia in questa città-stato che sembra diventata la piccola Adro.
Quando da giovane giornalista guardavo fuori dalla finestra della redazione vedevo il lungo serpentone di una colata continua. Del resto, nella città del tondino, in una redazione ricavata dalla vecchia palazzina degli uffici di un ex azienda siderurgica cosa potevi pretendere se non vedere il cortile della Bisider della famiglia Lucchini? Oggi guardo fuori dalla finestra e vedo un centro commerciale: la ferriera non c'è più e tutto intorno le fabbriche sono state smantellate per far posto, nelle intenzioni oggi provate dalla crisi, a ufffici, negozi e abitazioni.
Mi sono ricordato di quella colata continua leggendo oggi sul Corriere il ritorno di Silvia Avallone, scrittice rivelazione dell'estate, a Piombino, alla Lucchini-Severstal dove ha ambientato il suo fortunato libro: Acciaio.
L'occasione era quella di un sopralluogo per il film destinato a tradurre in immagini le avventure di quei giovani di Piombino stretti tra fabbrica, sogni e voglia di fuggire altrove, magari solo all'Elba. Tra treni rotaia, altiforni e cokerie, Silvia Avallone ritrova i volti duri descritti nel libro. Volti spiegazzati dalla fatica, quella vera, per 900/1500 euro al mese. Volti sui quali è passata la crisi che ha costretto, fatto raro, a spegnere i forni altrimenti attivi 24 ore su 24. Silvia Avallone chiude il suo pezzo con una convinzione: "Tornare nella giungla della fabbrica ha rafforzato in me una convinzione. Che questa è l'Italia che vale la pena raccontare".
L'autrice di Acciaio ha raccontato questa storia a pagina 25 del Corriere che oggi dedica cinque pagine (al netto della pubblicità) al discorso che stamane Berlusconi terrà alla Camera, ai giochetti di potere, alla campagna acquisti del Pdl, ai fatidici 316 deputati per ottenere la fiducia. Poi leggi i racconti dalla fabbrica dell'Avallone, scopri che i temi veri sono altri e ti monta il populismo: "I politici - hai voglia di urlare -? In ferriera". Non tanto, almeno una settimana, poi ne riparliamo.
Tutto è pronto o quasi. Il 30 giugno una delibera della Regione Lombardia ha dettato le regole per l'aggiornamento degli elenchi dei manager aspiranti alle cariche di direttore generale, direttore sanitario e direttore sociale di Asl, ospedali e istituti di ricerca lombardi. Le domande dovevano essere consegnate entro il 23 di agosto e ora si stanno aggiornando gli elenchi di coloro che ambiscono a dirigere la sanità lombarda.
Ma non sono questi adempimenti burocratici a mettere in fibrillazione i piani alti di ospedali e Asl. Non è nemmeno la curiosità di vedere chi aspira ad un posto da "capo", perchè si sa come funzionano queste cose: la sanità è come il risiko, tutta questione di carri armati e bandierine. E c'è qualcuno che scalpita più di altri in questa partita che in passato ha riservato ai veritici regionali figuracce da barbari che si spartiscono il bottino (ricordate quella conversazione sulle nomine tra politici del Pirellone del gennaio 1995, ascoltata via telefono e trascritta da una giornalista del Corriere e trascritta sul quotidiano con ampio clamore?). Quel qualcuno porta un fazzoletto con il Sole delle Alpi nel taschino della giacca e vuole contare in Sanità quanto il carico di voti mietuto alle ultime regionali gli offre secondo i canoni della buona e sana lotizzazione.
Se la Lega punta i piedi per le Fondazioni bancarie nel nome di una vicinanza al territorio (Tosi docet) figuriamoci se sta alla finestra quando a fine anno si consumerà la battaglia per il rinnovo dei direttori generali di ospedali e Asl lombardi.
Oggi sul Corriere Giuseppe Baiocchi, ex direttore della Padania, distilla un'analisi sui nuovi spazi che la Lega va cercando. "Il ruolo di rappresentanza riconosciuto dal popolo sovrano - spiega - apre spazi di potere reale e non "parallelo" nell'ambito del complesso sistema di potere pubblico e semi-pubblico disegnato nella struttura della società dalle leggi e dalle consetudini di un passato non certo recente. E ci sono già avvisaglie nel settore strategico della Sanità. Si stanno già predisponendo i "pacchetti di mischia" di un match di rugby non necessariamente vincolato dalla correttezza sportiva".
Così a Brescia (due Asl, tre aziende ospedaliere) già si dice che oltre all'Azienda ospedaliera di Desenzano dove già ha propri uomini (gran parata leghista la scorsa settimana per l'inaugurazione di alcuni reparti rinnovati), il "Sole delle Alpi" potrebbe sorgere sull'Asl del capoluogo o sull'azienda ospedaliera di Chiari, cittadina retta da un senatore leghista influente come Sandro Mazzatorta. E che dire della Valcamonica (unico esempio in cui l'azienda sanitaria amministra anche quella ospedaliera), tanto cara ai leghisti non solo perchè Umberto Bossi vi passa le vacanze, ma anche perchè la geografia padana ha elevato da sempre quel territorio al rango di provincia? Qualche poltrona trema, qualche manager si sente con le ore contate e gioca tutte le sue carte.
"E' in corso sotto traccia - spiega ancora Baiocchi - un improvviso riverniciarsi di "verde padano" (l'unico che resta) di manager di terza e quarta fila: chissà se anche per loro vige ancora l'antico apprendistato da attacchini con colla e manifesti, come prova di fedeltà identitaria? O forse la Lega in questi ambiti non ha (come è accaduto ad esempio in Rai) "sederi fidati" a sufficienza per le sedie da occupare?". Secondo Baiocchi il movimento "da sindacato del territorio è costretto ad interrogarsi su quanto sia produttivo rivendicare e legittimamente piantare bandierine e quanto sia invece indispensabile mantenere la sensibilità giusta per la tenuta del quadro complessivo dell'alleanza".
"Piantare bandierine non ha prezzo", direbbe la pubblicità di una famosa carta di credito. Ma, mire della Lega a parte (la lottizzazione, ahinoi, è da sempre l'anima della politica), viene da chiedersi quale sia la convenienza per il cittadino. Quello stesso cittadino che recentemente si è visto praticamente dimezzare dall'Asl gli ambulatori vaccinali pediatrici con buona pace dei disagi e dei trasferimenti. E nel silenzio colpevole dei manager sanitari di cui si sbandiera la professionalità anche se al vento, spesso, garrisce solo la fede politica. Vera o presunta.
SANITA' UNA PUNTATA DI REPORT SULLA SANITA' LOMBARDA (PARLA ANCHE DI BRESCIA)
Siamo persone poco ragionevoli. Lo ha detto il sindaco di Adro Oscar Lancini questa sera a margine del consiglio comunale. Un consiglio comunale che avrebbe dovuto parlare di bilancio e di qualche altro adempimento tecnico ma che, nelle intenzione delle minoranze avrebbe dovuto virare necessariamente sull'annosa questione dei 700 "Soli delle Alpi" che albeggiano sulla scuola del comune della Franciacorta.
Ad attenderselo anche il pubblico delle grandi occasioni e una frotta di giornalisti, tv, fotografi, con tanto di diretta web sul Corriere.it e con un dopo consiglio in diretta dal portico di Palazzo Dandolo, la sede municipale, su l'Infedele di Gad Lerner. "Persone poco ragionevoli" ha invece sbottato Oscar Lancini da Adro che, lasciato solo dai leader leghisti come sostiene La Stampa, definendolo un caso umano, ieri se l'è presa con i giornalisti lasciando l'aula dopo averli invitati ad andarsene senza, ovviamente, troppo successo.
Dal suo ufficio è uscito solo per essere riportato a casa sotto scorta nel caso i tipi "poco ragionevoli" fossero anche "poco raccomandabili". Il risultato? Consiglio comunale rinviato a domani sera, seduta a porte chiuse causa giornalisti, come se i tipi "poco ragionevoli", le telecamere e i taccuini fossero anche pericolosi destabilizzatori dell'ordine pubblico.
Verrebbe da dire al signor Lancini: "è la stampa, bellezza". Ma noi non siamo Humphrey Bogart.
Sfoglio i giornali e rabbrividisco: la maggioranza si è contata e la politica si è autoassolta. La tenuta del Governo Berlusconi ieri si è misurata sul responso che il Parlamento avrebbe dovuto dare sull'utilizzo delle intercettazioni telefoniche indirettamente operate nei confronti dell'ex sottosegretario Nicola Cosentino, finito sotto inchiesta per concorso esterno in associazione camorristica e si è esibita in una autoassoluzione di casta che la dice lunga sullo spessore etico della politica Italia.
Le tenute delle maggioranze di Governo dovrebbero misurarsi sui programmi, invece in questa Italia che pare abbia perso la bussola va alla conta su un fatto che dovrebbe essere pacifico: un politico, come ogni comune cittadino, se finisce indagato va a processo con tutte le prove a carico o a discolpa raccolte durante le indagini, senza che "gli amici della casta" sfilino dal fascicolo processuale i documenti più compromettenti, anche se c'è chi, come fosse un giudice, già si affretta a dire che si tratta di materiale "irrilevante".
E in questo triste spettacolo giornali e giornalisti sembrano più preoccupati di discuisire sulla tenuta della maggioranza che sull'ennesimo scempio etico che si è consumato in Parlamento. Scorro i quotidiani, navigo in internet e vedo come gli approfondimenti sul caso che non siano di taglio geopolitico-gossipparo si contano sulla punta delle dita. E questo non è un buon segno. Un vecchio adagio delle mie parti diceva: "quello è talmente potente che anche quando fa pipì a letto può dire di aver sudato". Ora mi pare che siamo talmente assuefatti a queste storture che, spesso, anche noi giornalisti, davanti ad una classe politica che non perde occasione per fare pipì fuori dal vaso ci chiediamo, spesso autoconvincendoci, che forse... ha solo sudato.
Qualche voce fuori dal coro comunque c'è e segnalo in proposito il "solito" Vittorio Grevi sul Corriere della Sera in un commento dal titolo "Quando la Camera si fa Magistratura". Cito una frase su tutte per far capire il clima: "Ancora una volta, purtroppo, le istanze della autotutela politica hanno avuto la meglio sulle esigenze della legalità". E Grevi è ancora più dettagliato spiegando come il Parlamento non si sia limitato a dire che quelle intercettazioni appartenevano ad un progetto persecutorio nei confronti del politico (elemento su cui si fonda la ratio della norma che porta casi come questi all'esame di Motecitorio), ma è entrato nel merito dell'inchiesta parlando addirittura di "fragilità dell'impianto accusatorio". Addio legalità se i politici si ergono a giudici dei propri sodali. "La Camera si è sostituita all'autorità giudiziaria" spiega in sintesi Vittorio Grevi e basta sfoglia il giornale di qualche pagina per imbattersi nell'ennesimo terremoto giudiziario, in una nuova tangentopoli, in nuovi parlamentari inquisiti. Nel '92 Milano e la Lombardia, oggi Teramo e l'Abruzzo come se il tempo che forgia l'esperienza fosse trascorso invano e se i politici ora fanno anche i giudici, dove andremo a finire? Insomma quasi quasi viene da simpatizzre per la monarchia: proprio Ieri Vittorio Emanuele di Savoia, in passato arrestato e indagato, è stato assolto. Dal giudice per l'udienza preliminare e non certo dal consiglio della corona.
Ore 13.40: l'Ansa ha appena battuto la notizia della morte di Sandra Mondaini e già qualcuno dice che è morta con lei la Tv che non c'è più. A noi che siamo dei sentimentali ci piace ricordare quanto poco tempo sia passato dalla dipartita di Raimondo Vianello. Le vere coppie si giudicano dal loro saper vivere in simbiosi, l'uno specchio dell'altra. E l'immagine di Sandra si era annebbiata cinque mesi fa quando aveva salutato il suo Raimondo. Forse era scritto che dovesse finire così presto. Ora ci piace ricordarli così, Raimondo e Sandra come in un uno dei tanti spettacoli insieme. Forse Sandra non è morta è tornata a vivere con il suo Raimondo...
La telenovela dei simboli del Sole delle Alpi continua e ora il sindaco Oscar Lancini, forte dell'autonomia che gli riconosce il suo movimento, deve decidere in proprio se toglierli o lasciarli sulla scuola intitolata a "Gianfranco Miglio". Par di capire che non sarà Umberto Bossi a togliergli le castagne dal fuoco, così come nessun altro dei vertici del suo partito (ieri proprio a chi scrive il deputato Davide Caparini ha spiegato - leggi su Bresciaoggi - che agli amministratori viene lasciata massima indipendenza), tenendo conto che la difficile situazione politica nazionale, la vasta eco avuta dalla pensata del sindaco Lancini e l'alto rischio di frattura tra amminstrazione comunale e vertici istituzionali dello Stato, non depongono per un appoggio totale e incondizionato alle scelte del comune della Franciacorta.
Forse oggi sapremo il Lancini-pensiero, ma in attesa il vulcanico sindaco di Adro ha spiegato in un video i motivi delle sue scelte, il suo rapporto con la Gelmini e la sua idea di Padania in crescita. Lo allego qui sotto insieme ad un video che ho ricevuto e caricato su You Tube sulla manifestazione di sabato contro i simboli: l'Inno di Mameli cantato dai manifestanti nel cuore di Adro (Padania).
Una cella in piazza per capire il carcere. L'iniziativa, già sperimentata in altre città italiane (la foto qui sopra è relativa alla cella allestita a Padova), a Brescia è stata organizzata dall'associziazione carcere e territorio in collaborazione con il Garante per i detenuti, l'appuntamento è in piazza della Loggia per domani e lunedì. Di seguito l'articolo comparso per annunciare l'iniziativa su Bresciaoggi di ieri.
«L'ingresso e, soprattutto, l'uscita sono liberi». Detta così può sembrare una semplice informazione di servizio, ma se il luogo è la cella di un carcere l'indicazione ha il suo perchè.
Siete mai stati in carcere? Avete mai visitato una cella? Avete mai immaginato come si vive un'intera giornata in quattro metri per quattro, o poco più, in compagnia di altre persone che non vi siete scelti come compagni di avventura? Domenica e lunedì il carcere, per iniziativa del Garante dei detenuti e dell'Associazione carcere e territorio, con il patrocinio del Comune di Brescia approda in piazza Loggia. È qui, nel cuore della città, che verrà ricostruita una cella con dimensioni che riproducono quelle di un carcere, così come l'arredamento e le sbarre alle finestre. I visitatori capiranno così cosa vuol dire sovraffollamento, quanto sia difficile vivere quotidianamente , 22 ore su 24, all'interno di una cella dove spesso la porta è chiusa e lo spazio vitale è ridotto al minimo (tanto che bisogna mangiare a turni perchè il pavimento non può ospitare tutti in piedi contemporaneamente).
L'iniziativa è già stata sperimentata con successo in altre città italiane, da Ancona a Padova, e ha rappresentato l'occasione per avvicinare la società civile al difficile lavoro di avere un carcere più umano e una pena realmente educativa come vuole la Costituzione.
M.TOR.
Non so se esista l'intolleranza alimentare alla carne di maiale, certo è che per essere presa in considerazione dovrà essere certificata da un medico. Lo dice il nuovo regolamento della mensa scolastica di Adro, la cittadina nell'occhio del ciclone per il Sole delle Alpi con il quale il sindaco ha infarcito arredi e suppellettili della nuova scuola; il centro in provincia di Brescia che nell'aprile scorso era balzato agli onori delle cronache per aver tenuto a digiuno i bambini delle famiglie morose, tanto che un imprenditore mise mano al portafoglio per sanare quella situazione finendo per essere attaccato come colui che aiutava "i furbetti".
I nuovi gestori della mensa (un gruppo di genitori vicini al sindaco Oscar Lancini, che ha fatto di tutto per mettere alla porta la vecchia associazione che gestiva volontariamente da oltre 30 anni la struttura, rea di aver tacciato come razziste le prese di posizione di quei concitati giorni di aprile) sono riusciti nell'impresa di garantire gli stessi prezzi, molto concorrenziali, praticati lo scorso anno scolastico, ma dalle deroghe ai menù sono sparite le ragioni di tipo religioso. Le diete speciali, infatti, sono ammesse solo per intolleranze certificate da un medico. Punto.
Ha avuto così concreta attuazione quanto aveva anticipato il sindaco nelle scorse settimane garantendo sì il servizio mensa, ma senza menù religiosi: se il piatto del giorno prevede carne di maiale i musulmani o si adattano o saltano il pranzo. Paradossalmente, visto che ora la mensa va pagata in anticipio con l'acquisto dei buoni pasto mensili (altro elemento nuovo rispetto al passato in modo da estirpare alla radice il problema dei morosi) potrebbe anche capitare che una famiglia musulmana paghi un servizio anche se talvolta non potrà usufruirne senza commettere, per dirla alla cattolica, un "peccato":
Una scelta anacronistica, oltre che di doveroso rispetto per le convinzioni religiose altrui, visto che ormai non c'è mensa aziendale o scolastica che non preveda menù specifici o diete speciali. Penso a quello che accade ad Adro e guardo la circolare sul servizio mensa consegnata a mio figlio nei giorni scorsi: basta un'autocertificazione per accedere a diete speciali giustificate da motivi religiosi, etnici o ideologici, comprendendo esplicitamente in quest'ultima categoria anche i figli di famiglie vegetariane. Agevolazioni che esistono da anni, anche quando il paese in cui abito era governato da un sindaco della Lega Nord. Perchè? Perchè, nella provincia che per prima nei contratti integrativi di lavoro ha incominciato a discutere anche su giorni festivi diversificati in virtù della religione, è una regola di buon senso e di rispetto. Perchè le battaglie ideologiche e le guerre di religione non si fanno sulla pelle dei bambini e sui diritti fondamentali delle persone come quelli di professare la propria religione e di seguire i precetti che questa impone.
Ma il buon senso, pare, abbia traslocato da tempo da Adro. E, purtroppo, l'intolleranza ammessa in questa mensa non sembra solo quella alimentare.
"Viviamo in un'epoca promettente e drammatica che merita d'essere intensamente studiata, capita, vissuta. Questa è la verità. E in un'epoca come questa anche il mio vecchio mestiere di cronista - che teme soprattutto i momenti di banalità - torna ad essere, continua ad essere, il più bel mestiere del mondo". Piero Agostini (1934 -1992)
(dall'editoriale di insediamento alla direzione di Bresciaoggi - 12 gennaio 1990)
Il buon giornalismo
"Per fare buon giornalismo non ci vuole un'intelligenza superiore ma tenacia.Bisogna capire che un buon reportage è anche noia: bisogna esserci, aspettare,
stare concentrati, guardare tutto con grande cura, ascoltare con attenzione e preoccuparsi sempre di cercare il senso di ciò che si vede. E bussare, bussare
continuamente alle porte. Forse il mio motto potrebbe essere sintetizzato così: "toc-toc". E' questa la tenacia"
David Remnick
direttore del "New Yorker"
(da Mario Calabresi: "La fortuna non esiste" Mondadori)
Al servizio dei lettori
"Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce".
"Una stampa cinica e mercenaria, prima o poi, creerà un pubblico ignobile".
Joseph Pulitzer (1847 – 1911), giornalista ed editore ungherese naturalizzato statunitense.
Giornalisti, giornalisti...
La citazione
A dio (fermo posta) "Eri - come la "lettera smarrita" di Pöe, nello spazio impensabile perché scontato. Eri - e sei, ora ho capito - fra le parole che ho tanto usato ed osato. Sempre ci sei stato, eri lì, ci sei ancora, e voglio decifrarti,stanarti, usando sì le parole ma in modo diverso, e in diverso modo la follia, il mestiere con cui la parola mi diventava grafia, mania, nodo, vuoto suono od effetto; e fola. Solo quello so fare, solo lì speranza che Tu adesso compaia,perfetto, magari in rima ma rimando con te stesso, in un metro o in un altro. Tu puoi elevare al cielo qualunque prosodia; purché Tu appaia, le fruste parole si faranno Parola e col mio io sepolto finalmente parlerai, che mai è stato quel ch'era forse destinato ad essere, un Io mancato, strangolato. Parlami a perdifiato. Ti cedo, ogni suono o silenzio; e già Ti vedo emergere da quella pila di parole inutilmente ... di parole inutilmente sparse nel cassetto, cancellarne rime e rumore, facendone linguaggio perfetto d'amore. Cancella anche me, cambiami, conducimi, ri-traducimi, parla Tu per sempre, Signore"
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