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venerdì 16 aprile 2010

Mensa di Adro: le lezioni del benefattore e quelle di chi gestisce il servizio

Quale è la sua idea di legalità? "Quella di tutte le persone normali: rispettare le leggi, non fare agli altri quello che non vorresti venisse fatto a te. E poi fermezza ed educazione. Ricordando chi siamo, quali sono i nostri valori, come evitare le ingiustizie".
Silvano Lancini, l'imprenditore che ha pagato le rette per i bambini indigenti di Adro
dal Corriere della Sera del 16 aprile 2010

Quasi stanato dal bel intervento di ieri sul Corriere della Sera di Ermanno Olmi sulla generosità che crea scandalo, è uscito allo scoperto Silvano Lancini, l'imprenditore di Adro che con 10 mila euro ha contribuito a pagare le rette arretrate per quelle famiglie del suo paese che non riuscivano a saldare i pasti dei bambini, lasciati a digiuno dal Comune. Esce allo scoperto e ribadendo - sempre al Corriere - le cose di buon senso che aveva scritto nella lettera che accompagnava il contributo, mette in mora il sindaco spiegando di capire le difficoltà del primo cittadino a far quadrare i conti ma «a certi estremi non si dovrebbe mai arrivare. Si potevano tagliare altre spese, differenziare le rette in base ai redditi. Io ho messo lì una pezza, lo sentivo come dovere civico. Adesso andate avanti voi, dico: a cercare di far pagare i furbi, senza togliere il piatto dei bambini».
Governare è difficile, ma le soluzioni, volendo, si trovano, basta avere disponibilità e sensibilità per farlo. Volontà e sensibilità che, scusate, in un amministratore, parlo in generale, dovrebbero essere innate come l'idea della politica come servizio. Certo, forse è più facile sparare come ribadisce Silvano Lancini che il deficit della mensa è 50 mila euro, anche se in realtà è cinque volte meno, o che il Comune è costretto a ripianare i deficit del servizio(e non lo farà più in futuro per i casi di morosità) quando Giuseppina Paganotti, presidente dell'Associazione genitori che gestisce la mensa, dalle colonne di Bresciaoggi fa sommessamente notare che l'ultimo contributo per sanare vecchie pendenze risale al 2005 (quasi 6 mila euro) e che i 20/25 mila euro di contributo annuo erogato dal comune non è mai andato a sanare gli insoluti.
Il sindaco di Adro, insomma, sembra messo all'angolo dagli eventi e cerca di uscirne come può, anche dimenticando che un servizio come quello offerto dall'Age di Adro è uno di quelli che un comune dovrebbe tenersi stretto e coccolare. Perchè? Perchè ho recuperato i costi del servizio mensa di mio figlio (9 anni). Eccoli: costo pasto 4,50 euro, riduzione del 50% per il fratello/i maggiore/i; il servizio è fornito dalla cooperativa Cir Food di Reggio Emilia, pasti confezionati in un centro cottura è portati a destinazione con il catering.
Ad Adro il servizio prevede pasti confezionati al momento (niente viaggi in furgone, niente tonno e scatolette quando, come è capitato a Orzinuovi, dove abito, la ditta che forniva i pasti ha dichiarato fallimento) e grazie al contributo dei volontari si paga 3,90 euro a pasto con riduzione del 50% per il secondo e terzo figlio e rette diversificate in funzione dei redditi delle famiglie.
"Questo gioco al massacro svilisce l'impegno profuso dai nostri volontari in trent'anni" mastica amaro Giuseppina Paganotti. E a ragione. Guardo la circolare diffusa dal Comune in cui abito sul servizio mensa e non posso fare a meno di notare, scritto in grassetto, questa postilla: "L'amministrazione comunale intende dare un aiuto concreto alle famiglie che si trovano ad affrontare momenti difficili a seguito della mancata occupazione. A tal fine è stato approvato un piano anticrisi che prevede, tra gli interventi a sostegno del reddito, agevolazioni e riduzioni tariffarie per i servizi scolastici (mensa e serivizi di trasporto, ndr)". Basta poco dunque ad una amministrazione per tentare di affrontare problemi e congiunture non favorevoli. Basta solo volontà e buon senso, la stessa che sempre Giuseppina Paganotti ha mostrato davanti all'ipotesi dello sciopero delle rette, brandito quasi fosse una ritorsione nei confronti dell'imprenditore benefattore: "Forniremo regolarmente i pasti ai bambini dei genitori che sospenderanno volontariamente il versamento delle rette, poi procedendo legalmente per il recupero del credito". Tutto questo perchè - ragione vuole - le colpe dei padri non ricadano sui figli.

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giovedì 15 aprile 2010

Il caso di Adro. Se la generosità fa scandalo, forse si ha qualcosa da nascondere

"Fa bene leggere la storia dell'imprenditore che ha pagato il debito dei bambini di Adro. Mi hanno molto colpito alcune frasi che il generoso donatore ha voluto esprimere per spiegare il suo gesto. Ecco una di queste considerazioni: "I miei amici sono di tutte le idee politiche: gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona". Queste sono affermazioni che recano scandalo. La bontà è sempre stata uno scandalo. Dà fastidio a coloro che non la frequentano e per assolversi della loro indifferenza la denigrano e la deridono come una esposizione di buonismo".
Ermanno Olmi
in un intervento sul Corriere della Sera
del 15 aprile 2010.

Della mensa negata di Adro, della decisione dell'amministrazione comunale a guida leghista di lasciare a digiuno i bambini delle famiglie (italiane e straniere) non in regola con la retta, si è detto è scritto molto. Così come dell'anonimo imprenditore che con un assegno di 10 mila euro ha deciso di saldare il conto recapitando pure  una letter in Comune nella quale spiega, senza troppi giri di parole: "Ho votato centro destra, ma non ci sto". Parole dure anche nei confronti di una certa Chiesa un po' troppo muta nei confronti di una classe politica portatrice di valori cristiani più parlati che praticati (ma di questo vorrei condividere con voi qualche considerazione in uno dei prossimi post). Parole che ora hanno spinto il sindaco Oscar Lancini a scherarsi con coloro che, sempre in regola con i pagamenti, ma spiazzati dall'atto di generosità, dicono "non paghiamo più neanche noi".
 Questo "sciopero delle rette" (chissà perchè visto che da genitore sarei solo felice se fossero stati risolti i problemi degli indigenti?) forse fa uscire allo scoperto il vero tema di tutta questa storia: la strumentalizzazione politica nel solco di un principio che tende all'espulsione di ogni situazione critica in una comunità (dagli stranieri agli indigenti), il tutto nel nome di principi sacrosanti (la mensa non è un diritto e un servizio e come tale va pagato), ma branditi come una clava. Del resto non si tenta di cancellare la povertà impedendo ai barboni di dormire per strada nel nome del decoro urbano?
E il nuovo modo di amministrare adottato da tanti comuni. Davanti ad una famiglia che non può pagare la mensa, infatti, le strade da percorrere sono molteplici, soprattutto in questi momenti in cui la crisi sta prendendo per la gola tanti nuclei famigliari, stranieri e italiani. L'indigenza è da sempre materia per i servizi sociali e in un periodo in cui abbiamo una politica che mena vanto di aiutare le famiglie nel campo dell'istruzione (parificando addirittura la possibilità di scegliere fra scuola pubblica e scuola privata) non era possibile trovare soluzioni temporanee, che potessero dare un temporaneo aiuto alle famiglie in difficoltà?
Certo. Ma che pretendere da chi, ci informano le cronache, non solo ha escluso stranieri e coppie miste da una serie di agevolazioni ma pure le ragazze madri, con tanti saluti alla difesa (d'ufficio) della vita, diventato un cavallo di battaglia di molti amministratori?
E non si tirino in ballo i soliti "furbetti" che accerchiano le regole e i dati Isee (indicatore della situazione economica equivalente), perchè l'esperienza mi insegna, da figlio di impiegato con madre casalinga e casa in affitto, come da studente non abbia potuto beneficiare, in ragione del reddito di poco "fuori" dal range prestabilito, di assegni di studio e contributi alle tasse universitarie. Nulla da eccepire (è la legge, bellezza!) se non fosse che si respirava l'odore pungente dell'iniquità vedendo amici, figli di commercianti o piccoli imprenditori, contare, grazie al reddito dichiarato, su quegli stessi benefici che si erano rivelati improponibili per noi figli di lavoratori dipendenti.
I "furbetti", scusate, ma in tutta questa storia mi sembrano altri. Qui mi sembra ci sia solo una gestione cattiva e  utilitaristica di un problema reale, come la difficoltà ad arrivare a fine mese. Se poi arriva il gesto di un imprenditore che contemporaneamente grida che il "re è nudo" ecco la sollevazione popolare, invece di un grazie per la generosità e per lo schietto spunto di riflessione che ha accompagnato la donazione.
Un atteggiamento che ricorda quello di alcuni sindaci che, bacchettati da giudici e tribunali per decisioni definite discriminatorie e prese ad di fuori dei poteri assegnati ad un sindaco, gridano alla "giustizia rossa". Come se il buon senso e la giustizia ispirata ad alcuni principi fondamentali della convivenza civile avesse un colore. Se la pensiamo così allora ha ragione Ermanno Olmi quando dice che anche la "generosità fa scandalo" se le coscienze sono insipide o se nasconde "le nostre meschine inadempienze".

La lettera inviata dall'anonimo benefattore di Adro

martedì 13 aprile 2010

Emergency: l'epilogo e le brutte figure.

Come sarà l'epilogo del giallo di Kabul, l'arresto con accuse di terrorismo dei tre operatori umanitari di Emergency? Uno scenario possibile e probabile lo traccia oggi sul Corriere della sera Pino Arlacchi, sociologo prestato al mondo per le sue competenze nella lotta alle mafie e alla droga (sua la campagna negli anni '90 per l'eliminazione dell'oppio proprio nell'Afghanistan talebano)  e da qualche anno europarlamentare nell'Italia dei Valori. «Questione di giorni poi i tre italiani saranno scarcerati, ma dovranno lasciare l'Afghanistan. Quanto all'ospedale di Emergency ad Helmand, vero obbiettivo dell'operazione, Gino Strada sarà costretto a piegarsi e la struttura verrà chiusa. E' un peccato, ma finirà così» spiega ad Andrea Nicastro e mentre leggiamo le sue dichiarazioni arriva la notizia che l'ospedale "per motivi di sicurezza" è in mano da oggi alla polizia afghana. Un destino segnato per Arlacchi, che, però, fa anche una valutazione interessante su quanto l'autorevolezza diplomatica italiana sia ridotta al lumicino e quanto, al contrario, in uno scenario dove si giocano partite con concorrenti potenti e con secondi fini ingombranti sia deleteria una presenza tanto discreta da essere muta.
Spiega Arlacchi: «Tutto questo non sarebbe mai successo se a Kabul avessimo ancora un rappresentante del calibro di Ettore Sequi. Uno che è stato prima nostro ambasciatore, poi rappresentante Ue e che ho visto considerato dal governo afghano come nessun altro straniero mai. Con lui su piazza non si sarebbero permessi. Invece, la nostra diplomazia cosa fa? Lo lascia andar via dall'Afghanistan con il risultato di vedere il peso politico dell'Italia e quello stesso dell'Europa drasticamente ridotto». E se lo dice lui che conosce bene l'Afghanistan (prima come funzionario Onu, oggi come europarlamentare relatore sulla nuova strategia afghana dell'Europa) e che non passa giorno  (vedi il video qui sotto) in cui non denunci una situazione che definire difficile, anche dal punto di vista dei rapporti sociali, è un eufemismo, c'è da credergli. Le ragioni di quello che è successo a Marco Garatti e ai compagni di Emergency, secondo Arlacchi affonda radici lontane: «In questi mesi l'Afghanistan - dice - è al centro della politica americana: si discute se e quanto coinvolgere i talebani nel governo di Kabul e si prepara una jirga (assemblea) di riconciliazione forse già per maggio. Ma soprattutto ci sono le elezioni di midterm a novembre quando la nuova strategia del presidente Barack Obama varrà dei voti. L'idea che Obama ha messo in gioco è ottima: prima conquisti, poi stabilizzi e infine rilanci servizi pubblici ed economia». Se guerra deve essere, però, le vittime civili rappresentano un effetto collaterale che rischia di mantere ostile il territorio appena conquistato e che rende improponibile la stabilizzazione. Se la regione di Helmand sta al centro di questa campagna, ecco spiegata la "scomodità" di una struttura come quella di Emergency. Aggiunge Arlacchi: «Il fatto che abbiano deciso di eliminare Emergency mi fa pensare che ritengano di non farcela e che non riescano a contenere le vittime civili. Sento parlare, ad esempio, di intere campagne minate dalla Nato per impedire il ritorno dei talebani, ma la cosa non fa certo guadagnare appoggi tra la gente che in quelle campagne deve vivere. Qual è il posto migliore per contare le vittime delle mine o delle bombe nella fase due e tre della riconquista "obamiana" di Helmand? L'ospedale, ovvio. Emergency è l'unico osservatore presente che denuncerebbe il fallimento della strategia Usa e quindi va eliminato prima che possa far danni all'immagine di un successo di cui la Casa Bianca ha assoluta necessità».
E intanto in Italia il Governo continua ad occuparsi della cosa con un sospetto degno di miglior causa. Con un atteggiamento che abilita tanti piccoli epigoni, come la maggioranza in seno al Consiglio provinciale di Brescia, a bocciare una mozione di solidarietà generica nei termini e innocua nei contenuti: che dirà il cittadino bresciano doc, Marco Garatti fino ad ora unanimamente riconosciuto fra i benemeriti della città (solidarietà piena, ad esempio, dall'Ordine dei medici e dall'ex ospedale dove ha mosso i primi passi da professionista). Bella figura, bella autonomia di pensiero, grande difesa dei "bresciani del fare" nella terra di tanti missionari laici e religiosi.

E in tema di brutte figure da leggere è il fondo che Franco Venturini dedica al giallo di Kabul sulla prima pagina del Corriere. Il titolo è "Garantisti sempre". Un titolo chiaro per invocare un coraggio che, lo scrivevamo ieri, il Governo italiano non ha avuto.





"Non c'è più rispetto neanche per gli ospedali" Gino Strada




lunedì 12 aprile 2010

Edmondo Berselli: il curioso cantore di una società che cambia. Addio al giornalista timido e onesto

Se n'è andato Edmondo Berselli un giornalista timido e capace che ha scritto di politica, televisione e, soprattutto, ha raccontato la società italiana che cambia con rara maestria.
Per ricordarlo prendo in prestito e condivido con voi due ritratti di chi lo ha conosciuto e frequentato.
Dal blog di Vittorio Zucconi: "Una voce poco fa"

"Il mondo del giornalismo, anche quello italiano, è pieno di persone intelligenti, di ottime penne, di gente colta e di professionisti onesti, ma è la combinazione degli ingredienti che scarseggia. Con Berselli se ne è andato un giornalista intelligente, bravo, colto e onesto, proprio quando ne avremmo più bisogno, in questa fase di cortigiani della penna e del video e di eunuchi dell’ informazione. Come si dice dalle nostre comuni parti, nella provincia modenese, Adìo Edmànd".


Andrea Scanzi su La Stampa: Ciao Eddy, cesellatore di sublimi cazzeggi e adorabili tiri mancini

Questo è il piccolo ricordo di Edmondo Berselli che trovate nel giornale di stamani. Una piccola cosa per un grande amico. Che mancherà. A tutti.


Edmondo Berselli detestava i guru e la seriosità. Per questo non è mai andato d’accordo con i santoni della sinistra e la pletora di venerati maestri, più volte e goduriosamente sbertucciati. Inizialmente metteva inizialmente soggezione. Ne sa qualcosa Andrea Rivera. Eddy (noi lo chiamavamo così e a lui piaceva) se lo trovò premiato a Forte dei Marmi, nella rassegna per la satira. Non era d’accordo e, durante la conferenza stampa, se la prese con la sua parlata romanesca. Bastò una frase: “Per favore, Rivera, si esprima in italiano”. Risero tutti. Tranne Rivera.
Si sforzava di apparire cinico, ma non lo era. Lo muoveva una curiosità bulimica. Ecco perché ogni suo libro è gioiosamente incasinato. Tiri mancini su tiri mancini, da gran fantasista qual era. E chissà perché lo hanno sostituito così presto.
Le cose di cui amava parlare di più erano Lucio Battisti e la sua labrador. Se volevi provocarlo, bastava citargli i cantautori. Lui, a casa sua, prendeva la chitarra e sorrideva. Lodava l’era pre-68, si lamentava perché Shapiro gli faceva fare tardi (“Quello vive ancora da rockstar ma io no”) e si vantava che “i Pooh hanno suonato in casa mia” (ben sapendo che l’avrei mitragliato, citandogli oscuri gruppi islandesi).
Un altro suo must erano gli sms con cui, al mattino, ti tirava le orecchie se avevi usato parole come “topos”: “Non c’è bisogno di far sapere a tutti che hai studiato il greco”. Oppure l’aggettivo anteposto al sostantivo. Collezionava idiosincrasie e te le passava. Così: per osmosi.
Non tuttologo: onnivoro. Sublime e virtuoso – mai lezioso - cesellatore di altissimi cazzeggi. Lucido osservatore di un’Italia alla deriva. Aveva per bussole la compagna Marzia, gli amici (Beppe Cottafavi su tutti), la scrittura. Modena. E Liù. La sua labrador. La adorava, ma detestando lo stereotipo del “padrone di cani” ricominciava a fare il burbero. Si imponeva di non darle troppo da mangiare, di non imboccarla da tavola. Ti citava perfino Saussure (lo citava sempre, Saussure) pur di far credere che lui non stava parlando “solo” di un cane. Era la sua corazza finta. Noi la conoscevamo. Ci piaceva. E sorridevamo. Lui con noi".

Requiem...



Caso Emergency e il coraggio che il Governo non vuole avere

Dove è finita la presunzione di innocenza? Viene da chiedersi questo leggendo alcune dichiarazioni di esponenti di Governo e della maggioranza davanti allo strano caso degli operatori di Emergency arrestati in Afghanistan con le accuse di terrorismo.
Basterebbe la metà della determinazione con la quale quegli stessi esponenti di governo difesero, nella primavera del 2004, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Fabrizio Quattrocchi, i quattro dipendenti di una compagnia di sicurezza privata rapiti in Iraq da sedicenti "Falangi verdi di Maometto". Basterebbe anche la metà del vigore e della veemenza, della certezza che si tratti di un complotto, con la quale qui in Italia si difendono esponenti politici inquisiti dalla magistratura italiana. Così va il mondo in una classe politica in cui i valori espressi dalle persone e il grado di appoggio dato a questi valori sono ritenuti direttamente proporzionali alla sintonia ideale con il proprio scheramento.
Sentire Alfredo Mantica, sottosegretario agli esteri nutrire perplessità sull'operato di Emergency a Kabul e dintorni ed esternarle in un momento tanto delicato vuol dire aprire il "fuoco amico" (amico nel senso che un ministero degli esteri dovrebbe tutelare gli italiani in giro per il mondo - anche il più bieco narcotrafficante - per garantire il rispetto di quei diritti di cui gode nella sua nazione) contro una organizzazione certo scomoda ma non per questo meno riconosciuta per il proprio impegno umanitario. Vuol dire consumare un regolamento di conti politico (e Maurizio Gasparri anche questa volta è un killer con il bazooka) con Gino Strada sulla pelle della cooperazione, magari poco allineata, ma pur sempre un'eccellenza italiana, sulla pelle dei famigliari dei tre fermati che denunciano i silenzi delle nostre autorità.
Capisco le cautele diplomatiche, ma sono meno comprensibili i balbettii di un ministro come Frattini che nella sua curiale presa di posizione di ieri dopo le presunte (oggi smentite) confessioni sembra quasi voler alimentare un dubbio, tenere vivo un sospetto. Avrebbe potuto dire le stesse cose con un altro taglio, con altra determinazione. Ripeto, con la metà del piglio risoluto con cui, in altre occasioni ci si è affrettati a tessere le virtù eroiche di quanti si trovavano, sia pur con qualche distinguo, in situazioni abbastanza simili.
A maggior ragione se - come ci informa una "infiltrata" nei Servizi segreti come Fiorenza Sarzanini sul Corriere di oggi - l'intelligence di casa nostra teme che tutta questa storia sia una trappola che affondi le sue radici addirittura nella mediazione fatta da Emergency nel 2007 per la liberazione dell'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo. "Gli 007 escludono - cito testualmente dall'articolo della Sarzanini - che i tre sanitari catturati abbiano nascosto le armi all'interno della struttura o che abbiano partecipato a un complotto contro il governatore della provincia di Helmand. Ritengono che possano essere rimasti vittima di una trappola o addirittura di una ritorsione".
Ci si sta avventurando in un percorso insidioso dal quale - dicono gli esperti - non si uscirà troppo presto. Ma proprio per questo che senso ha, se a Kabul si seminano mine per rendere la vita difficile ad Emergency e indurla a pagare un riscatto ideale fatto di silenzi e sorrisi accondiscendenti verso il potente di turno, che in Italia si giochi a lanciare le granate?
E la politica bellezza, direbbe qualcuno? A me sembra solo la fiera della barbarie.

"Una guerra ad un ospedale" di Gino Strada



"La storia di Emergency" - Ma vi sembrano terroristi?



LEGGI IL DOSSIER: "La guerra di Helmand" da Peace Reporter

domenica 11 aprile 2010

Liberate Marco Garatti e gli uomini di Emergency

"Faccio l'unica cosa che apparentemente sono capace di fare nella vita: aggiusto pezzi di uomini"
Marco Garatti
Ho intervistato Marco Garatti quando ancora il suo impegno con Emergency si districava tra aspettative dal lavoro in corsia all'Ospedale S.Orsola di Brescia e un futuro promettente verso le nuove frontiere della chirurgia epatica. Ne ho raccolto le aspettative, il senso di una vocazione per un lavoro duro e per una testimonianza laica dalla parte dell'uomo e contro la guerra.
Insomma ho raccolto abbastanza elementi per dire che l'arresto di Kabul insieme a due colleghi di Emergency e le accuse di aver complottato un attentato terroristico puzzano castello costruito ad arte da qualche servizio segreto che ha tutto l'interesse a far tacere una voce scomoda come quella dell'organizzazione fondata da Gino Strada. Quindi non mi resta che accomunare questo blog all'appello che fanno in tanti a Brescia come in Italia: "Liberate Marco Garatti e gli uomini di Emergency".

Segui la vicenda su:
Peace Reporter
Emergency



MARCO GARATTI PARLA QUI DELLA SUA ESPERIENZA: PeaceReporter - video

venerdì 9 aprile 2010

Integrazione, culture e letteratura: un'amica in finale

Ricevo dall'amica Simone Silva la notizia che un suo racconto intitolato "Lettera postuma a mia madre" è tra i dieci finalisti del concorso "Lingua Madre - racconti di donne straniere in Italia" nell'ambito del Salone internazionale del libro che si svolgerà a Torino dal 13 al 17 maggio. Il racconto, dopo che la valutazione di una giuria di esperti ha scelto tre vincitori e altrettanti premi speciali, è sottoposto al vaglio di una giuria popolare. Chiunque ora può dare il suo voto esprimendo una preferenza via mail all'indirizzo   giuriapopolare@concorsolinguamadre.it.
Potete leggere cliccando qui i racconti finalisti e qui sotto potete sfogliare quello di Simone Silva, un toccante ricordo che unisce affetti famigliari, amore per la propria terra (il Brasile) e per la nuova vita qui in Italia.
Buona lettura.

Politicamente scorretto: metti una moschea nel poligono di tiro

Curiosando fra le notizie di esteri sono incappato in questa che mi sembra curiosa: Gran Bretagna, polemiche per l'uso di sagome di moschee nei poligoni di tiro. Ne da notizia Peace Report che riferisce delle proteste di una associazione islamica e la richiesta di scuse all'esercito per l'uso che viene fatto durante le esercitazioni di sagome di moschee nei poligoni di tiro e nei campi di addestramento. "Si crea una percezione sbagliata dell'Islam" dice l'associazione religiosa. Come si difende l'esercito? Leggi qui sotto:
Un'organizzazione islamica britannica, il Bradford Council for Mosques (Bmc), ha chiesto le scuse dell'esercito britannico, dopo la rivelazione che nel poligono di tiro di un campo del North Yorkshire sarebbero riprodotte alcune sagome di moschee.
Il ministero della Difesa ha replicato che non c'è alcuna intenzione di offendere la religione musulmana. Nel campo di addestramento tra Bellerby e Catterick, ci sono in effetti sette strutture che riproducono edifici tipici dei paesi islamici.
Il Bmc accusa l'esercito di diffondere una percezione negativa dell'islam, peraltro proprio nel momento in cui viene condotta una forte campagna di reclutamento tra i cittadini musulmani. Un portavoce della Difesa ha spiegato che il poligono è stato allestito per i soldati destinati alla guerra in Afghanistan, con l'intento di "riprodurre l'ambiente dove saranno impiegati".

giovedì 8 aprile 2010

Giornali e poteri forti: una bella lezione

Sfogliando il Corriere della Sera di ieri (scusatemi se la segnalazione vi arriva con 24 ore di ritardo) vorrei evidenziare due notizie che riguardano il modo di fare giornalismo. La prima arriva da Parigi e ha una doppia faccia. Il presidente francese Sarkozy fa licenziare due giornalisti che sul sito del Journal du Dimanche avevano parlato del presunto tradimento reciproco del presidente e della consorte Carla Bruni. Sarkozy, alzando il telefono e parlando con l'editore amico Arnaud Lagardère, ha compiuto l'eccidio dando prova di un efficentismo nel quale Berlusconi continua a fare cilecca sin dal lontano 2002, con il famoso editto bulgaro contro Biagi, Santoro e Luttazzi. Prendendo atto che tra politica e giornalismo, soprattutto quello che manifesta un minimo di autorevolezza e indipendenza,  il rapporto è internazionalmente difficile, l'articolo di Cazzullo ci ricorda però anche che lo spietato Sarkozy deve comunque far fronte a media che non gli fanno sconti, evidenziando promesse non mantenute e nepotismo strisciante (come quando tentò di insediare il figlio 23enne alla presidenza della Defènse). I soliti comunisti? No e non solo, anche Le Figaro (quotidiano della destra francese) o le principali reti televisive non certo in mano alla sinistra gliele hanno cantate ad ogni passo falso.
E in Italia? Verrebbe voglia di lasciar perdere i paragoni se a pagina 14 dello stesso Corriere (quella dedicata a Idee&opinioni) non vi fosse un commento di due colonnine siglato f.de b.. Cinquanta righe del direttore Ferruccio de Bortoli con un titolo asettico ("Prezzi della benzina, il "Corriere" e la reazione dei petrolieri") ma con un contenuto che ha il sapore di una vanga sparata sui denti. Il tema è la corsa del prezzo della benzina e una lettera piccata del presidente dell'Unione petrolifera Pasquale De Vita al quotidiano milanese definita da De Bortoli "sgarbata nella forma e contraddittoria nei contenuti". Se l'Unione definisce infondate e strumentali le polemiche sui rincari, De Bortoli mette in riga il suo presidente (definito "da troppi anni alla guida dell'associazione" e non nuovo "a simili performance"), reo di scambiare "(anche negli incolori anni trscorsi all'Eni) il diritto di informazione per una fastidiosa accisa che grava sull'universo, splendido e intoccabile, dei suoi associati". Non so, nel panorama dei "poteri forti", come si collochino i petrolieri italiani, certo che non mi sembra siano nelle ultime posizioni. Nonostante ciò De Bortoli, spiegando e difendendo il lavoro del suo giornale, rivendica con autorevolezza un'autonomia che è sempre più una merce rara nell'editoria italiana. "L'Unione petrolifera minaccia querele? Le faccia - scrive -. Se invece, come lo sono molti dei suoi associati, vuole dimostrarsi più attenta alle esigenze dei consumatori di quanto non lo sia il suo presidente e vorrà accettare un franco e rispettoso confronto pubblico sarà la benvenuta. Altrimenti dovremo concludere che finchè c'è De Vita non c'è speranza".
Bravo De Bortoli, ci hai dato una bella lezione di giornalismo. A quando - dirà qualcuno che forse si sarebbe già genuflesso alla corte di De Vita - tanta determinazione anche con banche e imprenditori che compongono il patto di sindacato del Corriere? Per ora accontentiamoci di questa primo spunto, perchè l'esordio mi sembra convincente.  

martedì 6 aprile 2010

La storia di Pasqua: a Tiberiade la pesca non è più miracolosa

Quale è la vostra storia di Pasqua? Io l'ho trovata sul Corriere della Sera del 4 aprile, giorno di Pasqua, appunto. E' la notizia che parla dello stop della pesca sul lago di Tiberiade (nella foto): una moratoria di due anni per permettere il ripopolamento di quello che da queste parti è come il branzino e l'orata per la laguna di Orbetello: il Sarotherodon, meglio noto con il nome di San Pietro. Sì, proprio come l'apostolo pescatore che divideva questa nobile professione con Giovanni, Giacomo e Andrea e che su questo lago (principale fonte idrica di Israele, che per questo ha ridotto il fiume giordano ad un fosso melmoso) era di casa.
Una catastrofe per gli abitanti della zona, una notizia per i giornali di mezzo mondo e per molti, nel giorno di Pasqua, l'occasione per ripassare un po' di Sacra scrittura: dalla pesca miracolosa alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Leggi qui "Tiberiade, nel lago dei Vangeli non si pesca più"