martedì 29 giugno 2010
Mensa di Adro, paradigma della politica
Brevissimo aggiornamento sulla mensa di Adro. Alla fine il "golpe" sponsorizzato dal sindaco ai danni del direttivo per tentare di esautorare l'attuale presidente Giuseppina Paganotti non è andato in porto. Lo spiega Bresciaoggi nell'edizione odierna, dalla quale si evince che dalle urne, quelle convocate a norma di statuto, i genitori andati al voto hanno confermato a maggioranza la fiducia agli amministratori uscenti. I dissidenti, invece, hanno preferito l'elezione di un direttivo parallelo, piuttosto, come sarebbe stato normale in un confronto democratico, che scendere nell'arena dell'associazione esponendo le proprie ragioni e le proprie idee sul futuro della struttura. Al solito si è preferito giocare sugli equivoci, sulle forzature, sui colpi di mano e questo dà il segno di come la politica, anche quella che dovrebbe essere più vicina ai cittadini come la locale, stia degenerando verso una deriva che non promette nella di buono.
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lunedì 28 giugno 2010
Mensa di Adro: la guerra dei volantini e dei manifesti
Nel fine settimana i genitori soci dell'associazione che gestisce la mensa di Adro ha eletto il nuovo direttivo (mentre un direttivo parallelo è stato eletto alcuni giorni fa con il plauso del sindaco Oscar Lancini). Oggi pomeriggio si saprà dunque se la presidente uscente Giuseppina Paganotti continuerà a garantire la gestione della mensa o se i genitori, dopo le polemiche, hanno scelto il ricambio.
Intanto, fuori dal seggio, è guerra di volantini, manifesti accuse e qualche insulto. In una bufera che non fa certo sperare nulla di buono sul futuro di un servizio che nei mesi scorsi fu al centro di tante polemiche per il vitto negato ai bambini di famiglie morose. E il bene dei bambini?
Ecco i volantini
Intanto, fuori dal seggio, è guerra di volantini, manifesti accuse e qualche insulto. In una bufera che non fa certo sperare nulla di buono sul futuro di un servizio che nei mesi scorsi fu al centro di tante polemiche per il vitto negato ai bambini di famiglie morose. E il bene dei bambini?
Ecco i volantini
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giovedì 24 giugno 2010
Se la giornata finisce con Ilaria Alpi
Ho iniziato il giorno del mio compleanno parlando di sogni. Chiudo guardando in tv le consegne dei premi dedicati a Ilaria Alpi. Da giornalista guardo il lavoro e i reportage di tanti colleghi talentuosi che raccontano storie difficili e spero. Guardo il premio alla carriera a Demetrio Volcic, corrispondente storico di una Rai che oggi fatichiamo a riconoscere, e sogno. Sogno che forse non tutto e' perduto: forse il giornalismo, quello di razza, sta solo riposando dalle troppe fatche. Buona notte...
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Mondiali: l'Italia è fuori. E noi di Orzinuovi gridiamo: "Forza Prandelli"
Se l'Italia lascia con vergogna i Mondiali sudafricani per noi che siamo nati 47 anni fa (proprio come oggi) a Orzinuovi possiamo iniziare da subito a cullare una speranza di rinascita. Una speranza che è anche un grido: "Forza Prandelli!"
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24 giugno: il potere dei sogni quando l'età è matura....
“Credo che non ci sia un sogno più bello di un mondo dove il pilastro fondamentale dell’esistenza è la fratellanza, dove i rapporti umani sono basati sulla solidarietà, un mondo in cui siamo tutti d’accordo sulla necessità della giustizia sociale e ci comportiamo si conseguenza.
I miei sogni sono irrinunciabili, sono ostinati, testardi resistenti e si antepongono all’orrore dell’incubo dittatoriale. La difesa di questi sogni è legata alla vecchia querelle fra il bello e il sublime, fra il bene e il male nel senso più pieno e profondo”
Luis Sepulveda
Discorso tenuto il 16 aprile 2002 alla biblioteca nazionale di Santiago del Cile
Sarà un caso, ma all'alba dei miei 47 anni (sono nato il 24 giugno 1963) son tornato a spiluccare, come si fa con i semini sulla crosta del pane al sesamo, una raccolta di scritti e discorsi di Luis Sepulveda dal titolo "Il potere dei sogni" (Guanda edizioni), sono tornato a rinfrancarmi in quel manifesto di intenti che conclude dicendo "Sogniamo che un altro mondo e possibile e realizzeremo quest'altro mondo possibile".
Sarà un caso ma ieri, alla radio, ho sentito una canzone di Cesare Cremonini che faceva così:
"Ho visto un posto che mi piace si chiama Mondo
Ci cammino, lo respiro la mia vita è sempre intorno
Più la guardo, più la canto più la incontro
Più lei mi spinge a camminare come un gato vagabondo…
Ma questo è il posto che mi piace si chiama mondo….
Uomini persi per le strade, donne vendute a basso costo
Figli cresciuti in una notte come le fragole in un bosco
Più li guardo, più li canto più li ascolto
Più mi convincono che il tarlo della vita è il nostro orgoglio
Ma questo è il posto che mi piace si chiama mondo….
Si questo è il posto che mi piace…
Viviamo in piccole città (nascosti dalla nebbia)
prendiamo pillole per la felicità (misericordia)
Noi siamo piccoli (amiamo l’Inghilterra)
Viviamo dell’eternità…"
Me la sono gustata e ho pensato che poteva essere un bel regalo riascoltarmela oggi per il mio compleanno. Sì perchè in questa età di mezzo, in cui non è ancora tempo per pensare a programmi di breve periodo come fanno i vecchi quando aspettano alla posta la pensione, ma nemmeno più aria per scrutare orizzonti sconfinati come fanno i giovani di belle speranze (ma oggi ci sono ancora le "belle speranze" per i giovani?), saper coltivare i sogni con la consapevolezza del mondo in cui viviamo è una di quelle soddisfazioni che ti riempiono la vita e ti aiutano a battere la rassegnazione che è un po' come l'osteoporosi dopo la menopausa, ti sfianca le ossa lunghe, ti mette in ginocchio, ti riempie di paure, ti sottomette.
Insomma per dirla con Guccini, oggi che compio 47 anni (a proposito, grazie a tutti per la valaga di auguri che sto ricevendo), continuo ad essere " fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare". Nutrendo la mia coscienza con una convinzione: che "un altro mondo è possibile". Pazzia? No, è il potere dei sogni e dell'età matura, bellezza.
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mercoledì 23 giugno 2010
Consumi di droga: qual è la realtà? L'altra faccia della medaglia: più propaganda, meno Sert pubblici
Ieri il dipartimento delle Politiche antidroga ha presentato al Parlamento la relazione annuale (leggila qui nella versione integrale di 400 pagine). Il notizione - rilanciano i giornali dando voce al sottosegretario Carlo Giovanardi - è che i consumatori di droga sono in calo: "Quest’anno infatti - scrive GIovanardi nella relazione - è stato registrato un significativo calo dei consumi di sostanze stupefacenti, invertendo finalmente una tendenza che durava da anni e che ci preoccupava moltissimo. Da più fonti indipendenti ed utilizzando diversi
flussi dati, si è potuto osservare che il fenomeno finalmente sembra abbia invertito la tendenza e che le giovani generazioni in particolare, ma anche gli adulti, stiano sviluppando un maggior senso di responsabilità sia verso se stessi che verso le altre persone, riducendo il consumo di sostanze stupefacenti. I motivi di questa inversione di tendenza nei consumi di droga possono essere molteplici e probabilmente alcuni legati anche alla crisi economica globale in corso, che ha ridotto la disponibilità di denaro (e quindi gli acquisti di droga
soprattutto per quei consumatori occasionali dello “sballo del fine settimana”): ma certamente, tutte le azioni di prevenzione messe in atto sia a livello centrale che regionale, le nuove regole introdotte per il controllo mediante drug test dei lavoratori con mansioni a rischio, di chi richiede la patente o il patentino, l’aumento dei controlli su strada anche per le sostanze stupefacenti mediante il progetto Drugs on Street (ormai presente in oltre 30 dei maggiori comuni italiani), hanno fatto si che si creassero dei fattori deterrenti ed una cultura di prevenzione che, probabilmente (assieme a tanti altri fattori), hanno creato questo effetto di calo dei consumi".
Nel Governo c'è chi canta vittoria, ma in gioco non c'è la propaganda, ma l'attendibilità dei dati utilizzati: basta scorrere la relazione per capire che si tratta di stime, incrociando una serie di fonti informative non ultima quella legata a sondaggi all'interno delle scuole e fra i giovani. Una interessante base di lavoro, ma la sintesi non può essere va tutto bene e avanti con gli spot, con multe introdotte da alcuni comuni (Brescia compresa) a chi è sopreso ad acquistare droga e altre iniziative repressive. Lasciamo fuori la propaganda politica da un tema come quello della droga, perchè la realtà dice qualcosa di diverso: dice di servizi di assistenza pieni di richieste, spacciatori per nulla in crisi (basti buttare un occhio ai sequestri di droga e per ogni sequestro, che il doppio dello stupefacente che circola liberamente), di nuove forme di dipendenza, dall'alcol alle droghe sintentiche che, per ora, sfuggono allo screening. Dunque, spiegano gli operatori, teniamo alta la guardia.
E giusto per mettere il dito nella piaga non si tiene alta la guardia facendo, come, ad esempio, sta facendo l'Asl di Brescia, opera di demolizione dei Sert pubblici a favore di strutture private, buttando all'aria anni di qualificata esperienza nel nome del risparmio e della sussidiarietà: perchè non diciamo che mantenere incisivo l'intervento sul fronte della droga è anche mantenere alta la qualità della prevenzione e della cura?
Dunque, non solo parole. Non guasterebbe anche qualche fatto concreto - giusto perchè, ci dice il dipartimento, la congiuntura è favorevole - con investimenti sugli uomini e sulle strutture.
Le tabelle della relazione 2010 del Dipartimento antidroga
flussi dati, si è potuto osservare che il fenomeno finalmente sembra abbia invertito la tendenza e che le giovani generazioni in particolare, ma anche gli adulti, stiano sviluppando un maggior senso di responsabilità sia verso se stessi che verso le altre persone, riducendo il consumo di sostanze stupefacenti. I motivi di questa inversione di tendenza nei consumi di droga possono essere molteplici e probabilmente alcuni legati anche alla crisi economica globale in corso, che ha ridotto la disponibilità di denaro (e quindi gli acquisti di droga
soprattutto per quei consumatori occasionali dello “sballo del fine settimana”): ma certamente, tutte le azioni di prevenzione messe in atto sia a livello centrale che regionale, le nuove regole introdotte per il controllo mediante drug test dei lavoratori con mansioni a rischio, di chi richiede la patente o il patentino, l’aumento dei controlli su strada anche per le sostanze stupefacenti mediante il progetto Drugs on Street (ormai presente in oltre 30 dei maggiori comuni italiani), hanno fatto si che si creassero dei fattori deterrenti ed una cultura di prevenzione che, probabilmente (assieme a tanti altri fattori), hanno creato questo effetto di calo dei consumi".
Nel Governo c'è chi canta vittoria, ma in gioco non c'è la propaganda, ma l'attendibilità dei dati utilizzati: basta scorrere la relazione per capire che si tratta di stime, incrociando una serie di fonti informative non ultima quella legata a sondaggi all'interno delle scuole e fra i giovani. Una interessante base di lavoro, ma la sintesi non può essere va tutto bene e avanti con gli spot, con multe introdotte da alcuni comuni (Brescia compresa) a chi è sopreso ad acquistare droga e altre iniziative repressive. Lasciamo fuori la propaganda politica da un tema come quello della droga, perchè la realtà dice qualcosa di diverso: dice di servizi di assistenza pieni di richieste, spacciatori per nulla in crisi (basti buttare un occhio ai sequestri di droga e per ogni sequestro, che il doppio dello stupefacente che circola liberamente), di nuove forme di dipendenza, dall'alcol alle droghe sintentiche che, per ora, sfuggono allo screening. Dunque, spiegano gli operatori, teniamo alta la guardia.
E giusto per mettere il dito nella piaga non si tiene alta la guardia facendo, come, ad esempio, sta facendo l'Asl di Brescia, opera di demolizione dei Sert pubblici a favore di strutture private, buttando all'aria anni di qualificata esperienza nel nome del risparmio e della sussidiarietà: perchè non diciamo che mantenere incisivo l'intervento sul fronte della droga è anche mantenere alta la qualità della prevenzione e della cura?
Dunque, non solo parole. Non guasterebbe anche qualche fatto concreto - giusto perchè, ci dice il dipartimento, la congiuntura è favorevole - con investimenti sugli uomini e sulle strutture.
Le tabelle della relazione 2010 del Dipartimento antidroga
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martedì 22 giugno 2010
Maturità 2010: avremo mai una destra matura?
Leggo i temi della prima prova scritta, quella di italiano, all'esame di maturità 2010 e mi chiedo: ma in Italia avremo mai una destra matura? E' la prima riflessione che mi viene scorrendo le tracce della prova e vedendo che i maturandi avevano a disposizione, per il "saggio breve" e l' "articolo di giornale" nell'ambito storico politico dedicato a "Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader" anche una frase di Benito Mussolini, affiancata a quelle di Aldo Moro, Palmiro Togliatti, Giovanni Paolo II. Un Duce che in Parlamento disse (gennaio 1925, la frase è tratta dagli atti parlamentari e gli estensori della traccia non hanno nemmeno tolto gli incisi degli stenografi che riportavano le frasi "fuori campo" di una claque che, mutatis mutandis, oggi assomiglierebbero molto alle immagini di repertorio diffuse spesso dai tg Rai e Mediaset di un Berlusconi che stringe mani e forma autografi): «Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (Vivissimi e reiterati applausi — Molte voci: Tutti con voi! Tutti con voi!) Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda; se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! (Applausi). Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! (Vivissimi e prolungati applausi — Molte voci: Tutti con voi!)».
Immagino la necessità di rappresentare fra i leader (sulla parola leader, poi, potremmo aprire un'altra lunga discussione) l'intero arco costituzionale ma la destra non sapeva esprime in Italia altro pensiero che quello di un dittatore (lo dice la storia non io) che firmò leggi razziale, strinse alleanze con Hitler, trascinò l'Italia in una guerra devastante? La Destra in Italia è e sarà sempre solo l'ombra di Benito Mussolini?
Per ora direi di sì, e mi sembra che un futuro con una destra matura e affrancata dalle tentazioni totalitarie del fascismo non sia proprio dietro l'angolo.
Voi che ne dite?
Immagino la necessità di rappresentare fra i leader (sulla parola leader, poi, potremmo aprire un'altra lunga discussione) l'intero arco costituzionale ma la destra non sapeva esprime in Italia altro pensiero che quello di un dittatore (lo dice la storia non io) che firmò leggi razziale, strinse alleanze con Hitler, trascinò l'Italia in una guerra devastante? La Destra in Italia è e sarà sempre solo l'ombra di Benito Mussolini?
Per ora direi di sì, e mi sembra che un futuro con una destra matura e affrancata dalle tentazioni totalitarie del fascismo non sia proprio dietro l'angolo.
Voi che ne dite?
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Il destino della mensa di Adro: la lotta dei direttivi
In queste settimane sono un po' preso e non vi ho ancora aggiornato sul futuro della mensa di Adro. Do you remenber Adro? Quel paese dove il sindaco ha deciso che chi non pagava la mensa scolastica doveva essere messo a pane e acqua scatendando un putiferio e prendendo una bella lezione di altruismo da un imprenditore che si è offerto di pagare la mensa agli indigenti?
Bene, in questi giorni di giugno, è partito l'assalto all'associazione di genitori che si occupa della gestione della mensa, garantendo prezzi equi, cibo di qualità e dando pure lavoro ad alcuni dipendenti (il resto si basa sul volontariato) e, soprattutto, alla sua presidente Giuseppina Paganotti che aveva avuto l'ardire di definire "razziste" le prese di posizioni di quanti, genitori e amministratori, in quei giorni di lotte e contrasti volevano mettere a dieta i bambini delle famiglie morose, finendo persino per criticare l'imprenditore benefattore, arrivando a minacciare lo sciopero della retta perchè non era giusto che qualcuno pagasse per chi non aveva i soldi per farlo. Così, nei giorni scorsi, un gruppo di un centinaio di genitori (ne hanno riferito i giornali locali e pure qualche nazionale) si è riunito in aula consigliare (sembra concessa gratuitamente dall'amministrazione, quando normalmente il canone di locazione è di mille euro e le deroghe sono tutt'altro che frequenti) presente il sindaco e ha rinnovato il direttivo, con una procedura contestata dalla presidente uscente Giuseppina Paganotti. Lei qualche giorno dopo ha convocato l'assemblea per l'approvazione del bilancio (in cassa 80 mila euro frutto anche di una pioggia di donazioni arrivate dopo il clamore mosso dalla vicenda), contestando il nuovo direttivo e la nuova presidente (mamme che avevano animato la protesta sulla mensa e che non erano presenti all'approvazione del bilancio) con un ricorso alla magistratura amministrativa e indicendo per domani l'assemblea per il rinnovo cariche con le votazioni già fissate per il 26 e 27 giugno. Insomma, la signora Paganotti (e l'assemblea con lei) ha voluto fissare le tappe di un percorso trasparente nel quale se ribaltone sarà (c'è una petizione di 200 persone che hanno chiesto le sue dimissioni) ribaltone sia ma - ribadisce la presidente che dal '92 è anima e contabile volontaria dell'associazione - con un iter che non lasci spazi a giochi e giochetti dietro le quinte.
E il sindaco che dice? In una lettera che pubblichiamo qui sotto plaude al nuovo direttivo (di cui, a giudicare come si è mosso in queste settimane, è qualcosa di più di un mero simpatizzante), difende la scelta e la regolarità dell'assemblea "autoconvocata" e alla giornalista del Manifesto che gli chiede le ragioni di tanta partecipazione alla causa del rinnovo del direttivo spiega: «Solo perché voglio essere sicuro che a settembre, nella nuova scuola, il servizio funzioni correttamente».
Intanto il nuovo direttivo non ha perso tempo: si è presentato in banca e ha chiesto di poter gestire i conti, trovando lo stop di chi per quei conti ha la delega, Giuseppina Paganotti. Sinceramente mai vista tanta solerzia nel voler gestire un innegabile grattacapo come una mensa scolastica (croce e delizia di tante amministrazioni comunali e associazioni, scuole e aziende pubbliche che si fanno in quattro per garantire un vitto di qualità a prezzi decenti, binomio non sempre facile da far coincidere), ma mi pare che qui, più che le sorti dei commensali stiano a cuore le ragioni della politica e qualche voglia di rivalsa e vendetta per una vicenda che è scoppiata in mano ad alcuni suoi protagonisti.
Staremo a vedere come andrà a finire.
ECCO LA LETTERA DEL SINDACO DI ADRO
P6090005
Bene, in questi giorni di giugno, è partito l'assalto all'associazione di genitori che si occupa della gestione della mensa, garantendo prezzi equi, cibo di qualità e dando pure lavoro ad alcuni dipendenti (il resto si basa sul volontariato) e, soprattutto, alla sua presidente Giuseppina Paganotti che aveva avuto l'ardire di definire "razziste" le prese di posizioni di quanti, genitori e amministratori, in quei giorni di lotte e contrasti volevano mettere a dieta i bambini delle famiglie morose, finendo persino per criticare l'imprenditore benefattore, arrivando a minacciare lo sciopero della retta perchè non era giusto che qualcuno pagasse per chi non aveva i soldi per farlo. Così, nei giorni scorsi, un gruppo di un centinaio di genitori (ne hanno riferito i giornali locali e pure qualche nazionale) si è riunito in aula consigliare (sembra concessa gratuitamente dall'amministrazione, quando normalmente il canone di locazione è di mille euro e le deroghe sono tutt'altro che frequenti) presente il sindaco e ha rinnovato il direttivo, con una procedura contestata dalla presidente uscente Giuseppina Paganotti. Lei qualche giorno dopo ha convocato l'assemblea per l'approvazione del bilancio (in cassa 80 mila euro frutto anche di una pioggia di donazioni arrivate dopo il clamore mosso dalla vicenda), contestando il nuovo direttivo e la nuova presidente (mamme che avevano animato la protesta sulla mensa e che non erano presenti all'approvazione del bilancio) con un ricorso alla magistratura amministrativa e indicendo per domani l'assemblea per il rinnovo cariche con le votazioni già fissate per il 26 e 27 giugno. Insomma, la signora Paganotti (e l'assemblea con lei) ha voluto fissare le tappe di un percorso trasparente nel quale se ribaltone sarà (c'è una petizione di 200 persone che hanno chiesto le sue dimissioni) ribaltone sia ma - ribadisce la presidente che dal '92 è anima e contabile volontaria dell'associazione - con un iter che non lasci spazi a giochi e giochetti dietro le quinte.
E il sindaco che dice? In una lettera che pubblichiamo qui sotto plaude al nuovo direttivo (di cui, a giudicare come si è mosso in queste settimane, è qualcosa di più di un mero simpatizzante), difende la scelta e la regolarità dell'assemblea "autoconvocata" e alla giornalista del Manifesto che gli chiede le ragioni di tanta partecipazione alla causa del rinnovo del direttivo spiega: «Solo perché voglio essere sicuro che a settembre, nella nuova scuola, il servizio funzioni correttamente».
Intanto il nuovo direttivo non ha perso tempo: si è presentato in banca e ha chiesto di poter gestire i conti, trovando lo stop di chi per quei conti ha la delega, Giuseppina Paganotti. Sinceramente mai vista tanta solerzia nel voler gestire un innegabile grattacapo come una mensa scolastica (croce e delizia di tante amministrazioni comunali e associazioni, scuole e aziende pubbliche che si fanno in quattro per garantire un vitto di qualità a prezzi decenti, binomio non sempre facile da far coincidere), ma mi pare che qui, più che le sorti dei commensali stiano a cuore le ragioni della politica e qualche voglia di rivalsa e vendetta per una vicenda che è scoppiata in mano ad alcuni suoi protagonisti.
Staremo a vedere come andrà a finire.
ECCO LA LETTERA DEL SINDACO DI ADRO
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giovedì 17 giugno 2010
Il vescovo Luciano, la vergogna e il riscatto
La notizia oggi è su tutti i giornali: don Marco Baresi, ex vice rettore del seminario di Brescia ha visto ieri confermata dalla corte d'appello di Brescia la condanna a 7 anni e sei mesi di carcere comminata il 20 maggio 2009 dal tribunale di primo grado per abusi sessuali, su un ragazzo ospite minorenne del seminario, e di detenzione di materiale pedo pornografico le cui tracce sono state trovate sul suo computer portatile. Don Marco Baresi, finito in cella il 26 novembre 2007 è tuttora agli arresti domiciliari e la vicenda ha aperto una profonda ferita nella chiesa bresciana. Un gruppo di amici che in questi anni si sono mobilitati certi che le accuse fossero tutte delle fandonie. "Chiediamo la sua attenzione - spiegano in una lettera aperta ai lettori che apre il sito http://donmarcobaresi.net/ - perché don Marco è una di quelle persone che non rimane confusa nella folla dei conoscenti. Don Marco Baresi è un uomo che, trovato al proprio fianco, lascia la traccia incancellabile della profondità, della trasparenza, della dolcezza, della saggezza, della bontà, della semplicità d'animo, dell'intelligenza e della modestia che non tutte le persone hanno il dono di possedere.
Non solo: assurdamente, anche i gesti e i modi che caratterizzano la personalità di don Marco sono letteralmente ad anni luce di distanza da qualunque tipo di sospetto o di semplice pensiero che abbiano qualcosa a che fare con le accuse mossegli contro". Ed ora che è arrivata la conferma della condanna gli "Amici di Free don" non arretrano di un passo: "Oggi - scrivono - ci risulta impossibile offrire commenti diversi dalla profonda perplessità: per noi è stato condannato per la seconda volta un amico innocente.
La sentenza continua a risultarci incongruente con gli elementi in possesso del tribunale e, soprattutto, del tutto incompatibile con la persona di Don Marco Baresi; con le sue caratteristiche, umane e religiose, con tutta la sua storia, di uomo e di prete. Ciò che è accaduto dimostra ampiamente, purtroppo, quanto possa rendersi talvolta impossibile per un tribunale servire la verità oggettiva. La nostra non è un’accusa alla Giustizia. Pensiamo che si possa prendere serenamente atto dell’esistenza di ovvî limiti umani e strutturali; inevitabili nell’atto del giudicare. Tuttavia, mentre il processo di primo grado aveva incontrato comprensibili difficoltà nel fare luce su accuse e fatti così “stravaganti”, il processo d’appello godeva di ottimi elementi oggettivi per dimostrare, finalmente, l'innocenza di don Marco o, per lo meno, togliere la condanna ad un uomo vittima di prove opinabili". E mentre gli amici di don Marco (guarda qui il loro video di presentazione in una festa di San Zeno Naviglio) continuano la loro battaglia, il vescovo di Brescia, Luciano Monari (nella foto sopra con il Papa), ha indirizzato ai sacerdoti bresciani una lettera dura nei tratti, ma sincera nella convinzione che nella vergogna si può solo rinascere.
Il Giovedi santo il vescovo Luciano aveva invitato i sacerdoti nella sua omelia (leggila qui) ad un profondo esame di coscienza sulle ragioni delle loro scelte sacerdotali. Parole pesanti su una missione minata dagli scandali nei quali il comportamento deviato di pochi, rischia di travolgere tutti. E anche oggi il vescovo di Brescia, in una diocesi colpita al cuore da una sentenza che coinvolge un sacerdote la cui missione era quella di educatore e formatore del clero del futuro non si risparmia: "Carissimi sacerdoti - scrive -, il reato per cui un tribunale in prima istanza e poi in appello ha condannato don Marco, un prete del nostro presbiterio, è tra i più odiosi. Anzitutto perché riguarda abusi su minori, e conosciamo bene quello che il vangelo dice su chi scandalizza i piccoli. In secondo luogo perché l’abuso sarebbe stato commesso da un educatore al quale il minore è affidato perché gli trasmetta il meglio del patrimonio che l’umanità ha saputo raccogliere attraverso i secoli; saremmo quindi di fronte a un tradimento grave della fiducia. Infine perché sarebbe stato commesso da un prete che, per missione, deve essere segno della presenza e strumento dell’azione del Signore Gesù che è passato facendo del bene, che non ha usato inganno e violenza con nessuno. Per tutti questi motivi è difficile pensare a qualcosa di più grave".
Continuando a sperare che don Marco sappia dimostrare finalmente l'innocenza che ha sempre proclamato, il vescovo non nasconde che: "ho a che fare con una precisa sentenza di condanna che inevitabilmente ricade su di me e su tutto il nostro presbiterio e ci chiede una risposta. Quale? Soffriamo inevitabilmente la vergogna per un fatto grave che ci viene imputato e la vergogna è uno dei sentimenti più difficili da sopportare. Abbiamo il timore che la gente possa farsi di tutti noi un’opinione negativa, che ci condanni impietosamente e questo ci brucia. Sento dolorosamente questa vergogna attaccata alla pelle. Ma, paradossalmente, sono convinto che mi possa fare bene; mi libera da qualche linea di vanità o di orgoglio; mi costringe a eliminare le mie illusioni, a confessare il mio niente e questo non mi fa solo male. Anzi può diventare un percorso prezioso di purificazione e di libertà. "Perdere la faccia" è una delle sofferenze più umilianti; ma, se lo accettiamo davvero (il che non è facile!), rende liberi. Non abbiamo nulla da perdere; possiamo essere poveri cristiani senza pretesa e quindi senza timore alcuno".
Preti come poveri cristiani, come poveri peccatori con il loro fardello di credibilità minata, di coerenza sempre più messa in dubbio. Preti feriti da una Chiesa travolta dagli scandali, da una casa che vacilla. Secondo Monari è dalla consapevolezza della vergogna, che rinasce un uomo nuovo, un prete nuovo una Chiesa più forte perchè la Chiesa è qualcosa che prescinde dalle colpe degli uomini.
"Debbo riconoscere - riflette il vescovo di Brescia - di non essere un buon cristiano; ma posso proclamare che l’appartenenza alla Chiesa non mi ha reso falso o ambiguo, ma mi ha sempre aiutato a diventare più sincero e più autentico. Posso attribuire a me dei peccati; ma debbo riconoscere alla Chiesa il dono santo di Cristo e del vangelo. Per questo continuerò a essere nella Chiesa e a servire la Chiesa con gioia. Questa Chiesa di Brescia, dove il vangelo ha prodotto nei secoli, anche attraverso il servizio di tanti suoi santi preti, autentici frutti di bene. Mi vergognerò di me e dei miei peccati; ma non avrò mai da vergognarmi del vangelo e del suo insegnamento. Mi vergognerò per le incoerenze delle nostre comunità cristiane; ma non dovrò mai vergognarmi per lo Spirito che ci è stato dato e che fa di noi dei figli veri di Dio".
Parole che meritano rispetto (come, del resto, una sentenza pronunciata nel nome del Popolo italiano), parole di speranza di una comunità un tempo forte e potente che ora vacilla. Dal primo dei suoi presbiteri all'ultimo dei suoi fedeli.
Non solo: assurdamente, anche i gesti e i modi che caratterizzano la personalità di don Marco sono letteralmente ad anni luce di distanza da qualunque tipo di sospetto o di semplice pensiero che abbiano qualcosa a che fare con le accuse mossegli contro". Ed ora che è arrivata la conferma della condanna gli "Amici di Free don" non arretrano di un passo: "Oggi - scrivono - ci risulta impossibile offrire commenti diversi dalla profonda perplessità: per noi è stato condannato per la seconda volta un amico innocente.
La sentenza continua a risultarci incongruente con gli elementi in possesso del tribunale e, soprattutto, del tutto incompatibile con la persona di Don Marco Baresi; con le sue caratteristiche, umane e religiose, con tutta la sua storia, di uomo e di prete. Ciò che è accaduto dimostra ampiamente, purtroppo, quanto possa rendersi talvolta impossibile per un tribunale servire la verità oggettiva. La nostra non è un’accusa alla Giustizia. Pensiamo che si possa prendere serenamente atto dell’esistenza di ovvî limiti umani e strutturali; inevitabili nell’atto del giudicare. Tuttavia, mentre il processo di primo grado aveva incontrato comprensibili difficoltà nel fare luce su accuse e fatti così “stravaganti”, il processo d’appello godeva di ottimi elementi oggettivi per dimostrare, finalmente, l'innocenza di don Marco o, per lo meno, togliere la condanna ad un uomo vittima di prove opinabili". E mentre gli amici di don Marco (guarda qui il loro video di presentazione in una festa di San Zeno Naviglio) continuano la loro battaglia, il vescovo di Brescia, Luciano Monari (nella foto sopra con il Papa), ha indirizzato ai sacerdoti bresciani una lettera dura nei tratti, ma sincera nella convinzione che nella vergogna si può solo rinascere.
Il Giovedi santo il vescovo Luciano aveva invitato i sacerdoti nella sua omelia (leggila qui) ad un profondo esame di coscienza sulle ragioni delle loro scelte sacerdotali. Parole pesanti su una missione minata dagli scandali nei quali il comportamento deviato di pochi, rischia di travolgere tutti. E anche oggi il vescovo di Brescia, in una diocesi colpita al cuore da una sentenza che coinvolge un sacerdote la cui missione era quella di educatore e formatore del clero del futuro non si risparmia: "Carissimi sacerdoti - scrive -, il reato per cui un tribunale in prima istanza e poi in appello ha condannato don Marco, un prete del nostro presbiterio, è tra i più odiosi. Anzitutto perché riguarda abusi su minori, e conosciamo bene quello che il vangelo dice su chi scandalizza i piccoli. In secondo luogo perché l’abuso sarebbe stato commesso da un educatore al quale il minore è affidato perché gli trasmetta il meglio del patrimonio che l’umanità ha saputo raccogliere attraverso i secoli; saremmo quindi di fronte a un tradimento grave della fiducia. Infine perché sarebbe stato commesso da un prete che, per missione, deve essere segno della presenza e strumento dell’azione del Signore Gesù che è passato facendo del bene, che non ha usato inganno e violenza con nessuno. Per tutti questi motivi è difficile pensare a qualcosa di più grave".
Continuando a sperare che don Marco sappia dimostrare finalmente l'innocenza che ha sempre proclamato, il vescovo non nasconde che: "ho a che fare con una precisa sentenza di condanna che inevitabilmente ricade su di me e su tutto il nostro presbiterio e ci chiede una risposta. Quale? Soffriamo inevitabilmente la vergogna per un fatto grave che ci viene imputato e la vergogna è uno dei sentimenti più difficili da sopportare. Abbiamo il timore che la gente possa farsi di tutti noi un’opinione negativa, che ci condanni impietosamente e questo ci brucia. Sento dolorosamente questa vergogna attaccata alla pelle. Ma, paradossalmente, sono convinto che mi possa fare bene; mi libera da qualche linea di vanità o di orgoglio; mi costringe a eliminare le mie illusioni, a confessare il mio niente e questo non mi fa solo male. Anzi può diventare un percorso prezioso di purificazione e di libertà. "Perdere la faccia" è una delle sofferenze più umilianti; ma, se lo accettiamo davvero (il che non è facile!), rende liberi. Non abbiamo nulla da perdere; possiamo essere poveri cristiani senza pretesa e quindi senza timore alcuno".
Preti come poveri cristiani, come poveri peccatori con il loro fardello di credibilità minata, di coerenza sempre più messa in dubbio. Preti feriti da una Chiesa travolta dagli scandali, da una casa che vacilla. Secondo Monari è dalla consapevolezza della vergogna, che rinasce un uomo nuovo, un prete nuovo una Chiesa più forte perchè la Chiesa è qualcosa che prescinde dalle colpe degli uomini.
"Debbo riconoscere - riflette il vescovo di Brescia - di non essere un buon cristiano; ma posso proclamare che l’appartenenza alla Chiesa non mi ha reso falso o ambiguo, ma mi ha sempre aiutato a diventare più sincero e più autentico. Posso attribuire a me dei peccati; ma debbo riconoscere alla Chiesa il dono santo di Cristo e del vangelo. Per questo continuerò a essere nella Chiesa e a servire la Chiesa con gioia. Questa Chiesa di Brescia, dove il vangelo ha prodotto nei secoli, anche attraverso il servizio di tanti suoi santi preti, autentici frutti di bene. Mi vergognerò di me e dei miei peccati; ma non avrò mai da vergognarmi del vangelo e del suo insegnamento. Mi vergognerò per le incoerenze delle nostre comunità cristiane; ma non dovrò mai vergognarmi per lo Spirito che ci è stato dato e che fa di noi dei figli veri di Dio".
Parole che meritano rispetto (come, del resto, una sentenza pronunciata nel nome del Popolo italiano), parole di speranza di una comunità un tempo forte e potente che ora vacilla. Dal primo dei suoi presbiteri all'ultimo dei suoi fedeli.
mercoledì 16 giugno 2010
Tramonte e lo stato delle carceri bresciane. Pensava di stare al grand hotel?
Sapere che Maurizio Tramonte, in arte Fonte Tritone, testimone chiave del processo per la Strage di Brescia e imputato di concorso nell'attentato del maggio 1974, detenuto per storie di bancarotta si lamenta della situazione carceraria di Canton Mombello, dove è appoggiato in queste settimane nelle quali davanti ai giudici della Corte d'assise si sta cimentando nel tentativo di ritrattare tutto quando ha detto in questi anni sulla bomba bresciana e sulle trame nere, fa bene alla causa di chi da anni si batte per una detenzione più umana. Viene da sorridere, però, vedendo che forse Maurizio Tramonte pensava di essere in un grand hotel e non in una struttura che offre ai detenuti in trasferta giudiziaria formaggini e crackers per pranzo. Ben vengano comunque le sue lamentele se questo, attraverso un'inchiesta, contribuisce a risolvere un problema evidenziato dal garante dei detenuti Mario Fappani: cioè un evidente conflitto di interessi, trattandosi della stessa impresa, tra chi fornisce le materie prime per il pranzo fornito dall'amministrazione e chi vende ai detenuti i generi alimentari per il sopravvitto, cioè per tutto quanto serve ad integrare il cibo fornito dall'amministrazione. Più il vitto è scadente e scarso, maggiore sarà la richiesta di sopravvitto e il guadagno per l'azienda che lo fornisce: Peraltro, è storia vecchia, sul costo del sopravvitto a Brescia è spesso polemica: già nel 2003 (leggi qui) i detenuti lamentavano i costi alti di alcuni generi alimentari del sopravvitto ampiamente utilizzati (i pomodori, ad esempio) per far fronte alle carenze e alla qualità croniche del vitto dell'ammistrazione. La storia, dunque, si ripete. E ci tocca pure ringraziare Maurizio Tramonte se sul caso la magistratura ci metterà il naso, si spera con incisività.
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