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mercoledì 17 novembre 2010

Processo Strage: l'ultimo insulto alla città ferita

(piazza Loggia: foto da Facebook)
Posto, a beneficio dei lettori di questo blog (spero che quelli bresciani l'abbiano già letto acquistando il giornale...), il mio commento sulla sentenza di assoluzione per la Strage di piazza Loggia, pronunciata ieri pomeriggio dalla Corte d'assise di Brescia, pubblicato nell'edizione odierna di Bresciaoggi. Una riflessione che mi pare giusto condividere con voi.

 L'ULTIMO INSULTO ALLA CITTA' FERITA.
Cosa resta dietro le lacrime dei famigliari delle vittime della Strage di piazza della Loggia, dietro il volto dolente di Manlio Milani, dietro gli occhi lucidi, dietro la rabbia soffocata, il pugno serrato, lo stupore nascosto a fatica in quell’aula di Palazzo di Giustizia? Cosa resta dietro le parole asciutte del giudice Enrico Fischetti, dietro quell’ «assolve» scandito a voce alta perchè non lasciasse fraintendimenti, dietro quel «articolo 530 secondo comma» (tecnicamente sta per prova insufficiente o contraddittoria), che ai profani può suonare come un «vorrei ma non posso» e ai più smaliziati come un verdetto che ha del pilatesco?
Già, cosa resta di 36 anni di impegno e speranze, di un processo durato 24 mesi, di una giustizia invocata ad ogni 28 maggio con caparbietà e fuor di retorica e di una risposta che con è mai arrivata?
Resta innanzitutto un grande vuoto, quel vuoto che in tanti ieri pomeriggio speravano di colmare, quella voglia di rendere onore agli affetti più cari, a mogli, fratelli, madri e padri. «È 36 anni che aspetto questo momento» diceva ieri pomeriggio una delle parti civili mentre si faceva largo fra cameramen e giornalisti che affollavano l’aula. Trentasei anni di speranze, che due paginette di dispositivo gli hanno sbriciolato tra le mani con una furia e una determinazione, che a molti sono suonate come un insulto. Un insulto alla memoria, un insulto ad una città ferita.
Cosa rimane di questa assoluzione che fa già gridare allo scandalo, anche se l'epilogo non giunge totalmente inaspettato? Rimane lo smarrimento di una città che non ha mai perso la speranza, che ha lavorato per tenerla viva, che ha investito sulla memoria come si investe sul futuro, che ha difeso con tenacia i progressi di un’inchiesta, che ha cercato la verità in mezzo mondo. Come dimenticare le iniziative parlamentari per modificare il codice di procedura penale dando ai magistrati bresciani più tempo per indagare? Come scordare le trasferte in Sud Africa della commissione parlamentare di inchiesta sulle Stragi per ascoltare il generale Gianadelio Maletti, o il faccia a faccia a Tokio tra Delfo Zorzi e Manlio Milani? Come non parlare dello sforzo di uomini e di mezzi per digitalizzare tutti gli atti dell’inchiesta consegnando alla storia un modello virtuoso in una giustizia che pare votata all’agonia perenne? Lo sforzo di una città, almeno per una volta, serenamente bipartisan, nella consapevolezza che il dolore per quella bomba è il dolore di tutti, così come lo sgomento dipinto ieri sulla faccia del sindaco Adriano Paroli e l’abbraccio dell’assessore Paola Vilardi a Milani sono l’affetto e lo smarrimento di una Brescia che per un giorno non ha colori se non quelli della rabbia.
Cosa rimane di questo verdetto che sembra un atto di incolpazione verso i silenzi e le assenze che hanno costellato le 166 udienze? Rimangono le macerie di uno Stato incapace di dare risposte esaurienti sugli anni più bui della sua storia, di tributare il giusto onore ai morti e di colmare la sete di verità dei vivi. Resta la consapevolezza di un’Italia che continua a non voler voltare pagina, che preferisce il segreto di Stato alla trasparenza, lo schiaffo alle vittime ad un percorso di riconciliazione.
«Abbiamo fatto il possibile» rifletteva ieri un legale di parte civile cercando di lenire lo sconforto che aveva attorno a sè. Ma forse in questa terribile storia, in questi 36 anni di processi, assoluzioni e polemiche, occorreva l’impossibile. Quell’impossibile che forse solo uno Stato maturo, capace di fare i conti con il suo passato di sangue, poteva dare.
Cosa resta dunque di questo pomeriggio di sconforto, annegato dalla pioggia? «L’inchiesta ha avuto almeno il pregio di ricostruire alcuni fra gli anni più terribili del Paese» ha sostenuto qualcuno quasi a volersi rinfrancare, nel deserto lasciato dalla sentenza, con l’ultima goccia di consolazione. Forse a Brescia ieri si sarà anche costruito la storia, ma si è sepolta la speranza. Una speranza chiamata verità.
Marco Toresini
(da Bresciaoggi di mercoledì 17 novembre 2010)

Strage di piazza Loggia: dopo il verdetto, tra verità e testimonianza

Manlio Milani al processo (guarda la fotogallery su la Stampa.it)
Confesso: non mi aspettavo grandi cose ieri nell'aula della Corte d'Assise di Brescia chiamata a pronunciarsi sulla Strage di Piazza della Loggia. Ho iniziato a scrivere di cronache giudiziarie più o meno in concomitanza con l'assoluzione degli imputati della seconda inchiesta (la pista milanese di Cesare Ferri e compagni) e le indagini sulla Strage mi hanno accompagnato (talvolta esaltato per i risultati inattesi, talvolta depresso per i silenzi, per i muri di gomma e per i palesi e insultanti depistaggi) nella mia vita professionale quasi colmando, in termini di partecipazione al fatto, quell'insormontabile gap anagrafico in virtù del quale io nel '74 avevo 11 anni. Insomma, ne sapevo abbastanza per non farmi illusioni, ero pronto a salvare il salvabile a dire che forse non tutto era perduto, a sottolineare i successi di questi anni frutto dell'impegno di tanti: magistrati, famigliari, politici e amministratori. Ero pronto ad un pezzo consolatorio, a raccontare per Bresciaoggi quanto di buono questa inchiesta  aveva lasciato, a parlare di una speranza sempre viva. Non ce l'ho fatta, consapevole che avrei raccontato qualcosa fuori dal tempo. Quando in aula il giudice Enrico Fischetti ha pronunciato la parola assolto, quando ho incrociato il volto attonito di Manlio Milani, le lacrime della sorella, gli occhi lucidi degli amici della Casa della Memoria, i famigliari delle vittime abbandonati su una sedia sotto il peso di uno sforzo che non aveva dato risultati, ho capito che l'unico modo per parlare di speranza, era dire che la speranza era morta, sepolta sotto il peso di anni bui dai quali non ci si vuole affrancare, di silenzi dai quali nessuno ha voluto svincolarsi, nonostante siano trascorsi 36 anni e dopo tanto tempo sia giusto e doveroso voltare pagina.
Non ho potuto non condividere lo sgomento di quanti, presenze assidue in quell'aula per due anni, avevano, in fondo in fondo, ipotizzato un esito diverso di quel processo, magari con uno sforzo supplementare di interpretazione e di approfondimento da parte della Corte che, invece, ha scelto la soluzione più naturale in un caso mai giunto così vicino alla verità come in questa terza inchiesta: l'assoluzione dettata da una prova non piena e inequivocabile.
Non ho potuto non stringere la mano con un sentimento di sincera vicinanza a Manlio Milani, di cui in questi anni ho imparato a conoscere la tenacia, la mite perseveranza negli obiettivi, la costanza con la quale ha tenuto viva la memoria della moglie e delle altre vittime della Strage nelle scuole, come nei pubblici dibattiti, allargando il campo all'approfondimento su quegli anni di sangue, alla testimonianza delle altre vittime del terrorismo (e ieri a condividere lo sgomento c'era anche, e non a caso, Benedetta Tobagi, la figlia di Walter Tobagi).
Che fare? Verrebbe voglia di scrivere alla lavagna, come fanno Fazio e Saviano il lunedì sera in tv, le ragioni per cui restare e le ragioni per cui migrare. Ma poi sfogli il giornale e qualcuno ti ricorda un paio di proverbi: "La verità può languire ma non perire" e "La verità si può seppellire, ma non può morire". Rifletti e capisci che se non puoi contare su altri per affermare finalmente la verità, allora ti tocca il dovere della testimonianza. L'unico modo per renderle onore.



martedì 16 novembre 2010

Strage di piazza Loggia: aspettando la sentenza, sperando di essere in buona compagnia

Oggi pomeriggio, se le previsioni verranno rispettate, i giudici della Corte d'assise di Brescia lasceranno l'albergo  nel quale sono confinati da una settimana per la Camera di Consiglio. La lettura della sentenza è attesa per le 16, 16.30. Che verdetto aspettarsi?
Sinceramente non mi faccio troppe illusioni: i precedenti giudiziari milanesi (il processo per la strage di piazza Fontana e quello per la bomba alla Questura di Milano), attingendo nella sostanza alle medesime fonti, dopo i primi confortanti risultati, non sono stati consacrati da un verdetto di colpevolezza passato in giudicato. Così anche in caso di condanne, a Brescia  il percorso per arrivare al consolidamento di una verità giudiziaria è ancora lungo e irto di insidie. In ogni caso quello che si celebra questo pomeriggio in un'aula di giustizia è un rito alla quale la città non dovrebbe sottrarsi. Si corona, comunque vada, la volontà di questa città di fare memoria, di fare giustizia, di fare denuncia, di fare chiarezza.
In un mondo nel quale è facile dimenticare, mi piace ricordare quando il 23 maggio 1993 il giudice istruttore Giampaolo Zorzi consegnò alla città e alla giustizia bresciana una sentenza-ordinanza che chiudeva con un'archiviazione l'ultimo rivolo della seconda indagine sulla strage, ma indicava con forza e determinazione una vena lungo la quale scavare, tratteggiava quel marchio di fabbrica che, poi, con l'aiuto di qualche collaboratore di giustizia, divenne una certezza storica ad li là di ogni verità giudiziaria. E questa certezza storica sopravviverà alla sentenza di questo pomeriggio, ai tanti depistaggi, agli anni che si sono portati via molti potenziali indagati e sospettati, alla ragion di Stato che ancora oggi ha alimentato i molti, troppi, non ricordo, ai servitori dello Stato che hanno preferito il silenzio ad una autodifesa schietta è trasparente.
Comunque vada, non sarà una sentenza per vecchi, per storici e per famigliari in cerca di un posto dove lenire il dolore. Sarà una sentenza per una città che non vuole dimenticare, che vuole rinascere, che vuole trovare la strada per una riconciliazione e per una crescita collettiva.
Ecco perchè oggi pomeriggio sarebbe bello vedere in quell'aula qualche giovane studente, perchè nessuno più dica che la bomba in piazza Loggia l'hanno messa le Brigate rosse; sarebbe bello vedere il sindaco di centro destra perchè questa è una ferita aperta per tutti, così come l'assessore Andrea Arcai che sulla propria pelle ha provato, nel corso della prima indagine sulla Strage, cosa voglia dire depistaggio. Vorrei che ci fosse il Prefetto, in rappresentanza di un Stato che abbia finalmente il coraggio di far partire da Brescia quel lungo difficile cammino che porti gli italiani ad affrancarsi dai fantasmi della Strategia della tensione. Comunque vada, insomma, sarà una sentenza di speranza e carichi di speranza l'aspetteremo. Sperando di essere in buona compagnia.



lunedì 15 novembre 2010

Scesi dalla gru, l'allunaggio in una città provata

Sono scesi pochi minuti dopo le otto i quattro immigrati barricati su una gru da 17 giorni nel centro storico di Brescia. Sotto una pioggia battente, accompagnati da tanti connazionali che hanno seguito la scena da terra e dalla cronaca da "primo uomo sulla luna" dell'emittente antagonista "Radio onda d'urto", i migranti sono finiti in questura per gli adempimenti di rito, affiancati dai rispettivi avvocati, una delle conquiste ottenute in una giornata di febbrili trattative.
In redazione, seguendo le fasi della discesa dalla gru, qualcuno ha paragonato l'epilogo di questa vicenda ad un allunaggio, come se quella fosse la scaletta dell'Apollo 11 e questa buia serata di pioggia fosse quella della 20 luglio 1969. E in effetti, a giudicare dall'attesa dell'evento e dalla tensione accumulata da un'intera città in queste due settimane, sembrava proprio di stare accanto a Tito Stagno e Ruggero Orlando in quei momenti concitati che passarono alla storia dell'umanità e della televisione. In via San Faustino, più modestamente, l'allunaggio metaforico dei quattro migranti, passerà alla storia per i troppi silenzi, le tante lacune istituzionali, i teatrini di una vicenda che poteva e doveva essere risolta prima: forse con una punta di lungimiranza e sensibilità in più e qualche superbia (da parte di tutti i protagonisti della vicenda) in meno. L'allunaggio di via San Faustino, poi, ha fatto tornare con i piedi per terra chi fino ad ora ha pensato di vivere in un altro mondo: quello secondo il quale potrebbe bastare una legge mal fatta per arginare l'immigrazione, per frenare la sete di braccia straniere; quello in cui si dosano i diritti, anche quelli universalmente riconosciuti, in base al colore della pelle, all'inflessione dell'idioma. Un pianeta così non l'hanno ancora scoperto e un merito agli immigrati-astronauti della gru di Brescia bisogna riconoscerlo: aver detto anche ai più duri d'orecchio che il re è nudo, che la strada per risolvere i mille problemi dell'immigrazione è ancora lunga. E il percorso fino ad ora intrapreso dalle nostre parti è più accidentato e insidioso della superficie della luna.

La lezione della gru: la parola al buon senso

Non so come finirà la storia della gru, che ora sembra appesa al destino degli immigrati rinchiusi nei centri di identificazione temporanea, ma la ripresa della trattativa denota soprattutto la volontà di tutti di chiudere queste storia. Peccato che sotto la gru, a sporcarsi le mani, ci siano i soliti noti: il prete dei "negher" don Mario Toffari, un parroco ribelle - addirittura un "pericoloso comunista", secondo alcune anime cattoliche bresciane - come don Fabio Corazzina e sindacalisti di provata esperienza impegnati nel tentativo di ricucire ciò che altri hanno strappato, di risolvere ciò che altri non hanno saputo risolvere, abbarbicati su posizioni intrasigenti, forse (per dirla con Massimo Mucchetti sul Corriere) più per mascherare la propria incapacità di dialogo che per altro, nel nome di una legge, questo è un dato innegabile, che fa acqua da tutte le parti.
Una settimana fa, da sotto la gru, annotavo come chi ha vissuto in prima persona questa esperienza sottolineasse la mancanza di interlocutori autorevoli e mediatori capaci e il peso opprimente della politica sul buon senso. Le notizie che leggiamo oggi sui giornali ne sono la prova più eloquente. Ora, anche dopo l'ennesima serata di disordini di sabato, altri giorni su quella gru non sono più pensabili: la politica dell'assedio ha mostrato la corda, i duri e puri si devono leccare le ferite. Resta una domanda, impellente e forse un po' retorica: non ci si poteva pensare prima?

sabato 13 novembre 2010

Le lezioni della gru: i commenti




Segnalo telegraficamente sul tema degli immigrati sulla gru, due commenti apparsi oggi su Bresciaoggi e sul Corriere della Sera ad opera, rispettivamente, di Massimo Tedeschi e di Massimo Mucchetti.
Entrambi, con estrema lucidità, evidenziano i tanti limiti nella gestione di questa completa vicenda: da un pugno di ferro che non ha portato da nessuna parte a un deficit di dialogo istituzionale che ha del desolante tanto da dubitare delle capacita' di governare le criticita' di chi ci sta nelle istituzioni. Due contributi al dibattito interessanti. Da leggere per capire molte cose.

venerdì 12 novembre 2010

Santoro, la gru e i bresciani

Le vignette di Vauro su Brescia ad Annozero

Il giorno dopo Anno Zero (22,48% di share, quasi sei milioni di spettatori) in diretta da via San Faustino ci si interroga su che immagine di Brescia sia uscita dalla trasmissione, che come tutte le trasmissioni tv e i collegamenti volanti, a maggior ragione una trasmissione a tesi come quella di Santoro, riesce a dare una idea solo parziale del caso che vuole rappresentare.
Che Brescia c'è sotto la gru? Una Brescia sempre meno tollerante come ha evocato Padre Toffari del segretariato migranti della Curia? Una Brescia sempre più solidale con la protesa, come ha spiegato Umberto Gobbi, esponente della sinistra antagonista e del comitato "Diritto per tutti"?
Sicuramente una Brescia stufa: stufa di non risposte, stufa del caos, stufa di essere messa in mezzo, stufa di chi ne approfitta per fare propaganda (dai docenti universitari in via San Faustino con il pugno alzato, a chi cerca visibilità sulla pelle dei migranti o, al contrario, spera che non dando risposte pur essendo al governo, lasciando che la situazione si incancrenisca, di far schizzare il totalizzatore del consenso elettorale alle stelle). Oltre 1200 bresciani hanno risposto ad un sondaggio lanciato da Bresciaoggi spiegando, nel 60% dei casi, che bisogna al più presto e con ogni mezzo ristabilire l'operatività del cantiere. Concludere che quello è solo razzismo è però riduttivo: avremmo forse trovato risultati diversi davanti ai Cobas latte che anni fa occupavano autostrade e assediavano aeroporti? In un paese dove persino un sucida sotto il treno diventa solo ed esclusivamente un oggetto di disturbo è lecito aspettarsi qualcosa di diverso? Io penso di no.
Nella trasmissione di Santoro, però, è uscito un dato che è incontrovertibile: ancora una volta l'Italia ha mostrato di non saper gestire un fenomeno ineludibile come l'effetto serra: l'immigrazione. Ha mostrato di averlo sempre trattato con i visceri e non con la testa. Dire, come ha fatto Italo Bocchino ieri da Santoro, che la clandestinità è criminogena è far finta di non sapere che la criminogenità si combatte sì stringendo le maglie sui clandestini, ma, sopratutto, e questa è una regola generale mai smentita, punendo chi commette reati (a prescindere dal colore della pelle) con processi rapidi e pene certe. Fare leggi come quella attuale sull'immgrazione è forse non pensare una cosa elementare: che una legge dovrebbe sopravvivere al governo che l'ha emanata. Forse ha ragione Mino Martinazzoli quando ricordando, nella sua autobiografia, i lavori parlamentari negli anni '70, osserva che ora "non c'è più una mediazione culturale adeguata, il che dà conto di una legislazione piuttosto casuale che sembra inseguire la contingenza invece di ragionare in termini di sviluppo storico". Ecco, in tema di immigrazione, l'Italia  ha mostrato tutti i suoi limiti in questo senso. Cambierà qualcosa dopo la gru? Non credo, se le premesse sono, come si legge oggi sui giornali, il rimpallo delle responsabilità tra destra e sinistra sull'atteggiamento tenuto verso il fenomeno, scordando come ci hanno invece ricordato in molti in questi giorni, come il caos sia derivato da una legge fatta male e gestita peggio.
Gli immigrati sulla gru - si diceva ieri anche in tv - da lassù vedono un'Italia piccolina e una politica ancora più minuscola, incapace nei fatti di "contemperare esigenze diverse" come, a parole, qualcuno ha sempre sostenuto di voler fare. Abbiamo preferito la politica di Bava Beccaris a quella della mediazione, della soluzione condivisa. Ci siamo infilati in un culo di sacco dove ora ci si affida agli appelli di padri, madri e persino di Michele Santoro (addirittura qualcuno vaticinava ieri di una discesa in diretta tv) per far finire quella lunga agonia al capezzale di una "politica", nel senso nobile del termine, che non c'è. Nè a Brescia nè a Roma e i migranti sulla gru come quelli che lavorano in nero in fabbriche e cantieri lo stanno imparando a loro spese.

L'APPELLO A NAPOLITANO DEGLI IMMIGRATI


L'INTERVISTA AGLI OCCUPANTI DA ANNO ZERO


mercoledì 10 novembre 2010

La lezione della gru: l'ospite Roberto Bianchi

Roberto Bianchi, bresciano, scrittore (bello il suo "La collana di perle finte") e osservatore attento e disincantato di ciò che ci circonda ha scritto le sue impressioni sugli uomini barricati sulla gru di via San Faustino. Mi sembra una riflessione intensa e Roberto ha accettato di condividere il suo pensiero con i lettori di questo blog. Eccolo:


Roberto Bianchi
ROBERTO E LA GRU (CHE NON E' QUELLA DI CHICHIBIO)
di Roberto Bianchi


Ci sono andato con l’animo di un bambino che si nasconda la  notte della vigilia , in salotto, per vedere chi sia realmente Babbo Natale. Sai com’è: quando ti raccontano una cosa  poco credibile il Tommaso che c’è in ognuno di noi ti spinge a verificarla.
Mi sembrava impossibile che qualche disgraziato dovesse stare appollaiato a molti metri da terra per  rivendicare il suo diritto ad esistere. E allora ho macinato qualche kilometro in bicicletta (abbiamo un’auto sola e la usa mia moglie per andare al lavoro) fino ad arrivare all’imboccatura di Via  San Faustino . Dove c’è la gru.
Mentre pedalavo nel freddo novembrino ho pensato alle gru e a Chichibio ,ed alla sua di gru condannata ad avere  una gamba sola dal 1300 agli anni del mio liceo ed oltre ,e per sempre. Poi ho pensato ai totem. E poi agli alberi di natale. Tutte cose verticali, come la gru. Ma la gru in questione è una cosa verticale che vigila su un buco, quello della stazione del metro bus. Un buco che  mi dice di tecnologia, ricchezza, egoismo, diffidenza, debiti.
Sono arrivato, ma  uno sbarramento di poliziotti impediva l’accesso a via San Faustino. Mi hanno detto che uno eguale impediva l’arrivo  ascendente da Piazza Loggia. Ho acceso una sigaretta, mentre pensavo al freddo di quegli uomini là sopra, ma anche di quelli giù sotto, quelli in divisa e casco appeso al cinturone, quelli che, coi manganelli che penzolano come un cazzo vuoto  e sterile,sono pronti a difendere l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini. Quelli che spesso rischiano la vita per poco più di un migliaio di euro netti al mese.  Li guardavo e nelle orecchie avevo le parole e i modi del video visto in rete:”Caricate! Mi porti via questo signore, per favore. Anche quella ragazza: fermate quella ragazza!”. Rivedevo i manganelli all’opera. Gli uomini non sono tutti uguali. Non hanno tutti la stessa missione. C’è chi  per vivere deve accettarne di ingrate assai.
Mentre guardavo in alto ho sentito i commenti di alcuni passanti.”Bisognerebbe tirarli giù col 12” ( e si riferivano al fucile da caccia) “quei negri di merda che vogliono fare i padroni a casa nostra e rompono i coglioni” e mi sono sentito improvvisamente straniero a casa mia, perché non riconoscevo più i miei concittadini. E se non ti riconosci negli altri non sei più un concittadino: loro hanno una cittadinanza, tu un’altra. Per lo più, però, la gente passava senza alzare gli occhi al cielo, perchè oggi in cielo c’erano solo sensi di colpa da rimirare e soppesare: forse è meglio non guardarli davvero quei fantasmi neri  che passeggiano su una gru a trenta metri da terra . Forse è meglio non prendere in considerazione il fatto che quelli là, in questo momento, sono più vicini al cielo di quanto lo sia tu che cammini. E se credi che quel cielo più in alto sia la residenza di un essere superiore e giusto, bè, allora sono davvero cazzi.
Ho riflettuto su quello che si presenterebbe come un assedio: impedire il passaggio pedonale per non far filtrare viveri, sostentamento, messaggi, calore, a quei “negri di merda che vogliono fare i padroni a casa nostra”. E ho pensato a quanto sia delicata la democrazia, un meccanismo che si rompe come un  fragile vaso di cristallo, se solo lo tratti male.
Ho pensato a gente che ha lasciato casa,famiglia e affetti per venire a cercare un sogno possibile. E magari trasmetterlo a piccole rate, con il money transfert,  agli altri rimasti a casa.  Ma, giuro  che è vero, mentre guardavo attonito lo spettacolo surreale di gente che doveva fare un giro lungo per andare semplicemente in piazza Loggia ho visto un sacchetto che saliva sulla gru, per mezzo di una corda.  Non ho capito da dove fosse partito, ma l’ho visto che saliva come una speranza. Forse con qualcosa da mangiare, da bere, da fumare. Mi ha riscaldato il cuore  pensare che forse qualche agente s’è girato dall’altra parte, o si è acceso una sigaretta… chissà, una provvidenziale chiusura d’occhi..una telefonata d’amore col cellulare.
Questa gru non ha una gamba sola, come quella di Chichibio, e nemmeno due, come quelle che trovi in natura: questa è una gru meccanica e di gambe ne ha tante quante sono quelle delle persone che ci sono sopra. Questa gru è speciale, perché pur rimanendo ferma alla stazione del metro che canterà la Brescia ricca,moderna e d evoluta, con quelle gambe calpesterà le coscienze dei bresciani per bene.  E se succedesse l’irreparabile, questa gru avrebbe ancora più gambe: le mie e quelle degli altri come me. 
Saremo instancabili nel camminare sulle anime dei sordi…Non li lasceremo in pace.
Lo so che per i responsabili dell’ordine pubblico, per i politici, per gli amministratori pubblici sarebbe un problema creare un precedente. Lo so benissimo. Ma  il dialogo costituisce “i precedenti” di ogni cosa andata a buon fine, e questi precedenti si chiamano “ civiltà”:parlarsi è proprio dell’Uomo, e  dialogare è semplicemente tentare di capirsi affinchè almeno  la pietas entri  in azione, quella cosa che ti fa salvare un tuo simile in difficoltà semplicemente perché è giusto così.
Una cosa vecchia quanto l’uomo, direi.
Io sono ateo e non ho fratelli in cristo da accogliere. Però sono un cittadino, e so che tutte le dignità vanno rispettate, perché la dignità è come uno specchio e la propria altro non è che il riflesso di quella che  si riconosce nella persona  davanti a sé,  proprio come in uno specchio, sì.  E mentre li vedevo camminare in equilibrio precario ho sperato che nessuno cada da là sopra, perché sarebbe un macigno troppo pesante da portare, più di quello di Pilato, nei secoli dei secoli.
Quelli là sopra non sono spacciatori, non sono ladri, non sono teppaglia ed è la loro fortuna, perché possiamo almeno difenderli. Sono lavoratori, sono gente che ha creduto  nella possibilità di affrancarsi da un destino di merda che li voleva affamati  ed ultimi ad ogni costo, ma non sono nemmeno badanti, ed è un guaio: non ci sollevano dal disgusto di pulire il culo ai nostri padri, non ci esimono dall’incombenza di una passeggiata con i nostri vecchi e per loro, quindi, non si può far niente, perché non rientrano nei parametri stabiliti dalla legge, sono piuttosto inutili...  Sono clandestini, ho sentito, come se fosse possibile essere clandestini sulla Terra senza essere marziani.   E hanno la pretesa di essere ascoltati.  Ho cinquantatre anni ormai, forse un po’ rincoglionito, ma me la ricordo ancora,quand’ero giovane, la strofa: “sapesse contessa, all’industria di aldo, han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti “. E mi dispiace ricredermi, avevo ragione a vent’anni, quando ascoltavo le ragioni del cuore,e non adesso con il cuore che dovrebbe subire il vincolo della ragionevolezza.
Io credo che i politici e gli amministratori locali abbiano il dovere morale di farli scendere incolumi e aprire un dialogo: altro che denunciare il responsabile di “Diritti per tutti”. Io credo che si debbano portare giù da là sopra, se è vero che la vita viene prima di tutto.  E se c’è qualcuno che può fare da mediatore lo si utilizzi, per Giove. E’ la prima cosa da fare. Ero molto lontano, e quei negri di merda che rompono i coglioni mi apparivano come delle mosche, ma la sentivo forte la loro disperazione e mi raggelava ulteriormente.
Caro sindaco Paroli, caro ministro Maroni, se uno di quelli là cadesse, come fareste a gustarvi il cotechino natalizio in tranquillità? Le lenticchie che portano denaro e felicità…
Ho preso la bicicletta per ritornare a casa. E’ bello pedalare, perché pensi ai cazzi tuoi. Sono un semplice cittadino, ma  lo so che ciò che fa paura di quei negri di merda che rompono i coglioni è la loro povertà,e non il loro colore. E’ una povertà molto particolare, perché evoca anche la molteplicità di povertà individuali, che teniamo ben nascoste, che aleggiano nella nostra ricca ed operosa  terra.  Povertà da ricchi, magari, ma ogni povertà è dolorosa a modo suo.  E allora scacciamo quella degli altri, che ce la ricordano in modo così chiassoso ed ineducato la nostra, per scacciarle tutte, e dimenticarla.
Io, in questo  bipolarismo che è l’unico che esista da sempre e che una volta si chiamava lotta di classe, lo so da che parte stare. E almeno, anche se non è molto, con la mia coscienza sto a posto.
Ma mi chiedo come facciano i bresciani  cattolici e con il cuore in mano, quelli che si commuovono quando un bimbo bianco piange al parco, ad essere a posto con la propria di coscienza: con il doppio petto stirato e la doppia morale fluida; con i capelli ben pettinati e puliti e la testa ingombra della nebbia dell’egoismo, orfani sulla terra, senza alcun fratello da accogliere.  Come faranno mai, poveri loro, con le loro scarpe lucide senza strade da percorrere…
Pedalavo  nella zona nord della città e degli operai stavano allestendo le luminarie natalizie sui muri di un supermercato.  Alcuni erano neri, ma questi non rompevano i coglioni e non volevano fare i padroni a casa nostra. Non fumavano nemmeno, ed eseguivano in silenzio gli ordini . Del resto, proprio perché c’è la crisi bisogna cominciare a vendere per tempo: qualcuno che attacchi le lucine ci vuole, e se costa meno tanto meglio.
Anche questo natale qualcuno non si salverà.
Verranno accesi crediti al consumo per fare o farsi regali.
Forse verranno estinti i debiti accesi in precedenza.
 Le tredicesime, nonostante il clima evaporeranno come a ferragosto.
A forza di spumante e lenticchie, forse, riusciremo a dimenticare il destino che ci attende.
 E il 31 i sopravvissuti brinderanno al nuovo anno.

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La lezione della gru: ecco la madre di tutti i casini

Siamo sempre sotto la gru di via San Faustino (questa volta metaforicamente). Siamo sempre qui perchè l'ombra di quella gru ci insegna molte cose. Ci insegna ad esempio ad andare alla scoperta della madre di tutti i casini, di una legge nata male, gestita peggio, governata dall'incertezza sulla quale si sono innestati pronunciamenti di Consiglio di Stato, Unione europea e Tar, circolari ministeriali in un panorama che, nella sostanza, a parità di requisiti è in grado di far variare l'esito della domanda  in relazione alla regione nella quale è stata presentata e nel momento in cui è stata esaminata (andatevi a leggere in tal senso l'articolo di Thomas Bendinelli oggi a pagina 7 di Bresciaoggi).
Addio certezza del diritto se una domanda presentata nel settembre 2009 viene esaminata dopo il marzo 2010 quando una circolare del capo della polizia Manganelli impone una interpretazione rigida del reato di clandestinità, escludendo dalla sanatoria le persone condannate per inottemperanza all'ordine di espulsione (spazzando via l'interpretazione precedente che partiva da una ovvietà: tutti quelli che presentano la domanda di sanatoria per forza di cose sono clandestini). Addio certezza del diritto se alcuni Tar regionali (in Puglia, Emilia, Veneto) hanno dato interpretazioni più larghe delle norme. Ecco cosa ha spinto quegli immigrati sulla gru, una legge incerta, fatta male, gestita peggio perchè quando si parla di immigrazione, a destra come a sinistra, la politica non pensa a governare il fenomeno, ma a vivere alla giornata, a fare meno danni possibili dal punto di vista del consenso elettorale. Più del buon senso, in somma, conta il consenso. Così accanto al pacchetto sicurezza che ha introdotto il reato di clandestinità, non potendo fare diversamente, vista la necessità regolamentare colf e badanti, la politica ha partorito una legge pasticciata che si è prestata a tanti raggiri e, nella sua applicazione pratica, a più di una discriminazione e a diversità di trattamento. Dire che sulla gru non ci sono colf e badanti vuol dire eludere il problema di una legge che ha fatto questa distinzione solo sulla carta dando di fatto la possibilità a chiunque di usufruire della sanatoria con una regolare domanda ma che, date le ampie falle normative, ha creato una pioggia di incertezze (l'unica certezza erano i soldi da versare per i contributi lavorativi pregressi). Permettetemi un parallelo: le proteste degli immigrati di questi giorni  non sono molto differenti, dal punto di vista concettuale, da quelle dei Cobas latte di qualche anno fa che contestavano la normativa sulle quote latte bloccando autostrade e aeroporti, una normativa, brutta, farragginosa, che prestava il fianco ad incertezze, strani mercati di quote e comportamenti al limite della truffa.
Quando la politica abdica al proprio dovere di governare i fenomeni con strumenti legislativi seri questo è ciò che succede. A Brescia come altrove.
Intanto alcuni dei video sui disordini di lunedì, che sono stati ospitati nel post di ieri anche su questo blog, hanno fatto il giro del web, ripresi da PeaceReporter e da Repubblica.it e sollevando il dibattito sulla gestione dell'ordine pubblico sotto la gru. Un'altra delle tante lezioni, nessuna per ora particolarmente edificante, che si sta dando la gru di via San Faustino.

Ecco il video di PeaceReporter: PeaceReporter - video

martedì 9 novembre 2010

La lezione della gru: videoblog senza commento

(Gli scontri a Brescia dalla Fotogallery di Skytg24)
Posto qui senza alcun commento alcuni video su quello che è successo a Brescia ieri sotto la gru di via San Faustino sulla quale sono ancora asserragliati alcuni cittadini stranieri. Se volete potete anche cliccare qui e guardare le foto proposte da Bresciaoggi sul suo sito. Questi video, lo dico subito per evitare fraintendimenti, sono dell'emittente antagonista Ctv, che ha una visione di parte della vicenda e gli eventuali commenti e giudizi contenuti nei video non mi appartengono. Ma un video è un video (ne esistono di analoghi passati dai Tg, posto questi per praticità informatica), parla da solo e racconta di tensioni, cariche e manganellate, anche di qualche tentativo di non far lavorare dei colleghi giornalisti che stavano facendo solo il loro mestiere. Scene che forse Brescia poteva risparmiarsi. E anche da queste immagini qualche lezione da sotto la gru la possiamo trarre. Io ho tratto la mia, fatemi sapere la vostra. Buona visione.