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mercoledì 27 aprile 2011
Educare i figli, rieducare i genitori
"Spaventosi e spaventati". La definizione è dello scrittore e giornalista Cesare Fiumi che domani su Sette, il settimanale del Corriere della Sera, presenta il suo ultimo libro "La Feroce gioventù" (Dalai editore). Spaccati del branco giovanile che agita le nostre notti, le nostre strade, i nostri sonni di genitori. Una generazione che ci sfugge di mano, di cui conosciamo il lato famigliare, ma di cui ignoriamo il lato feroce, senza rete, senza vergogna ed educazione. Una generazione perduta, a rischio, osserva Fiumi. Una generazione spaventata e spaventosa dove (fonte Eurispes) dal 2001 al 2009 i minori in comunità di recupero sono raddoppiati così come i minori che delinquono commettendo reati da grandi come l'omicidio.
Così le cronache ci raccontano di tre minorenni (tra i quali una ragazza) e di un 19enne che, tra una serata in discoteca e un rave, massacrano di botte due carabinieri che stavano semplicemente compilando un verbale per il ritiro della patente al maggiorenne che aveva bevuto troppo. Ora si disperano quei ragazzi (il gip ha definito il più vecchio lucido e spietato nell'agire), ma la notte di Pasqua sulle strade della Maremma (il fatto è avvenuto in provincia di Grossetto) hanno persino divelto il palo di legno da una recinzione per picchiare più forte.
Le cronache ci raccontano di famiglie smarrite, di genitori che non capiscono la metamorfosi, la notte di follia, quel pestaggio che i giudici hanno rubricato come tentato omicidio.
Comportamenti che ci interrogano ogni giorno nel nostro difficile mestiere di genitori, che devono inquietare un Paese che avverte così drammaticamente l'assenza di maestri e l'emergenza educativa in cui si dibatte. Un'emergenza che tocca anche i genitori se è vero che basta sfogliare qualche pagina di un giornale qualsiasi per trovare un'altra storia: le minacce e gli spintoni ad un arbitro da parte di un gruppo di genitori durante un torneo giovanile di calcio a Jesolo. Genitori ultrà che ora rischiano il Daspo, genitori che, ne riferisce Beppe Savergnini in un corsivo sul Corriere, fanno dire ad un arbitro di calcio giovanile che il suo sogno sarebbe dirigere una partita di orfani. Genitori che andrebbero rieducati al vivere civile, al senso della vita vera, all'orgoglio di essere buoni maestri e non cattivi esempi, fari della crescita e non eroi negativi. Genitori in grado di riconquistare il rispetto dei figli restituendoli alla società meno spaventati e, di conseguenza, meno spaventosi.
Così le cronache ci raccontano di tre minorenni (tra i quali una ragazza) e di un 19enne che, tra una serata in discoteca e un rave, massacrano di botte due carabinieri che stavano semplicemente compilando un verbale per il ritiro della patente al maggiorenne che aveva bevuto troppo. Ora si disperano quei ragazzi (il gip ha definito il più vecchio lucido e spietato nell'agire), ma la notte di Pasqua sulle strade della Maremma (il fatto è avvenuto in provincia di Grossetto) hanno persino divelto il palo di legno da una recinzione per picchiare più forte.
Le cronache ci raccontano di famiglie smarrite, di genitori che non capiscono la metamorfosi, la notte di follia, quel pestaggio che i giudici hanno rubricato come tentato omicidio.
Comportamenti che ci interrogano ogni giorno nel nostro difficile mestiere di genitori, che devono inquietare un Paese che avverte così drammaticamente l'assenza di maestri e l'emergenza educativa in cui si dibatte. Un'emergenza che tocca anche i genitori se è vero che basta sfogliare qualche pagina di un giornale qualsiasi per trovare un'altra storia: le minacce e gli spintoni ad un arbitro da parte di un gruppo di genitori durante un torneo giovanile di calcio a Jesolo. Genitori ultrà che ora rischiano il Daspo, genitori che, ne riferisce Beppe Savergnini in un corsivo sul Corriere, fanno dire ad un arbitro di calcio giovanile che il suo sogno sarebbe dirigere una partita di orfani. Genitori che andrebbero rieducati al vivere civile, al senso della vita vera, all'orgoglio di essere buoni maestri e non cattivi esempi, fari della crescita e non eroi negativi. Genitori in grado di riconquistare il rispetto dei figli restituendoli alla società meno spaventati e, di conseguenza, meno spaventosi.
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domenica 27 febbraio 2011
Yara. Le nostre angosce e quella piccola stella senza più cielo
Yara è morta e in noi, padri e madri, è come se fosse morta quella speranza che aveva continuato ad animare, un po' doping, un po' narcotico, il pensiero che forse poteva non finire così. Hanno trovato Yara affogata nel fango e sono tornati a vivere i mostri che popolano gli angoli bui dei nostri sogni di genitori inquieti e apprensivi. Sono usciti dall'inconscio e hanno incominciato a vagare nei perimetri a noi più famigliari, in quelle strade che tutti vorremmo sicure.
Quel corpo oltraggiato dal tempo ci inquieta, ci disegna scenari di angoscia, ci traccia strade buie lungo le quali non vorremmo mai camminare e, soprattutto, non vorremmo mai far camminare i nostri figli. Qualcuno ha infangato le ali di una farfalla e ha spento una piccola stella, perchè a quell'età non si può essere altro che stelle e farfalle. Capire il perchè e il come è forse meno angosciante di constatare che con Yara, a Brembate come in altre simili scene del crimine, si è smarrita l'umanità e il rispetto, si è fatta pascolare la follia, là dove camminiamo ogni giorno, là dove siamo nati, dove coltiviamo un presenze fatto di certezze e regole condivise e dove vorremmo costruire un futuro carico di aspettative e speranze per chi ci sta accanto. Aspettative e speranze, che la famiglia di Yara ha lasciato ieri all'imbrunire in riva al Brembo. Là dove, cara Yara, qualcuno ti ha voluto piccola stella senza più cielo. Là dove qualcuno ha liberato, in noi padri e madri di questa Italia attonita e affranta, l'angoscia. Là dove qualcuno ha oscurato l'orizzonte. Un cielo che ora ci spaventa, così come la brutalità degli uomini lo ha ridotto. Senza più stelle e senza più farfalle.
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lunedì 13 dicembre 2010
Cinquantenni o giù di lì, riflessioni impietose di un quasi disastro
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| Sergio Castellito in "La bellezza del somaro" |
Sfoglio la recensione di "La bellezza del somaro" (questo il titolo del film di Castellito) offerta dall'ultimo numero del L'Espresso e leggo di famiglie che volevano fare la rivoluzione e hanno fatto al massimo l'estate romana. Leggo di poveri cinquantenni "snob, egoisti e narcisisti, eterni fanciulli" che "stanno per entrare dalla giovinezza nella vecchiaia senza essere mai riusciti a passare dall'età adulta". Già i cinquantenni: li guardi di là dal fosso, con le loro pillole per la pressione alta, e quasi non ti rendi conto che ci passano meno di due generazioni e che i capelli bianchi ci sono già da tempo. Li vedi scorrere nel trailer (il film uscirà il 23 dicembre) e sorridi per i loro tic, le loro manie il loro essere tanto simpatici quanto vuoti. E magari ti identifichi un po': ti metti vicino a tuo figlio, che ormai ha il tuo stesso numero di scarpe, ti guarda dritto negli occhi perchè ha la tua stessa altezza anche se vorrebbe essere preso in braccio e coccolato come un infante, e ti chiedi se sei stato e se sarai un buon padre, un buon genitore. Oppure ti chiedi se i tuoi ideali resteranno come i souvenir del Muro di Berlino, calcinacci nella vetrinetta buona, come la sabbia del deserto, le conchiglie dell'oceano e le vecchie mille lire. Osservi Sergio Castellito nel film che si fa una canna, ultimo conato di giovanilismo censurato pure dalla figlia, e rifletti pensando che il film racconta di una generazione che ha fallito "come ogni generazione - spiegano gli autori - che non riesce a costruire un futuro migliore per quella successiva". Risate amare per noi che ci apprestiamo a raccogliere il loro testimone in questa Italia fragile come i suoi cinquantenni, che ne sono lo specchio del disastro. Noi che stiamo - anagraficamente - un passo indietro andremo al cinema a Natale, ci faremo forse due risate, e aspetteremo i cinquanta cercando di recuperare quella concretezza dell'età adulta che nè Santa Lucia, nè Babbo Natale portano più.
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