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martedì 1 marzo 2011

Desirè, Sarah e Yara e la banalità del male e le comunità

"Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso".
Hannah Arendt
(La banalità del male)

Desirè, Sarah e Yara: tre storie sulla banalità del male, tre storie che interrogano una comunità, che la mettono in crisi e che le fanno urlare, come ha scritto domenica il direttore Ettore Ongis sull'Eco di Bergamo: "Caino cosa hai fatto?".
Desirè Piovanelli aveva 14 anni abitava a Leno (Brescia) e fu uccisa nell'ottobre 2002. Era scomparsa come Yara un sabato sera: aveva detto che sarebbe andata da un amica ma dall'amica non ci arrivò mai. Si era fermata in una cascina diroccata poco lontano da casa dove una settimana dopo (nonostante, anche qui, le ricerche con i cani) fu rinvenuto il corpo massacrato a coltellate. La scomparsa sembrava una fuga adolescenziale, ma l'intuito dei carabinieri, che non hanno mai creduto ad un sms in cui la ragazza diceva di stare bene, hanno stretto il cerchio attorno a chi quel messaggio l'aveva mandato, sfruttando una scheda telefonica rimediata in vacanza. L'intuizione investigativa portò all'arresto di un 16enne che confessò e condusse gli inquirenti là dove era nascosto il corpo. Nei giorni successivi altri due ragazzi poco più giovani finirono in manette. I tre amici della vittima avevano attirato Desirè nella cascina, pretendevano da lei attenzioni sessuali, ma al suo rifiuto arrivarono le coltellate: uno infieriva, gli altri la tenevano ferma, nessuno era stato capace di fermarsi in tempo. Nella penombra di quella cascina, accertarono le indagini, anche un 36enne padre di famiglia, quasi a far da garante a quella mostruosità.
Seguii per lavoro le indagini sulla morte di Desirè, vidi in faccia due dei tre ragazzi pochi istanti prima del loro arresto, erano ragazzi come tanti, i brufoli, la barba che sembrava ovatta sul mento, l'incoscienza dipinta sui volti. Volti banali, se vogliamo, come banale doveva essere apparsa loro l'atrocità che stavano commettendo.
Di Sarah Scazzi da Avetrana, della sua scomparsa e del suo drammatico ritrovamento, sono ancora pieni i giornali e le cronache tv. Qui è la famiglia, con le sue gelosie, le sue coperture, le sue rivalse, ad aver fatto scempio di quel corpo. Una famiglia banale, verrebbe da dire, come banale deve essere apparsa la vendetta che si stava consumando su quella bimba dai capelli biondi.
E Yara Gambirasio da Brembate Sopra? Le indagini, se ci riusciranno, ci racconteranno quello che è successo. Ma anche qui la comunità si sente fragile: teme l'ennesima banalità del male, l'ennesima atrocità commessa dalle persone normali. Gente che forse ha ritenuto banale l'epilogo riservato a Yara, banale la sua disperata autodifesa, banale quel rifiuto che, forse, sta alla base di una reazione tanto spietata.
La comunità aspetta quasi con impotenza l'ennesima banalità del male disvelata da un'inchiesta, confessata in una caserma o in un commissariato. Aspetta di conoscere il volto di Caino, con il dubbio che possa essere il volto banale di qualcuno che da sempre incontra per stada. Si indigna e si dispera cercando di coprire così la sua impotenza, i suoi limiti, la sua incapacità di governare le frustrazioni dei singoli, di educare la capacità di convivere di tutii. Che fare? Don Corinno Scotti, il parroco di Brembate, se lo chiede da quando Yara è scomparsa e oggi ha affidato un messaggio a Marco Imarisio, giornalista del Corriere della Sera, che lo ha intervistato tra i banchi della Parrocchiale: "Mi saluti i suoi figli, gli porti un saluto da un nonno-prete. E gli imsegni a non cedere mai all'idea di un mondo senza speranza. La speranza esiste, senza speranza non siamo niente". E la speranza - parafrasando Hannah Arendt - non è mai banale come il volto dei carnefici.

domenica 27 febbraio 2011

Yara. Le nostre angosce e quella piccola stella senza più cielo

Yara è morta e in noi, padri e madri, è come se fosse morta quella speranza che aveva continuato ad animare, un po' doping, un po' narcotico, il pensiero che forse poteva non finire così. Hanno trovato Yara affogata nel fango e sono tornati a vivere i mostri che popolano gli angoli bui dei nostri sogni di genitori inquieti e apprensivi. Sono usciti dall'inconscio e hanno incominciato a vagare nei perimetri a noi più famigliari, in quelle strade che tutti vorremmo sicure.
Quel corpo oltraggiato dal tempo ci inquieta, ci disegna scenari di angoscia, ci traccia strade buie lungo le quali non vorremmo mai camminare e, soprattutto, non vorremmo mai far camminare i nostri figli. Qualcuno ha infangato le ali di una farfalla e ha spento una piccola stella, perchè a quell'età non si può essere altro che stelle e farfalle. Capire il perchè e il come è forse meno angosciante di constatare che con Yara, a Brembate come in altre simili scene del crimine, si è smarrita l'umanità e il rispetto, si è fatta pascolare la follia, là dove camminiamo ogni giorno, là dove siamo nati, dove coltiviamo un presenze fatto di certezze e regole condivise e dove vorremmo costruire un futuro carico di aspettative e speranze per chi ci sta accanto. Aspettative e speranze, che la famiglia di Yara ha lasciato ieri all'imbrunire in riva al Brembo. Là dove, cara Yara, qualcuno ti ha voluto piccola stella senza più cielo. Là dove qualcuno ha liberato, in noi padri e madri di questa Italia attonita e affranta, l'angoscia. Là dove qualcuno ha oscurato l'orizzonte. Un cielo che ora ci spaventa, così come la brutalità degli uomini lo ha ridotto. Senza più stelle e senza più farfalle. 

sabato 26 febbraio 2011

Yara è morta: segui le ultime notizie


Il nastro giallo che da mesi accompagnava questo blog per attendere il ritorno di Yara Gambirasio si è improvvisamente tinto di nero oggi pomeriggio. Ecco il drammatico dispaccio di agenzia.

++ YARA: CADAVERE ABBANDONATO IN CAMPO 10 KM DA
BREMBATE ++ (V. YARA: TROVATO IL CADAVERE DELLE 17.24)
(ANSA) - ROMA, 26 FEB - Il cadavere di Yara è stato trovato in una campo
a Ponte San Pietro, ad una decina di chilometri da Brembate.
Il corpo della ragazza, secondo quanto si apprende, era abbandonato in un
campo incolto, tra l’erba alta.

Segui qui le notizie in diretta:

lunedì 17 gennaio 2011

Yara Gambirasio: è giusto il silenzio?

I famigliari di Yara Gambirasio, la ragazza di 13 anni, scomparsa ormai da una cinquantina di giorni in provincia di Bergamo, e il sindaco di Brembate di Sopra, Diego Locatelli, hanno chiesto agli organi di informazione il silenzio stampa e alle troupe televisive di togliere il disturbo da via Rampinelli, la strada nei pressi della casa della ragazzina fino a ieri popolata di fly (i furgoni con le parabole per le trasmissioni via satellite) e telecamere. Una richiesta, hanno spiegato, per fermare la morbosità e le illazioni su questa vicenda, i falsi scoop e le ipotesi spesso fantasiose che hanno popolato questi cinquanta giorni di vane ricerche. Un'accusa che ha toccato soprattutto le tv, dove la vicenda continuava a popolare i pomeriggi in diretta e dove diventa necessità mediatica, per reggere la lunga distanza, vivisezionare ogni piccolo indizio, ogni piccolo sussurro, anche se destinato a spegnarsi nel giro di poche ore o in una semplice smentita.
Ma è giusto il silenzio su un caso come quello di Yara Gambirasio? E' la scelta migliore? E' sicuramente una richiesta strana, fuori dagli schemi classici: il silenzio stampa viene chiesto, su indicazione degli inquirenti, nei casi di sequestro di persona a scopo di estorisione sin dalle prime battute della vicenda in modo da poter stabilire un contatto in tranquillità e per evitare che fughe di notizie compromettano le trattative. Qui sono ormai trascorsi quasi due mesi e se di sequestro di persona si è trattato, l'estorsione non sembra il fine al quale mirano i rapitori. Dunque la richiesta di silenzio stampa arriva dalla famiglia e da un paese comprensibilimente esasperati e devastati da una tensione che sfianca. Ma siamo sicuri che la richiesta non giustificata da esigenze di indagine sia la scelta migliore per la famiglia? Siamo sicuri che spegnere completamente i riflettori  su questa vicenda non voglia dire spegnere anche l'attenzione sulle sorti di Yara?
Ma siamo sicuri che senza telecamere e taccuini gli sforzi investigativi non finiscano, nel giro di qualche giorno, per diventare semplice routine, sicura anticamera di ogni caso insoluto? Basti vedere come l'indagine ha mosso i primi passi, con i suoi balbettamenti, i passi falsi, gli errori, per capire quanto la presenza massiccia dei media abbia imposto agli stessi inquirenti (sempre attenti all'immagine pubblica del loro lavoro) un salto di qualità con la messa in campo degli esperti dello Sco della Polizia, dei Ros dei Carabinieri, con le tecniche che siamo abituati a vedere nei telefilm di Fox Crime.
Forse, più che nuocere al caso, l'attenzione dei media, sia pur con tutte le distorsioni e gli eccessi della categoria, è servita di stimolo, di sollecitazione, è servita a far sentire meno sola anche la famiglia Gambirasio. Insomma: temo che senza i riflettori delle dirette la notte di Brembate possa essere più buia e più fredda per tutti. Su L'Eco di Bergamo il direttore Ettore Ongis ha scritto ha firmato un intervento sul tema carico di umanità e di buon senso, che, da giornalista, mi sento di condividere. Eccolo:

Aderiamo alla richiesta della famiglia Gambirasio di far calare il silenzio stampa sul caso di Yara, pur senza nascondere che lo facciamo a malincuore. Avremmo preferito continuare a tenere informata l'opinione pubblica e la popolazione bergamasca sugli sviluppi di questa tristissima vicenda, e di farlo con la misura, l'attenzione e la partecipazione con cui abbiamo cercato di seguirla in questi 50 giorni.
Da lunedì sia sul giornale che sul sito internet non daremo più notizie relative all'inchiesta - a meno che non si venga a conoscenza di una svolta nelle indagini - limitandoci a riferire di iniziative pubbliche o di testimonianze di affetto e solidarietà che sappiamo essere in programma nei prossimi giorni.
La scelta della famiglia, condivisa dalle autorità di Brembate Sopra e dagli inquirenti, scaturisce da un giudizio negativo su come una parte dell'informazione, e in particolare quella televisiva, ha trattato (purtroppo in molti casi maltrattato) le poche notizie su Yara, la comunità di Brembate e alcune realtà chiamate in causa anche se totalmente estranee ai fatti.
Ci sono stati colleghi che hanno diffuso informazioni infondate, seminato sospetti, elaborato teoremi, col rischio reale di intralciare le indagini degli inquirenti. Sotto accusa sono soprattutto certi programmi di informazione-intrattenimento nei quali, in assenza di notizie, troppo spesso sono prevalse le chiacchiere ripetute all'infinito.
Comprendiamo dunque la stanchezza di un paese che da 51 giorni vive con i riflettori puntati in faccia. Dal canto nostro, per quanto possibile, abbiamo cercato, anche partecipando ad alcuni di questi programmi, di stare ai fatti e di ridimensionare le fantasie.
Nell'assecondare la richiesta di silenzio, ci permettiamo però di fare presente alcune questioni. Innanzitutto abbiamo l'impressione che non basterà un appello a fermare i media. Il rischio potrebbe essere, paradossalmente, quello di lasciare il campo libero a chi fa un giornalismo senza tanti scrupoli, a danno di quanti invece lavorano con coscienza e rigore professionale.
C'è solo un antidoto al cattivo giornalismo, ed è il buon giornalismo. In secondo luogo, l'attenzione della stampa se da un lato rischia di essere troppo invadente, dall'altro può contribuire a non far abbassare la guardia su una vicenda che ha avuto un forte impatto sulla vita di tutti.
Ecco perché ci sembra eccessivo il perentorio invito degli amministratori a sgomberare il suolo pubblico di Brembate. Quello che non vorremmo si verificasse, è che il silenzio stampa, con l'andare del tempo, diventasse silenzio tout court. Questo sì che sarebbe grave.

Ettore Ongis

 

mercoledì 29 dicembre 2010

Condividiamo un nastro giallo per Yara

Diffondo questo esempio di dignità, mista a quella sommessa disperazione che non può non pervadere una coppia di genitori come quelli di Yara Gambirasio, la 13enne scomparsa da casa oltre un mese fa in provincia di Bergamo. La storia di questa ragazza sparita nel nulla, parlo da genitore, non può che angosciarci tutti. Non può che velare di inquietudine questo ultimo lembo di 2010.
A Natale, gli sportivi italiani hanno voluto indossare un nastro giallo (il simbolo di coloro che attendono il ritorno di una persona cara). Un segno che vogliamo condividere anche noi, un modo per essere virtualmente vicini a Flavio e Maura Gambirasio. Con la speranza, ma forse è solo una pia illusione, di poter rendere meno devastante l'attesa.

L'APPELLO
Noi siamo una famiglia semplice, siamo un nucleo di persone che ha basato la propria unità sull'amore, sul rispetto, sulla sincerità e sulla solarità del nostro quieto vivere. Da un mese ci stiamo ponendo innumerevoli domande sul chi, il che cosa, il come, il quando e il perché ci sta accadendo tutto ciò.
Noi non cerchiamo risposte, noi non chiediamo di sapere, noi non ci assilliamo per capire, noi non vogliamo puntare il dito verso qualcuno, noi desideriamo solo, immensamente, che nostra figlia faccia ritorno nel suo mondo nel suo paese, nella sua casa, nelle braccia dei suoi cari. Noi imploriamo la pietà di quelle persone che trattengono Yara, chiediamo loro di rispolverare nella loro coscienza un sentimento d'amore; e dopo averla guardata negli occhi gli aprano quella porta o quel cancello che la separa dalla sua libertà.
Noi vi preghiamo, ridateci nostra figlia, aiutateci a ricomporre il puzzle della nostra quotidianità, aiutateci a ricostruire la nostra normalità. La gente ci conosce bene, non abbiamo mai fatto o voluto il male di nessuno, ci siamo sempre dimostrati come una famiglia aperta, trasparente e disponibile verso gli altri e non meritiamo di proseguire la nostra vita senza il sorriso di Yara. Grazie.
Famiglia Gambirasio