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giovedì 17 giugno 2010
Il vescovo Luciano, la vergogna e il riscatto
La notizia oggi è su tutti i giornali: don Marco Baresi, ex vice rettore del seminario di Brescia ha visto ieri confermata dalla corte d'appello di Brescia la condanna a 7 anni e sei mesi di carcere comminata il 20 maggio 2009 dal tribunale di primo grado per abusi sessuali, su un ragazzo ospite minorenne del seminario, e di detenzione di materiale pedo pornografico le cui tracce sono state trovate sul suo computer portatile. Don Marco Baresi, finito in cella il 26 novembre 2007 è tuttora agli arresti domiciliari e la vicenda ha aperto una profonda ferita nella chiesa bresciana. Un gruppo di amici che in questi anni si sono mobilitati certi che le accuse fossero tutte delle fandonie. "Chiediamo la sua attenzione - spiegano in una lettera aperta ai lettori che apre il sito http://donmarcobaresi.net/ - perché don Marco è una di quelle persone che non rimane confusa nella folla dei conoscenti. Don Marco Baresi è un uomo che, trovato al proprio fianco, lascia la traccia incancellabile della profondità, della trasparenza, della dolcezza, della saggezza, della bontà, della semplicità d'animo, dell'intelligenza e della modestia che non tutte le persone hanno il dono di possedere.
Non solo: assurdamente, anche i gesti e i modi che caratterizzano la personalità di don Marco sono letteralmente ad anni luce di distanza da qualunque tipo di sospetto o di semplice pensiero che abbiano qualcosa a che fare con le accuse mossegli contro". Ed ora che è arrivata la conferma della condanna gli "Amici di Free don" non arretrano di un passo: "Oggi - scrivono - ci risulta impossibile offrire commenti diversi dalla profonda perplessità: per noi è stato condannato per la seconda volta un amico innocente.
La sentenza continua a risultarci incongruente con gli elementi in possesso del tribunale e, soprattutto, del tutto incompatibile con la persona di Don Marco Baresi; con le sue caratteristiche, umane e religiose, con tutta la sua storia, di uomo e di prete. Ciò che è accaduto dimostra ampiamente, purtroppo, quanto possa rendersi talvolta impossibile per un tribunale servire la verità oggettiva. La nostra non è un’accusa alla Giustizia. Pensiamo che si possa prendere serenamente atto dell’esistenza di ovvî limiti umani e strutturali; inevitabili nell’atto del giudicare. Tuttavia, mentre il processo di primo grado aveva incontrato comprensibili difficoltà nel fare luce su accuse e fatti così “stravaganti”, il processo d’appello godeva di ottimi elementi oggettivi per dimostrare, finalmente, l'innocenza di don Marco o, per lo meno, togliere la condanna ad un uomo vittima di prove opinabili". E mentre gli amici di don Marco (guarda qui il loro video di presentazione in una festa di San Zeno Naviglio) continuano la loro battaglia, il vescovo di Brescia, Luciano Monari (nella foto sopra con il Papa), ha indirizzato ai sacerdoti bresciani una lettera dura nei tratti, ma sincera nella convinzione che nella vergogna si può solo rinascere.
Il Giovedi santo il vescovo Luciano aveva invitato i sacerdoti nella sua omelia (leggila qui) ad un profondo esame di coscienza sulle ragioni delle loro scelte sacerdotali. Parole pesanti su una missione minata dagli scandali nei quali il comportamento deviato di pochi, rischia di travolgere tutti. E anche oggi il vescovo di Brescia, in una diocesi colpita al cuore da una sentenza che coinvolge un sacerdote la cui missione era quella di educatore e formatore del clero del futuro non si risparmia: "Carissimi sacerdoti - scrive -, il reato per cui un tribunale in prima istanza e poi in appello ha condannato don Marco, un prete del nostro presbiterio, è tra i più odiosi. Anzitutto perché riguarda abusi su minori, e conosciamo bene quello che il vangelo dice su chi scandalizza i piccoli. In secondo luogo perché l’abuso sarebbe stato commesso da un educatore al quale il minore è affidato perché gli trasmetta il meglio del patrimonio che l’umanità ha saputo raccogliere attraverso i secoli; saremmo quindi di fronte a un tradimento grave della fiducia. Infine perché sarebbe stato commesso da un prete che, per missione, deve essere segno della presenza e strumento dell’azione del Signore Gesù che è passato facendo del bene, che non ha usato inganno e violenza con nessuno. Per tutti questi motivi è difficile pensare a qualcosa di più grave".
Continuando a sperare che don Marco sappia dimostrare finalmente l'innocenza che ha sempre proclamato, il vescovo non nasconde che: "ho a che fare con una precisa sentenza di condanna che inevitabilmente ricade su di me e su tutto il nostro presbiterio e ci chiede una risposta. Quale? Soffriamo inevitabilmente la vergogna per un fatto grave che ci viene imputato e la vergogna è uno dei sentimenti più difficili da sopportare. Abbiamo il timore che la gente possa farsi di tutti noi un’opinione negativa, che ci condanni impietosamente e questo ci brucia. Sento dolorosamente questa vergogna attaccata alla pelle. Ma, paradossalmente, sono convinto che mi possa fare bene; mi libera da qualche linea di vanità o di orgoglio; mi costringe a eliminare le mie illusioni, a confessare il mio niente e questo non mi fa solo male. Anzi può diventare un percorso prezioso di purificazione e di libertà. "Perdere la faccia" è una delle sofferenze più umilianti; ma, se lo accettiamo davvero (il che non è facile!), rende liberi. Non abbiamo nulla da perdere; possiamo essere poveri cristiani senza pretesa e quindi senza timore alcuno".
Preti come poveri cristiani, come poveri peccatori con il loro fardello di credibilità minata, di coerenza sempre più messa in dubbio. Preti feriti da una Chiesa travolta dagli scandali, da una casa che vacilla. Secondo Monari è dalla consapevolezza della vergogna, che rinasce un uomo nuovo, un prete nuovo una Chiesa più forte perchè la Chiesa è qualcosa che prescinde dalle colpe degli uomini.
"Debbo riconoscere - riflette il vescovo di Brescia - di non essere un buon cristiano; ma posso proclamare che l’appartenenza alla Chiesa non mi ha reso falso o ambiguo, ma mi ha sempre aiutato a diventare più sincero e più autentico. Posso attribuire a me dei peccati; ma debbo riconoscere alla Chiesa il dono santo di Cristo e del vangelo. Per questo continuerò a essere nella Chiesa e a servire la Chiesa con gioia. Questa Chiesa di Brescia, dove il vangelo ha prodotto nei secoli, anche attraverso il servizio di tanti suoi santi preti, autentici frutti di bene. Mi vergognerò di me e dei miei peccati; ma non avrò mai da vergognarmi del vangelo e del suo insegnamento. Mi vergognerò per le incoerenze delle nostre comunità cristiane; ma non dovrò mai vergognarmi per lo Spirito che ci è stato dato e che fa di noi dei figli veri di Dio".
Parole che meritano rispetto (come, del resto, una sentenza pronunciata nel nome del Popolo italiano), parole di speranza di una comunità un tempo forte e potente che ora vacilla. Dal primo dei suoi presbiteri all'ultimo dei suoi fedeli.
Non solo: assurdamente, anche i gesti e i modi che caratterizzano la personalità di don Marco sono letteralmente ad anni luce di distanza da qualunque tipo di sospetto o di semplice pensiero che abbiano qualcosa a che fare con le accuse mossegli contro". Ed ora che è arrivata la conferma della condanna gli "Amici di Free don" non arretrano di un passo: "Oggi - scrivono - ci risulta impossibile offrire commenti diversi dalla profonda perplessità: per noi è stato condannato per la seconda volta un amico innocente.
La sentenza continua a risultarci incongruente con gli elementi in possesso del tribunale e, soprattutto, del tutto incompatibile con la persona di Don Marco Baresi; con le sue caratteristiche, umane e religiose, con tutta la sua storia, di uomo e di prete. Ciò che è accaduto dimostra ampiamente, purtroppo, quanto possa rendersi talvolta impossibile per un tribunale servire la verità oggettiva. La nostra non è un’accusa alla Giustizia. Pensiamo che si possa prendere serenamente atto dell’esistenza di ovvî limiti umani e strutturali; inevitabili nell’atto del giudicare. Tuttavia, mentre il processo di primo grado aveva incontrato comprensibili difficoltà nel fare luce su accuse e fatti così “stravaganti”, il processo d’appello godeva di ottimi elementi oggettivi per dimostrare, finalmente, l'innocenza di don Marco o, per lo meno, togliere la condanna ad un uomo vittima di prove opinabili". E mentre gli amici di don Marco (guarda qui il loro video di presentazione in una festa di San Zeno Naviglio) continuano la loro battaglia, il vescovo di Brescia, Luciano Monari (nella foto sopra con il Papa), ha indirizzato ai sacerdoti bresciani una lettera dura nei tratti, ma sincera nella convinzione che nella vergogna si può solo rinascere.
Il Giovedi santo il vescovo Luciano aveva invitato i sacerdoti nella sua omelia (leggila qui) ad un profondo esame di coscienza sulle ragioni delle loro scelte sacerdotali. Parole pesanti su una missione minata dagli scandali nei quali il comportamento deviato di pochi, rischia di travolgere tutti. E anche oggi il vescovo di Brescia, in una diocesi colpita al cuore da una sentenza che coinvolge un sacerdote la cui missione era quella di educatore e formatore del clero del futuro non si risparmia: "Carissimi sacerdoti - scrive -, il reato per cui un tribunale in prima istanza e poi in appello ha condannato don Marco, un prete del nostro presbiterio, è tra i più odiosi. Anzitutto perché riguarda abusi su minori, e conosciamo bene quello che il vangelo dice su chi scandalizza i piccoli. In secondo luogo perché l’abuso sarebbe stato commesso da un educatore al quale il minore è affidato perché gli trasmetta il meglio del patrimonio che l’umanità ha saputo raccogliere attraverso i secoli; saremmo quindi di fronte a un tradimento grave della fiducia. Infine perché sarebbe stato commesso da un prete che, per missione, deve essere segno della presenza e strumento dell’azione del Signore Gesù che è passato facendo del bene, che non ha usato inganno e violenza con nessuno. Per tutti questi motivi è difficile pensare a qualcosa di più grave".
Continuando a sperare che don Marco sappia dimostrare finalmente l'innocenza che ha sempre proclamato, il vescovo non nasconde che: "ho a che fare con una precisa sentenza di condanna che inevitabilmente ricade su di me e su tutto il nostro presbiterio e ci chiede una risposta. Quale? Soffriamo inevitabilmente la vergogna per un fatto grave che ci viene imputato e la vergogna è uno dei sentimenti più difficili da sopportare. Abbiamo il timore che la gente possa farsi di tutti noi un’opinione negativa, che ci condanni impietosamente e questo ci brucia. Sento dolorosamente questa vergogna attaccata alla pelle. Ma, paradossalmente, sono convinto che mi possa fare bene; mi libera da qualche linea di vanità o di orgoglio; mi costringe a eliminare le mie illusioni, a confessare il mio niente e questo non mi fa solo male. Anzi può diventare un percorso prezioso di purificazione e di libertà. "Perdere la faccia" è una delle sofferenze più umilianti; ma, se lo accettiamo davvero (il che non è facile!), rende liberi. Non abbiamo nulla da perdere; possiamo essere poveri cristiani senza pretesa e quindi senza timore alcuno".
Preti come poveri cristiani, come poveri peccatori con il loro fardello di credibilità minata, di coerenza sempre più messa in dubbio. Preti feriti da una Chiesa travolta dagli scandali, da una casa che vacilla. Secondo Monari è dalla consapevolezza della vergogna, che rinasce un uomo nuovo, un prete nuovo una Chiesa più forte perchè la Chiesa è qualcosa che prescinde dalle colpe degli uomini.
"Debbo riconoscere - riflette il vescovo di Brescia - di non essere un buon cristiano; ma posso proclamare che l’appartenenza alla Chiesa non mi ha reso falso o ambiguo, ma mi ha sempre aiutato a diventare più sincero e più autentico. Posso attribuire a me dei peccati; ma debbo riconoscere alla Chiesa il dono santo di Cristo e del vangelo. Per questo continuerò a essere nella Chiesa e a servire la Chiesa con gioia. Questa Chiesa di Brescia, dove il vangelo ha prodotto nei secoli, anche attraverso il servizio di tanti suoi santi preti, autentici frutti di bene. Mi vergognerò di me e dei miei peccati; ma non avrò mai da vergognarmi del vangelo e del suo insegnamento. Mi vergognerò per le incoerenze delle nostre comunità cristiane; ma non dovrò mai vergognarmi per lo Spirito che ci è stato dato e che fa di noi dei figli veri di Dio".
Parole che meritano rispetto (come, del resto, una sentenza pronunciata nel nome del Popolo italiano), parole di speranza di una comunità un tempo forte e potente che ora vacilla. Dal primo dei suoi presbiteri all'ultimo dei suoi fedeli.
venerdì 2 aprile 2010
Abusi di Salò: lettera ad un professore vile come un po' tutti noi
Torniamo sugli abusi di Salò per segnalare una bella e dura lettera di Roberta De Monticelli (nella foto) docente di Filosofia della persona all'Università San Raffaele di Milano, pubblicata ieri dal Corriere della sera.
Il titolo è emblematico: " Quel professore distratto e vile di Salò siamo noi". In quell'aula, sintetizziamo, sono successe cose drammatiche, si sono visti comportamenti vili e omertosi, ma quella classe altro non è, in fondo, che lo specchio di una società. La nostra.
Il titolo è emblematico: " Quel professore distratto e vile di Salò siamo noi". In quell'aula, sintetizziamo, sono successe cose drammatiche, si sono visti comportamenti vili e omertosi, ma quella classe altro non è, in fondo, che lo specchio di una società. La nostra.
Caro direttore,
c' è un fatto - se è un fatto - che riassume e concentra in sé la pura essenza, anzi l' impura, mediocre essenza, mista di incoscienza e ignavia di questi tempi: le forze del nulla. E' il fatto della ragazzina abusata in classe, in una scuola media di Salò, nell' assoluta omertà dei suoi compagni e delle sue amiche, e sotto lo sguardo indifferente del professore. Di questo professore voglio parlare, in primo luogo. Che continua a fare lezione, come se nulla fosse, fingendo di non accorgersi del trambusto, delle risate, del dolore, dell' orrore lì a pochi metri, in fondo alla classe. Come definire questo comportamento? Lasciamo stare il risvolto penale, l' omissione di soccorso e di esercizio della propria autorità di pubblico ufficiale e di insegnante. Restiamo ai termini morali. Come definirlo? Irresponsabile? Vile? Infame? Gli aggettivi non bastano e non dicono. C' è di più e di meno, c' è quel nulla indicibile che rende inadeguato ogni aggettivo: non so, non vedo, non ci sono, non me ne frega niente. In secondo luogo, dei ragazzi e delle ragazze voglio parlare: che ridevano, o tacevano, e coprivano i violenti. Come definirli? Hanno a tal punto la mafia nel sangue, i ragazzi di questo Paese, a dodici anni? A tal punto l' omertà è nei loro geni, che perfino le amiche della ragazza stanno zitte invece di urlare contro lo schifo, la vergogna, l' orrore? Anche qui gli aggettivi non dicono giusto, perché non sono fatti per dire il nulla, il non: dell' indifferenza, dell' ignoranza, dell' inconsapevolezza senza fine e senza rimedio. E infine della ragazzina abusata, voglio parlare, che subisce tutto senza rivoltarsi, e poi scrive alla madre: «scusa, ho fatto una cosa schifosa, non voglio più vivere». Come definire questo comportamento? Silenzio dell' innocente, oscena complicità con il male che si subisce, o tremenda indistinzione fra dolore e colpa, fra impotenza e violenza, fra l' ignobile e il giusto? No, gli aggettivi non dicono il non che il fascismo rimasto attaccato alla nostra lingua dice invece così bene: me ne frego, ti frego e ne godo, sono fregato. E non ce ne frega niente. Ma la situazione dice tutto, liscia come uno specchio. Quel professore, siamo noi. Molti di noi che avrebbero sapere e autorità per intervenire e denunciare, e continuano a fare la loro lezione, invece. Quei ragazzi, quelle ragazze, perdutamente inconsapevoli del destino di servitù che ha già divorato l' anima loro, siamo noi, noi che abusiamo della povera vita del nostro prossimo ghignando di soddisfazione, noi che alziamo le spalle per marcare la nostra indifferenza, e di fronte ad abusatori ed abusati diciamo: «sono tutti uguali». Quella ragazzina violata e sospesa dalla scuola insieme con i colpevoli siamo noi. E' questa patria straniera, umiliata, sfigurata dalla vergogna. Che ha fatto una cosa schifosa, e non vuole più vivere.
Roberta De Monticelli
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giovedì 1 aprile 2010
Abusi a Salò: che tristezza dare la colpa ai giornali...
Ieri pomeriggio, mentre a Flero un 72 enne si barricava in una gioielleria minacciando di uccidersi per le pene d'amore nei confronti di una 52enne, a Salò il consiglio di Istituto della scuola media d'Annunzio, quella dove una ragazza di 12 anni è stata abusata sessualmente in classe da alcuni coetanei (finiti sotto inchiesta) durante le lezioni, partoriva questo comunicato stampa:
Mi sembra che a Salò abbiano perso l'occasione di fare una riflessione profonda, genitori, insegnanti e ragazzi su cosa voglia dire, ad esempio, affettività, sentimento, rispetto per gli altri. Si è preferito l'autoassoluzione lavandosi la coscienza nelle colpe della stampa. Che tristezza...
A PROPOSITO DEI FATTI ACCADUTIDa genitore (rappresentante di classe in una scuola media) e da giornalista che per lavoro si è occupato della vicenda, mi sarei aspettato qualcosa di più da docenti e genitori di quella scuola. Parlare di gogna mediatica, lavarsi la coscienza puntando il dito contro i giornali (che hanno fatto ricostruzioni più o meno pesanti della vicenda), è un comodo espediente spesso utilizzato da chi non vuole affrontare i problemi. Nella mia professione ho ricevuto spesso telefonate di madri che difendevano i figli finiti in cella per le quali il problema non era il figlio in carcere, ma la notizia sul giornale. Così alla scuola di Salò il problema non sembra che sia quello di ragazzini di 12 anni che fanno attività sessuale - se in maniera più o meno consenziente, a questi livelli può diventare un dettaglio - durante le lezioni (ripeto: durante le lezioni), ma i giornali e le televisioni che ne parlano, perchè ne è nata un'inchiesta giudiziaria che qualcuno avrebbe voluto non fosse mai partita. Forse i media hanno commesso delle forzature, ma indicarli come l'origine di tutti i mali è, lo dico da genitore di un 13enne, mirare al bersaglio sbagliato, arrendersi davanti ad un mondo che non vuole più avere limiti, barriere e valori, abdicare ad una fatica educativa, magari attribuendo alla povera ragazza (come ha tentato di fare, proprio sui giornali, la preside di quell'Istituto) delle corresponsabilità nella vicenda secondo il vecchio principio maschilista che se una donna viene abusata un po' se l'è cercata.
PRESSO LA SCUOLA MEDIA DI SALO’
COMUNICATO STAMPA
Salò, 31.03.2010
I docenti della scuola, i componenti del Consiglio d’istituto e i genitori della classe coinvolta intendono comunicare quanto segue:Siamo consapevoli che quanto accaduto sia grave e riponiamo piena fiducia nella Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia, che dovrà far luce sull’episodio attribuendo le eventuali responsabilità: ad essa assicuriamo la massima collaborazione e trasparenza.
Siamo profondamente sconcertati per le modalità con cui le Agenzie, gli organi di stampa ed i media hanno riferito quanto accaduto presso la nostra scuola.
Reputiamo assolutamente inopportuno che un fatto ancora sotto esame, in attesa di approfondimenti e valutazioni, sia stata già proposto alla comunità locale e al popolo italiano con termini gravissimi e pesantemente infamanti. Avvertiamo, e con noi purtroppo lo percepiscono tutti i nostri studenti, la gravità della gogna mediatica che, senza alcun rispetto o forma di discrezione, ha investito tutti i ragazzi coinvolti, nessuno escluso, e i loro genitori, in obbedienza alla cieca logica della notizia clamorosa, “costi quel che costi”.
Noi crediamo, e non lo facciamo per ipocrisia, provincialismo, perbenismo o quant’altro, che sarebbe stato più corretto ed opportuno da parte di tutti, specialmente nel delicato ambito dell’educazione dei preadolescenti, usare massimo rispetto e cautela, entrare in punta di piedi, prestare attenzione ed ascolto a tutte le parti in causa, verificare e guardare anche un po’ “oltre”.
Il mondo di certi adulti ha usato ben poco riguardo nei confronti di ragazzi minorenni e delle rispettive famiglie: ha preferito inseguire un pericoloso sensazionalismo.
Vogliamo esprimere la nostra convinta solidarietà alla Dirigente che, a nostro avviso, ha dimostrato un atteggiamento fermo senza trascurare tuttavia le valenze educative sottese ai suoi interventi.
Non ci sembra inutile ricordare a tutti che gli operatori della scuola sono in prima linea ogni giorno nell’azione educativa e costituiscono un punto di riferimento importante per i ragazzi. E’ necessario pertanto rafforzare l’alleanza educativa fra genitori, insegnanti e istituzioni e investire maggiormente in risorse umane e finanziarie nel settore educativo.
Chiediamo, infine, a tutti gli Organi competenti di affrontare la questione con il necessario rigore, ma anche nella piena tutela di chi ogni giorno spende la propria giornata in questa scuola, istruisce ed educa i nostri ragazzi con serietà e rispetto del dovere, elabora progetti innovativi per l’arricchimento dell’offerta formativa (in ambito artistico, teatrale, motorio ecc.), vince concorsi letterari e di danza (la “G. D’Annunzio” di Salò è risultata vincitrice delle Olimpiadi provinciali della Danza a Brescia domenica 28.03.2010 e parteciperà al Concorso Nazionale di Verona), gestisce una piattaforma didattica on-line ed un giornalino web fra i più innovativi della provincia, partecipa ai Giochi Matematici e a numerosi progetti sull’educazione ambientale. Tutto questo, naturalmente, “a riflettori spenti”, perché il lavoro educativo ha bisogno di discrezione e pazienza.
Firmato:
Il Collegio dei Docenti
Il Consiglio d’istituto
I genitori della classe coinvolta
Scuola Secondaria di primo grado
“Gabriele D’Annunzio” – Salò (BS)
Mi sembra che a Salò abbiano perso l'occasione di fare una riflessione profonda, genitori, insegnanti e ragazzi su cosa voglia dire, ad esempio, affettività, sentimento, rispetto per gli altri. Si è preferito l'autoassoluzione lavandosi la coscienza nelle colpe della stampa. Che tristezza...
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martedì 30 marzo 2010
Abusi sessuali in classe: quali valori a 12 anni?
La notizia si è un po' annacquata nello tsumani elettorale, ma credo che sia lo specchio di una società più vero di quello che hanno saputo esprimere le urne. La notizia è quella di un abuso sessuale di gruppo su una ragazza di 12 anni costretta ad avere rapporti orali con alcuni compagni fra i banchi di scuola e durante l'ora di lezione. La giustizia ha fatto il suo corso mandando agli arresti domiciliari due minorennni di 14 e 15 anni (ripetenti), segnalandone un terzo non imputabile e facendo finire sotto inchiesta altri 12 studenti, anche questi troppo giovani per essere perseguiti, che avrebbero fatto da scudo allo scempio. Sulle responsabilità dell'insegnante e delle autorità scolastiche la partita è tutta da giocare.
Il sedici marzo, su "La Stampa", Massimo Gramellini pubblicò un Buongiorno dal titolo "Cinque euro". Vi raccontò la lettera di una madre che, in camera della figlia dodicenne, aveva trovato una busta con un migliaio di euro in contanti in pezzi da cinque. Messa alle strette, la figlia spiegò che quei soldi erano il frutto di piccole prestazioni sessuali. Cresce bene la ragazza, potrebbe facilmente ironizzare qualcuno. Se il buongiorno si vede dal mattino potremmo ritrovarla fra quindici anni europarlamentare direbbe qualche cinico "comunista".
Ma le battute - facili e scontate - lasciano lo spazio allo sconforto. Stiamo camminando nel deserto dei valori dove la sessualità a dodici anni non è una scoperta ma un mercato, una merce di scambio e di ricatto, una prevaricazione e non una condivisione, una violenza e non un gioco. Stiamo camminando in una foresta di alberi pietrificati e di canne che si spezzano al vento: una foresta di educatori immobili e distratti, un canneto di genitori strapazzati dalle intemperie e spazzati via dagli eventi.
Cosa sta succedendo ai nostri figli e alle nostre famiglie? A Travagliato, provincia di Brescia, alcune settimane fa un dodicenne ha preso il fucile del padre e ha deciso di farla finita senza che nessuno, a scuola come in famiglia, riuscisse a cogliere il suo disagio. A Salò una sua coetanea si piega alle voglie dei compagni nell'indifferenza di tutti.
Cosa sta succedendo a quelle che un tempo erano agenzie educative autorevoli e referenziate: le scuole? A Salò una preside ci spiega in una autodifesa che lascia di stucco che è possibile che il professore non avesse visto la violenza perchè i ragazzi avevano il permesso di non stare al proprio posto durante le interrogazioni dei compagni. Ma nessuno si è mai preso la briga di spiegare a questo docente (giovane, inesperto, supplente e malpagato) che forse quella non era la soluzione migliore per dare alla classe un minimo di regole condivise: persino nei parcheggi di periferia disegnano le righe per dare alle auto principi per la sosta semplici ma efficaci?
Cosa sta succedendo a noi genitori? Noi incapaci di capire, di cogliere i cambiamenti, le paure come le conquiste dei nostri figli. Incapaci di discutere di principi e di regole, di condividere obiettivi, di dialogare, di essere padri e madri forse un po' meno complici, ma un po' piu' educatori.
Cosa sta accadendo, in estrema sintesi, a questa società? Forse ha ragione Massimo Gramellini quando sulla vicenda della ragazza con la mazzetta dei cinque euro nascosta fra la biancheria ha osservato: "Un tempo la vita era un percorso e ogni fase consisteva in un passaggio che tendeva a uno scopo: il raggiungimento della consapevolezza di se stessi e di che cosa si voleva diventare. A un certo punto il meccanismo è saltato. La vita ha smesso di essere una scala da salire un gradino dopo l’altro ed è diventata un’arena piatta e senza confini. Ma se manca l’idea di un percorso da compiere, l’unico navigatore diventa l’utilitarismo. Voglio soldi e me li procuro nel modo più facile. Vendo sesso (o lo compro) senza pensare alle conseguenze, perché già la parola «conseguenze» presuppone una coscienza del tempo e dello spazio che non posseggo più. Purtroppo in un mondo che - a casa, in politica, in tv - non fa che togliere ringhiere da tutte le parti, è molto più facile cadere". Qualcuno è già caduto. E, forse, non si rialzerà più.
Il sedici marzo, su "La Stampa", Massimo Gramellini pubblicò un Buongiorno dal titolo "Cinque euro". Vi raccontò la lettera di una madre che, in camera della figlia dodicenne, aveva trovato una busta con un migliaio di euro in contanti in pezzi da cinque. Messa alle strette, la figlia spiegò che quei soldi erano il frutto di piccole prestazioni sessuali. Cresce bene la ragazza, potrebbe facilmente ironizzare qualcuno. Se il buongiorno si vede dal mattino potremmo ritrovarla fra quindici anni europarlamentare direbbe qualche cinico "comunista".
Ma le battute - facili e scontate - lasciano lo spazio allo sconforto. Stiamo camminando nel deserto dei valori dove la sessualità a dodici anni non è una scoperta ma un mercato, una merce di scambio e di ricatto, una prevaricazione e non una condivisione, una violenza e non un gioco. Stiamo camminando in una foresta di alberi pietrificati e di canne che si spezzano al vento: una foresta di educatori immobili e distratti, un canneto di genitori strapazzati dalle intemperie e spazzati via dagli eventi.
Cosa sta succedendo ai nostri figli e alle nostre famiglie? A Travagliato, provincia di Brescia, alcune settimane fa un dodicenne ha preso il fucile del padre e ha deciso di farla finita senza che nessuno, a scuola come in famiglia, riuscisse a cogliere il suo disagio. A Salò una sua coetanea si piega alle voglie dei compagni nell'indifferenza di tutti.
Cosa sta succedendo a quelle che un tempo erano agenzie educative autorevoli e referenziate: le scuole? A Salò una preside ci spiega in una autodifesa che lascia di stucco che è possibile che il professore non avesse visto la violenza perchè i ragazzi avevano il permesso di non stare al proprio posto durante le interrogazioni dei compagni. Ma nessuno si è mai preso la briga di spiegare a questo docente (giovane, inesperto, supplente e malpagato) che forse quella non era la soluzione migliore per dare alla classe un minimo di regole condivise: persino nei parcheggi di periferia disegnano le righe per dare alle auto principi per la sosta semplici ma efficaci?
Cosa sta succedendo a noi genitori? Noi incapaci di capire, di cogliere i cambiamenti, le paure come le conquiste dei nostri figli. Incapaci di discutere di principi e di regole, di condividere obiettivi, di dialogare, di essere padri e madri forse un po' meno complici, ma un po' piu' educatori.
Cosa sta accadendo, in estrema sintesi, a questa società? Forse ha ragione Massimo Gramellini quando sulla vicenda della ragazza con la mazzetta dei cinque euro nascosta fra la biancheria ha osservato: "Un tempo la vita era un percorso e ogni fase consisteva in un passaggio che tendeva a uno scopo: il raggiungimento della consapevolezza di se stessi e di che cosa si voleva diventare. A un certo punto il meccanismo è saltato. La vita ha smesso di essere una scala da salire un gradino dopo l’altro ed è diventata un’arena piatta e senza confini. Ma se manca l’idea di un percorso da compiere, l’unico navigatore diventa l’utilitarismo. Voglio soldi e me li procuro nel modo più facile. Vendo sesso (o lo compro) senza pensare alle conseguenze, perché già la parola «conseguenze» presuppone una coscienza del tempo e dello spazio che non posseggo più. Purtroppo in un mondo che - a casa, in politica, in tv - non fa che togliere ringhiere da tutte le parti, è molto più facile cadere". Qualcuno è già caduto. E, forse, non si rialzerà più.
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