sabato 3 aprile 2010
Buona Pasqua. Aspettando la risurrezione... la nostra
Buona Pasqua... aspettando la risurrezione. Qualcuno oltre duemila anni fa ci è riuscito. Noi (il nostro paese, il nostro essere uomini e donne del terzo millennio) ci stiamo ancora provando. Non è facile, le zavorre, vecchie e nuove, sono tante, ma non perdiamo la speranza.
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venerdì 2 aprile 2010
Abusi di Salò: lettera ad un professore vile come un po' tutti noi
Torniamo sugli abusi di Salò per segnalare una bella e dura lettera di Roberta De Monticelli (nella foto) docente di Filosofia della persona all'Università San Raffaele di Milano, pubblicata ieri dal Corriere della sera.
Il titolo è emblematico: " Quel professore distratto e vile di Salò siamo noi". In quell'aula, sintetizziamo, sono successe cose drammatiche, si sono visti comportamenti vili e omertosi, ma quella classe altro non è, in fondo, che lo specchio di una società. La nostra.
Il titolo è emblematico: " Quel professore distratto e vile di Salò siamo noi". In quell'aula, sintetizziamo, sono successe cose drammatiche, si sono visti comportamenti vili e omertosi, ma quella classe altro non è, in fondo, che lo specchio di una società. La nostra.
Caro direttore,
c' è un fatto - se è un fatto - che riassume e concentra in sé la pura essenza, anzi l' impura, mediocre essenza, mista di incoscienza e ignavia di questi tempi: le forze del nulla. E' il fatto della ragazzina abusata in classe, in una scuola media di Salò, nell' assoluta omertà dei suoi compagni e delle sue amiche, e sotto lo sguardo indifferente del professore. Di questo professore voglio parlare, in primo luogo. Che continua a fare lezione, come se nulla fosse, fingendo di non accorgersi del trambusto, delle risate, del dolore, dell' orrore lì a pochi metri, in fondo alla classe. Come definire questo comportamento? Lasciamo stare il risvolto penale, l' omissione di soccorso e di esercizio della propria autorità di pubblico ufficiale e di insegnante. Restiamo ai termini morali. Come definirlo? Irresponsabile? Vile? Infame? Gli aggettivi non bastano e non dicono. C' è di più e di meno, c' è quel nulla indicibile che rende inadeguato ogni aggettivo: non so, non vedo, non ci sono, non me ne frega niente. In secondo luogo, dei ragazzi e delle ragazze voglio parlare: che ridevano, o tacevano, e coprivano i violenti. Come definirli? Hanno a tal punto la mafia nel sangue, i ragazzi di questo Paese, a dodici anni? A tal punto l' omertà è nei loro geni, che perfino le amiche della ragazza stanno zitte invece di urlare contro lo schifo, la vergogna, l' orrore? Anche qui gli aggettivi non dicono giusto, perché non sono fatti per dire il nulla, il non: dell' indifferenza, dell' ignoranza, dell' inconsapevolezza senza fine e senza rimedio. E infine della ragazzina abusata, voglio parlare, che subisce tutto senza rivoltarsi, e poi scrive alla madre: «scusa, ho fatto una cosa schifosa, non voglio più vivere». Come definire questo comportamento? Silenzio dell' innocente, oscena complicità con il male che si subisce, o tremenda indistinzione fra dolore e colpa, fra impotenza e violenza, fra l' ignobile e il giusto? No, gli aggettivi non dicono il non che il fascismo rimasto attaccato alla nostra lingua dice invece così bene: me ne frego, ti frego e ne godo, sono fregato. E non ce ne frega niente. Ma la situazione dice tutto, liscia come uno specchio. Quel professore, siamo noi. Molti di noi che avrebbero sapere e autorità per intervenire e denunciare, e continuano a fare la loro lezione, invece. Quei ragazzi, quelle ragazze, perdutamente inconsapevoli del destino di servitù che ha già divorato l' anima loro, siamo noi, noi che abusiamo della povera vita del nostro prossimo ghignando di soddisfazione, noi che alziamo le spalle per marcare la nostra indifferenza, e di fronte ad abusatori ed abusati diciamo: «sono tutti uguali». Quella ragazzina violata e sospesa dalla scuola insieme con i colpevoli siamo noi. E' questa patria straniera, umiliata, sfigurata dalla vergogna. Che ha fatto una cosa schifosa, e non vuole più vivere.
Roberta De Monticelli
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giovedì 1 aprile 2010
Pedofilia, celibato e la missione del sacerdote: le parole (dure) di un vescovo
E' poco elegante, lo so, ma il modo più efficace per definire l'omelia di monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia, in occasione della messa crismale di oggi (in sostanza la celebrazione del Giovedì Santo che fa memoria dell'istituzione del sacerdozio) mi sembra questo: una bella ramazzata. E' come se il presidente di una società, mi si passi l'ulteriore licenza, ribadisse con toni duri e senza troppi giri di parole che le cose non vanno poi troppo bene e che l'infedeltà di alcuni può minare i fondamentali dell'azienda.
Così, nelle settimane in cui la Chiesa è alle prese con lo scandalo internazionale della pedofilia, con le accuse ai vertici di aver coperto gli abusi del clero, il vescovo di Brescia chiama i suoi sacerdoti ad un ministero senza macchie, ad una prova di coerenza e di fedeltà alla missione.
Li chiama invitandoli a vestire gli abiti del pubblicano, del peccatore. "Tutti noi siamo chiamati a convertirci" dice "tutti noi dobbiamo piangere e cercare di sanare la frattura che separa la nostra vita dalla missione che abbiamo ricevuto". Chi di noi può dire con sincerità: "Siate miei imitatori così come io lo sono di Cristo?" Eppure fino a che non potremo parlare così - o perlomeno fino a che non avremo il diritto di parlare anche così - non saremo buoni preti".
Osservazioni dure come le pietre quelle del vescovo Luciano, che prendono in esame anche temi spinosi come il celibato, come la testimonianza, come il sacerdozio vissuto fino in fondo, senza devianze. "Se si vive il celibato - aggiunge il vescovo - surrogando la mancanza di una moglie e di una famiglia propria con diversi tipi di dipendenza, il risultato è quello di una vita dimezzata e il celibato appare una forma di castrazione. Quando parlo di dipendenze mi riferisco a comportamenti diversi che vanno da quelli più semplici e innocenti - piccole manie o attaccamenti - fino a una vera e propria "doppia vita" che lacera la persona e rende la sua esistenza un inferno per lei e per gli altri".
Parole come doppia vita, dipendenza, comportamenti diversi, messe in relazione al sacerdozio e pronunciate dal pastore di una diocesi, danno il segno di come sia un momento difficile per la Chiesa e per i suoi attori. Pastori che il vescovo ha chiamato ad un ministero di qualità perchè il prete è una scelta consapevole e profonda e non il ripiego di una vita senza orientamenti. "Quando non so bene chi io sia e che cosa io voglia diventare - continua il vescovo -, qualunque scelta diventa possibile perchè la compio non responsabilmente ma in una specie di sonno della coscienza dove una cosa equivale al suo contrario. C'è una legge ferrea nell'esistenza umana ed è che tutti i nostri comportamenti contribuiscono a dare forza alla nostra persona: o ci fanno crescere verso la maturità più piena o ci trascinano verso il degrado progressivo".
Degrado progressivo o maturità più piena? La Chiesa bresciana ha di che riflettere in questo giovedì santo e anche a noi, cattolici-laici, un po' di riflessione su queste parole del vescovo Luciano può far solo bene.
LEGGI QUI IL MESSAGGIO DI MONS.MONARI
L'omelia del vescovo di Brescia il Giovedì Santo
Così, nelle settimane in cui la Chiesa è alle prese con lo scandalo internazionale della pedofilia, con le accuse ai vertici di aver coperto gli abusi del clero, il vescovo di Brescia chiama i suoi sacerdoti ad un ministero senza macchie, ad una prova di coerenza e di fedeltà alla missione.
Li chiama invitandoli a vestire gli abiti del pubblicano, del peccatore. "Tutti noi siamo chiamati a convertirci" dice "tutti noi dobbiamo piangere e cercare di sanare la frattura che separa la nostra vita dalla missione che abbiamo ricevuto". Chi di noi può dire con sincerità: "Siate miei imitatori così come io lo sono di Cristo?" Eppure fino a che non potremo parlare così - o perlomeno fino a che non avremo il diritto di parlare anche così - non saremo buoni preti".
Osservazioni dure come le pietre quelle del vescovo Luciano, che prendono in esame anche temi spinosi come il celibato, come la testimonianza, come il sacerdozio vissuto fino in fondo, senza devianze. "Se si vive il celibato - aggiunge il vescovo - surrogando la mancanza di una moglie e di una famiglia propria con diversi tipi di dipendenza, il risultato è quello di una vita dimezzata e il celibato appare una forma di castrazione. Quando parlo di dipendenze mi riferisco a comportamenti diversi che vanno da quelli più semplici e innocenti - piccole manie o attaccamenti - fino a una vera e propria "doppia vita" che lacera la persona e rende la sua esistenza un inferno per lei e per gli altri".
Parole come doppia vita, dipendenza, comportamenti diversi, messe in relazione al sacerdozio e pronunciate dal pastore di una diocesi, danno il segno di come sia un momento difficile per la Chiesa e per i suoi attori. Pastori che il vescovo ha chiamato ad un ministero di qualità perchè il prete è una scelta consapevole e profonda e non il ripiego di una vita senza orientamenti. "Quando non so bene chi io sia e che cosa io voglia diventare - continua il vescovo -, qualunque scelta diventa possibile perchè la compio non responsabilmente ma in una specie di sonno della coscienza dove una cosa equivale al suo contrario. C'è una legge ferrea nell'esistenza umana ed è che tutti i nostri comportamenti contribuiscono a dare forza alla nostra persona: o ci fanno crescere verso la maturità più piena o ci trascinano verso il degrado progressivo".
Degrado progressivo o maturità più piena? La Chiesa bresciana ha di che riflettere in questo giovedì santo e anche a noi, cattolici-laici, un po' di riflessione su queste parole del vescovo Luciano può far solo bene.
LEGGI QUI IL MESSAGGIO DI MONS.MONARI
L'omelia del vescovo di Brescia il Giovedì Santo
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Abusi a Salò: che tristezza dare la colpa ai giornali...
Ieri pomeriggio, mentre a Flero un 72 enne si barricava in una gioielleria minacciando di uccidersi per le pene d'amore nei confronti di una 52enne, a Salò il consiglio di Istituto della scuola media d'Annunzio, quella dove una ragazza di 12 anni è stata abusata sessualmente in classe da alcuni coetanei (finiti sotto inchiesta) durante le lezioni, partoriva questo comunicato stampa:
Mi sembra che a Salò abbiano perso l'occasione di fare una riflessione profonda, genitori, insegnanti e ragazzi su cosa voglia dire, ad esempio, affettività, sentimento, rispetto per gli altri. Si è preferito l'autoassoluzione lavandosi la coscienza nelle colpe della stampa. Che tristezza...
A PROPOSITO DEI FATTI ACCADUTIDa genitore (rappresentante di classe in una scuola media) e da giornalista che per lavoro si è occupato della vicenda, mi sarei aspettato qualcosa di più da docenti e genitori di quella scuola. Parlare di gogna mediatica, lavarsi la coscienza puntando il dito contro i giornali (che hanno fatto ricostruzioni più o meno pesanti della vicenda), è un comodo espediente spesso utilizzato da chi non vuole affrontare i problemi. Nella mia professione ho ricevuto spesso telefonate di madri che difendevano i figli finiti in cella per le quali il problema non era il figlio in carcere, ma la notizia sul giornale. Così alla scuola di Salò il problema non sembra che sia quello di ragazzini di 12 anni che fanno attività sessuale - se in maniera più o meno consenziente, a questi livelli può diventare un dettaglio - durante le lezioni (ripeto: durante le lezioni), ma i giornali e le televisioni che ne parlano, perchè ne è nata un'inchiesta giudiziaria che qualcuno avrebbe voluto non fosse mai partita. Forse i media hanno commesso delle forzature, ma indicarli come l'origine di tutti i mali è, lo dico da genitore di un 13enne, mirare al bersaglio sbagliato, arrendersi davanti ad un mondo che non vuole più avere limiti, barriere e valori, abdicare ad una fatica educativa, magari attribuendo alla povera ragazza (come ha tentato di fare, proprio sui giornali, la preside di quell'Istituto) delle corresponsabilità nella vicenda secondo il vecchio principio maschilista che se una donna viene abusata un po' se l'è cercata.
PRESSO LA SCUOLA MEDIA DI SALO’
COMUNICATO STAMPA
Salò, 31.03.2010
I docenti della scuola, i componenti del Consiglio d’istituto e i genitori della classe coinvolta intendono comunicare quanto segue:Siamo consapevoli che quanto accaduto sia grave e riponiamo piena fiducia nella Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia, che dovrà far luce sull’episodio attribuendo le eventuali responsabilità: ad essa assicuriamo la massima collaborazione e trasparenza.
Siamo profondamente sconcertati per le modalità con cui le Agenzie, gli organi di stampa ed i media hanno riferito quanto accaduto presso la nostra scuola.
Reputiamo assolutamente inopportuno che un fatto ancora sotto esame, in attesa di approfondimenti e valutazioni, sia stata già proposto alla comunità locale e al popolo italiano con termini gravissimi e pesantemente infamanti. Avvertiamo, e con noi purtroppo lo percepiscono tutti i nostri studenti, la gravità della gogna mediatica che, senza alcun rispetto o forma di discrezione, ha investito tutti i ragazzi coinvolti, nessuno escluso, e i loro genitori, in obbedienza alla cieca logica della notizia clamorosa, “costi quel che costi”.
Noi crediamo, e non lo facciamo per ipocrisia, provincialismo, perbenismo o quant’altro, che sarebbe stato più corretto ed opportuno da parte di tutti, specialmente nel delicato ambito dell’educazione dei preadolescenti, usare massimo rispetto e cautela, entrare in punta di piedi, prestare attenzione ed ascolto a tutte le parti in causa, verificare e guardare anche un po’ “oltre”.
Il mondo di certi adulti ha usato ben poco riguardo nei confronti di ragazzi minorenni e delle rispettive famiglie: ha preferito inseguire un pericoloso sensazionalismo.
Vogliamo esprimere la nostra convinta solidarietà alla Dirigente che, a nostro avviso, ha dimostrato un atteggiamento fermo senza trascurare tuttavia le valenze educative sottese ai suoi interventi.
Non ci sembra inutile ricordare a tutti che gli operatori della scuola sono in prima linea ogni giorno nell’azione educativa e costituiscono un punto di riferimento importante per i ragazzi. E’ necessario pertanto rafforzare l’alleanza educativa fra genitori, insegnanti e istituzioni e investire maggiormente in risorse umane e finanziarie nel settore educativo.
Chiediamo, infine, a tutti gli Organi competenti di affrontare la questione con il necessario rigore, ma anche nella piena tutela di chi ogni giorno spende la propria giornata in questa scuola, istruisce ed educa i nostri ragazzi con serietà e rispetto del dovere, elabora progetti innovativi per l’arricchimento dell’offerta formativa (in ambito artistico, teatrale, motorio ecc.), vince concorsi letterari e di danza (la “G. D’Annunzio” di Salò è risultata vincitrice delle Olimpiadi provinciali della Danza a Brescia domenica 28.03.2010 e parteciperà al Concorso Nazionale di Verona), gestisce una piattaforma didattica on-line ed un giornalino web fra i più innovativi della provincia, partecipa ai Giochi Matematici e a numerosi progetti sull’educazione ambientale. Tutto questo, naturalmente, “a riflettori spenti”, perché il lavoro educativo ha bisogno di discrezione e pazienza.
Firmato:
Il Collegio dei Docenti
Il Consiglio d’istituto
I genitori della classe coinvolta
Scuola Secondaria di primo grado
“Gabriele D’Annunzio” – Salò (BS)
Mi sembra che a Salò abbiano perso l'occasione di fare una riflessione profonda, genitori, insegnanti e ragazzi su cosa voglia dire, ad esempio, affettività, sentimento, rispetto per gli altri. Si è preferito l'autoassoluzione lavandosi la coscienza nelle colpe della stampa. Che tristezza...
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mercoledì 31 marzo 2010
Adolescenti a rischio: non solo Salò
Crescono in maniera esponenziale gli episodi di abusi sessuali tra minorenni (come quello accaduto nelle scorse settimane in una scuola media di Salò), spesso non imputabili perchè hanno meno di 14 anni. Lo dice il rapporto sull'infanzia che ogni hanno viene pubblicato da Telefono Azzurro. In dieci anni le denunce sono quasi triplicate: se non è emergenza questa non avrei altro nome per definirla.
Leggi qui sotto il rapporto di Telefono Azzurro, che contiene altri interessanti spunti di riflessioni su ragazzi, giovani e il loro futuro.
rapporto infanzia
Leggi qui sotto il rapporto di Telefono Azzurro, che contiene altri interessanti spunti di riflessioni su ragazzi, giovani e il loro futuro.
rapporto infanzia
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martedì 30 marzo 2010
Abusi sessuali in classe: quali valori a 12 anni?
La notizia si è un po' annacquata nello tsumani elettorale, ma credo che sia lo specchio di una società più vero di quello che hanno saputo esprimere le urne. La notizia è quella di un abuso sessuale di gruppo su una ragazza di 12 anni costretta ad avere rapporti orali con alcuni compagni fra i banchi di scuola e durante l'ora di lezione. La giustizia ha fatto il suo corso mandando agli arresti domiciliari due minorennni di 14 e 15 anni (ripetenti), segnalandone un terzo non imputabile e facendo finire sotto inchiesta altri 12 studenti, anche questi troppo giovani per essere perseguiti, che avrebbero fatto da scudo allo scempio. Sulle responsabilità dell'insegnante e delle autorità scolastiche la partita è tutta da giocare.
Il sedici marzo, su "La Stampa", Massimo Gramellini pubblicò un Buongiorno dal titolo "Cinque euro". Vi raccontò la lettera di una madre che, in camera della figlia dodicenne, aveva trovato una busta con un migliaio di euro in contanti in pezzi da cinque. Messa alle strette, la figlia spiegò che quei soldi erano il frutto di piccole prestazioni sessuali. Cresce bene la ragazza, potrebbe facilmente ironizzare qualcuno. Se il buongiorno si vede dal mattino potremmo ritrovarla fra quindici anni europarlamentare direbbe qualche cinico "comunista".
Ma le battute - facili e scontate - lasciano lo spazio allo sconforto. Stiamo camminando nel deserto dei valori dove la sessualità a dodici anni non è una scoperta ma un mercato, una merce di scambio e di ricatto, una prevaricazione e non una condivisione, una violenza e non un gioco. Stiamo camminando in una foresta di alberi pietrificati e di canne che si spezzano al vento: una foresta di educatori immobili e distratti, un canneto di genitori strapazzati dalle intemperie e spazzati via dagli eventi.
Cosa sta succedendo ai nostri figli e alle nostre famiglie? A Travagliato, provincia di Brescia, alcune settimane fa un dodicenne ha preso il fucile del padre e ha deciso di farla finita senza che nessuno, a scuola come in famiglia, riuscisse a cogliere il suo disagio. A Salò una sua coetanea si piega alle voglie dei compagni nell'indifferenza di tutti.
Cosa sta succedendo a quelle che un tempo erano agenzie educative autorevoli e referenziate: le scuole? A Salò una preside ci spiega in una autodifesa che lascia di stucco che è possibile che il professore non avesse visto la violenza perchè i ragazzi avevano il permesso di non stare al proprio posto durante le interrogazioni dei compagni. Ma nessuno si è mai preso la briga di spiegare a questo docente (giovane, inesperto, supplente e malpagato) che forse quella non era la soluzione migliore per dare alla classe un minimo di regole condivise: persino nei parcheggi di periferia disegnano le righe per dare alle auto principi per la sosta semplici ma efficaci?
Cosa sta succedendo a noi genitori? Noi incapaci di capire, di cogliere i cambiamenti, le paure come le conquiste dei nostri figli. Incapaci di discutere di principi e di regole, di condividere obiettivi, di dialogare, di essere padri e madri forse un po' meno complici, ma un po' piu' educatori.
Cosa sta accadendo, in estrema sintesi, a questa società? Forse ha ragione Massimo Gramellini quando sulla vicenda della ragazza con la mazzetta dei cinque euro nascosta fra la biancheria ha osservato: "Un tempo la vita era un percorso e ogni fase consisteva in un passaggio che tendeva a uno scopo: il raggiungimento della consapevolezza di se stessi e di che cosa si voleva diventare. A un certo punto il meccanismo è saltato. La vita ha smesso di essere una scala da salire un gradino dopo l’altro ed è diventata un’arena piatta e senza confini. Ma se manca l’idea di un percorso da compiere, l’unico navigatore diventa l’utilitarismo. Voglio soldi e me li procuro nel modo più facile. Vendo sesso (o lo compro) senza pensare alle conseguenze, perché già la parola «conseguenze» presuppone una coscienza del tempo e dello spazio che non posseggo più. Purtroppo in un mondo che - a casa, in politica, in tv - non fa che togliere ringhiere da tutte le parti, è molto più facile cadere". Qualcuno è già caduto. E, forse, non si rialzerà più.
Il sedici marzo, su "La Stampa", Massimo Gramellini pubblicò un Buongiorno dal titolo "Cinque euro". Vi raccontò la lettera di una madre che, in camera della figlia dodicenne, aveva trovato una busta con un migliaio di euro in contanti in pezzi da cinque. Messa alle strette, la figlia spiegò che quei soldi erano il frutto di piccole prestazioni sessuali. Cresce bene la ragazza, potrebbe facilmente ironizzare qualcuno. Se il buongiorno si vede dal mattino potremmo ritrovarla fra quindici anni europarlamentare direbbe qualche cinico "comunista".
Ma le battute - facili e scontate - lasciano lo spazio allo sconforto. Stiamo camminando nel deserto dei valori dove la sessualità a dodici anni non è una scoperta ma un mercato, una merce di scambio e di ricatto, una prevaricazione e non una condivisione, una violenza e non un gioco. Stiamo camminando in una foresta di alberi pietrificati e di canne che si spezzano al vento: una foresta di educatori immobili e distratti, un canneto di genitori strapazzati dalle intemperie e spazzati via dagli eventi.
Cosa sta succedendo ai nostri figli e alle nostre famiglie? A Travagliato, provincia di Brescia, alcune settimane fa un dodicenne ha preso il fucile del padre e ha deciso di farla finita senza che nessuno, a scuola come in famiglia, riuscisse a cogliere il suo disagio. A Salò una sua coetanea si piega alle voglie dei compagni nell'indifferenza di tutti.
Cosa sta succedendo a quelle che un tempo erano agenzie educative autorevoli e referenziate: le scuole? A Salò una preside ci spiega in una autodifesa che lascia di stucco che è possibile che il professore non avesse visto la violenza perchè i ragazzi avevano il permesso di non stare al proprio posto durante le interrogazioni dei compagni. Ma nessuno si è mai preso la briga di spiegare a questo docente (giovane, inesperto, supplente e malpagato) che forse quella non era la soluzione migliore per dare alla classe un minimo di regole condivise: persino nei parcheggi di periferia disegnano le righe per dare alle auto principi per la sosta semplici ma efficaci?
Cosa sta succedendo a noi genitori? Noi incapaci di capire, di cogliere i cambiamenti, le paure come le conquiste dei nostri figli. Incapaci di discutere di principi e di regole, di condividere obiettivi, di dialogare, di essere padri e madri forse un po' meno complici, ma un po' piu' educatori.
Cosa sta accadendo, in estrema sintesi, a questa società? Forse ha ragione Massimo Gramellini quando sulla vicenda della ragazza con la mazzetta dei cinque euro nascosta fra la biancheria ha osservato: "Un tempo la vita era un percorso e ogni fase consisteva in un passaggio che tendeva a uno scopo: il raggiungimento della consapevolezza di se stessi e di che cosa si voleva diventare. A un certo punto il meccanismo è saltato. La vita ha smesso di essere una scala da salire un gradino dopo l’altro ed è diventata un’arena piatta e senza confini. Ma se manca l’idea di un percorso da compiere, l’unico navigatore diventa l’utilitarismo. Voglio soldi e me li procuro nel modo più facile. Vendo sesso (o lo compro) senza pensare alle conseguenze, perché già la parola «conseguenze» presuppone una coscienza del tempo e dello spazio che non posseggo più. Purtroppo in un mondo che - a casa, in politica, in tv - non fa che togliere ringhiere da tutte le parti, è molto più facile cadere". Qualcuno è già caduto. E, forse, non si rialzerà più.
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lunedì 29 marzo 2010
Regionali: due link per seguire lo spoglio
Se ti interessa lo spoglio elettorale per le regionali a Brescia e provincia CLICCA QUI . Pel la Lombardia, invece, CLICCA QUI e guarda le tabelle aggiornate in tempo reale.
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venerdì 26 marzo 2010
Rai per una notte e l'informazione che verrà
Rai per una notte il giorno dopo. Sull'iniziativa del sindacato dei giornalisti italiani (da tesserato della Federazione nazionale della Stampa posso dire che finalmente si è parlato di libertà di informazione e non delle solite beghe sindacali e questo è già un buon risultato per la categoria) ognuno si sarà fatto la sua opinione: a molti sarà piaciuto tantissimo lo show di Bologna, ad altri meno, e qualcuno, come dicevano certi partecipanti alla manifestazione del Pdl di sabato scorso, avrebbe addirittura vaporizzato volentieri il tutto in un bel falò.
Un dato è comunque innegabile: 180 piazze collegate, 40 tv e 30 radio che hanno diffuso l'evento (emittenti dalla linea politica più variegata, personalmente ho assistito a parte dello spettacolo da Telenova, l'emittente milanese delle Edizioni paoline, casa editrice di Famiglia Cristiana non certo un editore di ultrasinistra), centinaia di connessioni via Internet in streaming sono di per se spunto di riflessione. Sono il segno di un potere mediatico (inteso come duopolio pubblico-privato) che forse non ha più ragione di esistere, così come i mille paletti di contenimento della libertà di espressione. Una frase mi ha colpito dello show di Santoro, Travaglio, Vauro (nella foto) e compagni. L'ha detta Gad Lerner in un suo intervento evidenziando come ieri sera si stava inaugurando un nuovo modo di fare informazione, un nuovo canale partecipato, trasversale e fatto di mille rivoli, difficili da prosciugare e grande garanzia di libertà. Insomma è come se ieri sera fosse nata una nuova televisione un nuovo modo di interpretarla fuori dagli schemi classici della tv di Stato e della tv commerciale, una informazione crossmediale che attraversa l'opinione pubblica dalla radio al computer, dallo schermo televisivo al telefonino. Un uragano multicanale davanti al quale parole come censura e tribuna politica, tv commerciale e tv pubblica appaiono invecchiate di colpo. E per chi come noi si occupa in modo professionale di informazione e comunicazione è un nuovo fronte aperto in un mondo che cambia. Oltre quel fronte si intravede il futuro e noi dobbiamo essere capaci di interpretarlo.
Un dato è comunque innegabile: 180 piazze collegate, 40 tv e 30 radio che hanno diffuso l'evento (emittenti dalla linea politica più variegata, personalmente ho assistito a parte dello spettacolo da Telenova, l'emittente milanese delle Edizioni paoline, casa editrice di Famiglia Cristiana non certo un editore di ultrasinistra), centinaia di connessioni via Internet in streaming sono di per se spunto di riflessione. Sono il segno di un potere mediatico (inteso come duopolio pubblico-privato) che forse non ha più ragione di esistere, così come i mille paletti di contenimento della libertà di espressione. Una frase mi ha colpito dello show di Santoro, Travaglio, Vauro (nella foto) e compagni. L'ha detta Gad Lerner in un suo intervento evidenziando come ieri sera si stava inaugurando un nuovo modo di fare informazione, un nuovo canale partecipato, trasversale e fatto di mille rivoli, difficili da prosciugare e grande garanzia di libertà. Insomma è come se ieri sera fosse nata una nuova televisione un nuovo modo di interpretarla fuori dagli schemi classici della tv di Stato e della tv commerciale, una informazione crossmediale che attraversa l'opinione pubblica dalla radio al computer, dallo schermo televisivo al telefonino. Un uragano multicanale davanti al quale parole come censura e tribuna politica, tv commerciale e tv pubblica appaiono invecchiate di colpo. E per chi come noi si occupa in modo professionale di informazione e comunicazione è un nuovo fronte aperto in un mondo che cambia. Oltre quel fronte si intravede il futuro e noi dobbiamo essere capaci di interpretarlo.
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giovedì 25 marzo 2010
Il nuovo numero di Zona 508
E' uscito il nuovo numero del giornale delle carceri bresciane, Zona 508. In questo numero abbiamo voluto affrontare il tema dell'amicizia, un tema difficile per chi è obbligato ad una convivenza forzata e, spesso, al sovraffollamento. L'amicizia per molti resta, però, un'ancora di salvezza alla quale mirare con speranza, alla quale guardare con nostalgia e rimpianto per troppi consigli buttati all'aria, per troppe mani tese lasciate inutilmente vuote. Ancora una volta grazie a tutti quanti hanno collaborato a questo nuovo numero del giornale: buona lettura.
Zona 508, il numero di febbraio 2010
Zona 508, il numero di febbraio 2010
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lunedì 22 marzo 2010
Busi scrivano, Ventura consolatrice e il profumo della combine
“Scrivo questa lettera sul volo che mi riporta in Italia, sapendo che difficilmente mi sarà data la possibilità di esprimere il mio pensiero di persona. Sono stato bandito da tutti i programmi della Rai dopo l’ultima puntata dell’Isola, escluso dopo che mi ero autoescluso. Mi chiedo come si possa bandire qualcuno, la cui ultima presenza in Rai risale a dieci anni fa. Cos’avrei fatto e detto di così grave? Ho rispettato fino in fondo gli impegni contrattuali. Mi si attribuiscono offese al Papa, di cui non ho pronunciato il nome come risulta dalla trascrizione del mio parlato. Ho denunciato l’omofobia, dicendo che la scienza ha accertato che cela una latente omosessualità e una voglia vendicativa verso chi la vive liberamente. Se i giornali hanno scritto che…… ho ingiuriato indirettamente questo Papa, gli stessi lo hanno fatto direttamente. Nessuno deve arrogarsi il diritto di leggere nelle intenzioni, cosa non riconosciuta da nessun tribunale. Io sono abituato, per dialettica, ad aprire e chiudere da me i miei sillogismi. Non voglio rinnegare le mie convinzioni da anticlericale. Rispetto le posizioni diverse dalle mie e i sentimenti dei credenti di ogni fede, fermo restando, che in una democrazia ,si deve rispettare la libertà di non avere alcun culto, come esiste libertà di culto. Ho detto ciò che penso da tutta una vita. Ho detto che non esiste cittadinanza che non meriti di essere essere rispettata e che la persona umana non si può circoscrivere alla sua sessualità, fermo restando l’assoluto rispetto per i bambini e le persone non consenzienti. Ho partecipato all’Isola per il gusto di mischiare le carte. Sono fiero di avervi portato riflessioni che mai sarebbero entrate. So di non essere piaciuto a tutti, ma confesso che io mi sono piaciuto molto”.Eccoci qui con l'ennesima puntata sulla cacciata di Aldo Busi dalla Rai, dopo la sua autoesclusione da "L'Isola dei famosi": ieri Simona Ventura ha letto a "Quelli che il calcio" una lettera dello scrittore di Montichiari in cui precisa la sua posizione e spiega di non aver mai insultato il Papa. Simona Ventura già promette un'intervista allo scrittore nello spazio tv del suo sito web, mentre la Rai discuterà del caso nei prossimi giorni. Noi registriamo gli sviluppi della vicenda con un tarlo che non smette di roderci: non sarà mica tutta una combine?...
Aldo Busi a Simona Ventura
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