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mercoledì 24 novembre 2010

Carcere i miracoli della letteratura


Anche ammanettato, puoi rubare
se non altro
le innocenze



A chi è rimasto
ho rubato
le lame oblique
del sole d'ottobre
A chi è rimasto
ho rubato
gli anni di sorrisi sciocchi
tutte le saggezze degli errori
A chi è rimasto
ho lasciato 
come prigione il mondo
e me ne sono andato
Io piccolo re
di queste fortezze,
che non mi appartengono
A chi è rimasto
 Luca  Denti



La letteratura può fare miracoli. Se lo dice uno come Ernesto Ferrero, scrittore, anima del Salone del Libro di Torino, uno che apre il suo sito con una domanda "E' possibile cambiare il mondo con i buoni libri?", c'è da dargli fiducia. Se la riflessione, arriva da un luogo insolito come un carcere, davanti ad una platea di detenuti, l'ipotesi di lavoro è quasi un moto rivoluzionario. Come rivoluzionaria è quella signora minuta che gli siede accanto, ha superato gli ottanta ma la tenacia è quella di una giovane in carriera, si chiama Lucia Casalini ed è la vedova di Emanuele Casalini, un professore di letteratura che ha voluto portare la cultura, come condivisione e crescita comunitaria, in un supercarcere come quello di Porto Azzurro.
A Emanuele Casalini è intitolato un premio letterario nazionale per detenuti che ieri è approdato a Brescia al carcere di Verziano per le premiazioni. Così dal presidente della giuria, Ernesto Ferrero, sono arrivate parole di speranza, segnali che attraverso la letteratura si può crescere insieme, ci si può emancipare, ci si può riscattare. E ciò che sorprende, sfogliando il volume che raccoglie i vincitori e i segnalati dell'edizione 2010, è trovare prose mature, liriche interessanti e storia che vale la pena raccontare. Come quella dell'ex sub finito nel carcere di Bari che bissa il successo dello scorso anno con un altro racconto di mare, con un'altra struggente  "evasione" della mente verso le coste antistanti l'Albania, oppure con la storia dell'ergastolano che a vent'anni, nel '91, fu condannato per un duplice omicidio e che nel 2009 è riuscito ad ottenere la revisione del processo e l'assoluzione dalla Corte d'assise di Messina, oppure, ancora, con i pensieri dell'ex mago delle false fatturazioni e delle frodi fiscali chiamato a far nuovamente di conto, ma con la Giustizia, e che qui, in carcere, si scopre scrittore.
Parole che aiutano ad essere liberi, ad aspirare ad una libertà più matura, ad apprezzare valori veri e non ricchezze effimere, mondi deviati. Parole che aiutano al confronto, aiutano a crescere a mettersi in relazione con gli altri.
Parole che riescono a costruire un ponte tra fuori e dentro, così come l'iniziativa proposta a margine del Premio Casalini dall'associazione bresciana Carcere e Territorio, che ha invitato gli studenti a scrivere di carcere ottenendo riflessioni interessanti, metafore intriganti, storie che fanno diventare adulti.
Qualcuno, si è detto ieri, ha già trovato dove pubblicare le sue opere, altri, forse, lo faranno in seguito. Per tutti le pagine di un libro sono come ali: riescono a dare una libertà fino a quel momento insperata. La libertà dettata dalla consapevolezza di costruire uomini migliori.




L'altra libertà edizione 2009

martedì 23 novembre 2010

Strage di Brescia... "vieni via con me" Italia dei misteri

Fugace, toccante. Intima. Manlio Milani ha letto ieri da Fazio e Saviano i nomi delle vittime della Strage di piazza della Loggia, i nomi di quelle anime senza pace. E come se l'Italia, quella seduta in salotto, fosse arrivata in Piazza Loggia, avesse ascoltato attonita il suono sordo della bomba, quella deflagrazione che scuote ancora dal di dentro nonostante siano passati 36 anni; si fosse messa davanti a quella stele, a quella colonna sbrecciata e avesse letto quegli otto nomi, avesse tentato di immaginare quelle otto storie di insegnanti e pensionati, avesse tentato di immaginare, 36 anni dopo, come sarebbero le loro vite se non fossero state spazzate via dalla schegge della bomba, se non fossero state vilipese, nel corso dei decenni, da una verità sempre incompleta, da silenzi istituzionali e dall'incapacità di una nazione di fare i conti con  i propri fantasmi.





1. Giulietta BANZI BAZOLI, anni 34, insegnante
2. Livia BOTTARDI MILANI, anni 32, insegnante
3. Clementina CALZARI TREBESCHI, anni 31, insegnante
4. Alberto TREBESCHI, anni 37, insegnante
5. Euplo NATALI, anni 69, pensionato
6. Luigi PINTO, anni 25, insegnante
7. Bartolomeo TALENTI, anni 56, operaio
8. Vittorio ZAMBARDA, anni 60, operaio

Verrebbe voglia di portarseli via, questi otto nomi, questi otto volti, da questa Italia che ancora non vuole capire, che fa finta di non capire, che fa finta di cercare altrove colpe che altrove non sono.
Verrebbe voglia di dire "vieni via con me", via dall'Italia dei misteri e delle ingratitudini, da quell'Italia che sotto sotto crede ancora che, se eri in piazza quel giorno, forse un po' te la sei cercata.
Ma io resto, resto per gente come Manlio Milani e per quanti come lui lavorano per tenere viva la memoria, per una nzione che non conosca altri drammi come quelli degli anni '70.
Resto perchè nel '74 avevo 11 anni, oggi ne ho 47 è quei nomi mi sono entrati dentro, come se fossero parenti. Forse sono parenti di tutti noi che crediamo in un'Italia migliore.
Quella che sa onorare i morti, rispettare ed appagare la voglia di giustizia e verità dei vivi. Quella che non vorrebbe dire mai "vieni via con me".

domenica 21 novembre 2010

Strage: lettera aperta di Milani dopo la sentenza

Condivido con voi questa lettera aperta che Manlio Milani, presidente dei famigliari dei caduti nella Strage di piazza Loggia, ha indirizzato ad Alfredo Bazoli, figlio di Giulietta Banzi Bazoli, una delle vittime. Alfredo, oggi avvocato ed esponente del Pd bresciano, aveva quattro anni quando la madre morì (clicca qui per leggere la sua storia comparsa nei giorni scorsi sul Sole 24Ore) e all'indomani della sentenza di assoluzione ha avuto parole indignate nei confronti dell'onorevole Viviana Beccalossi (Pdl, ex An e Msi) che ha sostenuto che le indagini sulla Strage non hanno portato mai a nulla di concreto perchè hanno indagato sempre e solo a destra. La lettera di Manlio Milani è comparsa oggi sul quotidiano Bresciaoggi. Mi sembra un utile contributo al dibattito che si è sviluppato dopo la sentenza di assoluzione arrivata a 36 anni dai fatti.


Alfredo Bazoli e Manlio Milani
(al centro della foto)
 Caro Alfredo,
mi ha colpito la tua indignazione per le frasi pronunciate dall’on. Viviana Beccalossi, soprattutto perché tendenti a non riconoscere i fatti storici, così come sono avvenuti e dentro i quali si colloca la strage di Piazza della Loggia. Una indignazione che contrasta con la tua abituale riflessività.
Sono andato a leggere il verbale di quanto dichiarato alla Camera dall’on. Beccalossi: ne sono rimasto sconcertato, amareggiato profondamente, tanto più perché dette nel luogo che è il cuore di quelle Istituzioni rappresentative che il 28 maggio 1974 Giulietta, Livia, Clem, Alberto, Luigi, Euplo, Vittorio, Bartolomeo assieme a migliaia di cittadini bresciani, si ritrovarono in Piazza Loggia per difenderle dalla violenza neofascista.
Sconcertato non tanto per il richiamo da Lei fatto: che venga fatta giustizia..anche a tutti coloro che per 36 anni hanno dovuto convivere con’un ombra sulla testa, quasi come se fossero tutti responsabili. In proposito vorrei ricordare che all’epoca della prima inchiesta molte parti civili e ampi strati della società bresciana contestarono immediatamente i limiti “localistici” di quell’indagine, e ne denunciarono i metodi inquisitori messi in atto per darci dei colpevoli e non i colpevoli.
Un’indagine che in questo processo è diventata una sorta di corpo del reato (e ho ben presente i drammatici racconti fatti in aula da chi, allora, subì quell’indagine) e che deve aver avuto il suo peso se l’allora indagatore cap. Delfino è stato oggi assolto per insufficienza di prove dal reato di concorso in strage.
Perché è bene ricordare che l’assoluzione dei cinque imputati per insufficienza di prove ci dice che quanto si è formato nel dibattimento non è stato sufficiente, a parere della corte giudicante, per poter condannare “oltre ogni ragionevole dubbio”. Ed è tragicamente amaro constatare che se molte delle documentazioni oggi note non fossero state tenute nascoste agli inquirenti nel 1974 (e in questo processo sappiamo che così è stato testimoniato) la vicenda processuale su Piazza Loggia avrebbe avuto ben altri risultati.
Sconcertato, dicevo, laddove l’on. Beccalossi sottolinea che nessuna delle stragi degli anni Settanta ha avuto giustizia, quindi, richiamando la sentenza di questi giorni, critica aspramente l’on. Paolo Corsini quando dice che il teorema di una strage di destra su piazza Loggia sia ancora valido, per poi concludere che: Probabilmente, se per trentasei anni non avessimo insistito a seguire le indagini solo in una direzione, oggi, la verità sarebbe più vicina per tutti i bresciani.
In sostanza, la richiesta perché in questo momento si ricordino…anche coloro che, seppur non fisicamente, sono caduti su finte verità, serve (mi auguro non consapevolmente), all’on. Beccalossi per falsificare le verità storiche ormai da tempo acquisite, vale a dire : che le stragi di quegli anni, da piazza Fontana in poi , hanno come “marchio di fabbrica” (Giampaolo Zorzi, sentenza-ordinanza 23.5.1993) la destra eversiva (non la destra tout court) che ha agito in collusione con uomini degli apparati istituzionali che anziché difendere le istituzioni, hanno tramato contro di esse in nome di un viscerale anticomunismo, vero collante ideologico per questi gruppi eversivi. Basterebbe leggere le sentenze su Piazza Fontana, Questura di Milano, Peteano, Piazza Loggia, Italicus, Bologna per trovare conferma di tutto ciò.
Certo, di queste stragi molte non hanno giuridicamente visto sancire le responsabilità individuali. Ma la funzione ultima del processo è appunto quella di verificare le responsabilità o meno dei singoli, e giustamente laddove non si sono ritenute sufficienti le prove per una condanna si è assolto.
Un principio che non annulla, ci dicono le motivazioni delle sentenze, che quelle stragi, sono state pensate da quelle espressioni politiche – destra eversiva - e da esse realizzate in quanto strumenti di violenza finalizzati a creare caos e paura nel paese per poter giustificare un mutamento istituzionale della nostra democrazia. E tutto questo, piaccia o no all’on. Beccalossi, ha trovato conferma non solo nel corso del dibattimento processuale, ma si è riflesso nel dispositivo della sentenza odierna. E sono certo che le sue motivazioni non potranno che ribadire, come in passato, tutto ciò.
Questo episodio, e mi auguro resti isolato, sottolinea però che se vogliamo che il Paese sappia raggiungere, su quegli anni, una verità e una memoria storica comunemente riconosciuta essa ha bisogno che quanto appurato in sede giudiziaria, e non solo, venga appunto riconosciuto e accettato, anche quando è in contrasto con i propri convincimenti.
Per quanto ci riguarda, noi le sentenze le abbiamo accettate e rispettate e da lì siamo sempre ripartiti per portare avanti la ricerca della verità e della giustizia che non riguarda solo noi ma l’insieme del paese. Un principio che teniamo come fermo punto di riferimento convinti che questo sia il modo migliore e più serio per non dimenticare chi si è sacrificato per tutti noi, nessuno escluso.
Ciao e a presto
Manlio Milani

venerdì 19 novembre 2010

Strage di Brescia: ripassiamo la storia e cerchiamo di voltare pagina

Più passano i giorni più mi convinco che una sentenza diversa al processo per la Strage di Piazza della Loggia avrebbe potuto contribuire ad aprire un percorso nuovo di riflessione su quegli anni. Quella assoluzione ha ucciso la speranza: la speranza di poter voltare pagina, puntualizzare alcune verità e iniziare un percorso nuovo di confronto sulla storia di quegli anni bui. Invece siamo ancora qui a discutere delle infelici affermazioni ("infelici" è chiaramente un eufemismo) di un parlamentare come Viviana Beccalossi che ha spiegato nell'aula della Camera come i risultati dell'inchiesta su piazza della Loggia siano stati tanto scarnI perchè si è indagato solo a destra.
I pubblici ministeri e Manlio Milani (a destra in secondo piano)
Siamo qui ancora a confrontarci con chi fa finta di non sapere, con chi nega l'unica cosa certa di queste indagini  (le bombe degli anni '70 sono maturate negli ambienti della destra neofascista con appoggi e strumentalizzazioni dei servizi segreti deviati), con chi non rende giustizia allo sforzo di far finire nella terza inchiesta di Brescia come corpo del reato le prime indagini condotte sulla Strage che avevano mandato in  carcere esponenti della destra locale poi ampiamente scagionati.
Affermazioni come queste ci dicono solo una cosa: come sia ancora lungo il cammino per superare le contrapposizioni di parte, dare pace ai caduti, giustizia ai famigliari delle vittime e portare un po' di luce, serenamente, nella nebbia di quegli anni, tra le veline dei servizi, le reticenze, i silenzi, le strategie da guerra non convenzionale. Ne parlavamo giusto ieri in una trasmissione tv ("Retrogusto" su Brescia Punto Tv, programma condotto dal collega Marco Bencivenga) con Manlio Milani, il presidente dell'associazione caduti di Piazza Loggia, che da decenni si batte per avere giustizia, ma anche per poter far chiarezza su quegli anni difficili. Un periodo del quale si è sempre ragionato vedendo la questione da fronti opposti (basti dire che la Commissione di inchiesta sulle Stragi, da qualche anno prematuramente, inspiegabilmente e silenziosamente scomparsa dagli organismi parlamentari, non è mai riuscita a produrre una relazione finale condivisa da tutti gli schieramenti) con moti talvolta negazionisti e con uno spirito di rivalsa mai sopito.
Lo stesso spirito che sembra riafforato con prepotenza nelle affermazioni, fuori luogo e fuori tempo, dell'onorevole Viviana Beccalossi (oggi Pdl, ieri An, l'altro ieri Msi), che sarà stata pure isolata da molti colleghi di partito, ma che potrebbe rappresentare un sentire tutt'altro che marginale. Ecco perchè un esito diverso della sentenza sulla Strage di Piazza della Loggia (le motivazioni del verdetto diranno perchè spazi per risposte diverse non c'erano), avrebbe tolto alibi alle contrapposizioni politiche, avrebbe tagliato l'erba sotto i piedi ad interpretazioni di parte, avrebbe fissato verità giudiziarie propedeutiche e indispensabili ad un sereno e schietto confronto con la storia. Lo attendevano in molti, ora sarà tutto più difficile. Anche se con un buon ripasso della storia e un po' di serenità in più voltare pagina si può.

APPROFONDIMENTI

LEGGI QUI L'EDITORIALE DI MICHELE BRAMBILLA SU LA STAMPA DAL TITOLO: "STRAGI ITALIANE, L'IGNORANZA DEI NEGAZIONISTI"

LEGGI QUI IL RESOCONTO STENOGRAFICO DEL DIBATTITO ALLA CAMERA SULLA STRAGE DI PIAZZA LOGGIA CON L'INTERVENTO DI VIVIANA BECCALOSSI




DA PIAZZA LOGGIA A BOLOGNA, DOCUMENTI PER NON DIMENTICARE

mercoledì 17 novembre 2010

Processo Strage: l'ultimo insulto alla città ferita

(piazza Loggia: foto da Facebook)
Posto, a beneficio dei lettori di questo blog (spero che quelli bresciani l'abbiano già letto acquistando il giornale...), il mio commento sulla sentenza di assoluzione per la Strage di piazza Loggia, pronunciata ieri pomeriggio dalla Corte d'assise di Brescia, pubblicato nell'edizione odierna di Bresciaoggi. Una riflessione che mi pare giusto condividere con voi.

 L'ULTIMO INSULTO ALLA CITTA' FERITA.
Cosa resta dietro le lacrime dei famigliari delle vittime della Strage di piazza della Loggia, dietro il volto dolente di Manlio Milani, dietro gli occhi lucidi, dietro la rabbia soffocata, il pugno serrato, lo stupore nascosto a fatica in quell’aula di Palazzo di Giustizia? Cosa resta dietro le parole asciutte del giudice Enrico Fischetti, dietro quell’ «assolve» scandito a voce alta perchè non lasciasse fraintendimenti, dietro quel «articolo 530 secondo comma» (tecnicamente sta per prova insufficiente o contraddittoria), che ai profani può suonare come un «vorrei ma non posso» e ai più smaliziati come un verdetto che ha del pilatesco?
Già, cosa resta di 36 anni di impegno e speranze, di un processo durato 24 mesi, di una giustizia invocata ad ogni 28 maggio con caparbietà e fuor di retorica e di una risposta che con è mai arrivata?
Resta innanzitutto un grande vuoto, quel vuoto che in tanti ieri pomeriggio speravano di colmare, quella voglia di rendere onore agli affetti più cari, a mogli, fratelli, madri e padri. «È 36 anni che aspetto questo momento» diceva ieri pomeriggio una delle parti civili mentre si faceva largo fra cameramen e giornalisti che affollavano l’aula. Trentasei anni di speranze, che due paginette di dispositivo gli hanno sbriciolato tra le mani con una furia e una determinazione, che a molti sono suonate come un insulto. Un insulto alla memoria, un insulto ad una città ferita.
Cosa rimane di questa assoluzione che fa già gridare allo scandalo, anche se l'epilogo non giunge totalmente inaspettato? Rimane lo smarrimento di una città che non ha mai perso la speranza, che ha lavorato per tenerla viva, che ha investito sulla memoria come si investe sul futuro, che ha difeso con tenacia i progressi di un’inchiesta, che ha cercato la verità in mezzo mondo. Come dimenticare le iniziative parlamentari per modificare il codice di procedura penale dando ai magistrati bresciani più tempo per indagare? Come scordare le trasferte in Sud Africa della commissione parlamentare di inchiesta sulle Stragi per ascoltare il generale Gianadelio Maletti, o il faccia a faccia a Tokio tra Delfo Zorzi e Manlio Milani? Come non parlare dello sforzo di uomini e di mezzi per digitalizzare tutti gli atti dell’inchiesta consegnando alla storia un modello virtuoso in una giustizia che pare votata all’agonia perenne? Lo sforzo di una città, almeno per una volta, serenamente bipartisan, nella consapevolezza che il dolore per quella bomba è il dolore di tutti, così come lo sgomento dipinto ieri sulla faccia del sindaco Adriano Paroli e l’abbraccio dell’assessore Paola Vilardi a Milani sono l’affetto e lo smarrimento di una Brescia che per un giorno non ha colori se non quelli della rabbia.
Cosa rimane di questo verdetto che sembra un atto di incolpazione verso i silenzi e le assenze che hanno costellato le 166 udienze? Rimangono le macerie di uno Stato incapace di dare risposte esaurienti sugli anni più bui della sua storia, di tributare il giusto onore ai morti e di colmare la sete di verità dei vivi. Resta la consapevolezza di un’Italia che continua a non voler voltare pagina, che preferisce il segreto di Stato alla trasparenza, lo schiaffo alle vittime ad un percorso di riconciliazione.
«Abbiamo fatto il possibile» rifletteva ieri un legale di parte civile cercando di lenire lo sconforto che aveva attorno a sè. Ma forse in questa terribile storia, in questi 36 anni di processi, assoluzioni e polemiche, occorreva l’impossibile. Quell’impossibile che forse solo uno Stato maturo, capace di fare i conti con il suo passato di sangue, poteva dare.
Cosa resta dunque di questo pomeriggio di sconforto, annegato dalla pioggia? «L’inchiesta ha avuto almeno il pregio di ricostruire alcuni fra gli anni più terribili del Paese» ha sostenuto qualcuno quasi a volersi rinfrancare, nel deserto lasciato dalla sentenza, con l’ultima goccia di consolazione. Forse a Brescia ieri si sarà anche costruito la storia, ma si è sepolta la speranza. Una speranza chiamata verità.
Marco Toresini
(da Bresciaoggi di mercoledì 17 novembre 2010)

Strage di piazza Loggia: dopo il verdetto, tra verità e testimonianza

Manlio Milani al processo (guarda la fotogallery su la Stampa.it)
Confesso: non mi aspettavo grandi cose ieri nell'aula della Corte d'Assise di Brescia chiamata a pronunciarsi sulla Strage di Piazza della Loggia. Ho iniziato a scrivere di cronache giudiziarie più o meno in concomitanza con l'assoluzione degli imputati della seconda inchiesta (la pista milanese di Cesare Ferri e compagni) e le indagini sulla Strage mi hanno accompagnato (talvolta esaltato per i risultati inattesi, talvolta depresso per i silenzi, per i muri di gomma e per i palesi e insultanti depistaggi) nella mia vita professionale quasi colmando, in termini di partecipazione al fatto, quell'insormontabile gap anagrafico in virtù del quale io nel '74 avevo 11 anni. Insomma, ne sapevo abbastanza per non farmi illusioni, ero pronto a salvare il salvabile a dire che forse non tutto era perduto, a sottolineare i successi di questi anni frutto dell'impegno di tanti: magistrati, famigliari, politici e amministratori. Ero pronto ad un pezzo consolatorio, a raccontare per Bresciaoggi quanto di buono questa inchiesta  aveva lasciato, a parlare di una speranza sempre viva. Non ce l'ho fatta, consapevole che avrei raccontato qualcosa fuori dal tempo. Quando in aula il giudice Enrico Fischetti ha pronunciato la parola assolto, quando ho incrociato il volto attonito di Manlio Milani, le lacrime della sorella, gli occhi lucidi degli amici della Casa della Memoria, i famigliari delle vittime abbandonati su una sedia sotto il peso di uno sforzo che non aveva dato risultati, ho capito che l'unico modo per parlare di speranza, era dire che la speranza era morta, sepolta sotto il peso di anni bui dai quali non ci si vuole affrancare, di silenzi dai quali nessuno ha voluto svincolarsi, nonostante siano trascorsi 36 anni e dopo tanto tempo sia giusto e doveroso voltare pagina.
Non ho potuto non condividere lo sgomento di quanti, presenze assidue in quell'aula per due anni, avevano, in fondo in fondo, ipotizzato un esito diverso di quel processo, magari con uno sforzo supplementare di interpretazione e di approfondimento da parte della Corte che, invece, ha scelto la soluzione più naturale in un caso mai giunto così vicino alla verità come in questa terza inchiesta: l'assoluzione dettata da una prova non piena e inequivocabile.
Non ho potuto non stringere la mano con un sentimento di sincera vicinanza a Manlio Milani, di cui in questi anni ho imparato a conoscere la tenacia, la mite perseveranza negli obiettivi, la costanza con la quale ha tenuto viva la memoria della moglie e delle altre vittime della Strage nelle scuole, come nei pubblici dibattiti, allargando il campo all'approfondimento su quegli anni di sangue, alla testimonianza delle altre vittime del terrorismo (e ieri a condividere lo sgomento c'era anche, e non a caso, Benedetta Tobagi, la figlia di Walter Tobagi).
Che fare? Verrebbe voglia di scrivere alla lavagna, come fanno Fazio e Saviano il lunedì sera in tv, le ragioni per cui restare e le ragioni per cui migrare. Ma poi sfogli il giornale e qualcuno ti ricorda un paio di proverbi: "La verità può languire ma non perire" e "La verità si può seppellire, ma non può morire". Rifletti e capisci che se non puoi contare su altri per affermare finalmente la verità, allora ti tocca il dovere della testimonianza. L'unico modo per renderle onore.



martedì 16 novembre 2010

Strage di piazza Loggia: aspettando la sentenza, sperando di essere in buona compagnia

Oggi pomeriggio, se le previsioni verranno rispettate, i giudici della Corte d'assise di Brescia lasceranno l'albergo  nel quale sono confinati da una settimana per la Camera di Consiglio. La lettura della sentenza è attesa per le 16, 16.30. Che verdetto aspettarsi?
Sinceramente non mi faccio troppe illusioni: i precedenti giudiziari milanesi (il processo per la strage di piazza Fontana e quello per la bomba alla Questura di Milano), attingendo nella sostanza alle medesime fonti, dopo i primi confortanti risultati, non sono stati consacrati da un verdetto di colpevolezza passato in giudicato. Così anche in caso di condanne, a Brescia  il percorso per arrivare al consolidamento di una verità giudiziaria è ancora lungo e irto di insidie. In ogni caso quello che si celebra questo pomeriggio in un'aula di giustizia è un rito alla quale la città non dovrebbe sottrarsi. Si corona, comunque vada, la volontà di questa città di fare memoria, di fare giustizia, di fare denuncia, di fare chiarezza.
In un mondo nel quale è facile dimenticare, mi piace ricordare quando il 23 maggio 1993 il giudice istruttore Giampaolo Zorzi consegnò alla città e alla giustizia bresciana una sentenza-ordinanza che chiudeva con un'archiviazione l'ultimo rivolo della seconda indagine sulla strage, ma indicava con forza e determinazione una vena lungo la quale scavare, tratteggiava quel marchio di fabbrica che, poi, con l'aiuto di qualche collaboratore di giustizia, divenne una certezza storica ad li là di ogni verità giudiziaria. E questa certezza storica sopravviverà alla sentenza di questo pomeriggio, ai tanti depistaggi, agli anni che si sono portati via molti potenziali indagati e sospettati, alla ragion di Stato che ancora oggi ha alimentato i molti, troppi, non ricordo, ai servitori dello Stato che hanno preferito il silenzio ad una autodifesa schietta è trasparente.
Comunque vada, non sarà una sentenza per vecchi, per storici e per famigliari in cerca di un posto dove lenire il dolore. Sarà una sentenza per una città che non vuole dimenticare, che vuole rinascere, che vuole trovare la strada per una riconciliazione e per una crescita collettiva.
Ecco perchè oggi pomeriggio sarebbe bello vedere in quell'aula qualche giovane studente, perchè nessuno più dica che la bomba in piazza Loggia l'hanno messa le Brigate rosse; sarebbe bello vedere il sindaco di centro destra perchè questa è una ferita aperta per tutti, così come l'assessore Andrea Arcai che sulla propria pelle ha provato, nel corso della prima indagine sulla Strage, cosa voglia dire depistaggio. Vorrei che ci fosse il Prefetto, in rappresentanza di un Stato che abbia finalmente il coraggio di far partire da Brescia quel lungo difficile cammino che porti gli italiani ad affrancarsi dai fantasmi della Strategia della tensione. Comunque vada, insomma, sarà una sentenza di speranza e carichi di speranza l'aspetteremo. Sperando di essere in buona compagnia.



lunedì 15 novembre 2010

Scesi dalla gru, l'allunaggio in una città provata

Sono scesi pochi minuti dopo le otto i quattro immigrati barricati su una gru da 17 giorni nel centro storico di Brescia. Sotto una pioggia battente, accompagnati da tanti connazionali che hanno seguito la scena da terra e dalla cronaca da "primo uomo sulla luna" dell'emittente antagonista "Radio onda d'urto", i migranti sono finiti in questura per gli adempimenti di rito, affiancati dai rispettivi avvocati, una delle conquiste ottenute in una giornata di febbrili trattative.
In redazione, seguendo le fasi della discesa dalla gru, qualcuno ha paragonato l'epilogo di questa vicenda ad un allunaggio, come se quella fosse la scaletta dell'Apollo 11 e questa buia serata di pioggia fosse quella della 20 luglio 1969. E in effetti, a giudicare dall'attesa dell'evento e dalla tensione accumulata da un'intera città in queste due settimane, sembrava proprio di stare accanto a Tito Stagno e Ruggero Orlando in quei momenti concitati che passarono alla storia dell'umanità e della televisione. In via San Faustino, più modestamente, l'allunaggio metaforico dei quattro migranti, passerà alla storia per i troppi silenzi, le tante lacune istituzionali, i teatrini di una vicenda che poteva e doveva essere risolta prima: forse con una punta di lungimiranza e sensibilità in più e qualche superbia (da parte di tutti i protagonisti della vicenda) in meno. L'allunaggio di via San Faustino, poi, ha fatto tornare con i piedi per terra chi fino ad ora ha pensato di vivere in un altro mondo: quello secondo il quale potrebbe bastare una legge mal fatta per arginare l'immigrazione, per frenare la sete di braccia straniere; quello in cui si dosano i diritti, anche quelli universalmente riconosciuti, in base al colore della pelle, all'inflessione dell'idioma. Un pianeta così non l'hanno ancora scoperto e un merito agli immigrati-astronauti della gru di Brescia bisogna riconoscerlo: aver detto anche ai più duri d'orecchio che il re è nudo, che la strada per risolvere i mille problemi dell'immigrazione è ancora lunga. E il percorso fino ad ora intrapreso dalle nostre parti è più accidentato e insidioso della superficie della luna.

La lezione della gru: la parola al buon senso

Non so come finirà la storia della gru, che ora sembra appesa al destino degli immigrati rinchiusi nei centri di identificazione temporanea, ma la ripresa della trattativa denota soprattutto la volontà di tutti di chiudere queste storia. Peccato che sotto la gru, a sporcarsi le mani, ci siano i soliti noti: il prete dei "negher" don Mario Toffari, un parroco ribelle - addirittura un "pericoloso comunista", secondo alcune anime cattoliche bresciane - come don Fabio Corazzina e sindacalisti di provata esperienza impegnati nel tentativo di ricucire ciò che altri hanno strappato, di risolvere ciò che altri non hanno saputo risolvere, abbarbicati su posizioni intrasigenti, forse (per dirla con Massimo Mucchetti sul Corriere) più per mascherare la propria incapacità di dialogo che per altro, nel nome di una legge, questo è un dato innegabile, che fa acqua da tutte le parti.
Una settimana fa, da sotto la gru, annotavo come chi ha vissuto in prima persona questa esperienza sottolineasse la mancanza di interlocutori autorevoli e mediatori capaci e il peso opprimente della politica sul buon senso. Le notizie che leggiamo oggi sui giornali ne sono la prova più eloquente. Ora, anche dopo l'ennesima serata di disordini di sabato, altri giorni su quella gru non sono più pensabili: la politica dell'assedio ha mostrato la corda, i duri e puri si devono leccare le ferite. Resta una domanda, impellente e forse un po' retorica: non ci si poteva pensare prima?

sabato 13 novembre 2010

Le lezioni della gru: i commenti




Segnalo telegraficamente sul tema degli immigrati sulla gru, due commenti apparsi oggi su Bresciaoggi e sul Corriere della Sera ad opera, rispettivamente, di Massimo Tedeschi e di Massimo Mucchetti.
Entrambi, con estrema lucidità, evidenziano i tanti limiti nella gestione di questa completa vicenda: da un pugno di ferro che non ha portato da nessuna parte a un deficit di dialogo istituzionale che ha del desolante tanto da dubitare delle capacita' di governare le criticita' di chi ci sta nelle istituzioni. Due contributi al dibattito interessanti. Da leggere per capire molte cose.