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martedì 19 ottobre 2010

Adro: Cadei, il preside rock. Firmato Celentano




Gianluigi Cadei e Adriano Celentano. L'ex insegnante di ginnastica prestato alla dirigenza scolastica e l'ex molleggiato prestato alla società civile con i suoi sermoni. Il preside della scuola di Adro, colui che ha rimosso i simboli, l'uomo solo al comando di una pattuglia di ciclisti in cui nessuno, alla fine aveva voglia di affrontare la salita e l'ultimo strappo fino al traguardo, e il cantante-predicatore che ogni tanto lascia il suo rifugio ed esterna sull'Italia e gli italiani.
Così come ha fatto oggi sul Corriere della Sera in un intervento lungo una pagina che Ferruccio De Bortoli, il direttore, pubblica prendendo le distanze da qualche opinione forte, ma rispettando la sua libera espressione. Rock e slow, ecco dunque l'Italia di Adriano, un'Italia che come molti in queste settimane non può non fare tappa anche ad Adro, alla scuola dei simboli leghisti. Così se Bossi è slow, Gianluigi Cadei è rock, molto rock.
"Il Bossi-lento - scrive Adriano Celentano - se ne è guardato bene dal togliere quella miriade di falsi simboli con i quali il Sindaco leghista ha tappezzato la scuola di Adro. Ha dovuto pensarci il Preside. Bravo Preside! Tu sì che sei Rock! Con quei falsi simboli, c'era il rischio che gli abitanti del simpatico paesino si domandassero un giorno chi sono e da dove vengono"...
 Buona fortuna, preside Rock.

lunedì 18 ottobre 2010

Gabanelli, censure e giornalismo alla deriva

Premessa: ieri sera lavoravo e non ho visto report di Milena Gabanelli. Ma le polemiche che hanno accompagnato la puntata ci danno lo spessore del giornalismo, di come è inteso e dell'autorevolezza che si è conquistato in Italia.
Mi chiedo cosa sarebbe successo se ci fosse stato fra "gli uomini del presidente" un avvocato Ghedini anche ai tempi dello scandalo Watergate, ma forse oltre oceano, una figura del genere non sarebbe nemmeno concepita. Perchè solo in Italia l'opacità vera  (non diversa da quella evocata per la genesi delle ville ad Antigua del presidente del Consiglio) è quella tra politica e giornalismo, imprenditoria e media. Di chi è la colpa? Dei giornalisti innanzitutto, una categoria che in questi anni, complice la congiuntura, si sta costruendo un declino sicuro sul fronte della credibilità, della trasparenza, dell'indipendenza (un esempio: sapete su quali argomenti vertono maggiormente le sanzioni dell'ordine dei giornalisti? Sul rapporto non sempre trasparente tra giornalisti e pubblicità). Di avvocati Ghedini è pieno il mondo, magari non laureati in legge, ma semplicemente in scienze della comunicazione, che spesso è la scienza di fare lobbing attraverso i giornali. Basta poco, spesso solo un buon ufficio stampa ed il gioco e fatto. E da giornalisti possiamo solo rimproverare noi stessi per aver perso una bussola che ora è difficile da recuperare.
Ci hanno vestito con delle casacche colorate e messo in squadra: a destra o a sinistra. Così è più facile, a torto o a ragione, bollarci come dei servi, minare il lavoro che molti continuano a fare con scrupolo. E spesso, è accaduto anche in questo caso, invece di difendere, a prescindere da come la si pensi, il lavoro d'inchiesta dei colleghi ecco la censura, l'insinuazione, l'accusa delle accuse: il falso moralismo.
Spiega Sallusti, il direttore del Giornale: "La procura di Roma avrebbe acquisito la perizia sul reale valore della casa di Monte­carlo venduta da An via off­shore e finita al cognato di Fi­ni. Sarebbe tre volte tanto il prezzo pagato. La questione si arricchisce così di un nuo­vo tassello che per quanto ovvio ha la sua importanza. E dimostra come il presiden­te della Camera abbia m­enti­to sulla dinamica e sul conte­nuto della vicenda. Siamo ri­masti soli a chiedere che si faccia luce. Poco male, fin dall'inizio le grandi firme del giornalismo d'inchiesta e i campioni di moralismo, quelli che alla casta gli spez­zerebbero le reni, si sono af­fannati a ce­rcare smentite in­vece che investigare per tro­vare conferme. Non ce l'han­no fatta ma non si danno pa­ce. A dare loro manforte è scesa in campo ieri sera an­che Milena Gabanelli, la se­gugia di Report , in prima se­rata su Raitre. La Gabanelli è una brava giornalista, non c'è dubbio. Ma ha un difetto: i suoi dos­sier ( pardon, i giornalisti de­mocratici fanno solo inchie­ste) sono a senso unico. Ha fatto le pulci a mezzo centro­destra, è stata alla larga da qualsiasi cosa possa portare dalle parti della sinistra. Quindi anche da Gianfran­co Fini. Peccato, con il suo in­tuito avre­bbe dato una gros­sa mano alla ricerca della ve­rità. A parte quella, però, le case le interessano. Anzi, è attratta da una in particola­re, che guarda caso è di Sil­vio Berlusconi. Altro che i settanta metri quadrati di Montecarlo, parliamo di una reggia costruita ad Anti­gua".
L'esito di tutto ciò è che sia il lavoro della "comunista" Gabanelli come quello del "berlusconiano" Sallusti finiscano per essere bollati come inchieste di parte al di là di quella ricerca di trasparenza che aveva ispirato entrambe. Faziosità e giornalismo non vanno d'accordo, aprono le strade ai tanti Ghedini che popolano l'Italia, dai piccoli comuni (con tanti sindaci di destra e sinistra che confondono il consenso popolare con il salvacondotto per dire e fare cazzate) alle grande città. Così si giustificano silenzi (quanti no comment hanno raccolto i collaboratori di Report da amministratori e politici, compresi quelli bresciani?), si fanno melina, si eludono, con l'arroganza di chi passa con il rosso e fa pure il gestaccio al vigile, quelle richieste di trasparenza e spiegazioni che non dovrebbe essere esigenze del giornalista, ma dell'opinione pubblica. Qualcuno mi dirà: sei il solito moralista (i nuovi liberi pensatori dell'era moderna, si sa, hanno messo al bando parole come morale, etica, coerenza e guai a contraddirli). Qualcunn altro mi vaticinerà che mi estinguerò presto. Poco male. Intanto sfoglio il giornale e leggo della lista dei regali ricevuti da Toni Blair durante la permanenza a Downing Street e riscattati (pagando di tasca propria) dall'ex premier a fine mandato. Quella banale lista di orologi e altre amenità è stata chiesta al Cabinet Office dalla Commissione per la libertà d'informazione. Perchè in Gran Bretagna, la libertà di informazione è una questione di stato....
God save the queen.

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GIUSTO PER RINFRESCARCI LA MEMORIA....

giovedì 14 ottobre 2010

Il minatore Sepùlveda e i dannati di Marcinelle

"La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla".
(Luis Sepùlveda)
Si chiama Sepùlveda, come Luis, lo scrittore, ma lui ama defininirsi solo "Mario Antonio Sepulveda, lavoratore, minatore". E' diventato un eroe "Mario Antonio Sepulveda, lavoratore, minatore", come Carlos Barrios o Florencio Avalos, Mario Gòmez o Dario Segovia, i 33 minatori liberati dalle viscere della terra nella miniera di San Josè (Cile) dopo oltre due mesi fa di prigionia forzata. Una miniera di oro e rame una miniera nella quale, sotto l'occhio delle telecamere, si è celebrata la festa di un popolo, il riscatto di un lavoro duro, la vittoria della determinazione e dell'ingegno. Mario Sepùlveda, che le cronache ormai chiamano SuperMario, all'uscita ha distribuito souvenir, frammenti di quella roccia che li aveva sepolti. Forse avrebbe anche voluto distillare gocce di sudore, di quel duro lavoro, forse avrebbe voluto distribuire lacrime che hanno fatto passare una intero popolo dalla disperazione alla gioia transitando per la speranza. Ha distribuito invece pillole di saggezza: "Noi non intendiamo essere trattati come personaggi. Io sono e resto Mario Antonio Sepùlveda, lavoratore minatore"; "Laggiù stavo con Dio e con il demonio. Entrambi hanno lottato per avermi, ma ha prevalso Dio. In nessun momento ho dubitato che lui mi avrebbe tirato fuori"; "Noi minatori non siamo più i derelitti di cento o duecento anni fa, siamo persone istruite e competenti, con le quali ci si può sedere a chiacchierare in qualunque tavola del Cile". Ha ragione Mario il minatore: ieri a San Josè si è celebrato il riscatto di un lavoro maledetto, fatto spesso di freddo e paura. I 262 lavoratori sepolti a Marcinelle da lassù hanno forse trepidato per i 33 inghiottiti dal fato a San Josè. E loro, uomini di un Cile il cui riscatto inizia dalle viscere della terra, gli hanno tributato il più alto degli omaggi: mai più un'altra Marcinelle, mai più un minatore solo e maledetto, mai più i dannati di Germinale.
Grazie Mario Antonio Sepùlveda, minatore. Minatore e un po' sognatore. Come l'altro Sepulveda. Luis, lo scrittore.







mercoledì 13 ottobre 2010

Ciao Renato, cane sciolto del giornalismo bresciano

Si è sempre più poveri in questo mondo in bilico tra il silenzio e il conformismo. Si è sempre più poveri quando se ne vanno persone come Renato Rovetta, 68 anni, ex maestro elementare, giornalista per passione, fuori dal coro per vocazione, spirito libero per scelta. A Brescia era stato uno che amava andare contro corrente con i suoi scritti, sulle riviste alle quali aveva collaborato, nell'ultima invenzione che aveva curato e coccolato e che, al solito, precorreva i tempi. Era un blog negli anni in cui non esistevano le vezzosità di widget policromatici e altre diavolerie del genere. Era un blog un po' ruspante nella grafica, ma graffiante nella sostanza, caustico nello stile, divertente nella forma, intrigante nel gossip. Si chiamava Bresciablob e si è progressivamente spento con l'avanzare della malattia, sempre più invalidante, che stava piegando anche se non domando il suo autore (tanto che a lei Renato dedicò l'ultimo commovente scritto "Diario di un ischemizzato creativo"). Creativo lo è stato sempre Renato, così come critico e consigliere con noi che muovevamo i primi passi nel mondo del giornalismo.
Oggi, cercando di recuperare frammenti di Bresciablob in qualche recondito angolo della rete, mi sono imbattuto in una serie di giudizi su di lui e su uno dei suoi scritti clandestini: "Tangentopoli a Brescia - Novanta", una delle tante storie scovate in questa Brescia dei misteri e dei poteri.
Scriveva Mino Martinazzoli: "...non tema, Rovetta, di risultare straniero in questa città, perchè, tutto sommato, c'è scritto anche nella Bibbia che Dio protegge gli stranieri...sono pagine che colgono nel segno un notevole risultato di satira politica, qualche cosa di divertente davvero e mi sono divertito molto, come ormai raramente mi accade...sarà un libertino, ma è una persona libera, direi: c'è ormai così poca dimistichezza con la libertà che uno rischia di essere definito libertino non appena ne usa un poco...non è che Rovetta contesta: questo l'ha fatto in gioventù pagando, credo, costi atroci...lui è contro tutti: non si sa poi dove vada a dormire la sera e chi gli dia ospitalità perchè proprio non c'è redenzione...una dimostrazione di una capacità di analisi satirica assai intelligente e insieme 'pietosa'...pagine che sono, almeno per me, una notevole boccata d'ossigeno".
Ciao Renato, cane sciolto del giornalismo bresciano, esemplare di una razza in via di estinzione. Grazie per le boccate di ossigeno che ci hai dato, per i sorrisi, per i consigli e, soprattutto, per la stima sincera che ci hai regalato e che ancora ci onora.


UNA CANZONE D'ADDIO PER RENATO...

sabato 9 ottobre 2010

Afghanistan, se questa non è guerra


Altri quattro soldati italiani sono morti in Afghanistan in un agguato talebano. Forse ci diranno che è il prezzo da pagare per l'interposizione pacifica, per restituire il paese asiatico alla democrazia. Il 26 agosto Bresciaoggi pubblicò un reportage di Davide Cordua  tra le truppe italiane in quelle zone ed un soldato bresciano spiegava senza problemi di quanto fosse rischioso scavare trincee in quelle terre aride, di quanto fosse rischioso schivare le pallottole dei talebani, di quanto fosse indispensabile rispondere al fuoco per non soccombere. Vi propongo qui sotto un reportage ospitato da Globalpost, sito giornalistico americano che raccoglie, come piattaforma multimediale servizi e articoli di qualità dal mondo. Dopo averlo visto si può fare solo una condiderazione: per favore chiamiamo queste cose con il loro nome, non facciamo troppi giri di parole. Per favore, chiamiamola guerra. Per onesta con le nostre coscienze e per correttezza nei confronti dei ragazzi morti nell'ennesimo agguato talebano.



venerdì 8 ottobre 2010

Giornalisti: facciamoci un dossier

Lo confesso: anche io ho un armadio pieno di dossier fatti di sentenze, atti giudiziaria documenti, visure camerali, articoli di giornali. Roba un po' datata ma innocua. Vedere oggi giornalisti quotati e capaci finire sotto indagine col sospetto di aver utilizzato attività di dossieraggio per fare "violenza privata", non fa certo onore alla categoria. Così come non fa onore alla categoria, quel mix di giornalismo e potere, quel retroscena spurio che emerge oggi leggendo, ad esempio, le carte sintetizzate da Fiorenza Sarzanini sul Corriere, tra editori, portavocedi uomini pubblici e politici, uffici stampa, notizie stoppate e condizionamenti. Una brutta pagina di giornalismo, insomma.


Una brutta pagina che finisce per oscurare chi il giornalismo lo fa per davvero e con passione, magari in terre ad alta densità criminale come la Calabria, senza scorte e con un'unica arma: la penna. Ieri sera ad Annozero ne abbiamo visto dei bei esempi: volti giovani, volti entusiasti anche se impauriti. E la nuova speranza della professione. Che non ha bisogno di cattivi maestri.

Sarah Scazzi: la diretta tv che sconvolge (seconda parte). Da Grasso a Gramellini

Rieccoci a parlare della povera Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana (Taranto) uccisa e violata dallo zio, rieccoci a riflettere sulla tv verità, su questo epilogo raccontato in diretta dalla trasmissione "Chi l'ha visto?" che trasmetteva proprio a casa dello zio carneficie alla presenza della madre della ragazzina. Alcuni di voi sono intervenuti nel dibattito lasciando un commento al posto precedente e oggi voglio arricchire il tema segnalandovi due commenti sicuramenti più autorevoli del mio: quello di Aldo Grasso critico televisvo sul Corriere della Sera e quello di Massimo Gramellini su la Stampa.
Aldo Grasso spiega che (clicca qui per leggere il testo integrale) ci troviamo davanti ad un "delitto perfetto", a quella congiuntura astrale che, a livello mediatico, ogni programma tv vorrebbe avere, a quella notizia che ogni professionista avrebbe voluto dare in diretta. E in un mondo fatto di immagini, forse mercoledì sera non poteva succedere qualcosa di diverso da quello che è accaduto. "Con le telecamere ormai accese 24 ore su 24 - spiega Grasso -, in una società organizzata attorno ai media, nella piena consapevolezza che ormai gli strumenti multimediali rappresentano il nuovo ambiente in cui viviamo, è inutile chiedersi se questo strazio collettivo in diretta andasse fermato o no. Da tempo viviamo nel post-Vermicino. Quando la Sciarelli si premura di dire alla mamma di Sarah, Concetta Serrano, se desidera interrompere il collegamento compie un gesto di estrema delicatezza, ma manda, contemporaneamente, un’indicazione linguistica: questo non è un reality, questa è tv verità. Il fatto è che la verità non sembra mai vera, si vorrebbe dire di no alla verità dell’apparenza, spegnendo le telecamere, nella speranza che ci sia una verità diversa dell’essere".

Massimo Gramellini, invece, (clicca qui per leggere il suo "Buongiorno") spiega che siamo vittime di una macchina del dolore che "si nutre di casi umani e in cambio macina numeri dell’Auditel, quelli che fanno la gioia e il fatturato dei pubblicitari. Loro, i burattinai. Gli altri - giornalisti, pubblico, ospiti - i burattini. Colpevoli, naturalmente, ma solo di non avere la forza di strappare il filo".
In un mondo così anche noi giornalisti, per Gramellini, abbiamo però qualche colpa: "Federica Sciarelli è una giornalista in gamba -scrive - e una persona perbene, ma forse ha mancato di freddezza. Avuto sentore della notiziaccia, avrebbe dovuto mandare la pubblicità e soltanto dopo, lontano dalle luci della diretta, rivolgersi alla madre in pena, invitandola ad allontanarsi dal video e a chiamare i carabinieri. Una questione di rispetto, ma in questa società di ego arroventati chi ha ancora la forza e la voglia di mettersi nei panni del prossimo, guardando le situazioni dal suo punto di vista? Noi giornalisti siamo colpevoli di abitare il mondo senza provare a cambiarlo ed è una colpa grave, lo riconosco. La consapevolezza del potere dei media accresce le nostre responsabilità, ma non può annullare completamente quelle degli altri. Mi riferisco anzitutto agli ospiti dei programmi. Il presenzialismo televisivo della mamma di Sarah ha l’attenuante della buona fede. Ma fino a qualche anno fa i parenti delle persone scomparse andavano in tv per il tempo minimo necessario a leggere un comunicato o pronunciare un appello. Poi si ritiravano nel loro sgomento. Adesso non trovano di meglio che bivaccare per giorni e giorni in tv: non davanti al video ma dentro. Spalancando alla prima telecamera di passaggio la stanza della figlia scomparsa e accettando di partecipare a una trasmissione come «Chi l’ha visto?» dalla casa del cognato, sul quale in quel momento già gravavano forti sospetti".
Ma questa signora, continua Gramellini, cresciuta a pane e tv è rimasta stregata da questa macchina del dolore che forse la cullava nella speranza di poter riavere la figli. Ma il vero scandalo stava altrove.
"Giornalisti emotivi, tronisti del dolore - conclude l'acuto giornalista della Stampa -. Il ritratto di famiglia è quasi completo. Manca l’ultimo tassello, forse il più importante. I telespettatori. Le tante prefiche guardone che sputano sentenze dal salotto di casa. Ah, quanta sacrosanta indignazione! Peccato che durante il melodramma il pubblico di «Chi l’ha visto?» sia più che raddoppiato. Erano talmente occupati a indignarsi che si sono dimenticati di compiere l’unico gesto che potrebbe davvero cambiare questo sistema fondato sul pigro consenso del popolo: spegnere il televisore".

giovedì 7 ottobre 2010

Sarah Scazzi: la diretta tv che sconvolge


La chiamano tv verità, ma forse è solo il dolore messo in piazza. Federica Sciarelli, come accadde per i fratellini di Gravina di Puglia nel 2008, gongola per aver potututo ospitare in diretta tv la svolto di un'indagine che rappresenta da sempre il core business di una trasmissione come "Chi l'ha visto?", ma le immagini di ieri sera sul caso di Sarah Scazzi, la ragazza 15enne scomparsa da Avetrana in provincia di Taranto a fine agosto  e, si è appreso mercoledì sera, uccisa dallo zio (nella foto sopra con la nipote) dopo essere stata violentata, lasciano un po' interdetti. Vedere la madre di Sarah ammutolita, travolta dagli eventi, dai lanci d'agenzia che parlavano prima del ritrovamento di un cadavere e poi delle ricerche del corpo, vederla seduta al tavolo della casa dell'uomo che era sotto interrogatorio da ore e che, di lì a poco, sarebbe diventato indagato per l'omicidio della figlia, spiazza chiunque e l'interrogativo è sempre quello: è giusto non contravvenire mai alla regola aurea del "show must go on", lo spettacolo deve continuare, sempre e comunque?
Di mestiere faccio il giornalista, probabilmente se fossi stato al posto della Sciarelli avrei fatto altrettanto, i dati dell'auditel sicuramente confermeranno la bontà di questa scelta, una scelta di spettacolo, spettacolo del dolore, cronaca vera dei bassi istinti, che con l'informazione ha poco a che fare (per fare informazione bastava togliere dal video la madre, permetterle di capire lontano dalle telecamere il dramma che si stava consumando e continuare ad informare in diretta sugli sviluppi della vicenda). Non sono in grado quindi dare una chiave di lettura di quello che è accaduto ieri a "Chi l'ha visto?", aiutatemi voi. Urge dibattito, come ai cineforum...





RICORDI DI SARAH PRIMA DEL RITROVAMENTO DEL CORPO

mercoledì 6 ottobre 2010

Adro, i cimeli.

Chissà, forse fra mezzo secolo saranno pezzi da collezione. Come i volantini (nella foto sotto) che Gabriele d'Annunzio il 9 agosto del 1918 e la sua pattuglia alata sparsero su Vienna spiegando che, dicono le cronache: «Il volo avrà carattere strettamente politico e dimostrativo; è quindi vietato di recare qualsiasi offesa alla città ... Con questo raid l'ala d'Italia affermerà la sua potenza incontrastata sul cielo della capitale nemica. Sarà vostro Duce il Poeta, animatore di tutte le fortune della Patria, simbolo della potenza eternamente rinnovatrice della nostra razza. Questo annunzio sarà il fausto presagio della Vittoria».


Chissà, forse fra mezzo secolo quei "Soli delle Alpi" che decorano banchi e zerbini, cestini e cartelli della scuola Gianfranco Miglio di Adro, voluti dal Vate della Padania il sindaco Oscar Lancini, saranno quotati come pezzi di storia, come prove tecniche di federalismo come frutto del "carattere strettamente politico e dimostrativo" di questa telenovela che ha fatto discutere l'Italia intera. Sembra di stare in volo su Vienna come 92 anni fa, ma si sta solo sorvolando l'Italia che scalpita a Nord come se fosse ancora austro-ungarica. In queste ore si decide se e come rimuovere quei Soli, come farli tramontare dalla scuola. 

Ma, inconsapevolmente, li si sta destinando all'immortalità. All'immortalità dei cimeli, alla sacralità dei simboli e delle liturgie. Come gli ex voto e le ampolle del dio Po riempite al Monviso e usate a Venezia, come l'acqua del Giordano nella Bibbia, per battezzare i novelli messia della Padania. 
Li vedremo, quei simboli, sfilare in processioni di verde vestite, elevati in ostensori tra fedeli cantanti "Noi vogliam Bossi che è nostro padre, noi vogliam Bossi che è nostro re"? Li vedremo portati sui prati di Pontida, come i fili spinati delle trincee della grande guerra diventati corone di spine per i Gesù crocifissi di alta quota? Li vedremo racchiusi in teche d'oro in qualche rito di tradizione celtica?
Chissà... Certo è che i Soli delle Alpi destinati a lasciare la scuola di Adro rischiano di diventare delle reliquie (anche dei feticci dall'oscuro destino, visto che qualcuno non certo leghista ha già lanciato su Facebook il gruppo "Lo zerbino di Adro lo prendiamo noi gratis"). Rischiano di essere santificati alla battaglia del Federalismo, consacrati al motto del "padroni in casa nostra". A questo punto perchè non metterli all'asta e magari ricavare un po' di ossigeno per le casse asfittiche del comune della Franciacorta? C'è solo l'imbarazzo della scelta sul negozio virtuale: dall'interclassista eBay all'aristocratica  Sotheby's. Paga la Padania, ovviamente.




martedì 5 ottobre 2010

La "bomba" di De Bortoli e il giornalismo che cambia

Ferruccio De Bortoli è il direttore del Corriere della Sera. Chi giornalista non è avrà scoperto andando in edicola che la scorsa settimana uno fra i più autorevoli quotidiani d'Italia non è uscito per un paio di giorni, chi frequenta il web avrà trovato il suo sito non presidiato per 48 ore. Colpa della "bomba" (in senso metaforico, ovviamente) lanciata da Ferruccio De Bortoli (nella foto sotto) in redazione.

Una bomba-carta visto che si trattava di una lettera. Una lettera senza se e senza ma che è entrata a gamba tesa nella vita del quotidiano di via Solferino, scombinandone schemi, equilibri, rapporti, consuetudini e liturgie. Il Corriere per i giornalisti è come la Fiat per i metalmeccanici, un po' un mondo a parte, ma anche un punto di riferimento. Ecco dunque che la lettera di De Bortoli non può non far riflettere la categoria. Sorvolerei sull'opportunità o meno, dal punto di vista sindacale, di una presa di posizione simile, che sa molto di pistola puntata alla tempia, di mossa per innescare scontri generazionali e minare conquiste (qualcuno li chiama privilegi, ma non mi sembra corretto nei confronti di chi ha lavorato per ottenerli) maturate negli anni. Voglio andare alla sostanza, agli interrogativi che muove alla nostra professione.
"L'industria alla quale apparteniamo - scrive - e la nostra professione stanno cambiando con velocità impressionante. In profondità. Di fronte a rivolgimenti epocali di questa natura, l'insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso. Questo ormai anacronistico impianto di regole, pensato nell'era del piombo e nella preistoria della prima repubblica, prima o poi cadrà. Con fragore e conseguenze imprevedibili sulle nostre ignare teste.

Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. (...) Non è più accettabile l'atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l'affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l'edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell'edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell'impresa e del lavoro". Boom...
Insomma il compassato direttore del Corriere sembra aver perso la pazienza, dicendo però una cosa che è davanti agli occhi di tutti: "L'editoria deve cambiare". Già qualcuno, come Giuliano Cazzola (parlamentare Pdl ed economista), si frega le mani perchè la crisi sta abbattendo i privilegi della Casta dei giornalisti (mentre quella dei politici, ahinoi, sembra al riparo delle intemperie), ma il tema non è sindacale (questa è materia per Comitati di redazione), ma culturale.
Il giornalismo deve cambiare non perchè De Bortoli vuole fare il bello e cattivo tempo con i giornalisti del Corriere, ma perchè chi fa il giornalista oggi deve saper essere multimediale, capace, cioè di veicolare la stessa notizia su media diversi, che richiedono tecniche, approcci, contenuti diversificati. Un cambiamento che è il ticket da pagare alla sopravvivenza, ma che fatica a farsi largo in molti colleghi, più proiettati verso il "tiriamo a campare" fino alla pensione che verso l'idea di essere interpreti e protagonisti fino in fondo del cambiamento. Sembra di assistere alle difficoltà che vent'anni fa ebbero molti quando dalla tecnologia a caldo, dalle linotype e dalle macchine da scrivere, si passò al computer e alla tecnologia a freddo per produrre i giornali. Passaggi epocali, ma inevitabili. Che si affrontano con entusiasmo e voglia di essere protagonisti o si subiscono con il fatalismo del condannato a morte. E non serve essere smanettoni, basta essere un po' realisti, basta fare fino in fondo il nostro mestiere: quello di interpretare, capire e conoscere la realtà. De Bortoli lo ha detto ai giornalisti del Corriere, ma la lettera è stata recapitata a ciascuno di noi e al tavolo di confronto auspicato dal direttore del quotidiano di via Solferino dovrebbero sedersi tutti quanti amano questo mestiere. Dovrebbero sedersi anche gli editori, che questo mestiere lo coordinano e lo plasmano in impresa, spogliandosi, magari, del peccato originale di amministrare un gruppo editoriale come una normale fabbrica di saponette, facendo finta che sia la stessa cosa, tagliando solo i costi e non trovando il coraggio di scommetere nel futuro con investimenti innovativi e mortificando le professionalità solo perchè in età di prepensionamento. Insomma, facendo gli editori come - si diceva un tempo - i "padroni delle ferriere". Ma questa, purtroppo, è un'altra storia.