martedì 26 luglio 2011
Tuffi
I tuffi sono la metafora della vita: un salto nel vuoto e l'incognita di quanto l'acqua sia alta più sotto. Possono essere il brivido e la scommessa che aiutano a vivere, possono trasformarsi nell'azzardo che ti inghiotte in un buco nero. I tuffi sono la metafora di questa estate sull'orlo del baratro, dove può capitare che un tipo alto e biondo faccia una strage da far impallidire il più oltranzista dei talebani, dove cammini su una cresta appuntita e stretta e qualcuno ti sussurra nell'orecchio la parola che tutti temono: default. Chissà che senso fa tuffarsi nel gorgo di un Titanic che affonda? Tutti dicono "tranquilli", ma l'orchestra si sente suonare in lontananza: l'estate non è poi così torrida, ma l'inverno potrebbe essere glaciale.
Tuffarsi nel vuoto libera la voglia di scommettere su se stessi. Quest'estate ho fotografato un gruppo di giovani tuffatori lanciarsi dalle rocce a picco sul mare della Costa Azzurra: ammiravo il loro coraggio, ma temevo la loro incoscienza. Un po' come questa Italia che non si capisce bene dove voglia andare, in quali acque voglia tuffarsi. Il timore è che l'acqua sia troppo bassa...
Tuffarsi nel vuoto libera la voglia di scommettere su se stessi. Quest'estate ho fotografato un gruppo di giovani tuffatori lanciarsi dalle rocce a picco sul mare della Costa Azzurra: ammiravo il loro coraggio, ma temevo la loro incoscienza. Un po' come questa Italia che non si capisce bene dove voglia andare, in quali acque voglia tuffarsi. Il timore è che l'acqua sia troppo bassa...
giovedì 21 luglio 2011
L'estate dei poteri morti
"Queste tormentate giornate parlamentari (...) hanno trasformato il sospetto in certezza: l'Italia è ostaggio dei poteri morti"Un'estate così, forse, non si era mai vista: altro che governi balneari, chiamati a galleggiare, a far pochi danni e traghettare verso momenti politici meno burrascosi. Qui sta andando tutto a fondo: anche i giornali amici attaccano la casta, gli speculatori pressano le borse, i cittadini pagano, s'arrabbiano, preparano le monetine, persino monoliti come la Lega mostrano qualche crepa. Su che spiaggia rischiamo di annegare questa estate?
Mattia Feltri (da La Stampa del 21 luglio 2011)
Forse ha ragione Mattia Feltri oggi su La Stampa che, lanciando un occhio nell'emiciclo di Montecitorio e Palazzo Madama, si dice convinto che ormai più che una nazione in ostaggio dei poteri forti siamo un'Italia in balia dei poteri morti.
A noi, che in brache di tela ci siamo da un pezzo, anche in pieno inverno, non ci resta che sperare che in questa torrida estate si alzi almeno un po' di vento. Così la puzza sarà un po' meno pungente...
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lunedì 18 luglio 2011
La quotidianità e le lezioni alla politica
Talvolta la quotidianità aiuta a capire anche la politica: cosa non va e a cosa dovrebbe servire. Ecco il racconto di una giornata (venerdì scorso, per l'esattezza) che mi ha aiutato a capire alcune cose.
Scena prima: edicola del paese nel giorno di mercato. Una signora chiede una copia di Libero: "ho sentito di quelle cose alla tv, che voglio documentarmi voglio leggere, sono arrabbiata, molto arrabbiata" spiega ad alta voce al giovane edicolante. La sua esternazione fa subito breccia nei clienti dell'edicola, il tema è chiaro, la manovra finanziaria e il fatto che si sia tassato tutto fuorchè i costi della politica. "Per loro niente tagli, è uno schifo" dicono all'unisono, mentre la signora con Libero in mano ha il piglio del capopopolo. Morale: se una potenziale elettrice di centro destra (almeno a giudicare le sue letture quotidiane) la pensa così se fossi il governo inizierei a preoccuparmi e se fossi un politico italiano (al di là dello schieramento) proverei a stare un po' tra la gente per capire quanto sia profondo il solco tra il paese amministrato da Montecitorio e quello reale, tra la "Casta" e il popolo.
Scena seconda: festa del Pd nella Bassa bresciana. Una festa silenziosa e mesta, senza orchestra e con le bandiere a lutto. E' morto Gianni Alghisi, un militante storico della politica del paese, un autista di pullman ormai in pensione che ha attraversato la sinistra (dal Pci al Pd) in tutte le sue evoluzioni, ma senza risparmio: consigliere comunale, sindacalista, leader dei pensionati, animatore e uomo-macchina di tante feste dell'Unità. Se l'è portato via in mattinata un incidente stradale, forse propiziato da un malore, banale nella dinamica ma devastante nelle conseguenze. La festa e la sinistra del paese piangono ora un uomo semplice, ma che aveva saputo costruire tante cose stando in mezzo alla gente. In paese lo conoscono tutti, lo conoscono soprattutto per essere stato il presidente di una cooperativa edilizia che negli anni '70 aveva dato una casa a decine e decine di famiglie di operai, una casa in edilizia convenzionata che aveva portato sicurezza e serenità in tante persone, che ora piangono Gianni a prescindere da cosa scelgano nell'urna. Piangono l'uomo che aveva saputo interpretare i bisogni della gente, semplicemente, senza consulenze, senza studi di settore, navigando nella vita. Quella cooperativa si chiamava la Speranza, come il sentimento che animava in quegli anni la politica.
Cosa mi resta di questa giornata iniziata davanti all'edicola e chiusa in una festa di partito dedicata al ricordo?
Mi resta il rimpianto per una politica semplice, che sapeva declinare in positivo termini come speranza e interpretare senza remore i bisogni di tutti. Mi resta il disgusto e la tristezza per la politica di oggi che non riesce più ad interpretare nulla che non sia l'interesse di pochi.
Scena prima: edicola del paese nel giorno di mercato. Una signora chiede una copia di Libero: "ho sentito di quelle cose alla tv, che voglio documentarmi voglio leggere, sono arrabbiata, molto arrabbiata" spiega ad alta voce al giovane edicolante. La sua esternazione fa subito breccia nei clienti dell'edicola, il tema è chiaro, la manovra finanziaria e il fatto che si sia tassato tutto fuorchè i costi della politica. "Per loro niente tagli, è uno schifo" dicono all'unisono, mentre la signora con Libero in mano ha il piglio del capopopolo. Morale: se una potenziale elettrice di centro destra (almeno a giudicare le sue letture quotidiane) la pensa così se fossi il governo inizierei a preoccuparmi e se fossi un politico italiano (al di là dello schieramento) proverei a stare un po' tra la gente per capire quanto sia profondo il solco tra il paese amministrato da Montecitorio e quello reale, tra la "Casta" e il popolo.
Scena seconda: festa del Pd nella Bassa bresciana. Una festa silenziosa e mesta, senza orchestra e con le bandiere a lutto. E' morto Gianni Alghisi, un militante storico della politica del paese, un autista di pullman ormai in pensione che ha attraversato la sinistra (dal Pci al Pd) in tutte le sue evoluzioni, ma senza risparmio: consigliere comunale, sindacalista, leader dei pensionati, animatore e uomo-macchina di tante feste dell'Unità. Se l'è portato via in mattinata un incidente stradale, forse propiziato da un malore, banale nella dinamica ma devastante nelle conseguenze. La festa e la sinistra del paese piangono ora un uomo semplice, ma che aveva saputo costruire tante cose stando in mezzo alla gente. In paese lo conoscono tutti, lo conoscono soprattutto per essere stato il presidente di una cooperativa edilizia che negli anni '70 aveva dato una casa a decine e decine di famiglie di operai, una casa in edilizia convenzionata che aveva portato sicurezza e serenità in tante persone, che ora piangono Gianni a prescindere da cosa scelgano nell'urna. Piangono l'uomo che aveva saputo interpretare i bisogni della gente, semplicemente, senza consulenze, senza studi di settore, navigando nella vita. Quella cooperativa si chiamava la Speranza, come il sentimento che animava in quegli anni la politica.
Cosa mi resta di questa giornata iniziata davanti all'edicola e chiusa in una festa di partito dedicata al ricordo?
Mi resta il rimpianto per una politica semplice, che sapeva declinare in positivo termini come speranza e interpretare senza remore i bisogni di tutti. Mi resta il disgusto e la tristezza per la politica di oggi che non riesce più ad interpretare nulla che non sia l'interesse di pochi.
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Il vescovo dei bimbi soldato
Se n'è andato durante la celebrazione della messa, stroncato da un infarto. Se n'è andato all'indomani del coronamento di un sogno: quello di rendere sovrano un lembo di terra perseguitato da una guerra di religione che, in mezzo alla povertà, tra sabbia e stenti, rendeva ancora più crudele quella guerra civile tra musulmani e cattolici.
Monsignor Cesare Mazzolari se n'è andato accasciandosi su una sedia, tra i suoi fedeli alla vigilia di un vangelo domenicale che proclamava le parabola del granello di senape che se piantano produce un albero giganteso e del lievito che impastato alla farina produce ricchezza e sostentamento per molti. Monsignor Mazzolari, con il suo entusiasmo, con la sua indomabile voglia di lottare è stato senape e lievito per un'intera regione della parte più povera dell'Africa. Chissà se un giorno lo faranno santo? Sarà il santo dei bambini soldato strappati ai kalasnikov e alle barbarie dei signori della guerra, sarà il patrono di una nazione neonata che si chiama Sud Sudan, una nazione che ora piange un padre fondatore, un uomo di chiesa che ha saputo camminare con gli ultimi nella consapevolezza che saranno i primi. Nonostante tutto. Nonostante questo mondo.
In questi link alcuni ricordi di monsignor Mazzolari:
IL BLOG DI LUIGI ACCATTOLI
IL RICORDO DI SANDRO MAGISTER
IL BLOG DI VITTORIO ZUCCONI
ANDREA SARUBBI SCRIVE...
IL RICORDO DI RADIO VATICANA
L'INTERVISTA DI MONSIGNOR MAZZOLARI RILASCIATA A ENZO BIAGI
Monsignor Cesare Mazzolari se n'è andato accasciandosi su una sedia, tra i suoi fedeli alla vigilia di un vangelo domenicale che proclamava le parabola del granello di senape che se piantano produce un albero giganteso e del lievito che impastato alla farina produce ricchezza e sostentamento per molti. Monsignor Mazzolari, con il suo entusiasmo, con la sua indomabile voglia di lottare è stato senape e lievito per un'intera regione della parte più povera dell'Africa. Chissà se un giorno lo faranno santo? Sarà il santo dei bambini soldato strappati ai kalasnikov e alle barbarie dei signori della guerra, sarà il patrono di una nazione neonata che si chiama Sud Sudan, una nazione che ora piange un padre fondatore, un uomo di chiesa che ha saputo camminare con gli ultimi nella consapevolezza che saranno i primi. Nonostante tutto. Nonostante questo mondo.
In questi link alcuni ricordi di monsignor Mazzolari:
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ANDREA SARUBBI SCRIVE...
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mercoledì 13 luglio 2011
Generazioni della patacca
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| Margaret Mazzantini |
L'estate 2011 porta un nome: "Nessuno di salva da solo" di Margaret Mazzantini. Biografia sentimentale di una generazione, una generazione un po' naufraga, carica di fobie e venerazioni. Amo troppo Margaret Mazzantini e la sua prosa, il suo modo di scrivere, per essere obiettivo. Mi limito a dire che mi aspettavo di più: dall'intensità di "Non ti muovere", alla leggerezza di "Manola"; dalla visionarietà di "Zorro", alla profondità di "Venuto al mondo" poteva scaturire qualcosa di più indimenticabile rispetto a questa storia d'amore di periferia, un po' fighetta, un po' abbandonata a se stessa.
Cosa mi sono appuntato di questo libro? Questo passo:
"Loro appartenevano alla generazione della patacca, del remake. Tutto era già stato provato, si trattava solo di rivisitare, senza un vero nerbo. Vecchie le ferite, le facce dipinte degli emo. Cosa c'era di nuovo? Il sushi da asporto, la festa di Halloween, Facebook. Il sogno di tutta la gente che conoscevano era quello di organizzare eventi. Di anelare a una festa continua sulle macerie di tutto. L'egoismo come unica borsa a tracolla. Eppure quello era il loro mondo e avrebbero dovuto camminarci insieme ai loro figli. Drizzare le antenne per captare un segnale positivo. (...) Chissà se gli piacerà guardare indietro la loro vita un giorno. Sono ancora abbastanza giovani. Due ragazzi, si direbbe a vederli passare nei vetri di una macchina parcheggiata.
Nessuno si salva da solo.Possono sentire l'eco di quelle parole cadere davanti ai loro passi. Una condanna o un confronto..."
(da Margaret Mazzantini "Nessuno si salva da solo" - Mondadori, 19 euro)
SFOGLIA QUI SOTTO (cliccando nell'angolo in alto a destra sulla copertina) IL PRIMO CAPITOLO
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venerdì 24 giugno 2011
E' successo un 48!
"Io non penso sia importante dirvi come andò a finire la nostra storia. Di sicuro so soltanto che quella fu una giornata fondamentale per la mia vita. Aveva proprio ragione il professor Gagliano quando diceva: "I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Il resto, fa volume..."Stamattina mi sveglio ed è successo un 48, nel senso dell'età. Quella che prima o poi, nel 2011 tocca a chi, come me, è nato nel 1963. E' bello però che nell'anno in cui si festeggiano i 150 anni dall'Unità d'Italia, uno compia proprio 48 anni. Quarantotto come 1848, l'anno dei moti rivoluzionari che sconvolsero l'Europa e l'Italia ancora divisa, l'anno che fu battezzato la Primavera dei popoli , denso come fu di quella voglia di riscatto dalla restaurazione. Coincidenze della storia, ma davanti al Nord Africa e al Medio Oriente in subbuglio nel 2011 in molti hanno riesumato il termine "Primavera dei popoli". Sarà forse un segno del destino?
Leonardo Pieraccioni, nell'ultima scena del film I laureati (1995)
A ciascuno la sua rivoluzione. E l'Italia? A quando una nuova primavera dei popoli? Noi che abbiamo 48 anni e non abbiamo mai conosciuto Luigi Bisignani ne sentiamo il bisogno. Per noi, ma soprattutto per i nostri figli, coloro che erediteranno ciò che noi avremo saputo costruire. E ciò che abbiamo fatto fino ad ora non mi sembra un granché.
Sì, serve proprio un 48. E noi che siamo nati nell'anno dei grandi ideali e dei grandi sogni che portano la firma dei Kennedy e dei Marthin Luther King, non possiamo che essere sponsor convinti. Perchè, per dirla con Pieraccioni: "I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Il resto, fa volume...".
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mercoledì 22 giugno 2011
Carceri: l'estate dei digiuni
E' dura l'estate in carcere. Le condizioni di vita si fanno ancora più disumane, a Brescia come a Palermo. Così l'estate 2011 delle carceri italiane sarà l'estate dei digiuni: digiunano i detenuti, digiunano i famigliari, digiunano i politici. A Brescia, a Canton Mombello (fonte: Notizie radicali), digiunano 11 detenuti e, a turno, anche i legali dell'Unione camere penali con un obiettivo dichiarato: digiunare per cambiare.
Digiuna per restituire dignità al sistema penitenziario italiano anche Marco Pannella. Lo fa ormai da due mesi con tutte le conseguenze psico-fisiche del caso. Lo fa nella solita indifferenza per una causa che dovrebbe coinvolgerci tutti, perchè il tema giustizia non può non partire dall'espiazione della pena con una garanzia di umanità e di rieducazione. In un carcere umano, garantire la certezza della pena è più facile e crea meno sensi di colpa ad uno Stato inadempiente.
Pannella digiuna in silenzio e già fioccano gli appelli a farlo desistere. Toccante quello di Adriano Sofri sul Foglio, ma c'è anche chi va oltre come Gianni Gennari su Avvenire o Pierluigi Battista sul Corriere della Sera. La domanda è solo una: il tema delle carcere, del sovraffollamento, delle condizioni di vita nelle celle italiane deve essere solo un tema che riguarda Marco Pannella e i radicali? La domanda è ovviamente retorica, perchè l'umanità delle carceri è - per dirla con Pannella - un tema di democrazia e - aggiungiamo noi - di civiltà. Quella di un Paese che non sta a sud dell'equatore.
E' USCITO IL NUOVO NUMERO DI ZONA 508, IL GIORNALE DELLE CARCERI DI BRESCIA.
SCARICATELO O LEGGETELO QUI
ZONA508-GIUGNO2011
Digiuna per restituire dignità al sistema penitenziario italiano anche Marco Pannella. Lo fa ormai da due mesi con tutte le conseguenze psico-fisiche del caso. Lo fa nella solita indifferenza per una causa che dovrebbe coinvolgerci tutti, perchè il tema giustizia non può non partire dall'espiazione della pena con una garanzia di umanità e di rieducazione. In un carcere umano, garantire la certezza della pena è più facile e crea meno sensi di colpa ad uno Stato inadempiente.
Pannella digiuna in silenzio e già fioccano gli appelli a farlo desistere. Toccante quello di Adriano Sofri sul Foglio, ma c'è anche chi va oltre come Gianni Gennari su Avvenire o Pierluigi Battista sul Corriere della Sera. La domanda è solo una: il tema delle carcere, del sovraffollamento, delle condizioni di vita nelle celle italiane deve essere solo un tema che riguarda Marco Pannella e i radicali? La domanda è ovviamente retorica, perchè l'umanità delle carceri è - per dirla con Pannella - un tema di democrazia e - aggiungiamo noi - di civiltà. Quella di un Paese che non sta a sud dell'equatore.
E' USCITO IL NUOVO NUMERO DI ZONA 508, IL GIORNALE DELLE CARCERI DI BRESCIA.
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martedì 21 giugno 2011
Giornalismo: le parole che non si dicono più
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| Lamberto Sechi |
«La fatica dobbiamo farla noi per non farla fare al lettore. Ciascuno di noi ha i suoi amici ma il giornale non deve avere amici. Se scrivi una cazzata oggi non sarai più credibile domani. Se da un articolo non escono le persone, non ci sarà persona interessata a leggerlo». Un concetto che nel giornalismo di oggi pare stemperato nell'incapacità di raccontare un mondo e le sue storie, presi come siamo da una realtà virtuale che ama cercare il suo profilo migliore con la complicità degli uffici stampa.
«Non si capisce, non si capisce niente, non è chiaro, hai dato troppe cose per scontate, se uno non ha letto tutte le puntate precedenti qui si perde, credi che ogni lettore conosca a memoria la tua opera omnia?». Piccole regole di un giornalismo che ha le idee chiare concetti chiave che abbiamo dimenticato troppo presto e siamo poco capaci di tramandare a chi si affaccia a questa professione spesso con la convinzione di esser nato "imparato", anche se la scuola è quella fatta sui banchi e non sperimentata per strada.
Perchè ho citato queste frasi (prese in prestito dal blog di Alessandro Gilioli "Piovono rane" su l'Espresso.it)? Perchè appartengono al ricordo di un giornalista rigoroso scomparso ieri, lunedì 20 giugno, a 89 anni. Quel giornalista si chiamava Lamberto Sechi fu il padre professionale di tante firme prestigiose del giornalismo italiano, fu l'anima di uno dei grandi settimanali italiani, "Panorama" che con quella frase "i fatti separati dalle opinioni" tracciò una linea che voleva dire rigore e serietà di una professione sempre in tempesta.
Una frase che oggi, in un mondo dove i buoni maestri sono sempre più una rarità, andrebbe stampata sul tesserino dell'Ordine, a memoria di uno stile che spesso abbiamo perso nelle frenesie quotidiane, fra le barricate di una militanza che nessuno ci ha chiesto e che spesso si trasforma in servitù.
Ci vorrebbero ancora spiriti liberi, maestri veri come Lamberto Sechi a ricordarci con quelle frasi quale sia la nostra rotta professionale. Peccato che ce ne siano sempre meno. Una razza in via d'estinzione di cui sentiremo la mancanza in questa professione in cui certe parole e certi concetti non si dicono più.
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giovedì 16 giugno 2011
Politica: l'insulto e il rispetto
Il ministro Brunetta insulta i precari come Giorgio Clelio Stracquadanio nell'agosto scorso insultò in diretta tv gli operai che avevano occupato l'Isola dell'Asinara spiegando che aziende come quelle degli operai in lotta era giusto che chiudessero se quelle erano le maestranze. Frasi aberranti come quelle pronunciate l'altro giorno dal ministro della funzione pubblica verso una categoria che sopperisce alle carenze di un sistema che senza i precari sarebbe al collasso marcano una distanza sempre più abissale tra mondo reale e politica. Brunetta in proposito ha anche spiegato che all'ortomercato cercano sempre persone disposte a scaricare le cassette di frutta e verdura. E sul punto consiglierei al ministro di vedere il servizio mandato in onda ieri da Crash il programma-inchiesta di Rai Tre che si è occupato di lavoro clandestino, raccontando pure gli abusi, il lavoro nero, lo sfruttamento delle cooperative dell'ortomercato di Milano. E' questo che Brunetta vuole? E' questa Italia delle irregolarità da terzo mondo che la politica illuminata va cercando?
L'abisso in cui stiamo scivolando mi sembra sempre più fondo...
Brunetta e i precari
Stracquadanio e i cassintegrati
L'abisso in cui stiamo scivolando mi sembra sempre più fondo...
Brunetta e i precari
Stracquadanio e i cassintegrati
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martedì 14 giugno 2011
Un, due, tre... quorum. Democrazia è partecipazione
Era dal '95 che in Italia non si arrivava al quorum in un referendum. Era da quasi dieci anni che anche su temi importanti prevaleva il partito del non voto, dell'astensione come metodo politico, come sotterfugio per lucrare a proprio favore chi, l'astensionista cronico, ai seggi non va a prescindere.
L'arma del quorum come strumento di lotta referendaria l'hanno utilizzata in molti, dai governi alla Chiesa (l'invito all'astensione sui referendum della fecondazione assistita, ad esempio), dalle lobby (accadde con la Caccia) ai movimenti di opinione, facendo scempio, a mio avviso, di un principio che va coltivato sempre, quello della "democrazia come partecipazione". Il cinque per cento di coloro che hanno votato no al referendum sul nucleare rappresentano una nobile minoranza di chi, pur pensandola diversamente, non ha abdicato al proprio ruolo di cittadino, non ha firmato alcuna delega in bianco alla politica.
Giocare sull'astensionismo, significa nobilitare un comportamento che su altri fronti, ad esempio nelle consultazioni politiche nazionali e nelle amministrative, rappresenta rischiosi campanelli dall'allarme sulla distanza tra il cittadino e la classe dirigente, fra il "popolo" e la politica. Aver invertito la rotta, dunque, al di là di ogni interpretazione contingente (pro o contro il governo Berlusconi) rappresenta un'importante salto di qualità della società civile, una rinata voglia di scelte dal basso. "E' il primo passo verso la legalità nel nostro Paese - osserva Emma Bonino - e nelle nostre istituzioni: si riconquista uno strumento che tutti i partiti, negli ultimi 30 anni, hanno provato a distruggere". E lo hanno fatto usando un'espressione di antipolitica qual è l'astensionismo come strumento di lotta politica, un gioco pericoloso che piano piano finisce per logorare la democrazia. Ben venga, quindi, questa rinata voglia di partecipazione con l'avvertenza che c'è ancora molto da lavorare, il tarlo dell'astensionismo è tutt'altro che debellato. Vive è vegeta ancora in ampie zone d'Italia, al Nord come al Sud.
L'arma del quorum come strumento di lotta referendaria l'hanno utilizzata in molti, dai governi alla Chiesa (l'invito all'astensione sui referendum della fecondazione assistita, ad esempio), dalle lobby (accadde con la Caccia) ai movimenti di opinione, facendo scempio, a mio avviso, di un principio che va coltivato sempre, quello della "democrazia come partecipazione". Il cinque per cento di coloro che hanno votato no al referendum sul nucleare rappresentano una nobile minoranza di chi, pur pensandola diversamente, non ha abdicato al proprio ruolo di cittadino, non ha firmato alcuna delega in bianco alla politica.
Giocare sull'astensionismo, significa nobilitare un comportamento che su altri fronti, ad esempio nelle consultazioni politiche nazionali e nelle amministrative, rappresenta rischiosi campanelli dall'allarme sulla distanza tra il cittadino e la classe dirigente, fra il "popolo" e la politica. Aver invertito la rotta, dunque, al di là di ogni interpretazione contingente (pro o contro il governo Berlusconi) rappresenta un'importante salto di qualità della società civile, una rinata voglia di scelte dal basso. "E' il primo passo verso la legalità nel nostro Paese - osserva Emma Bonino - e nelle nostre istituzioni: si riconquista uno strumento che tutti i partiti, negli ultimi 30 anni, hanno provato a distruggere". E lo hanno fatto usando un'espressione di antipolitica qual è l'astensionismo come strumento di lotta politica, un gioco pericoloso che piano piano finisce per logorare la democrazia. Ben venga, quindi, questa rinata voglia di partecipazione con l'avvertenza che c'è ancora molto da lavorare, il tarlo dell'astensionismo è tutt'altro che debellato. Vive è vegeta ancora in ampie zone d'Italia, al Nord come al Sud.
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