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lunedì 31 gennaio 2011

Da Tettamanzi al Guardian: lezioni di giornalismo

Dionigi Tettamanzi da www.chiesamilano.it
In questi giorni in cui chi condivide con me una professione non sempre facile sta guadando il fango di un'Italia che meriterebbe ben altri scenari, viene da chiedersi se siamo ancora capaci di raccontare il mondo che ci sta accanto. Ne parlavo giusto una settimana fa con alcuni colleghi prendendo ad esempio la crisi economica che ancora ci agita: siamo stati capaci di raccontarla in modo efficace? Puntuali sì nel registrare i bollettini sindacali fatti di vertenze e, spesso, di chiusure e le messe cantate istituzionali in cui si promettevano grandi interventi che si sono rivelati bruscolini, ma non sempre efficaci nel riferire il disagio delle famiglie, le lotte dei lavoratori, le storie spesso minoritarie di chi stava ai margini dei grandi giochi, ma che non per questo non dovevano essere raccontate.
Siamo stati dei mediatori credibili e completi della realtà? E' un tema sul quale vedo un giornalismo sempre più distratto, sempre più impaurito, sempre più stanco. Un giornalismo che tende ad identificarsi con le tesi piuttosto che con i fatti. Così raccontiamo spesso una realtà dalle parole dei politici, abbeverandoci ai comunicati stampa, alle conferenze piene di flash e di microfoni, perdendo il senso dei fatti, o meglio, raccontando solo una realtà parziale, spesso gratificante per chi la racconta, ma palesemente incompleta per chi la legge sui giornali, al bar come sulla panchina del parco. L'esempio classico (giusto per non parlare di politica, ma andandoci vicino) è il tema emergenza criminalità che affiora nelle cronache come le fasi lunari nel calendario: con regolarità. Ma non perchè vi siano improvvise recrudescenze o perchè il problema sia definitivamente risolto, ma semplicemente perchè l'allarme o la quiete apparente sono funzionali ad una tesi e non ad un fatto. Basta poco per capirlo: basta sentire la gente, raccontare di interi quartieri visitati dai ladri per comprendere che gli incontestabili sforzi non hanno risolto il problema; basta uscire da una conferenza stampa delle forze dell'ordine e chiedere agli agenti che controllano il territorio come è andato il turno per sentirsi dire, come è capitato a me, rimasto vittima di un tentativo di furto: "questa notte i ladri ci hanno fatto impazzire".
Ma dovremmo raccontare la realtà, anche quella scomoda ai potenti, senza tentazioni da notizia spettacolo, senza costruirla ad uso e consumo dei lettori.
Lo hanno spiegato sabato a Milano due giornalisti autorevoli come Enrico Mentana e Mario Calabresi e un cardinale illuminato come Dionigi Tettamanzi. Insieme celebravano San Francesco di Sales, patrono dei comunicatori, in un confronto ricco di spunti.
«Nel caso Ruby, per esempio, cos’è il fatto? - ha spiegato Mentana - Il caso giudiziario o il quadro dei “valori” di una generazione che emerge dalla vicenda? Dovremmo piuttosto chiederci se comportamenti come questi sono poi così distanti dalla società. O quanto questi valori non verranno assorbiti dai tanti laureati di belle speranze, delusi perché costretti a lavorare in un call center».
Ma dove stanno le notizie vere? «Un Paese che sembra preda di un litigio isterico permanente. Personalizzazione, esasperazione, drammatizzazione, contrapposizione sono il “sale” con il quale si tenta di dare sapore a una realtà che, altrimenti, si ritiene destinata all’inevidenza - ha osservato il cardinal Tettamanzi -.È importante che i media svolgano anche questa funzione di denuncia, ma occorre porgere queste notizie con responsabilità, così che non appaia che nulla funziona, che tutto è corrotto, che la situazione è irreparabile. Dai mezzi di comunicazione emerge una classe politica che tende a mettere al centro della propria azione le vicende personali dei suoi più diversi protagonisti. Certo, nessuno chiede di tacere episodi, fatti, denunce, indagini che riguardano quanti sono chiamati ad animare e guidare il Paese e dai quali tutti attendono esemplarità, nel pubblico e nel privato. Ma giornali e tv contribuiscono davvero a costruire e a promuovere la pubblica opinione, quando si lasciano contagiare dal clima avvelenato e violento causato da una politica che dimentica o sottovaluta i bisogni reali e concreti delle persone?. Quindi non si tacciano gli scandali (veri o presunti), ma l’informazione non può, non deve esaurirsi al racconto di scandali».
Così il cardinale ha chiesto più attenzione al sociale, ai problemi della gente, ai temi veri, anche se, giornalisticamente parlando, miti.
"Forse dobbiamo metterci d’accordo su cosa è sociale - risponde Calabresi-. La scuola è sociale? Gli asili nido che mancano sono sociale? La discarica è sociale? Anni fa la politica era l’asse portante di un giornale. Ma allora la politica incrociava di più la vita delle persone, oggi è più che altro scontro polarizzato. Il segreto è rendere sociale anche la politica. Come ha detto il cardinale Tettamanzi nel suo intervento, i lettori sono persone reali con bisogni reali. Bisogna partire da questi bisogni, leggendo gli effetti che le scelte della politica possono avere sulla vita di tutti i giorni, quindi sulla società».
Quale sarà il futuro del giornalismo? Riusciremo a raccontare la realtà?
«Ci sono modelli alternativi di vita da raccontare - ha concluso Tettamanzi -. Ci sono persone e comunità che attendono di essere narrate perché hanno intuizioni, progettano, studiano, lavorano, conseguono successi... Mostriamo il Paese che “ce la fa”, l’azione di quanti operano per uscire dalla crisi morale, sociale, politica, economica... Non serve creare ingenue rubriche di buone notizie, ma recuperare passione per la vita reale della gente, aiutarla a ripartire, sostenerla nel suo darsi da fare... Torniamo a guardare alla possibilità di un futuro migliore... Non rassegniamoci!».
E non si rassegnano nemmeno Mentana e Calabresi: «Quello che stiamo vivendo non è il periodo più nero della storia del giornalismo in Italia. Ci saranno pure le pressioni degli editori e della pubblicità, ma ciascun giornalista è responsabile delle sue azioni. E io credo che ci siano ancora professionisti che hanno la schiena e lo stomaco per sopportare qualche pressione».
Insomma il cammino è in salita, ma la fatica non è alla portata di soli iron-man. Intanto vi propongo qui sotto (tratti dal sito dell'Ucsi, i cronisti cattolici italiani) i 25 comandamenti del giornalismo redatti da Tim Radfort, free-lance dell'inglese Guardian, per un buon giornalismo. Radfort li ha usati per le sue lezioni di giornalismo, noi li leggiamo perchè non si finisce mai di imparare.

Tim Radfort
MY 25 COMMANDAMENTS FOR JOURNALISTS
di Tim Radford
1.Quando ti siedi a scrivere c' è una sola persona veramente importante nella tua vita. E' qualcuno che tu non incontrerai mai ed è chiamato lettore.
2. Non scrivi per far colpo sullo scienziato che hai appena intervistato, né per il professore che ti ha seguito all' università, o per il direttore che ti ha bocciato o per quella tipa sexy che hai appena incontrato a una festa e a cui hai detto che sei uno scrittore. Oppure per tua madre. Stai scrivendo per colpire qualcuno appeso a una maniglia della metro fra Parson's Green e Putney, che forse smetterà di leggere in un quinto di secondo.
3. Quindi, la prima frase che scriverai sarà la frase più importante della tua vita, e così la seconda, e così la terza. E questo perché, se tu puoi sentirti obbligato a scrivere, nessuno si potrà mai sentire obbligato a leggere.
4. Il Giornalismo è importante. Ma non deve, mai, sentirsi e mostrarsi importante. Niente spinge un lettore a rifugiarsi alla pagina delle parole crociate o a quella dei risultati dell' ippica più della pomposità. Quindi parole semplici, idee chiare e frasi brevi sono vitali nella narrazione giornalistica.
5. C' è una frase da incidere sul cartello che appenderai sulla tua macchina da scrivere: ‘'Nessuno mai protesterà se renderai un fatto più semplice da capire''.
6. Ed ecco un' altra cosa che dovrai ricordare ogni volta che ti siedi davanti alla tastiera: ‘'Nessuno ha il dovere di leggere questa merda''.
7. Se hai dei dubbi, parti dal fatto che il lettore non sa nulla. Ma non fare mai la sciocchezza di giudicarlo stupido. Un errore classico nel giornalismo è di sopravvalutare quello che il lettore sa e di sottovalutare invece la sua intelligenza.
8. La vita è complicata, ma il giornalismo non può essere complicato. E' proprio perché i problemi - medicina, politica, finanza - sono complicati che i lettori si rivolgono al Guardian, o alla Bbc, a Lancet, o alle vecchie pagine di giornale con cui si avvolge il pesce nelle pescherie e gli acquisti ai self service, sperando che li renderanno più semplici.
9. Quindi, se una questione è aggrovigliata come un piatto di spaghetti, tratta il tuo articolo come se fosse uno degli spaghetti, estratto dal groviglio. Rispettando la ricetta, con olio, aglio e salsa di pomodoro. Il lettore ti sarà grato perché gli hai dato la semplicità di una parte e non la complessità del tutto. Questo perché: a) il lettore sa bene che la vita è complicata, ma è contento di avere per lo meno un aspetto che è stato spiegato chiaramente e b) perché nessuno leggerebbe mai un servizio che annuncia: ‘'E' una vicenda inspiegabilmente complicata...''.
10. Una regola. Un articolo deve raccontare solo una cosa. Se hai di fronte quattro aspetti di una vicenda, intrecciali attorno alla cosa principale che devi raccontare. Puoi utilizzarne dei frammenti nel tuo articolo, ma solo se puoi farlo senza doverti staccare troppo dal racconto che hai scelto di seguire.
11. Una osservazione. Non cominciare a scrivere fino a quando non hai deciso qual è il senso della storia e cerca di formularlo con te stesso in una frase. Quindi chiediti se tua madre riuscirebbe ad ascoltare questa frase per più di un microsecondo senza riprendere a stirare. Quando dovrai vendere al direttore di un giornale una idea per un articolo, avrai lo stesso livello di attenzione, e quindi fai attenzione a quella frase. Spesso, non sempre, sarà la prima frase del tuo articolo.
12. C' è sempre un attacco ideale per qualsiasi articolo. Esso aiuta veramente a pensare a quello che viene dopo, perché scoprirai che le frasi successive si scrivono quasi da sole, molto velocemente. Non significa che tu sei semplicistico o superficiale. Oppure di gran talento. Significa solo che hai scritto la frase giusta.
13. Definizioni come queste non sono degli insulti per un giornalista. Il punto essenziale per chi paga per un giornale è avere delle informazioni che scivolano via facilmente e velocemente, senza troppe note, riferimenti oscuri e note alle note.
14. Parole come ‘'sensazionale'' o ‘'futile'' non devono far storcere il muso a un giornalista. Leggi quello che leggi - teatro elisabettiano, romanzi russi, fumetti satirici francesi, thriller americani - perché qualcosa nelle loro pagine stimola sentimenti di eccitazione, o di humour, il romanticismo o l' ironia. Il buon giornalismo dovrebbe darti appunto la sensazione di humour, di eccitazione, di intensità o di sapore piccante. Superficiale è uno degli insulti preferiti dai professoroni. Ma anche loro si appassionano delle loro materie prima di tutto perché vengono attratti da qualcosa di luccicante, appariscente e, è vero, di futile.
15. Le parole hanno un significato. Rispettalo. Guarda sul dizionario, scopri come vengono usate. E usale con proprietà. Non pavoneggiarti dietro la tua ignoranza. Non infilarti d'impulso in un sentiero impervio senza prima chiederti in che modo sarai capace di aprirti una strada.
16. I cliché, nell' istruzione classica del mondo dei quotidiani, devono essere evitati come la peste. Tranne quando sono il cliché adatto. E' sorprendente scoprire quanto sia utile un cliché, quando viene usato giudiziosamente. Perché il giornalismo non è tanto essere bravo quanto essere veloce.
17. Le metafore sono grandi cose. Ma non scegliere metafore astruse e mai, mai, mischiarle. La ciurma del Guardian aveva un Premio speciale , una sorta di Oscar dell' incompetenza, assegnato a un cronista di relazioni industriali che aveva spiegato al mondo che ‘'alcuni gatti selvaggi al Congresso delle Trade Unions erano appostati nel sottobosco, pronti a balzare come dei pirana, nonostante avessero la museruola''. E George Orwell raccontava di un poliziotto militare secondo cui ‘'la piovra dell' oppressione fascista aveva intonato il suo canto del cigno''.
18. Attenzione alle pose. Quando Mosé ordinò ai suoi comandanti di uccidere i Madianiti non lo fece per dimostrare che lui era un vero duro. (...). Il linguaggio del pub o del bar ha i suoi ritmi, il suo codice corporeo, i suoi sistemi di segnalamento. Il linguaggio della pagina non ha accentuazioni, non ha le tonalità che possono indicare scherzo o commedia o autoironia. Deve essere diretto, chiaro e vivido. E per essere diretto e vivo, deve seguire la propria grammatica.
19. Attenzione alle parole lunghe e incomprensibili. Attenzione al gergo. Se scrivi cose scientifiche questo è doppiamente importante. Devi bandire le parole che gli esseri umani normali non userebbero mai, come fenotipo, mitocondrio, inflazione cosmica, distribuzione di Gauss o isostasia. Non cercare di sembrare ‘'sfavillante'' o ‘'al settimo cielo'', basta essere brillante e felice.
20. L' inglese è meglio del latino. Tu non stermini, tu uccidi. Tu non ‘'sbavi'', tu sei innamorato. Tu non deflagri, bruci. Mosè non disse al Faraone:''La conseguenza della mancata liberazione della popolazione di un particolare soggetto etnico potrebbe determinare alla fine qualche particolare affezione alle colonie di alghe nel bacino centrale del fiume, con delle conseguenze impreviste per la flora e la fauna, e anche per i servizi ai consumatori''. Disse invece: ‘'le acque del fiume...si trasformeranno in sangue, e i pesci del fiume moriranno, e il fiume puzzerà''.
21. Ricorda che le persone vengono colpite da quello che è più vicino a loro. I cittadini della zona sud di Londra potrebbero preoccuparsi di più per la riforma economica in Surinam che per il risultato della squadra del Millwall il sabato, ma la maggior parte di loro non lo farà. Devi accettarlo. Il 24 novembre 1963, l' Hull Daily Mail (un giornale locale della zona di Hull, nello Yorkshire, ndr) mi mandò alla ricerca di un punto di vista locale sull' assassinio del presidente Kennedy. Una volta trovato l' attacco del pezzo, che faceva ‘'Gli abitanti di Hull erano in lutto stamani per...'', potevo andare avanti tranquillamente col racconto di quello che era accaduto a Dallas.
22. Leggi. Leggi un sacco di cose diverse. Leggi la Bibbia di Re Giacomo e Dickens, le poesie di Shelley e i fumetti della Marvel e i thriller di Chester Himes e Dashiel Hammet. Guarda le cose strabilianti che si possono fare con le parole. Osserva come possono evocare per incanto interi mondi nello spazio di mezza pagina.
23. Attenzione alle cose troppo definitive. L' ultimo cavallo di Godalming (cittadina del Surrey, ndr) non sarà certamente l' ultimo cavallo del Surrey. Ci sarà sempre più o meno qualcuno più grande, veloce, vecchio, giovane, ricco o nauseante del candidato a cui hai appena affibbiato l' ultimo superlative. Salvati sempre dai seccatori: ‘'Uno dei primi...'' ti salverà. Altrimenti, per lo meno qualificalo così: ‘'Secondo il Guinness dei primati...'', ‘'L' elenco dei ricchi del Sunday Times...''. E così via.
24. Ci sono cose che il buon gusto e la legge ti impediscono semplicemente di dire per iscritto. Le mie preferite sono: ‘'Assassino assolto'' e (in un articolo sulle funzioni religiose di Pasqua), ‘'Paul Meyers, che faceva Gesù Cristo, è emerso come la star dello show''.
25. Chi scrive ha delle responsabilità, non solo di tipo legale. Puntare alla verità. Se quest' ultima è sfuggente, e spesso lo è, per lo meno puntare alla correttezza, coscienti che c' è sempre un' altra faccia della vicenda. Attenzione a chi predica l' obbiettività. Costoro sono i più elusivi di tutti. Puoi scrivere che la Royal Society sostiene che l' ingegneria genetica è una buona cosa e che l' uranio impoverito è assolutamente innocuo. Ma devi ricordarti che l' ingegneria genetica è stata inventata da persone che sono state immediatamente accolte nella Royal Society, per la loro intelligenza, da altre persone che sono già membri della società perché hanno scoperto come arricchire il combustibile delle barre di uranio e come impoverire il resto. Dunque, parafrasando Miss Mandy Rice-Davies, (una delle protagoniste dello scandalo Profumo, ndr), "Che altro potrebbero dire, non vi sembra?'
L'INTERVENTO INTEGRALE DEL CARDINAL TETTAMANZI

Tettamanzi: la scelta della responsabilità

mercoledì 3 febbraio 2010

Se i figli feriti parlano dei padri uccisi si può ancora sperare...


"E per chi rimase fu qualcosa di molto simile a un naufragio, a un evento senza ritorno, una voragine in cui si può sprofondare per sempre. O da cui invece si può ripartire raccogliendo la propria memoria e la propria identità, ritrovando la voglia di vivere, spingendo la notte più in là"
Mario Calabresi (da "Spingendo la notte più in là")
Andrebbero letti come una trilogia di successo, anche se non è un giallo avvicente, è la trilogia di un dolore che si trasforma in tributo, che si muta in una ricerca, che cammina attraverso le macerie degli anni delle bombe e del terrorismo alla ricerca di un perchè, alla caccia di un motivo, di un pretesto, di una mano tesa per poter ricominciare.


La trilogia è la trilogia dei figli: di Mario Calabresi ("Spingendo la notte più in là" , Mondadori), Benedetta Tobagi ("Come mi batte forte il tuo cuore", Einaudi) e Umberto Ambrosoli ("Qualunque cosa succeda", Sironi). I figli di un commissario di polizia, di un giornalista- sindacalista, di un professionista incaricato, da liquidatore, di mettere ordine nel verminaio della Banca Privata di Michele Sindona. Tre padri uccisi, come si dice, nell'adempimento del proprio dovere, tre giusti che hanno lascito famiglie in lacrime, figli in fasce. Quei figli che ora cercano i padri e lo fanno scrutando ciò che resta i questi anni, le domande inappagate, le ingiustizie che non finiscono mai, le calunnie e le mistificazioni, la società e lo stato incapaci di dire tutto per voltare pagina.
Tre figli che, in una iniziativa di grande spessore, a 36 anni dalla Strage di piazza della Loggia a Brescia, Casa della  Memoria, Comune e Provincia di Brescia, portano sul palco a parlare di quegli anni, di quei lutti di quella voglia di capire in un percorso che una persona caparbia come Manlio Milani (motore dell'associazione vittime di Piazza Loggia) ha intrapreso da tempo: costruire una memoria, completa, senza reticenze, con i giusti spazi per la giustizia e la riconciliazione, dalla quale far ripartire la società civile, così come è ripartito il Sud Africa del dopo Aphartheid.
Mario Calabresi e Benedetta Tobagi si confronteranno con Mino Martinazzoli il 9 febbraio alla 20.45 all'Auditorim S.Barnaba di Brescia, Umberto Ambrosoli 10 giorni dopo (Teatro Sancarlino a Brescia, ore 18) in compagnia degli autori del libro "Il caffe di Sindona".
Due iniziative che aiutano a capire, due serata in cui i figli di quei padri vilipesi dagli eventi ci daranno la forza per ricordare, ripartire e continuare a sperare.





lunedì 14 dicembre 2009

Se sbatti il Duomo in faccia al premier


Sui fatti di domenica in piazza Duomo, sulle gesta di Massimo Tartaglia (nè eroe, nè terrorista, solo un matto che forse con qualche accortezza in più avrebbe potuto essere neutralizzato sul nascere, cfr Fiorenza Sarzanini che sul Corriere fa le pulci alla scorta), su quel Duomo di Milano sbattuto in faccia al Premier, si è scritto e detto molto. Forse si è detto anche troppo e già girano parole come "censura" che paiono quantomeno fuori luogo.
Personalmente mi sembra utile segnalare tre opinioni che, al di là della solidarietà - dovuta e incondizionata - al Premier, paiono importanti per cogliere il clima, per capire errori e tornare alla politica che non sia insulto, provocazione, prevaricazione.

1) Mario Calabresi, direttore de "La Stampa", sul suo giornale scrive:

Ci sono momenti in cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni. Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora sarà davvero matura.

Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa.

Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.

Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o «razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera. Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti.

Si può pensare che il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.

Da ieri sera i blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.

E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.

Il presidente del Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da capire che proprio lui - l’aggredito - ora può fare la differenza: può abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso. C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di isolare chi delira.


2) Vittorio Zucconi sul suo blog non fa molti giri di parole per dire che:

Mi sovvengo di una frase che disse Richard Nixon, al momento di essere costituzionalmente buttato giù dalla finestra, senza violenza e senza souvenir tirati sul naso. “Non si deve odiare, perchè l’odio finisce per distruggere chi lo prova, non chi ne è l’oggetto”. Creando quella sorta di Sacra Sindone da martire sanguinolento che sta mandando il Minzculpop, l’Ufficio della Propaganda Fidei sul TG4, gli apostoli di Arcore in orgasmi estatici come Santa Teresa di Lisieux, chi gli ha tirato il Duomo in faccia ha garantito a sè stesso il carcere, con le attenuanti legate alle sue condizioni mentali, ha costretto DPietro a perdere un’altra magnifica occasione per pensare prima di aprire la bocca, ha costretto tutti i suoi avversarsi e i complici vacillanti a compattarsi e inchinarsi davanti al capezzale del martire e ha preparato per la sua vittima una prognosi di altri dieci anni al potere, salvo complicazioni costituzionali. Berlusconi non sarà sconfitto dai vaffanmulo, dai gruppi con le stelline Michelin, dai quant’altro, dai facebokkini, dai cortei con chitarre elettriche e amplificatori, dai blog, ma dalla paziente, noiosa, seria, quotidiana tessitura della politica diretta a creare un’alternativa di governo concreta che attragga e sottragga i suoi elettori all’incantesimo mistico e corporale del Santo, non un “social club” di incazzati dove ci si conta fra “noantri”. L’avversario, in politica, si sconfigge utilizzando i SUOI voti, non dividendo i voti dell’opposizione. Ma certo, questo è meno divertente e molto più faticoso. Richiede, orrore, la capacità di pensare, di progettare, di scendere a patti. E di ricordare, se qualcuno si prendesse la briga di studiare un po’ di storia, che la genesi e la mistica di ogni regime passano sempre, prima o poi, per “il vile attentato”, momento necessario per la compattazione dei fedeli, la satanizzazione degli avversari, la beatificazione della vittima e la censura dei “violenti” come infatti già si sente ventilare.


3)Rosy Bindi, quella che il premier ha definito con poca sobrietà "Più bella che intelligente", non si è tirata indietro e ha detto cose scomode per il frangente in cui sono state pronunciate, ma che forse riprecchiano una realtà per troppo tempo sottovalutata:

"La mia solidarietà al presidente del Consiglio è piena e senza ombre, come altrettanto ferma e incondizionata è la condanna all’aggressione e a ogni forma di violenza. Berlusconi è vittima di un gesto isolato di una persona psicologicamente fragile che, è del tutto evidente, non ha mandanti né morali né costituzionali. Se si vuole fare una attenta riflessione sul clima politico, io credo che lo dobbiamo fare e tutti devono sentirsi responsabili.

Al presidente del Consiglio, al quale auguro una pronta guarigione, chiedo, e lo chiedo anche alla sua maggioranza, di fare la propria parte, perché da mesi questo paese viene diviso da attacchi al presidente della Repubblica, alla Corte Costituzionale, alla Magistratura e al Parlamento. Io credo che tutti dobbiamo fermarci e stabilire un clima di confronto che ci aiuti davvero ad affrontare i problemi del nostro paese. Non voglio che restino ambre sulla mia solidarietà al presidente del Consiglio e la condanna del gesto che è stato compiuto, ma altresì intendo ribadire che per uscire da questo momento così grave e difficile, tutti devono fare la propria parte, anche il presidente del Consiglio.”


Auguri presidente Berlusconi. E a tutti noi: quel volto insanguinato ci farà voltare finalmente pagina?